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Diana Ligorio

Nessuno pensa ai bambini, di certo non il governo Meloni che vuole sgomberare un doposcuola

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Con l’introduzione del Decreto Caivano bis, il governo Meloni vorrebbe sgomberare il palazzo dell’Ex Questura al Quarticciolo, dove ha sede un doposcuola che è un punto di riferimento per i bambini e le famiglie della zona. Ma il quartiere non ci sta ed è pronto a lottare.

“Non mi piace andare a scuola. Cioè, è proprio la cosa più brutta che hanno inventato al mondo. Ok, va bene, serve, però ci sono troppi compiti, è una cosa che dà fastidio, sono proprio un botto”. La Sindaca, così la chiamano nel quartiere, esce dal portone del secondo lotto e tira un sospiro di sollievo: quest’anno verrà promossa in seconda media per un pelo. “I compiti non li faccio mai a casa perché, uno, non c’ho la voglia, due, non so dove metteme, tre, non riesco a fare le cose senza gli amici, proprio zero. Io i compiti li faccio al doposcuola il giovedì dalle cinque alle sette. Al doposcuola i compiti li faccio tutti”. 

Per strada, come una vera Sindaca, saluta tutte le persone che incontra: “Il Quarticciolo viene considerato un posto degradato ma per me che ci abito non lo è per niente, anzi, mi posso fidare di tante persone”. Da tre anni frequenta il doposcuola che si trova nell’Ex Questura, una vecchia casa del fascio trasformata in commissariato di polizia e poi abbandonata. Nel 1998 è stata occupata dal Movimento per il diritto all’abitare di Roma. “La lotta per la casa al Quarticciolo è una delle più forti e storiche della città”, racconta Michele Sugarelli, attivista del collettivo Quarticciolo Ribelle. “Negli ultimi dieci anni abbiamo ragionato su come rendere l’occupazione una risorsa per il territorio”. Lo stabile ospita il doposcuola, un laboratorio di falegnameria e un birrificio ed è abitato da quaranta famiglie. L’Ex Questura si erge alta su tutto il quartiere, nel tetto si aprono delle feritoie, pensate in origine per fini di controllo, attraverso cui si possono vedere tutte le vie del quartiere.

“Dove prima c’erano le celle per i carcerati, ora ci stanno le aulette dove noi facciamo i compiti e le attività”, dice la Sindaca. Il doposcuola per lei è un punto di riferimento. “Se mi succede qualcosa, tipo se arrivano le guardie, io vado al doposcuola… le guardie mi mettono l’ansia per come camminano, per come parlano con la gente. Non sono gentili quando arrivano nel quartiere, io ho sempre avuto paura che mi arrestano”. 

Con l’introduzione del Decreto Caivano bis, il governo Meloni ha esteso l’approccio repressivo anche al Quarticciolo, paventando lo sgombero del palazzo con l’obiettivo dichiarato di riqualificare il quartiere e combattere la criminalità. “Il Decreto vorrebbe dare una risposta al disagio giovanile inasprendo la linea securitaria”, spiega Michele. “E noi troviamo contraddittorio che si voglia smantellare proprio un luogo che ha al suo interno il progetto del doposcuola e che di fatto contrasta la dispersione scolastica. La nostra battaglia in difesa dell’Ex Questura si fonda anche su questo principio”. Allo stesso tempo, dal collettivo ritengono fuorviante e ingiusto mettere sullo stesso piano l’illegalità delle piazze di spaccio con quella di chi occupa una casa perché non ha un tetto sulla testa: “Una palazzina occupata al centro del quartiere è un luogo di alternativa per creare una comunità educante, considerato anche che l’Istituto Pirotta del Quarticciolo è stata la prima scuola di Roma a ricevere il dimensionamento scolastico, ovvero un taglio di fondi”. 

La Sindaca, a proposito della minaccia di sgombero, ha le idee chiare: “Ci sono delle persone che pensano che al posto delle famiglie e del doposcuola sarebbe  meglio se qui ci fosse qualcos’altro. A queste persone vorrei dire che se facessero a loro  quello che vorrebbero fare a noi, di certo non gli andrebbe bene, quindi perché dovrebbe andare bene a noi?”.

Lungo la strada che porta a  casa sua, la Sindaca si poggia con il fianco la mano a un muretto e punta l’indice verso il murales su una palazzina con la facciata mezza scrostata: “LA QUARANTENA IN 20MQ NON SI PUÒ FARE”. Sotto la scritta si allarga un disegno, un pezzo di muro che si rompe e spinge da dentro irradiando le crepe che vanno a sovrapporsi a quelle reali. “Io in quel murales ce vedo un cuore, di quelli veri, dei quaderni di scienze. Un cuore con le vene intorno”. La Sindaca vede un organo vitale che pulsa dal corpo di una palazzina non ancora morta del tutto. “Del lockdown non mi ricordo niente, zero, avevo sei anni. Ricordo invece che qualche giorno fa si so’ sparati di notte sotto casa mia. Per la droga, hanno detto”. 

Quando non è al doposcuola, la Sindaca va alla palestra popolare: “Mi alleno quattro giorni a settimana. Faccio cerchi aerei e pugilato. Ovviamente l’allenamento è più bello di fa’ i compiti perché in palestra non ti danno il voto. Se non lo fai bene, ti dicono dove migliorare. Sei tipo libera, a scuola invece mi strillano e mi mettono l’impreparato”. Nella casa di quartiere alcune donne sono sedute nel cortile a chiacchierare. La Sindaca dà il cinque a una di loro, poi volteggia passando di mano in mano attraverso i pali di un traliccio e si infila nella palestra. Qui si mette sulle punte e afferra le corde del ring: “Dovrei esse’ alta almeno così, avendoce dodici anni. Infatti mi chiamano anche la Nana. Invece mi chiamano la Sindaca perché al doposcuola ho sempre fatto la comandina. Se dicono una cosa, io ci penso e dico no, facciamo una cosa meglio tipo una riunione dei bambini e quindi io contraddico tutti, però, in modo gentile”. 

Di fronte alla palestra si apre un piccolo parco giochi. Lei passa attraverso lo scivolo o la struttura per l’arrampicata con aria di superiorità e decide di sedersi su un’altalena senza farla dondolare: “Questo lo abbiamo creato praticamente noi. Noi bambini e bambine. Cioè, ci hanno sentito per capire cosa volevamo ché qui prima era ‘na schifezza. E il collettivo, e mi pare l’università anche, hanno progettato i giochi e tutto. Non è che so’ venuti da fuori a dire, a fare, l’idea l’abbiamo data noi”. La Sindaca si riferisce a una progettazione dal basso che ha coinvolto i bambini, dando loro la possibilità di immaginare ed esprimere desideri e visioni, e che ha visto come centro propulsore il laboratorio stabile di studi urbani della facoltà di ingegneria civile della Sapienza, coordinato dal professor Carlo Cellamare e impegnato da circa quattro anni in un’attività di ricerca nel quartiere e di riprogettazione dei negozi, delle case e dei luoghi abbandonati. Tra questi, appunto, il parco giochi.

La casa

Dall’altalena su cui la Sindaca non si dondola, si vedono due palazzine, una sistemata grazie alle lotte del comitato di quartiere, e l’altra, quella col “cuore che pulsa”, in attesa di tornare a vivere. La Sindaca passa lungo i loro muri sfiorandole con il braccio, i suoi piedi scansano cose sul marciapiede, con le mani si sistema la coda: “A casa mia ci stanno quattro stanze”, racconta. “Cucina, bagno, salone e camera. In salone ci dorme mio fratello grande. Nella stanza dormono in un letto mamma, papà e mia sorella piccola e in un letto a castello ci siamo io e mio fratello piccolo. Nella stanza ci metto i vestiti. Giochi non ne ho, ho i trucchi”. Sorride mettendo in evidenza le guance illuminate dalla polvere di luna: “Vorrei tipo una cameretta per me… voglio uno spazio dove posso fare quello che mi pare, poi riordino io. Sto crescendo e ognuno ha le sue cose e vorrei tipo una privacy. Una cameretta dove una si può cambiare, dove si può sfogare”. 

“La dispersione scolastica è fortemente legata al tema della casa”, racconta Lorenzo Visconti, docente di scienze, attivista del Quarticciolo Ribelle ed educatore del doposcuola che in giorni e orari diversi nel corso della settimana accoglie circa cinquanta studenti dall’infanzia alle superiori. “I bambini e le bambine come possono fare i compiti se dal tetto piove, se non hanno lo spazio per studiare, se manca il riscaldamento, se dormono male, se hanno subito uno sfratto o temono di subirlo vivendo in un alloggio occupato?”

Il Quarticciolo è formato in larga parte da edilizia popolare. L’ATER, l’ente incaricato della gestione del 70% del patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica a Roma, gestisce decine di migliaia di alloggi in città ed è commissariato dal 2014. Questo patrimonio pubblico rappresenta la principale soluzione abitativa prevista dalle istituzioni per le persone che non riescono ad affrontare i prezzi in crescita continua del mercato, ma è lasciato in un grave stato di abbandono da decenni. Anche al Quarticciolo. “Vivere dentro una casa popolare significa ammalarsi per le infiltrazioni e per la muffa, significa rischiare di non avere il riscaldamento”, commentano dal collettivo. “Significa non ricevere alcuna risposta quando si contatta l’ATER per segnalare un cornicione pericolante. Significa vivere con lo stigma di essere del Quarticciolo”.

Alcuni mesi fa, i volontari del doposcuola hanno deciso di raccontare le problematiche abitative del quartiere attraverso lo sguardo e le parole dei più piccoli, coinvolgendoli in un laboratorio: “Spesso la borgata viene raccontata da chi non la vive”, dice Lorenzo. “Per questo abbiamo pensato di dar voce a chi sta crescendo in questo posto, a chi è in grado di sognare un quartiere diverso”. 

Per descrivere un concetto semplice, di immediata comprensione si usa l’espressione: “Lo capisce anche un bambino”. Il Quarticciolo Ribelle propone una versione diversa: “Alcune cose le capisce solo un bambino”. “Se ci pensiamo bene, le ingiustizie che sono diventate la normalità per le persone adulte, sono inconcepibili per quelle piccole”, dicono dal collettivo. “Una bambina capisce senza bisogno di spiegazioni che sfrattare una famiglia senza darle una soluzione alternativa è disumano. Che vivere in una casa dove ti piove dentro non è dignitoso”. Al termine del laboratorio, il collettivo ha pubblicato un piccolo quaderno con le frasi scritte dai bambini e dalle bambine, dai sette ai dodici anni.

È giusto che tutti abbiano una casa!

La mia casa dovrebbe essere migliorata.

Le case di Quarticciolo sono piccole, ad alcune case gli piove dentro, ad alcuni non gli si chiudono le finestre. Allora la colpa è dell’atere e anche un altro male è che a causa delle piogge forti indeboliscono il tetto e può cadere. Una cosa che dovrebbero migliorare sono il difuori e l’interno delle case.

In casa mia vorrei avere una stanza mia.

È giusto che tutti posiano mangiare, giocare, avere una casa in cui dormire, amici, una scuola, un libro, un banco, un quaderno, un astuccio, delle penne, un temperino, una gomma, una matita, dei giocattoli.

A casa mia non può mancare un letto perché la salute è la prima cosa…

Il signor HATER non interviene. È un malfamato!!! Voglio che si prende la responsabilità. Voglio sentirmi libero ad uscire! Non è possibile che le persone vivono a casa con la muffa.

Allo stato non gli interessa di questo quartiere, da quando vivo qui i palazzi ancora non sono stati restaurati.

È importante avere una casa per non avere fredo e per la protezione dai criminali. Per dormire senza avere paura. Per fare la docia calda calda.

Vogliamo più serenità.

La Luna

“Vedete, la piazza qui del quartiere è a nord. Il teatro invece si trova a sud”, Claudia Mignone, astrofisica e divulgatrice scientifica, ha radunato un gruppo di bambini e bambine di fronte all’Ex Questura. Da gennaio, una volta al mese, insieme ad altre colleghe e colleghi tiene  un laboratorio di astronomia. “Nord e sud non coincidono con su e giù”, continua. “Il giù è il centro della Terra e sta proprio sotto i nostri piedi”. I bambini e le bambine si guardano le scarpe. Uno di loro domanda: “E il su?”. Il su è lo zenit. “E perché a scuola le mappe hanno certi Paesi in alto e certi Paesi in basso?”, chiede una bambina. Claudia spiega che le mappe sono state realizzate durante il colonialismo, quando l’Europa pretendeva di essere il centro del mondo. 

“L’idea del laboratorio nasce per far arrivare qualcosa di bello in un posto che ha difficoltà concrete”, racconta Federica Duras che conduce gli incontri con Claudia, “e per portare stupore, meraviglia e curiosità perché l’astronomia non lascia indifferenti. Vorremmo offrire a questi bambini la possibilità di confrontarsi con qualcosa di insolito”. L’occasione per l’avvio del laboratorio, che fa parte delle attività didattiche dell’Office of Astronomy for Education Center Italy dell’Unione Astronomica Internazionale, è stata l’attesa dell’eclissi solare che avverrà il 12 agosto di quest’anno, quando la Luna si allineerà perfettamente tra la Terra e il Sole, proiettando la sua ombra sul nostro pianeta e oscurando la luce solare: “In Italia sarà parziale e molto difficile da vedere – dice Claudia – perché l’eclissi si verifica mentre il sole è basso sull’orizzonte. Alla latitudine di Roma parliamo dell’ultima mezz’ora di tramonto. Bisognerebbe andare verso un orizzonte piatto, come una spiaggia del Tirreno o su un punto molto alto”. Durante i primi incontri del laboratorio Claudia, Federica e gli altri divulgatori hanno cercato di creare un rapporto di fiducia con i bambini ascoltando le loro domande: la Luna di cosa è fatta? Quante lune ci sono? Sono la Luna con la faccia e Lla Luna col sorriso? Cos’è un buco nero? Si può entrare in un buco nero? C’è qualche buco nero vicino a noi? Quanto dista la terra dalla Luna? Claudia, ma tu e Federica siete mai state sulla Luna?

“Durante un incontro abbiamo costruito la scatola delle fasi lunari, utilizzando del cartone nero e una pallina di polistirolo”, racconta Federica. “Lavorando insieme si riesce a capire che la Luna è sempre la stessa. A seconda di come la guardiamo e di come il Sole la illumina, la vediamo diversa”. A febbraio le ragazze hanno portato un piccolo telescopio per osservare la Luna. “L’abbiamo montato all’uscita del doposcuola e abbiamo aspettato che arrivasse il buio”, dice Claudia. “Con il buio sono arrivati anche i genitori e tutti sono stati colti da molto stupore. Nessuno si aspettava di vedere una cosa così grande… così vicina. I bambini erano meravigliati nel vedere la superficie della Luna, i crateri, le ombre”. Tra i bambini che frequentano il laboratorio, ce n’è uno di otto anni, ed è già zio. È un tipo silenzioso e a scuola ha ottimi voti. Prima di rispondere a una domanda, si prende sei secondi, a volte anche dieci, a volte la risposta è “Non so”. Ad esempio, se per questo racconto dovesse scegliere un nome diverso dal suo, un nome che gli piace o anche un nome qualsiasi o il primo nome che gli viene in mente, la risposta è “Non so”. Allora gli altri bambini gli vanno addosso: “Ma scusa sceglite un nome fico, no?”; “Anfatti, tipo Samuele, capito come?”; “Secondo me, c’hai la faccia da Luca!”; “A sto punto fatte chiama’ come il primo uomo sulla Luna…Ah, Claudia, come faceva de nome Armstrong?”.

Neil – questo il nome scelto dall’assemblea astronomica dei bambini – in effetti cammina per le vie del Quarticciolo al rallentatore, come se stesse posando i primi passi sulla superficie lunare e toccasse ombre e crateri sentendo una forza di gravità ridotta.

Con Neil il racconto del quartiere entra in un tempo più lento. “La nostra casa è un balcone”, dice puntando l’indice verso il primo piano di una palazzina. “Vorrei una casa più grande. Ma uguale”. Muove lo sguardo sulla facciata come intorno a un discorso che non sa da dove prendere: “Dormo nel letto con papà”. Passano sei secondi. “Prima di andare a dormire, non leggiamo nessun libro. Non parliamo”. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei: “Ci abbracciamo”. Quando finisce una frase, Neil deve lasciare quello che ha detto in un posto, ad esempio una panchina, e spostarsi da un’altra parte, ad esempio un muretto, per cominciare un nuovo racconto: “A scuola mi piace storia. Mi piacciono i Sapiens. Non i Sapiens-Sapiens, quelli più intelligenti. Ma i Sapiens”. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. “Mi piacciono i Sapiens perché hanno costruito le prime città”. Passano dieci secondi. “A me non piace la città. Non mi piace questo quartiere”. Passano venti secondi: “Vorrei andare a vivere dove vuole andare papà. Al mare. L’unica cosa che mi piace qui è il doposcuola perché sono pazienti e gentili”. Neil fa il giro dei lotti, è un tempo in cui pensa. Pensa, pensa e rallenta il passo. Nella sua passeggiata lunare al Quarticciolo la gravità ridotta è un peso che Neil sembra costantemente riuscire a togliersi di dosso. Nei sei secondi si prende il tempo per scegliere le parole. I secondi che si prende prima di rispondere sono una forma di protezione. Forse ha imparato a contare così da piccolo, quando ha subito uno sfratto coatto mentre era in casa. Sembra che la vita a Neil non abbia fatto niente, che il circondario non lo sfiori nemmeno. Anche se a otto anni ha la gastrite, una pagella con ottimi voti e una scatola nera con la Luna in polistirolo. La Sindaca invece è troppo grande per la scatola nera ma anche lei aspetta l’eclissi. Per il 12 agosto le è venuta l’idea di mettersi tutti e tutte sul tetto dell’Ex Questura e attendere l’evento astronomico dell’anno: “Così facciamo vede’ che il Quarticciolo è come la Luna. È sempre lo stesso. A prescinde’ da come ci guardano e ci illuminano, difenderemo il doposcuola dallo sgombero. Anche se ci mettono l’ombra sopra, noi siamo come la Luna: facciamo il sorriso”.

Diana Ligorio

Diana Ligorio è autrice, showrunner, sceneggiatrice. Il suo ultimo libro è Occhi di lupo, cuore di cane. La vita invisibile di un agente della DIA (Bompiani, 2023).

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