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Lucia Tozzi

La distruzione di Gaza ha preso forma sui tavoli da disegno degli architetti, come racconta “Ungrounding” di Weizman

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Con il suo ultimo libro, pubblicato in Italia da Rizzoli, il fondatore di Forensic Architecture continua il suo lavoro di svelamento dei piani della colonizzazione israeliana, portata avanti mediante una specifica modalità di violenza esercitata sullo spazio.

Eyal Weizman è un architetto e intellettuale – accoppiata oggi sempre più rara – nato e formatosi in Israele e poi a Londra, ma da più di un quarto di secolo attivista per la Palestina, odiato come pochi nel suo paese di origine e anche in certi ambienti statunitensi, al punto che nel 2020 gli è stato revocato il visto per gli USA. Ha costruito in un trentennio una rete accademica estesissima: insegna al Goldsmith College di Londra, dove ha istituito il Centre for Research Architecture, ma ha insegnato all’Accademia di Vienna, alla Bartlett di Londra, alla Staedelschule di Francoforte, a Princeton, all’ETH di Zurigo, al Bard College di New York. 

Ha scritto decine di libri, e tra questi, nel 2007, Hollow Land – pubblicato in Italia da Bruno Mondadori con il titolo Architettura dell’occupazione –; descriveva la natura “elastica” delle politiche coloniali israeliane, simili  più a un “caos organizzato”, praticato da una molteplicità di attori, che a una accurata pianificazione ordita da uno stato centrale. Le strategie di espansione attraverso gli insediamenti, la continua riorganizzazione spaziale della frontiera, la dimensione verticale del controllo sui Territori Occupati, dalle falde acquifere alle infrastrutture di comunicazione allo spazio aereo, configuravano una trasformazione violenta e ininterrotta, governata dall’interazione a volte contraddittoria e persino anarchica di giovani coloni, esercito israeliano, grandi capitali esteri e locali, politici, compagnie del telefono, dipartimenti universitari, media, Alta corte di giustizia israeliana, ministeri. Nei decenni in cui Ariel Sharon raggiunse il culmine dei suoi macabri successi militari e iniziò la sua ascesa politica nel Likud, tra gli anni Sessanta e Settanta, gli insediamenti israeliani erano ufficialmente dichiarati illegali e si localizzavano sul territorio in maniera imprevedibile, secondo logiche e piani divergenti che finivano per sovrapporsi. Lo Stato evitava così di assumersene la responsabilità, in modo da potere negoziare a livello internazionale senza dover rispondere di essi, ma adottava una politica di sostanziale laissez faire giustificata da storiche sentenze dell’Alta corte di giustizia israeliana, che sanciva l’inevitabilità delle occupazioni per motivi di sicurezza o pubblica utilità. 

Weizman non ha mai smesso di studiare “questa forma di distruzione, praticata mediante una specifica modalità di violenza esercitata sullo spazio”. L’oggetto delle sue ricerche è sempre stato il campo della de-costruzione, la comprensione dei mondi che sono stati distrutti e cancellati dalle decisioni degli architetti: “Ho usato le mie conoscenze sul campo per documentare la matrice di insediamenti, basi militari, strade, prigioni, posti di blocco, zone cuscinetto, recinzioni e muri che hanno contribuito a creare un letale meccanismo di separazione spaziale o apartheid. È sui tavoli da disegno degli architetti che hanno preso forma i peggiori crimini della colonizzazione”.

Ungrounding, il suo ultimo libro appena uscito in Italia per Rizzoli nella traduzione di Gioia Guerzoni, parla naturalmente dell’attuale genocidio a Gaza, ma lo fa, per l’appunto, dal punto di vista architettonico. “Ungrounding” significa fare tabula rasa di un luogo, cioè renderlo totalmente irriconoscibile, non lasciare nessuna traccia sul suolo di quella che era la situazione preesistente, dagli edifici ai campi agricoli, dalle recinzioni e le strade a tutto quello che si trova sotto la superficie terrestre. Secondo Weizman, il deserto monocromo di terra rivoltata che ora possiamo vedere anche su Google Maps è la vera e propria firma del genocidio, perché non è il risultato dei combattimenti, ma il suo vero obiettivo. L’esercito israeliano dopo avere bombardato, sparato, sfollato, incendiato ha sistematicamente distrutto non solo ogni infrastruttura che potesse garantire la prosecuzione della vita, ma anche ogni riferimento visivo, perché i palestinesi non abbiano più la possibilità di ricostruire, o meglio non possano neppure riconoscere i luoghi a cui tornare. I bulldozer spostano continuamente i cumuli di macerie, incuranti degli oggetti e dei corpi che vi sono mischiati, plasmandoli in un paesaggio variabile di collinette e spianate, un labirinto di polvere grigia pensato per disorientare. 

I vent’anni che separano questo libro dal precedente hanno rivoluzionato non soltanto la scala e la struttura dell’aggressione israeliana – evidentemente ora la “strategia senza stratega” dell’occupazione d’antan è stata sostituita da una piena e totale pianificazione dello Stato – ma anche la forma della ricerca di Weizman. Hollow Land era un saggio travolgente fondato sugli archivi, sullo studio storico, su indagini colte e sulla decodificazione delle leggi e delle sentenze di diritto nazionale e internazionale che permettevano di portare avanti delle politiche ambigue. Ma la storia e l’inchiesta risultavano campi troppo angusti per l’ambizione del Weizman attivista: per quanto efficaci sotto il profilo dell’informazione, i prodotti del suo lavoro non gli consentivano di ottenere l’agency di cui era disperatamente alla ricerca. Così nel 2010 ha fondato a Londra Forensic Architecture, l’agenzia investigativa fondata sulle conoscenze e le tecnologie legate all’architettura e allo spazio per indagare sulla violenza di Stato. Grandissima parte dell’attività di questa struttura è rivolta alla raccolta e all’analisi di testimonianze dirette e indirette sui conflitti perpetrati ai danni delle popolazioni non solo della Palestina, ma anche nel resto del mondo, dalla Colombia alla Turchia. I materiali accumulati costituiscono prove difficilmente confutabili dell’efferatezza delle guerre contemporanee, quelle che i governi dichiarano ai propri nemici interni o esterni. La loro funzione è sempre più preziosa – e quindi sempre più temuta – nelle aule dei tribunali, come per esempio è accaduto per il caso Sudafrica contro Israele alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, a cui Forensic Architecture ha intensamente contribuito.

Il terzo capitolo di Ungrounding, quello dedicato alla distruzione sistematicai questi ultimi tre anni, è in parte il frutto di quel lavoro, e documenta alcuni dei casi più eclatanti che sono riusciti a sopravvivere alla furia annientatrice di Israele – dalle stragi nell’ospedale di Al-Shifa, all’uccisione della piccola Hind Rajab mentre dei soccorritori, anche loro poi assassinati, tentavano di recuperarla dall’auto dove, impaurita, giaceva circondata dai cadaveri di sei suoi parenti. Migliaia di filmati e di audio registrati – spesso al prezzo della vita da giornalisti o cittadini palestinesi – sono stati archiviati e utilizzati da Forensic Architecture per contrastare l’opera di disinformazione sistematica operata da Israele, sia con l’eliminazione diretta dei reporter sia attraverso la manipolazione dei video operata da apposite unità militari addette alla legittimazione dei fatti più crudeli.

In questo senso Ungrounding appare come un’opera speculare e complementare al film Naza: là l’orrore è documentato dalle voci adulterate e dai volti semioscurati dei soldati e membri delle unità speciali israeliane, intente a illustrare l’interfaccia di Lavender, il programma di AI che individua i presunti membri di Hamas da colpire e calcola il numero di “effetti collaterali” che potrebbero morire con lui. Weizman fornisce consistenza alla voce delle vittime, localizzandole nel contesto materiale e strutturandole in vere e proprie armi legali e fonti storiche, utilizzabili nel presente e nel futuro.

Tuttavia i Weizman non rinuncia lla ricostruzione storica, e il senso generale del libro acquisisce gran parte della sua potenza ed efficacia dalla cornice storica dei primi due capitoli, dedicati rispettivamente alla Nakba, quando ebbe luogo il primo tentativo di deportazione dei palestinesi nel deserto del Sinai, e ai lunghi decenni che hanno trasformato Gaza in una grande prigione. Nel primo, intitolato Suolo, Weizman mostra come già allora la pressione sionista avesse l’obiettivo chiarissimo di impossessarsi per sempre della parte fertile di Gaza, quella a nord del fiume Wadi Gaza, e di stravolgere ogni elemento del territorio in modo che i Palestinesi non avessero più una terra a cui tornare. I piani prevedevano mappature accuratissime del clima e della composizione del suolo e tecniche di fortificazione rapida per i kibbutz. Subito dopo avere cacciato con la forza gli abitanti di un villaggio, i soldati-agricoltori cominciavano a coltivare i terreni arando nel senso inverso, eliminando e ripiantando siepi, frutteti, disegnando geografie nuove e sparando a vista a chiunque tentasse di oltrepassare il confine di sicurezza come poi faranno i nostri contemporanei, loro successori.

Il secondo capitolo, Sottosuolo, è invece il racconto, a tratti esaltante, della fitta e articolata trama di cunicoli sotterranei che i gazawi, esperti scavatori di pozzi, hanno incessantemente costruito e ricostruito per sfuggire al regime di controllo totale e penuria cui Israele li ha sottoposti nell’ultimo mezzo secolo. Il sottosuolo è stato a lungo la vera ossessione di Israele, perché non è mai riuscito a dominarlo appieno, ed è diventato a poco a poco il luogo della resistenza incoercibile e della produzione di una ricchezza a momenti persino smodata per chi li controllava. Nel momento di massima efficienza i tunnel offrivano lavoro a migliaia di persone, spostavano merci a un ritmo impensabile e di fatto fornirono materiale da costruzione in tale abbondanza (la terra e la sabbia andavano riciclate velocemente per non fare insospettire l’occhio di Sauron israeliano) da edificare una trama densissima di palazzoni, grattacieli e persino resort.

Probabilmente tutti, in un modo o nell’altro, ricordano le parole che il ministro Smotrich ha pronunciato in tv, ridendo, riguardo al lucroso futuro del territorio di Gaza: “C’è un business plan elaborato dalle persone più professionali qui ed è sulla scrivania del Presidente Trump, e questa cosa sarà una miniera d’oro immobiliare. Non sto scherzando, è redditizio. Ho avviato le negoziazioni con gli americani, e non sto scherzando, visto che abbiamo speso molti soldi per questa guerra, dobbiamo spartirci la percentuale sulla commercializzazione dei terreni a Gaza. Abbiamo completato la fase di demolizione, che è sempre la prima fase del rinnovamento urbano. Ora dobbiamo costruire, che è molto più economico”. Ci sono architetti di fama mondiale già in fila per progettare la “rigenerazione urbana” di Gaza.

Leggere Weizman è fondamentale non solo per capire la portata della distruzione ai danni dei palestinesi, ma anche per acquisire una consapevolezza ulteriore: che i crimini commessi al tavolo di disegno dagli architetti riguardano noi tutti. 

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Lucia Tozzi

Lucia Tozzi è studiosa di politiche urbane e giornalista freelance. Il suo ultimo libro è L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane (Cronopio 2023).

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