La società secolarizzata non ha cancellato l’importanza che diamo ai peccati e alle colpe, ma piuttosto ne ha cambiato la direzione. Se prima si trattava di una relazione tra io e Dio, ora, invece, è una faccenda tra un io e un pubblico di spettatori.
Quando si parla di “peccato” non si parla mai, o quasi mai, del peccato in sé. Raramente ci riferiamo all’atto specifico, alla trasgressione puntuale, al momento esatto in cui si attraversa una linea. Si parla di colpa, di vergogna, di punizione. Il peccato può essere individuale (la doccia troppo lunga, il selfie nel posto sbagliato) o collettivo (un genocidio negato da un secolo, il razzismo sistemico), può essere rivendicato come un trofeo (“Sodoma, Sodoma”) o delegato a una macchina che non sa cosa sta assolvendo. Può essere redento con un gesto simbolico o espiato in una settimana su internet. Può persino essere profetizzato, come ha fatto un trentenne ghanese che nel dicembre 2025 costruiva arche nel cortile di casa sua, convinto che il diluvio stesse per punire tutti noi.
Abbiamo provato a capirci qualcosa di più prendendo 10 tra le immagini più significative degli ultimi anni legate al tema del peccato — religioso, politico, ambientale, sessuale. Con una premessa: il peccato, nell’era dei social network, non è più una questione tra l’anima e Dio: è semmai una questione tra io e pubblico.
Ghana, dicembre 2025.
Il peccato, nella sua accezione più antica è sempre, prima o poi, una questione collettiva: siamo tutti colpevoli, tutti destinati a pagare. È su questa grammatica della colpa condivisa che si reggono da millenni i profeti di sventura Tra questi spicca perla sua notorietà Ebo Noah, trentenne ghanese diventato virale nel dicembre 2025 per un motivo piuttosto insolito: stava costruendo un’arca. Non metaforica, ma vera, di legno, con martello e chiodi, perché Dio gli aveva rivelato che il 25 dicembre 2025 un nuovo diluvio universale avrebbe spazzato via l’umanità peccatrice. I video lo mostrano mentre assembla barche che, diciamolo, avrebbero faticato a resistere a una pioggia banale. Il Natale è passato indisturbato, e Ebo Noah si è ritrovato nel posto scomodo in cui finiscono tutti i profeti smentiti dalla realtà. Ma la sua storia dice qualcosa di più interessante del semplice abbaglio: dice quanto sia ancora potente l’idea che i nostri peccati stiano per essere puniti. Il diluvio è un’immagine che non smette mai di fare presa (e, se sfruttata a dovere, ti permette di comprarti un Mercedes Benz con i soldi delle donazioni, proprio come ha fatto Ebo Noah).
Berlino, Germania, 2017.
Il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa a Berlino è composto da quasi tremila blocchi di calcestruzzo che formano un labirinto. È anche, ciclicamente, il set di selfie sorridenti, servizi fotografici, picnic e foto che finiscono poi su Tinder. Nel 2017 il comico israelo-tedesco Shahak Shapira ha risposto con Yolocaust — crasi tra YOLO e Holocaust — un progetto che sovrapponeva quei selfie a filmati dei campi di sterminio. Dodici foto, due milioni e mezzo di persone raggiunte, una settimana online: tutti e dodici i protagonisti si sono scusati e hanno cancellato le immagini. Caso chiuso, colpevoli individuati, peccato espiato. Ma Peter Eisenman, l’architetto che quel memoriale lo ha progettato, la pensa diversamente: “La gente salta su quei pilastri da sempre. Ci hanno preso il sole, ci hanno pranzato, e penso che vada bene così. È come una chiesa cattolica: un luogo di incontro, i bambini ci corrono intorno, si vendono souvenir. Un memoriale è qualcosa di quotidiano, non è terra sacra”. La colpa, insomma, è sempre più comoda quando ha una faccia — meglio quella di una ventenne che salta tra i blocchi di cemento che quella, molto più sfuggente nei contorni, di un’intera civiltà.
Glendale, Arizona, Stati Uniti d’America, settembre 2025.
Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA, viene assassinato il 10 settembre mentre tiene un discorso all’Utah Valley University. Undici giorni dopo, in occasione della cerimonia funebre allo State Farm Stadium di Glendale, la moglie Erika sale sul palco tra i fuochi d’artificio, in tailleur bianco, davanti a 30.000 persone che hanno pagato il biglietto (e che nel frattempo hanno fatto la fila per comprare una t-shirt con la faccia del marito morto a 30 dollari l’una). Il web insorge. La gogna è immediata, trasversale, feroce: troppo allegra, troppo in fretta, troppo tutto. Ammettiamolo: anche noi, guardandola camminare tra ali di fuochi pirotecnici in stile WWE, abbiamo avuto un momento il cui il sopracciglio alzato. Ed è esattamente lì che occorreva fermarsi. Perché il 90% delle critiche a Erika Kirk si reggono su un presupposto implicito e abbastanza tirannico: che esista un modo corretto di attraversare il lutto, e che chiunque se ne discosti stia recitando o, peggio ancora, speculando. Erika Kirk è una donna di fede ultraconservatrice che ha trasformato la morte del marito in una crociata politica, e questo, sì, solleva domande legittime. La nostra indignazione però non riguardava quello.
Città del Vaticano, aprile 2025.
C’è un’immagine medievale, quasi archetipica, del peccatore che si inginocchia davanti al confessore per ottenere l’assoluzione. In questa fotografia scattata nella navata di San Pietro, prima dei funerali di Papa Francesco, qualcosa di simile sembra accadere: Trump e Zelensky seduti chini l’uno verso l’altro, in un colloquio all’apparenza strettissimo e privato, mentre il mondo aspetta fuori. La composizione è involontariamente perfetta: quasi un confessionale laico, dove però non è chiaro chi dei due sia il penitente e chi il sacerdote, né di quali colpe si stia discutendo. Tre anni di guerra, troppi morti, un paese devastato: materia più che sufficiente per entrambi. Il funerale di Francesco, che quella guerra l’aveva condannata con parole di radocosì nette, fa da cornice silenziosa. I due sembrano non accorgersene.
Centro di detenzione Sde Teiman, territori palestinesi occupati, agosto 2024.
Sodoma è, nell’immaginario religioso occidentale, la città del peccato sessuale per eccellenza; il luogo della perversione totale, della carne senza legge, punito da Dio con fuoco e zolfo. È un’immagine potente, e non è un caso che l’estrema destra israeliana l’abbia scelta come slogan per una manifestazione del tutto particolare: quella dell’agosto 2024 in cui una folla di persone sono scese in strada per chiedere l’impunità per alcuni soldati dell’IDF accusati di abusi sessuali su detenuti palestinesi. “Sodoma, Sodoma”, gridato non come accusa, ma come rivendicazione. Il peccato ribaltato in orgoglio, la perversione indossata come una bandiera. C’è qualcosa di vertiginoso in questo rovesciamento: una delle culture religiose più antiche del mondo che prende il nome della propria dannazione e lo trasforma in un coro da stadio. Ma forse non dovrebbe sorprenderci. La strumentalizzazione del sacro funziona in entrambe le direzioni: può produrre senso di colpa, ma può anche, con la stessa facilità, assolvere.
Internet, maggio 2024.
Catholic Answers è un’organizzazione cattolica statunitense che nel maggio 2024 ha lanciato Father Justin, un prete in forma di chatbot dotato di intelligenza artificiale, pensato per rispondere a domande sulla fede con “autorevolezza ma accessibilità”. Il progetto è durato pochissimo: Father Justin ha suggerito che i neonati possono essere battezzati con il Gatorade e che il matrimonio tra fratelli è accettabile. Catholic Answers lo ha immediatamente “retrocesso” a “just Justin”, precisando con una certa eleganza che “non può essere laicizzato perché non è mai stato un vero prete”. La storia è comica, ma dice qualcosa di serio su cosa succede quando si prova ad automatizzare il peccato — o meglio, la sua gestione. Il problema non è tanto che una macchina abbia detto cose eretiche, è che qualcuno abbia pensato che delegare la teologia morale a un modello linguistico fosse una buona idea. Il confessore che assolve senza capire, il sacerdote che consiglia senza giudicare: forse Father Justin era più onesto di quanto sembrasse.
Internet, settembre 2023.
C’è un tipo di peccato particolarmente difficile da espiare: quello che non si riconosce come tale. La Turchia nega da oltre un secolo il genocidio armeno del 1915 — un milione e mezzo di morti, secondo le stime più conservative — e lo fa con una costanza e una creatività argomentativa impressionante. L’ultimo aggiornamento di questo repertorio appartiene a Umut Acar, ambasciatore turco in Tagikistan, che ha pensato bene di usare una conversazione con ChatGPT come prova a supporto della negazione. Il problema, oltre all’ovvio, è che ChatGPT non è una fonte storica: è un modello l che produce testo plausibile, e se gli si chiede di negare un genocidio con una certa insistenza, prima o poi trova il modo di accontentarti. Acar ha quindi ottenuto esattamente quello che cercava; non una risposta vera, ma una risposta comoda. È una metafora quasi troppo esplicita di come funziona la negazione storica in generale: non si tratta di trovare la verità, ma di trovare qualcosa che abbia la forma della verità. L’intelligenza artificiale, in questo caso, si è rivelata uno strumento perfetto.
Lima, Perù, 2021.
Il peccato, nella tradizione cristiana latinoamericana, ha sempre avuto un rapporto complicato con il corpo femminile: strumento di tentazione, oggetto di vergogna, qualcosa da coprire e controllare. Milagros Juárez ha deciso di ignorare completamente questa tradizione. Candidata di Unión por el Perú, partito etnocacerista e ultranazionalista, ha condotto la sua campagna elettorale del 2021 su due fronti simultaneiapparentemente inconciliabili: uno spot in cui ballava vestita da Asuka di Neon Genesis Evangelion sulle note della sigla dell’anime (testo modificato per promettere espulsione degli immigrati e pena di morte per corrotti e stupratori) e un profilo OnlyFans attivo. La gogna è stata immediata e prevedibile, ma vale la pena chiedersi cosa esattamente disturbasse di più: il programma politico orribile, o il fatto che una candidata usasse il proprio corpo come strumento di campagna? Perché i due scandali hanno ricevuto un’attenzione molto diversa, e non è difficile indovinare quale abbia fatto più rumore. Il peccato, anche qui, ha un genere.
Louisville, Kentucky, Stati Uniti d’America, giugno 2020.
Nel giugno 2020, durante le proteste per la morte di Breonna Taylor a Louisville, l’organizzatrice di Black Lives Matter Chanelle Helm si è rivolta ai manifestanti bianchi con un megafono: “Se siete qui, dovete difendere questo spazio”. Le donne bianche si sono messe in fila, braccio a braccio, tra i manifestanti neri e la polizia. La foto è diventata virale. Su Twitter qualcuno scriveva stupefatto che i poliziotti diventavano “meno violenti” non appena i corpi bianchi si spostavano in prima fila. Il paradosso è cristallino, e anche abbastanza atroce: gli stessi corpi che beneficiano di un sistema razzista diventano, in quel sistema, lo strumento più efficace per proteggersi da esso. È un privilegio usato contro sé stesso — e questo, nella retorica progressista del momento, era letto come un gesto quasi redentivo, una forma di espiazione collettiva. Ma come ha osservato la studiosa Banu Bargu, strategie di resistenza come questa rischiano di rafforzare le stesse strutture che cercano di smantellare, spostando l’attenzione dal lavoro e dalla sofferenza degli attivisti marginalizzati. Il senso di colpa bianco, insomma, può diventare un modo per restare al centro.
Golfo del Messico, luglio 2021.
Uno dei colpi di marketing più riusciti degli ultimi decenni è il concetto di “carbon footprint” individuale — l’impronta di carbonio personale, quella che misura quanto inquini tu con i tuoi voli, la tua auto, la tua dieta. L’idea sembra buon senso, quasi ovvia. Peccato che sia stata inventata da British Petroleum, che nel 2004 ha lanciato il primo “carbon footprint calculator” della storia con un obiettivo preciso: spostare la responsabilità climatica dalle grandi corporation ai singoli consumatori. Il peccato ambientale, in questa narrativa, di chi legge. Le compagnie petrolifere, nel frattempo, continuano indisturbate: solo 57 aziende e stati nazionali sono responsabili dell’80% di tutte le emissioni globali di CO₂ dal 2016 ad oggi. Nel luglio 2021, nel Golfo del Messico, una perdita da un gasdotto sottomarino della compagnia petrolifera di stato messicana ha fatto prendere fuoco alla superficie dell’oceano.