Con il nuovo mese inauguriamo anche un nuovo tema: ve lo presentiamo qui.
Peccato viene dal latino peccatum, peccare: significa inciampare, fare un passo falso… In questa origine fisica e maldestra, familiare, risiede forse la ragione per cui il peccato ci riguarda ancora così da vicino: fa parte di noi.
Nella tradizione cristiana il peccato è ciò che separa: dall’ordine, da Dio, dalla comunità. Ma la scissione non è solo esterna. Peccando ci si frammenta, allontanandosi da un’integrità originaria. Ma cos’è il peccato? Già Agostino intuisce che il peccato non è mai solo disobbedienza. Non si pecca solo contro qualcosa, si pecca per qualcosa. Per il piacere, per la curiosità, per il desiderio di oltrepassare un limite che appare arbitrario. Quando Agostino ruba delle pere, frutti a cui aveva accesso in abbondanza, non lo fa certo per necessità. Peccare è semplicemente una dimensione del possibile, da cui a volte veniamo attratti.
Ma qual è la ragione di questa attrazione? Forse ha a che fare con la nostra passione per le storie. Senza peccato, non esiterebbero. Per secoli il peccato ha fornito alla letteratura una struttura narrativa potentissima. Senza il peccato Adamo ed Eva, e tutti noi, saremmo ancora ad annoiarci nel giardino. Ma il peccato fornisce anche qualcos’altro. L’Inferno di Dante è un archivio di racconti individuali, e ciò che colpisce non è tanto la punizione quanto la precisione con cui ciascuno difende, spiega, rifà il proprio errore. Sembrerebbe che si pecchi per raccontarlo e che raccontando si riviva, con ancora maggior piacere, il gusto del peccato (smontandolo e rimontandolo a parole).
Pensiamo alla Anna Karenina di Tolstoj: diventa il suo tradimento. Ciò che era prima di Vronskij non tornerà più. Questo ci dice qualcosa di importante: il peccato, una volta compiuto, si fa identità.
Ma a differenza del tradimento, che conserva sempre una sua dimensione pubblica e relazionale, il peccato tende con il tempo a ritirarsi. Diventa interiore, privato. Non è più l’atto che rompe l’ordine del mondo, ma quello che incrina l’immagine che abbiamo di noi stessi. Freud sostituisce il peccato con il senso di colpa: non c’è più un Dio che giudica, ma un io che si accusa. E tuttavia la struttura resta animata dagli stessi elementi: trasgressione, piacere, rimorso.
E ancora, nei libri? Dostoevskij è forse il primo a portare il peccato nella modernità letteraria. E poi c’è Joseph K di Kafka, che si ossiona per capire quale sia il peccato commesso – lo stesso Kafka, nei suoi scritti, indica il peccato come una condizione che precede l’azione umana: si nasce già macchiati dalla colpa. Si pecca semplicemente esistendo. E c’è poi Meursault di Camus, la cui colpa non risiede tanto nell’omicidio di un arabo, ma nell’assenza di sentimenti nel commetterlo. Qui sembra quasi che si pecchi per sottrazione, per mancanza di azione e di rovello interiore. Si pecca quando non si vuole o non si può partecipare alle convenzioni del mondo. Si pecca con leggerezza quando, senza che lo si voglia, del mondo non si avverte neppure il peso.
E oggi? Sui social, a giudicare dalle shitstorm, sembra si pecchi in continuazione, e che sia il consesso di utenti a decidere la gravità dell’azione commessa. Eppure, peccano in così tanti e così di frequente, che il peccato appare diluito in tante piccole azioni meschine. Chi pecca lo fa galleggiando sulla superficialità dei dispositivi della colpa, truccato da un lessico morale edulcorato: errori di comunicazione, malintesi, errori di opportunità. Ma che paura può mai suscitare oggi il biasimo sociale, se è così dilagante, così rapido a inondare e ritirarsi, e se la memoria collettiva si è fatta così breve? Non abbiamo paura di Dio, dello Stato, di noi stessi e dei nostri simili. Cosa resta dunque del peccato?
Ce lo chiediamo questo mese su Lucy.