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Martino Mazzonis

Le conseguenze della guerra ideologica in USA e la crisi della democrazia. Intervista a Judith Butler

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Oggi si terranno le elezioni midterm e gli Stati Uniti sono un paese sempre più diviso, con una tenuta democratica fragile, segnata da anni di contrapposizioni ideologiche e violenze istituzionali. Ne abbiamo parlato con Judith Butler.

Parlando con Judith Butler della situazione della democrazia americana è difficile non pensare alle elezioni di midterm che si tengono oggi. All’uscita da una lezione davanti a una cinquantina di dottorande e dottorandi che hanno posto questioni teoriche e metodologiche complicate, si siede su una poltrona del salone antistante l’aula. Siamo a Palazzo Vegni, la sede fiorentina della Scuola Normale Superiore di Pisa dove  Butler è stata dove è stata ospite durante il mese di ottobre. L’abitudine alle interviste e all’essere spesso oggetto di polemica, che si tratti del suo lavoro o delle sue parole sul conflitto israelo-palestinese, rendono semplice il lavoro di chi pone le domande. 

Filosofa, femminista, studiosa delle questioni di genere, Butler esprime preoccupazione per la situazione del suo Paese. Tra anni fa ha scritto  Who’s afraid of gender? (Chi ha paura del gender?, Laterza, 2023), libro in cui decostruiva l’idea che esistesse una “ideologia di genere”, un concetto, semmai, coniato da coloro che ritengono che di genere non si debba parlare. Durante la campagna elettorale per le elezioni di metà mandato, il partito repubblicano ha ripreso tutto l’armamentario polemico “anti-gender”. 

“L’ideologia di genere è un’invenzione di coloro che si oppongono al concetto, alla parola, agli studi e alle politiche di genere. Non esiste nessuna ideologia. Esiste piuttosto un insulto, formulato e perpetrato dall’opposizione di destra, ai diritti di gay, lesbiche e trans, al femminismo, alle leggi antidiscriminazione, alle leggi contro le molestie, alle politiche pubbliche e alle leggi contrarie alla violenza sessuale o al femminicidio. Si tratta di una formula usata per sminuire e respingere ricerche accademiche e politiche sociali che si basano sul concetto di genere o che cercano di comprendere le relazioni di potere tra uomini e donne e il modo in cui genere e sessualità vengono affrontati nella società. Si tratta di una spinta originata al di fuori degli Stati Uniti in reazione a tendenze intellettuali e politiche sociali sviluppate negli Stati Uniti.

Possiamo far risalire le origini del movimento alla Russia, all’Argentina, al Cile, a vari teologi e politici della destra conservatrice. Credo però che alcuni stati autoritari abbiano sfruttato e aumentato la paura della perdita dei valori tradizionali per accrescere il potere che l’ordine costituzionale attribuisce loro e ridimensionare le istituzioni democratiche.

Sono trascorsi più o meno tre anni dalla pubblicazione di Who’s afraid of gender.  Quali sono state le conseguenze di questa guerra ideologica?

Negli Stati Uniti avevamo una tutela costituzionale per l’aborto. Era un diritto della donna scegliere. E ora, dopo una sentenza della Corte Suprema che contraddice quella che aveva invece sancito quel diritto, quella tutela costituzionale non c’è più. Con il secondo mandato di Trump ci si è spinti oltre, cercando di imporre all’istruzione, alla ricerca finanziata con fondi pubblici e ai tribunali l’idea che il genere sia una categoria illegittima, che non debba essere insegnata e neppure essere utilizzata nelle politiche pubbliche.

Questa amministrazione ha anche smesso di rilasciare passaporti che consentono di indicare persone non binarie o trans. E questo, credo, ha creato molte difficoltà a molte persone trans che desiderano viaggiare senza rinunciare alla propria identità. Chi ha richiesto il passaporto durante l’amministrazione Biden restano validi, ma ottenere un nuovo passaporto è impossibile. Bisogna conformarsi al sesso assegnato alla nascita. Assistiamo poi a profondi cambiamenti nell’istruzione primaria e secondaria, per cui i bambini e i giovani non possono imparare a conoscere la vita di gay e lesbiche. Non possono imparare a conoscere il femminismo o la lotta per il voto alle donne, né la storia della schiavitù o quello che viene definito razzismo sistemico negli Stati Uniti. Molti stati hanno adottato nuove regole su cosa si può insegnare e cosa invece no. In alcuni casi, non ci è nemmeno permesso spiegare il massacro dei nativi americani o l’arrivo degli schiavi negli Stati Uniti come parte della nostra storia. 

Da presidente, Obama ha provato ad aprire una discussione sulla storia nazionale, riteneva importante che venisse insegnata affinché potessimo essere critici nei confronti di quella tradizione e diventare un paese diverso. Trump al contrario non vuole che venga insegnata perché ne danneggia la reputazione. C’è una lunga lista di parole che non possiamo usare e “genere” è solo una di queste come esiste una lunga lista di libri considerati inaccettabili.

In qualche modo si è assistito a un’istituzionalizzazione del discorso sull’ideologia di genere. Il Segretario alla Difesa, Pete Heghseth, dice spesso di voler ripulire l’esercito da “transessuali, strani, gente con poco testosterone”. Quando questo tipo di discorsi proviene da una posizione di rilievo, chiunque si sente autorizzato a dire qualsiasi cosa…

Mi viene da scherzarci: Hegseth parla della composizione delle forze armate. Lui vuole uomini veri, e se non sono ancora abbastanza virili, vuole che prendano testosterone. Sta imitando quello che fanno gli uomini trans. Sta prendendo spunto dalla mascolinità trans per aiutare l’esercito a diventare più maschile. È molto interessante quando gli uomini etero iniziano a imitare gli uomini trans per raggiungere una mascolinità più appropriata. 

Parlando più seriamente: i suoi discorsi hanno effetti che vanno ben oltre la politica militare. È lecito dire che qualcuno è strano? È lecito dire che quest’uomo che non è sufficientemente maschile è in qualche modo debole o stupido o può essere facilmente denigrato o liquidato? È una cultura del ridicolo e del disprezzo che si riproduce ai più alti livelli di governo.

A proposito di insegnamento e libri rimossi dalle biblioteche, cosa è stato l’attacco alle università? 

È importante ricordare che entrambi gli Obama hanno un’ottima istruzione. Hanno studiato ad Harvard, si sono distinti nei loro ambiti, sono intellettuali. Sono neri e hanno raggiunto traguardi importanti. Al netto di diverse cose non condivisibili, per molti l’elezione di Obama è stata una rivoluzione culturale: un presidente nero, elegante, intelligente, ben visto a livello internazionale.  Trump è sempre stato geloso, furiosamente geloso,   dell’ammirazione nei confronti di Obama. E credo che lo abbia chiarito in diverse occasioni. Ma Obama rappresentava anche un sistema educativo che si era evoluto nel tempo per garantire che le persone di colore potessero avere successo in quelle istituzioni che tradizionalmente sono state discriminatorie ed escludenti.

C’è poi una rabbia anti-intellettuale: chi sono queste élite che vanno ad Harvard, che parlano in un certo modo e che guardano dall’alto in basso tutti gli altri? Credo che la rabbia nei confronti delle politiche di affirmative action (ndr: le politiche che promuovono la partecipazione di persone con certe identità etniche, di genere, sessuali e sociali in contesti in cui sono sottorappresentate), delle politiche sociali antirazziste e dell’istruzione superiore come baluardo della politica liberal sia molto radicata. I sostenitori più ferventi di Trump esibiscono con orgoglio la volgarità: in assenza di un sistema pubblico di istruzione superiore solo i ricchi si possono permettere una buona università. Il trumpismo ha usato questo argomento per parlare alla classe operaia, gli anti-intellettuali e coloro che ritengono che i migranti e le minoranze abbiano opportunità che ai lavoratori bianchi non vengono concesse. 

Questo risentimento è forte  anche contro il femminismo. Cos’è questa storia dei trans? Cos’è questo genere? Si raccontanoquesti temi come provenienti da istituzioni d’élite, dai programmi di affirmative action, diversità, equità e inclusione (DEI), dagli intellettuali di sinistra, sia nel giornalismo che nell’istruzione, che molto spesso insistono su  storie di oppressione o di emancipazione.

C’è rabbia, rabbia populista di destra, per la disoccupazione, la difficoltà di possedere una casa o di pagare i propri debiti, l’impossibilità di lasciare il proprio patrimonio ai figli. Ma quell’indebitamento,  i lavori precari, la perdita della sicurezza finanziaria a lungo termine, sono dovuti alle trasformazioni sociali prodotte dalla forma presa dal capitalismo contemporaneo. Quei cambiamenti si sono prodotti in una fase in cui  si ottenevano risultati positivi sul fronte delle politiche anti-discriminatorie. La politica dei diritti civili e quella dei diritti sociali sono andate a due velocità diverse e la destra ha usato gli avanzamenti su quel fronte per spiegare gli arretramenti sul fronte economico e sociale.

È successo qualcosa di simile anche in relazione alle migrazioni: se stai peggio è colpa dei nuovi arrivati…

Non possiamo e non dobbiamo sottovalutare l’enorme risentimento di destra o populista che ne è derivato. Sta a noi affrontare la questione in qualche modo. Potremmo semplicemente dire che sono discorsi stupidi, ma in tal caso è proprio quello che ci si aspetta. Semplicemente, a mio avviso, chi è infelice per la propria condizione individua le cause della propria infelicità nel posto sbagliato.

Come hanno reagito le università alla stretta dell’amministrazione Trump? E, nel caso, come avrebbero dovuto reagire?

Molte università erano terrorizzate. Non erano preparate all’idea che i finanziamenti governativi potessero essere usati come minaccia contro di loro. Trump si è reso conto di poterle distruggere ritirando i finanziamenti federali per la ricerca scientifica, per lo studio delle lingue, gli studi sul Medio Oriente e tutte le diverse aree di ricerca che tradizionalmente hanno ricevuto finanziamenti pubblici. Le università hanno finito con l’essere ostaggi, poste di fronte al ricatto di conformarsi alle richieste dell’amministrazione e il taglio del finanziamento pubblico.

Molte università, soprattutto quelle pubbliche, dipendono dai finanziamenti federali per sopravvivere. Alcune avrebbero dovuto affrontare tagli massicci o chiusure, e hanno scelto di  arrendersi a queste richieste di censura, che includono, ovviamente, l’accusa di antisemitismo nei confronti di giovani manifestanti o docenti che protestano contro il genocidio a Gaza. L’amministrazione Trump ha quindi preteso che coloro che partecipavano alle proteste, che sono un diritto costituzionale e un diritto umano, venissero puniti. E se coloro che prendevano parte alle manifestazioni  non fossero stati puniti, e se non fossero state introdotte nuove politiche d’ordine nei campus, le università avrebbero perso i finanziamenti. Ma opporsi a un genocidio in Palestina non è antisemitismo. Accusare lo Stato di Israele di non rappresentare i valori ebraici non è antisemitismo. Potrebbe anzi essere un modo per salvare gli ebrei da chi cerca di di rappresentarli tutti, in modo omogeneo, senza operare distinzioni. In questo caso, l’accusa di antisemitismo è stata mossa contro queste università semplicemente perché consentivano ai loro studenti e professori di protestare..

In genere non si limita il diritto degli studenti che desiderano protestare. Contro le proteste legate a Gaza è intervenuta la polizia, non di rado in maniera violenta. Molti studenti hanno perso la possibilità di studiare e alcuni hanno perso il visto e hanno dovuto lasciare il paese. Diversi college e università hanno ceduto alla prepotenza del governo; non sono state in grado di fare fronte comune. , Alcune istituzioni sono state più coraggiose, ma è anche vero che alcune di esse sono tra le più ricche e potenti. 

C’è consapevolezza del pericolo che questo clima rappresenta? O c’è una sorta di normalizzazione, sia degli attacchi che dell’idea di limitare il diritto di protestare, di diffondere paura nelle comunità, privare le persone dei loro diritti, di attaccare le istituzioni?

Entrambe le cose. Credo che ci siano molte persone a sinistra che reagiscono con forza a questo processo di normalizzazione dell’autoritarismo. Reagiscono con veemenza proprio perché questa normalizzazione è sotto gli occhi di tutto. Avremo ancora il diritto all’habeas corpus, di sapere qual è l’accusa contro di noi se veniamo arrestati, di poterci presentare di persona in tribunale per ascoltare le accuse e presentare prove contrarie o dare la nostra versione dei fatti? Abbiamo perso tutele legali fondamentali che sono parte integrante della definizione e dello spirito stesso della democrazia. Riusciremo a recuperarle? Gli immigrati, i rifugiati godranno degli stessi diritti dei cittadini? Avranno accesso agli stessi diritti costituzionalmente garantiti e questi diritti saranno ancora presenti?  Sono domande ad oggi senza risposta. 

Viviamo dunque nella grande paura che quella che credevamo fosse una democrazia non lo sia più. E anche se, a ragione, abbiamo criticato la democrazia americana considerandola insufficiente e perfettibile, oggi stiamo perdendo la speranza di migliorarla perché siamo impegnati a lavorare per difendere o ripristinare quel che avevamo. D’altro canto, ci sono grandi movimenti e mobilitazioni spontanee, contro i data center, ci sono i gruppi di quartiere contro le ronde dell’ICE, avvocati che lavorano pro bono per aiutare le persone minacciate di deportazione. Esistono organizzazioni per i diritti umani e civili che cercano di fermare le deportazioni e di chiedere conto al governo. Infine credo che stia emergendo un’idea rinnovata di socialismo, un socialismo dal volto molto umano, non basato su un’idea stato-centrica, che si concentra su grandi questioni come la casa, l’assistenza sanitaria, l’istruzione. Ci si chiede: non abbiamo tutti il diritto di vivere in un mondo in cui possiamo ricevere un’istruzione adeguata, accedere a una buona assistenza sanitaria e avere un alloggio dignitoso? Quali sono gli elementi fondamentali della nostra vita che vogliamo preservare? Sto assistendo a movimenti molto belli, soprattutto tra i giovani, a critiche ponderate nei confronti di Israele e a una rivisitazione della storia di quella regione, nonché a mobilitazioni contro la guerra che pure, a mio avviso, potrebbero essere più incisive. Un rinnovamento del femminismo alla luce di atti ricorrenti di violenza e predazione sessuale.

Anche la coalizione che Trump pensava di avere costruito mi pare sgretolarsi. E il Partito Democratico è stato costretto a spostarsi a sinistra. Osservo queste due tendenze con grande interesse. Non ho perso la speranza. Non ho affatto perso la speranza.

Martino Mazzonis

Martino Mazzonis è giornalista, collabora con numerose testate, e si occupa soprattutto di Stati Uniti. Il suo ultimo libro, in coppia con Giovanni Borgongnone, è Tea party. La rivolta populista e la destra americana (Marsilio, 2012).

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