Una prima scoperta genera un nuovo pensiero, e poi un collegamento inaspettato e poi altri ancora. La felicità è anche la gioia di imparare cose nuove; in questo caso, su portoghesi, genovesi, sull’origine della parola “belin” e soprattutto su scimmie ninfomani e dispettose – il tutto a partire da un racconto di Bukowski.
Sono felice quando imparo qualcosa che ignoravo, la definizione precisa, unica e irripetibile di un oggetto, come potrebbe essere l’ingegno della serratura, o qualsivoglia altro termine tecnico che non conoscevo; ciò avviene per il perfezionarsi di una sorta di spirito positivista che alligna in me, ignoro se a cagione degli avi, che magari si saranno anche dilettati, oltre che alle pratiche spiritistiche e al gusto per le cineserie (mode che impazzavano in una certa classe sociale sul declinare del XIX secolo), alle novità pre-capitalistiche figliate dall’invenzione del motore a scoppio (non a caso creatura degli ingegneri Barsanti e Matteucci), del telefono, del fonografo, della lampadina e persino dell’automobile. Sono vieppiù felice, sono felice totale quando, appreso qualcosa che ignoravo, aneddoto, storia certificata, curiosità, minuzia non fa differenza, la scoperta genera nella mia mente un successivo pensiero in cui la novità si collega a qualche altra nozione che covavo in me; questa è la vera felicità, quella che discende dall’esercizio della nobile cavalleria intellettuale. La più recente felicità che ho provato è legata a un pensiero deduttivo in cui ho collegato con gran soddisfazione il racconto di Bukowski dal titolo Dodici scimmie volanti che non volevano fornicare come si deve, presente nell’opera dall’eloquente titolo Storie di ordinaria follia. Erezioni, eiaculazioni, esibizioni all’antico Banco di San Giorgio di Genova e alla storia della colonizzazione portoghese delle Indie nonché del Brasile. Ora, il lettore si chiederà: ma che c’azzecca l’espansione coloniale del Regno del Portogallo ai tempi del Re Enrico il Navigatore, siamo nei primi anni del Millecinquecento, con le dodici scimmie volanti dedite alla copula del gustoso frammento scritto da Bukowski nel 1972? Cosa avrà mai rallegrato la scrivente?
Quando i portoghesi principiarono a solcare gli oceani, le spedizioni erano finanziate dal Banco di San Giorgio di Genova. Il Banco era stato fondato nel 1407, come primitiva istituzione finanziaria, dalla Repubblica di Genova per consolidare il debito pubblico. Il Banco gestiva la fiscalità della città e il risparmio privato, erogava prestiti, soprattutto in campo marittimo-commerciale. I portoghesi si trovarono talmente bene con i genovesi che, una volta scoperto il Brasile ed essersi espansi in Sud America, giunsero a Genova maestranze altamente qualificate, maestri d’ascia e marinai. Nel corso del XVI secolo i marinai di ritorno dalle terre lontane riportavano per il diletto delle genti animali esotici. Si pensi al quadro del Longhi con il rinoceronte. A Genova, precisamente in Piazza Banchi, arrivò non dal Brasile bensì dall’Indonesia un gruppo di povere scimmiette. Le sciaguratelle furono esposte al pubblico ludibrio e alla curiosità dei genovesi in un gabbione. I marinai portoghesi alla domanda di che razza fossero risposero “Belanda”. Le scimmie belanda erano probabilmente le Nasiche originarie del sud-est asiatico. Queste si riconoscono per una sorta di brutto naso a proboscidina più o meno lungo, in gergo appendice nasale pendula, di lunghezza variabile, che negli esemplari di sesso maschile può raggiungere ben diciassette centimetri. Pare che la funzione di questo speciale naso sia quella di rendere più tonitruante il richiamo del maschio, facilitandolo nel corteggiamento. Recluse nel gabbione a due passi dal porto, le nasiche, in preda alla noia e sicuramente spaesate, strappate alla giungla, deportate in mezzo a un mercato dove tutti gridavano, si dedicavano al sesso. Le donne ammiravano estasiate le performance sessuali di tipo aereo dei primati, ne ridevano di gusto, finendo per paragonare i disgraziati nasi penduli delle belande alle più familiari appendici dei propri mariti o amanti. Da questa vicenda taluni sostengono che discenda il termine dialettale belin, che come tutti sanno, identifica l’organo riproduttivo maschile. Da belin-belino discende abelinato nel senso di stordito e belinata intesa come sciocchezza.
Vivo a pochi passi da Piazza Banchi dove ancora oggi sorge l’antico Salone delle Compere che un tempo bruliucava di commerci, dove furono esposte le scimmie belanda, la piazzetta dove un ferramenta vende le proprie mercanzie nel corpo della chiesa di San Pietro, appaltata ora a devoti indiani, anche se ignoro se induisti, ma potrebbe essere, pertanto avranno piazzato in chiesa il lingam di Shiva, dove circa un secolo dopo le copule volanti delle scimmie, nel 1682, il compositore Alessandro Stradella, gran tombeur des femme, venne pugnalato a morte, pare per una questione di corna.
Dopo aver letto la storia delle scimmie belanda mi è venuto in mente il racconto di Bukowski, nel quale uno scrittore, presumibilmente lui stesso come quasi sempre nei suoi lavori, deve scrivere un racconto su commissione a tema “dodici scimmie volanti che non vogliono fornicare come si deve”, ma non ci riesce perché si sbronza. La trama mi aveva conquistato, frutto di un delirio alcolico con un’altissima percentuale di simpatia, perché sono certa che l’autore, come suo solito, si sia divertito a prendere in giro i sedicenti intellettuali.
Le scimmie mi hanno sempre affascinato, sarà perché posseggo una foto che risale al 1872 nella quale il mio bisnonno Riccardo, il nonnino di mia madre, rimprovera con l’indice alzato un brutto babbuino che sta su un trespolo; era la sua scimmietta Kibbiscia l’affricana – all’epoca si diceva Affrica con due effe –, regalo che gli era stato fatto per rallegrare la sua convalescenza da tifo trascorsa nella villa di campagna di Orvieto (la storia, già accennata su queste pagine, si può trovare estesamente nel libro Tutta mio padre).
Le gesta della scimmia si tramandarono nella mia famiglia per circa un secolo, così ebbi modo di ascoltare il racconto delle sue monellerie. L’Affricana veniva ricordata per le sconcezze di natura sessuale che compì in villa, nell’ordine: spencolarsi dai lampadari emettendo suoni gutturali e praticando l’autoerotismo, una volta addirittura sul testone pelato del Presidente del Tribunale di Orvieto nonché di altri notabili; orinare dai tendaggi sugli ospiti accomodati in salotto in attesa che fossero serviti caffè e liquore, compresa la prozia marchesa venuta da Perugia che in seguito all’incidente spirò anzitempo nel volgere di poche settimane; inseguire le domestiche, povere ragazzette, strappandogli le gonne di dosso; cavalcare armata di un frustino i pastori tedeschi. Ma l’intrapresa più mirabolante di cui si macchiò la brutta scimmietta fu quello di rapire una neonata, portata in villa da certe contadine che erano venute per un imprecisata urgenza. L’innocente fu ghermita dalla scimmia e portata in cima al cedro del Libano, albero possente e ben sviluppato. Trascorsero quasi una giornata intera, nel lucore accecante dell’estate, la famiglia tutta, la servitù e i villici ai piedi dell’albero con il naso all’insù, spiando le mosse della scimmia, tremando al pensiero che la neonata precipitasse da un momento all’altro, sfracellandosi fra la fontana e il roseto. A nulla valsero i reiterati richiami del bisnonno, la scimmia faceva spallucce, balzava da un ramo all’altro, l’infante stretto al seno, le contadine piangevano sgranando i rosari. La mamma della piccina ebbe un malore, la portarono in cucina ove fu rianimata con i sali inglesi. Finché, a metà del pomeriggio, non fu convocato il prete. Questi giunse seguito dai chierichetti, portavano in processione l’effige di San incenzo Ferrer patrono del borgo, sembrandogli offensivo ostendere il Santissimo all’indirizzo di una scimmia.
San Vincenzo compì il miracolo, la malnata si risolse a scendere dalla cima del cedro, con balzi eleganti consegnò la neonata nelle braccia del bisnonno. In seguito al fattaccio Kibbiscia fu portata a Roma nella casa del bisnonno che stava in un palazzo a Via Volturno. Di lei si persero le tracce. Non esiste una sua tomba, anche se ho sempre pensato che l’abbiano seppellita nel giardino della villa nel cimitero dei cani sotto falso nome.
Una quindicina di anni dopo quando nacque il primogenito del mio bisnonno, a sentire mio nonno Francesco, la neonata salvata da San Vincenzo fu assunta come balia asciutta dell’erede. Marina questo era il suo nome, morì quasi centenaria dopo una vita piena di soddisfazioni. Ci sono ancora le piccole felicità quotidiane che son piccoline ma importanti, ogni mattina mi sveglio felice, perché come i cani realizzo che non sono morta nel sonno. Per il dono della vita anche per oggi grazie.