Le violenze all'IPM Beccaria non sono un caso - Lucy
articolo

Valeria Verdolini

Le violenze all’IPM Beccaria non sono un caso

03 Maggio 2024

Le torture al Beccaria non sorprendono, ma potrebbero essere evitate attraverso nuovi modelli di cittadinanza e inclusione sociale.

Il 22 aprile la GIP Stefania Donadeo ha disposto le misure cautelari per 13 agenti assieme ad altri 8 colleghi per i fatti avvenuti nell’IPM Beccaria tra il 18 novembre 2022 e il 19 marzo 2024, su spinta della denuncia del Garante dei Diritti delle persone private della libertà del Comune di Milano e di alcune operatrici.

Si tratta di otto differenti episodi di violenza, agiti su otto ragazzi, spesso dallo stesso gruppo di agenti di polizia penitenziaria. I capi d’accusa sono tanti e gravissimi: tortura, lesioni aggravate, falso ideologico (per aver costruito rapporti falsi sugli eventi) e in un caso anche tentata violenza sessuale. I racconti dei testimoni parlano di pestaggi, ferite ai genitali, ragazzi lasciati nudi per giorni in isolamento. In tutti i casi sono contestate due aggravanti: la crudeltà e la minore età delle vittime. Sebbene permanga la presunzione di innocenza, i fatti raccontati sono supportati da referti, intercettazioni, testimonianze, e video.

Nelle prime immagini emerse, si vede un ragazzo in mutande, con tre persone che gli torcono un braccio. Le modalità di esecuzione delle violenze e degli abusi, se confermate, mostrano una sostanziale continuità e ricorsività nei modi, nei soggetti e nella gestione. Nell’ordinanza si legge che le dichiarazioni rese dai ragazzi sono molto simili rispetto alle modalità delle violenze patite in tempi diversi. Ci si riferisce alle modalità di immobilizzazione delle vittime (legate con le manette ai piedi del letto oppure con le mani dietro alle spalle), ai luoghi prescelti per le aggressioni (l’ufficio del capoposto privo di telecamere) e perfino ad alcune delle espressioni usate per giustificarle (“lo schiaffo educativo”).

“I capi d’accusa sono tanti e gravissimi: tortura, lesioni aggravate, falso ideologico (per aver costruito rapporti falsi sugli eventi) e in un caso anche tentata violenza sessuale”.

Quasi tutte le vittime erano straniere. Tutte le vittime erano minori. Nelle testimonianze, la violenza è parte della loro vita quotidiana. I pavimenti vengono insaponati per prevenire i pestaggi. Si indossano abiti pesanti per attutire i colpi. Sono colpiti alla testa, ai genitali, al petto. In un caso, la violenza fisica è stata scatenata dal rifiuto dell’ approccio sessuale da parte di un agente. In tutti i casi, gli agenti hanno poi falsificato gli atti per giustificare gli eventi, sostenendo che si trattasse di gesti autolesivi o risultanti di conflitti tra minori. 

Entro al Beccaria da molti anni, come osservatrice dell’Associazione Antigone. E per questo, purtroppo, non posso dire che i fatti accertati mi sorprendano davvero, perché da anni denunciamo le condizioni dell’istituto. Per la prima fase della sua istituzione, il “Beccaria”, dal nome evocativo che richiama una pena proporzionata all’offesa e la declinazione in termini umanitari dell’esercizio del potere punitivo, è stato a lungo uno dei “modelli da seguire” della giustizia minorile italiana. Eppure, negli ultimi 15 anni, quegli spazi e quella progettualità hanno ceduto il passo a una costante sofferenza umana, sintomo di un’altrettanto grande sofferenza metropolitana e strutturale. 

L’ordinanza è il prodotto di una lunga indagine iniziata nell’agosto del 2022, quando un ragazzo è stato torturato e violentato da un gruppo di ragazzi ristretti, il modo con cui vengono spesso definiti i detenuti. Sorpreso nel sonno, legato con i polsi alla finestra del bagno, violentato con oggetti, una sigaretta spenta in faccia e sul braccio, colpito con calci mentre era inginocchiato e ustionato con acqua bollente.

Secondo la PM si è trattato di “violenza sessuale di gruppo” e di una vera e propria “tortura”. Il 25 dicembre 2022, sette ragazzi ristretti sono evasi dall’istituto nello stesso momento in cui è stato appiccato un incendio della sezione comuni, e vi sono state svariate colluttazioni legate alla rivolta interna. 

Inoltre, la cronaca ha riportato altri due “eventi critici”: il 29 aprile 2023 un minorenne detenuto ha ingoiato un telefonino, un cavetto del telefono e alcuni pezzetti di hashish; il 18 settembre 2023 un minore che ha tentato l’evasione lanciandosi dalla finestra della cella è rimasto ferito. Sono fatti che, se venissero confermati in sede processuale, rappresenterebbero eventi di una gravità inaudita. Lo sarebbero di per sé, ma assumerebbero connotati ancora più tragici perché avvenuti in custodia dello Stato.

Non sono i primi casi di violenza in custodia dello Stato, basti pensare alle immagini emerse dalla struttura di Santa Maria Capua Vetere, ma sicuramente rappresentano un unicum sia per la sistematicità degli eventi, sia perché per la prima volta le vittime sono minori. Sgomento e indignazione sono i primi sentimenti che si provano di fronte a fatti simili, ma credo che sia importante provare a ragionare sia sulle forme della violenza sia sulle modalità e i contesti in cui si è manifestata. 

Iniziamo dal contesto. Cosa è cambiato? Perché tanta violenza in un IPM? La giustizia minorile è stata a lungo pensata come un modello a livello europeo. Questo modello aveva individuato nell’educazione e non nella punizione la sua funzione principale. In parte è ancora così, perché sono 14.000 i giovani in carico ai servizi della giustizia minorile. Tuttavia, si osserva un aumento delle carcerazioni: da circa 370 minori alla fine del 2022 agli attuali 554 (quasi un 30% in più) in 17 istituti. 

Siamo in un momento storico in cui la devianza minorile è oggetto di costante criminalizzazione, basti pensare a come il “Decreto Caivano” ha esteso il Daspo urbano e intensificato le pene anche per i minori. 

Le violenze all’IPM Beccaria non sono un caso -

Solo nell’ultimo anno, 18 ragazzi sono stati portati prima al carcere per adulti di San Vittore, e solo successivamente trasferiti al Beccaria. Si tratta molto spesso di minori stranieri non accompagnati, privi di rete sociale in un sistema che sta sempre più trascurando la loro presa in carico e gestione. Come si legge nel rapporto sulla Giustizia minorile dell’associazione Antigone, questa fascia di popolazione consuma psicofarmaci in misura maggiore rispetto ai coetanei italiani, spesso perché l’assunzione disinvolta inizia nei centri di prima accoglienza, o ancora prima, per sedare le sofferenze lungo la rotta migratoria. Al Beccaria, ad esempio, la spesa pro-capite per i farmaci è raddoppiata passando da circa 12 euro nel 2021 ai 27 euro del 2022. Si spende quindi cinque volte di più a detenuto rispetto alla casa di reclusione di Bollate, uno dei più grandi istituti per adulti d’Italia. 

Se poi ragioniamo sulle modalità della violenza, in una recente intervista all’«Huffington Post» il direttore dell’IPM di Treviso Girolamo Monaco ha affermato: “Le violenze sono dentro le strutture. Tutte le strutture. Questa verità è da considerare. Sempre. La violenza accade. E non posso non dire che la violenza accade sempre (ripeto: sempre) quando le persone non vengono viste ”.

Chi è oggetto di abuso? Chi non viene visto? Se ripercorriamo i casi noti, ma anche le biografie dei ragazzi coinvolti nelle violenze del Beccaria, si tratta di persone portatrici di una o più caratteristiche di vulnerabilità giuridica e sociale: migrante, LGBTQIA+, tossicodipendente, malato psichiatrico, disabile, spesso combinate.

C’è una distanza che pare incolmabile tra la cittadinanza formale e il possedere davvero quei diritti che essa dovrebbe garantire. E questa distanza diventa, nei fatti, una giustificazione per l’utilizzo della forza, della coercizione, anche dove non sarebbero necessarie. Si può quasi parlare di un ritorno ad una condizione pre-moderna, che è propria della logica vendicatoria, ma anche di un modo per rinsaldare o addirittura costruire con la forza e non con i diritti il legame del (quasi) cittadino con lo Stato.

È anche fondamentale analizzare le forme di questa violenza, una violenza che nel caso del Beccaria, se confermata, ha visto coinvolti più di un terzo degli agenti in servizio in istituto. Una violenza che sconfessa la retorica che vorrebbe i casi di violenza istituzionale come singoli, isolati, prodotti dalle cosiddette “mele marce”.

L’antropologo Paul Farmer, nelle sue riflessioni sulla violenza strutturale, sosteneva che le violazioni dei diritti umani non sono incidenti e non sono casuali nella distribuzione o negli effetti. Le violazioni dei diritti sono da considerarsi anzi sintomi di “patologie del potere”, profonde e intimamente legate alle condizioni sociali dei soggetti che la subiscono, tanto da determinare chi ne sarà vittima e chi invece ne sarà risparmiato. 

Nelle pratiche concrete, queste strutture sociali silenziano la “voce” delle vittime di abusi, che difficilmente arrivano a denunciare (molti dei casi giudiziari sono partiti solo in presenza di testimoni terzi, di supporti video, o nella situazione più drammatica, a fronte del decesso dell’abusato) e, se lo fanno, raramente sono creduti (in quanto portatori di vulnerabilità strutturali che non li rendono credibili), creando un contesto di impunità degli autori. 

Sono forme di violenza che spesso hanno trovato protezione nell’istituzione. Si pensi solo che l’Italia ha introdotto il reato di tortura nel 2017, e una larga parte dei sindacati di polizia sta spingendo sull’attuale maggioranza perché venga emendato o addirittura eliminato. 

L’antropologo Michael Taussig ha esaminato le forme più visibili dell’esercizio del potere nei contesti di conflitto, come nel caso della Colombia, proponendo riflessioni non perfettamente applicabili all’Italia, ma che possono aiutare a descrivere le forme e le trasformazioni nocive delle istituzioni.

Taussig parla di “sistema nervoso” per descrivere la struttura del potere che osserva: un sistema gerarchico che si attiva e comunica attraverso le forme di controllo. Un sistema che non ha bisogno di ordine, ma anzi è proprio con il “disordine nervoso” che lo Stato è in grado di garantire e attuare il suo potere arbitrario sui suoi cittadini. L’esercizio del disprezzo e il disordine nervoso si sommano e permettono l’esercizio e la sopravvivenza di un potere coercitivo. 

“Chi è oggetto di abuso? Chi non viene visto? Se ripercorriamo i casi noti, ma anche le biografie dei ragazzi coinvolti nelle violenze del Beccaria, si tratta di persone portatrici di una o più caratteristiche di vulnerabilità giuridica e sociale”.

Nel gennaio 2023 un ragazzo all’IPM Beccaria mi ha detto: “Per fortuna mi hanno riportato qui, all’infermeria, dove almeno ci sono delle regole. In comunità non ci riesco a stare. Perché appena vedo un po’ di libertà impazzisco e allora scappo. Invece qui, che la libertà non c’è, sto tranquillo.” Ai tempi le sue parole mi avevano particolarmente colpito, perché pronunciate da un giovanissimo che aveva introiettato l’istituzionalizzazione al punto da desiderarla.

A prescindere dall’esito processuale dei fatti accaduti all’IPM Beccaria, è solo ripensando le forme di cittadinanza e del modello di Stato che possiamo lavorare sulle forme di prevenzione di questi eventi, perché è solo attraverso una cittadinanza sociale inclusiva che le persone saranno viste, credute se decideranno di parlare, messe in sicurezza, e lo Stato non avrà bisogno di esercitare la sua affermazione attraverso forme di violenza. 

Valeria Verdolini

Valeria Verdolini è ricercatrice universitaria, sociologa, attivista e presidente di “Antigone Lombardia”.

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