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Eleonora Dragotto

Le sex worker sono lasciate sole davanti alla violenza

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Peccato

Il lavoro sessuale in Italia non è illegale, ma resta privo di riconoscimento e tutele. Dal 1958 è regolamentato dalla legge Merlin, che di fatto spinge le sex worker all’isolamento, rendendole più vulnerabili ad abusi, discriminazioni e femminicidi.

Con mani bianchissime, un top in ecopelle nero e diversi tatuaggi, sfoglia le grandi pagine di una rivista di fotografia. Ardens (nome d’arte) si trova tra i muri parzialmente intonacati del centro culturale di Venezia, Casa Puntocroce, dove lei e altre sex worker si sono date appuntamento per parlare di violenza e discriminazioni. 

Pur non essendo di per sé illegale, in Italia il sex work (cioè il lavoro sessuale svolto per scelta e senza costrizione) non è ufficialmente riconosciuto. Dal 1958 è regolamentato dalla legge Merlin, che, oltre a rendere illegali le case chiuse e condannare lo sfruttamento della prostituzione, ne criminalizzò il favoreggiamento, impedendo di fatto alle prostitute persino di lavorare insieme nello stesso appartamento. Costrette a nascondersi per poter esercitare, le sex worker sono così isolate e, quindi, più vulnerabili. Gli abusi da parte dei clienti, ma anche le discriminazioni e le umiliazioni subite da parte di vicini, parenti o conoscenti, purtroppo, sono frequenti. E non mancano nemmeno i casi di femminicidio. Quelli di Vasilica Potincu, uccisa a Legnano (Milano) lo scorso maggio, e di Ana Maria Andrei e Maria Denisa Paun, per le quali poche settimane fa è iniziato il processo a Vasile Frumuzache, sono solo gli ultimi di una lunga serie. 

Nemmeno chi fa sex work online è immune alla violenza. Lo spiega Ardens, che ha 25 anni e vive a Roma occupandosi soprattutto di pornografia digitale. “Il mio, non prevedendo incontri di persona, è sicuramente un settore privilegiato e maggiormente protetto”, dice, la frangetta metà bianca e metà nera. “Nonostante questo, io e le mie colleghe subiamo quotidianamente violenza verbale sui social, dove peraltro a volte i nostri profili, proprio perché facciamo lavoro sessuale, vengano segnalati in massa”. Anche stalking e minacce sono frequenti. “È molto comune il furto dei nostri contenuti espliciti, che vengono poi diffusi senza il nostro consenso”. Da questo punto di vista, piattaforme come OnlyFans non tutelano in alcun modo le sex worker e, anzi, contribuiscono al loro isolamento attraverso meccanismi che alimentano la competizione tra creator. “Non solo il watermark su foto e video è molto piccolo e quindi facilmente ritagliabile, ma non c’è nemmeno un blocco per gli screenshot”. Secondo Ardens, violenza e discriminazioni sono frutto di pregiudizi che riguardano tanto le persone comuni quanto le istituzioni. “Lo stigma che ci colpisce è fortissimo. Mi è capitato, ad esempio, di ricevere commenti inappropriati dagli agenti della polizia postale a cui mi ero rivolta per sporgere una denuncia”. Ardens si è sentita trattata con un atteggiamento paternalistico e infantilizzante, nonostante la sua attività, per cui paga regolarmente le tasse, sia perfettamente legale. 

La drammaticità dei temi discussi nella casa veneziana di Campo San Giacomo non riesce a scalfire l’atmosfera di festa. Insieme a tante alleate (donne e ragazze che le sostengono), le sex worker si confrontano, chiacchierano animatamente, cantano. Nel cortile dove l’erba cresce delimitata da un muretto di mattoni rossi, è seduta Angie, cappello a tesa larga bianco e fuseaux rosa fragola. A differenza di Ardens, lei, donna trans sudamericana, non lavora online, ma riceve i clienti in appartamenti affittati, che cambia ogni due settimane. “Un giorno è venuto un vecchio disposto a pagarmi un sacco di soldi per stare con me diverse ore”, ricorda. “All’inizio ho accettato, ma poi lui continuava a gridarmi insulti e a volermi fare di tutto. Dopo un po’ non lo sopportavo più e sono andata via”. Il suo, come confermano diverse sue colleghe, non è un caso isolato. Per chi lavora in strada, poi, è addirittura comune. Ci sono clienti che pur ricevendo la prestazione richiesta si rifiutano di pagare. E altri che cercano di avere rapporti senza preservativo. Alcuni arrivano a commettere rapine e aggressioni vere e proprie.

Elettra Arazatah, presidente dell’associazione Swipe, da uno scalino parla a un gruppetto di ragazze che le chiedono informazioni su come proteggersi. “Personalmente, quando ho iniziato, il fatto di essere italiana mi ha protetto molto”, spiega, caschetto corvino e rossetto scarlatto. “Le persone straniere o queer, infatti, sono sicuramente più soggette alla violenza a causa di forme di razzismo e feticizzazione interiorizzate”. Denunciare, d’altra parte, non è così facile. “Innanzitutto il rischio di non essere prese sul serio dalla polizia per noi è altissimo. Ma poi molte, comprensibilmente, non vogliono registrarsi come prostitute in un atto pubblico. Per vari motivi, il rapporto con le autorità è estremamente problematico”. 

I tanti volti della violenza 

Nel 2020 Paola Degani, ricercatrice dell’Università degli Studi di Padova, e Gianfranco Della Valle, coordinatore del numero verde in aiuto alle vittime di tratta (800 290 290), hanno condotto uno studio intitolato I femminicidi delle prostitute in Italia, analizzando quelli avvenuti tra il 1988 e il 2018. In trent’anni sono state uccise 588 lavoratrici sessuali, si legge nel documento pubblicato su AG (About Gender, Internation Journal of Gender Studies), che è tra le pochissime analisi statistiche di questo fenomeno. “Il loro omicidio”, sottolineano i due autori, “rappresenta un epifenomeno molto serio nel contesto delle diverse manifestazioni della violenza di genere”. Infatti, gli omicidi delle sex worker sono femminicidi a tutti gli effetti, nonostante la tendenza a considerarli come delitti a sé . “Questo studio”, proseguono, “si è focalizzato sugli omicidi riguardanti le prostitute, perciò si occupa di un segmento di femminicidi rispetto ai quali lo sdegno comunemente manifestato oggi da ampi settori della società rispetto alla violenza maschile contro le donne non trova certo spazio nel dibattito mediatico e politico che invece si ripropone sistematicamente rispetto ai delitti commessi in danno delle altre donne, quasi le prostitute costituissero un segmento dell’universo femminile non meritevole della stessa attenzione…”. 

“Pur non essendo di per sé illegale, in Italia il sex work (cioè il lavoro sessuale svolto per scelta e senza costrizione) non è ufficialmente riconosciuto. Dal 1958 è regolamentato dalla legge Merlin, che, oltre a rendere illegali le case chiuse e condannare lo sfruttamento della prostituzione, ne criminalizzò il favoreggiamento”.

Nei dati – incompleti – che ogni anno il Viminale fornisce sui femminicidi, le sex worker non sono nemmeno menzionate. Donata Columbro, nel suo libro Perché contare i femminicidi è un atto politico (Feltrinelli, 2025), mette in luce proprio come la mancanza di registri ufficiali impedisca una lettura lucida e completa dei fenomeni. Per questo, esperienze di monitoraggio dal basso come quella di Non una di meno, che nel 2020 ha aperto l’Osservatorio nazionale su femminicidi, lesbicidi e trans*cidi, sono particolarmente importanti. Secondo i dati raccolti, non senza difficoltà, dal movimento femminista e transfemminista, su 99 femminicidi avvenuti nel 2025 due riguardavano sex worker. In generale, negli anni considerati, le prostitute uccise sono tra il 2 e il 7% circa del totale (nel 2024 erano cinque su 116 donne, cis e trans; nel 2023, tre su 123; nel 2022 otto su 121; nel 2021 tre su 121; e nel 2020 quattro su 126). Come evidenzia lo studio di Degani e Della Valle, le vittime sono giovani, con un’età media di circa trent’anni. Anche Vasilica Ponticu, tra le ultime sex worker a venire uccise, aveva solo 35 anni. Così come le vittime di Vasile Frumuzache, la 32enne Maria Paun e la 27enne Ana Andrei, il cui corpo è stato trovato dopo la confessione dell’uomo a più di un anno dalla denuncia di scomparsa sporta dalla cugina della ragazza. All’epoca la polizia aveva classificato il caso come allontanamento volontario, tanto che, dopo la scoperta della morte di Andrei, la famiglia aveva commentato: “Non l’hanno cercata perché era una prostituta”. 

Secondo una ricerca del 2004 effettuata negli Stati Uniti, le sex worker corrono un rischio di omicidio 18 volte maggiore rispetto a coetanee che fanno altri lavori. Un pericolo che aumenta per chi è straniera e irregolare e/o in situazioni di marginalità legate a identità di genere e status socio-economico. Il femminicidio, d’altra parte, è solo l’ultimo – più grave e definitivo – atto di una serie di violenze che queste lavoratrici vivono quotidianamente e che comprendono minacce, persecuzioni e aggressioni a sfondo sessuale. Questi comportamenti spesso, rimangono impuniti. Anche perché, come denuncia una ricerca pubblicata dalla European sex workers rights alliance (Eswa) nel 2025, quando le sex worker si rivolgono alla polizia come vittime di un reato, spesso, subiscono discriminazioni e maltrattamenti. E, quando denunciano, possono subire vittimizzazione secondaria e conseguenze legali. In generale, i loro diritti vengono violati sistematicamente, lasciandole “senza la protezione e l’aiuto a cui per legge avrebbero diritto”. 

Dragotto Interna

Secondo Ombretta (pseudonimo) di Ombre Rosse, collettivo transemminista e anticapitalista di sex worker e alleate, ridurre il tema della violenza a quella perpetrata dai clienti è riduttivo. “Molte delle violenze che subiamo, e che ci impediscono, di fatto, di condurre una vita tranquilla, hanno cause strutturali e sono frutto di una cultura dell’odio nei confronti di chi fa lavoro sessuale”. E i pregiudizi hanno delle conseguenze molto concrete. “Per noi è difficile anche soltanto riuscire ad affittare una casa dichiarando di essere sex worker. E, d’altra parte, se non lo dichiariamo, spesso veniamo segnalate ai proprietari dal vicinato e, infine, sfrattate”. Ad amplificare lo stigma sociale contribuisce l’attuale contesto legislativo che, come già detto, criminalizza il favoreggiamento inteso in un senso molto ampio, che include persino forme di solidarietà fra sex worker. “Quando ho esercitato in Francia sono riuscita a evitare l’incontro con un cliente, grazie al progetto Jasmine, che permette di segnalare persone pericolose”, continua Ombretta. “In parallelo alla lotta per la decriminalizzazione, strumenti analoghi, ma anche spazi per condividere pratiche sicure in un clima di supporto e rispetto, sarebbero molto d’aiuto”. 

Cosa chiedono le sex worker 

Nel giardino di Casa Puntocroce cammina con passi aggraziati la nota attivista Pia Covre, che nel 1982 ha fondato il Comitato per i diritti civili delle prostitute, il vestito nero a fasciarle la vita sottile e grandi occhiali da sole a schermarle gli occhi. “Quella psicologica è la prima forma di violenza che subiamo”, riflette. “Perché la disistima che le persone comuni hanno nei nostri confronti le porta ad avere comportamenti che ci fanno stare male”. Pia negli anni ‘80 venne derubata da un cliente mentre lavorava nel suo camper. “Il poliziotto da cui andai a denunciarlo mi diede un foglio di via, dicendomi che mi ero messa in pericolo”, ricorda. “Da allora, purtroppo, non è cambiato molto”. E anzi, oggi, per le tante sex worker straniere e irregolari denunciare è proprio fuori questione. 

I pregiudizi nei confronti di chi si prostituisce riguardano le forze dell’ordine, ma anche alcuni magistrati. A metà gennaio aveva fatto notizia la derubricazione di un tentato femminicidio in tentato omicidio, giustificata, secondo il Gip, dal fatto che la vittima – che si era salvata dalle forbiciate del marito buttandosi dal balcone – si prostituiva. I preconcetti riguardano persino i medici. “Appena ti visitano, pensano tu possa avere malattie a trasmissione sessuale”, continua Covre. E gli stessi psicoterapeuti, dice, tendono a ricondurre tutte le problematiche esposte dalle sex worker al loro lavoro. 

Insomma, è innegabile ci sia un problema culturale nei confronti di chi fa sex work. “Anche nei Paesi dove il nostro è riconosciuto come un lavoro, rimane considerato indegno. Eppure che differenza c’è tra noi e altre persone che usano il corpo per lavorare, come, ad esempio, badanti o massaggiatrici?”, chiede Covre. 

Un cambio di mentalità è sicuramente auspicabile, ma, nel breve termine, sembra più urgente agire a livello normativo. Se le sex worker rimangono marginalizzate, sole e fragili, infatti, è proprio perché non possono lavorare con un riconoscimento ufficiale che gli consenta di versare i contributi, ricevere la pensione, ottenere un prestito in banca o affittare un appartamento. “Noi chiediamo da sempre, come standard minimo, che venga decriminalizzato il favoreggiamento”, spiega Pia. “Dobbiamo creare un contesto di lavoro che ci permetta di difenderci meglio uscendo dall’isolamento”. E già questo primo passo, in effetti, consentirebbe di esercitare in appartamenti e hotel senza doversi nascondere, ma soprattutto di poterlo fare in sicurezza e insieme ad altre colleghe. 

Nel caso del femminicidio di Denisa Paun, si è parlato del rischio sistemico a cui la vittima era esposta. Lo stigma sociale, la violenza subita dagli uomini e dalle reti criminali che volevano sfruttarla mentre era in vita hanno tutti contribuito alla sua tragica fine. “La morte di queste nostre colleghe è una perdita grave”, dice Pia. “Speriamo che per loro venga fatta giustizia”.

Eleonora Dragotto

Eleonora Dragotto è una giornalista freelance. Dopo anni dedicati a occuparsi di cronaca milanese, scrive di temi sociali e persone ai margini.

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