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Armando Vertorano

Questa la so!

I segreti che si celano dietro i quiz televisivi che ci hanno accompagnati per tutta la vita svelati da chi, di lavoro, li crea.

Quando dico che di lavoro faccio l’autore per un quiz televisivo, in genere le persone hanno una di queste tre reazioni: “Wow, di certo saprai un sacco di cose”; “Ma che lavoro è? Basta andare su Wikipedia”; “Facciamo che mi passi le domande in anticipo, vinco e dividiamo?”

Sorvolando su quest’ultima – giuro, sono incorruttibile – trovo spiazzante il fatto che, quando si parla di quiz, siano proprio le domande, le loro caratteristiche, la loro stesura, a suscitare una fascinazione minore. La maggior parte delle persone evidentemente crede che si tratti perlopiù di bizzarre nozioni raccolte in giro e buttate lì in maniera casuale. 

Nessuno, in tanti anni, mi ha mai chiesto quali siano i criteri per cui certi argomenti vengono messi in gioco e altri no, quale sia il tono migliore da usare, quale sintassi sia preferibile per rendere chiaro il quesito a chi ne fruisce in studio o a casa. La domanda viene sottovalutata e considerata come un dato che sta lì, che non ha bisogno di chissà che lavoro, una pera caduta già matura dall’albero, e l’autore è semplicemente colui che si limita a raccoglierla.

La base del fraintendimento sta in quella tendenza ad associare la domanda del quiz a una nozione. “Quando è nato Napoleone?” “Qual è la capitale dell’Uzbekistan?” “Qual è l’unità di misura della pressione?”, quesiti puramente nozionistici. Eppure sarà molto difficile che, guardando uno qualsiasi dei quiz attualmente in onda sulle principali reti televisive, vi troviate di fronte a interrogativi di questo genere, e molto raramente li sentirete formulare in questo modo.

Badate, prima di cominciare a lavorare ero anch’io vittima di questo equivoco. Avevo da poco terminato gli studi quando mi proposero di entrare nella redazione di un nuovo quiz televisivo, per una rete importante, con un conduttore che lo era altrettanto. Il mio compito, mi dissero, sarebbe stato quello di scrivere i quiz. Così un ragazzo di venticinque anni che sognava di fare lo sceneggiatore si ritrovò improvvisamente sbalzato in un universo che aveva sempre ignorato – per non dire snobbato.

Ma c’era da pagare l’affitto, così accettai. Lo farò solo per un po’, mi dicevo, al massimo un anno o due; ero anche convinto che la mia cultura dignitosa e i vari libri che leggevo mi avrebbero suggerito una serie pressoché infinita di domande. E poi avevo pur sempre internet: bastava copiare e incollare.

Alla prima riunione di redazione mi accorsi immediatamente di quanto fossi in errore.

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La caporedattrice ci spiegò che il quiz è una forma d’intrattenimento il cui fulcro risiede proprio nella domanda. Fermi restanti la personalità e il carisma dei vari conduttori, le scelte scenografiche, le musiche e gli eventuali personaggi comprimari, la domanda rimane l’elemento costante e costitutivo del genere: diciamo pure l’ingrediente principale. Per questo, anche se sembra passare in sordina, quest’ultima non deve mai venir meno al suo compito d’interessare e divertire lo spettatore. 

Il nozionismo fine a se stesso, quello che si può copiaincollare dalla Treccani o da Wikipedia, era assolutamente bandito. Mentre sentivo spalancarsi sotto di me la voragine della disperazione, un paio di redattori esperti cercarono di farmi capire quali caratteristiche dovesse contenere la domanda “che funziona”.

La chiave di tutto sta nel non dimenticarsi mai di come il pubblico da casa fruisce il programma. Oggi i quiz vanno in onda nella fascia oraria preserale, prima di cena e del tg. A quell’ora gli italiani tornano a casa dal lavoro, gli studenti hanno terminato i compiti a casa, la famiglia si riunisce, prepara la cena, si rilassa. In quest’atmosfera il quiz è una compagnia che dev’essere poco invasiva, ma allo stesso tempo attirare l’attenzione e convincere lo spettatore a giocare, immedesimandosi e misurandosi con il concorrente.

Ecco perché una domanda come “Quando è nato Napoleone?” non funziona. Una data si può ricordarla o meno, non mette in moto un ragionamento, al massimo implica uno sforzo di memoria, quello di ripescare tra noiosi ricordi scolastici. Se la si sa, si risponde subito, in caso contrario si perde interesse, e non si aspetterà di scoprire la risposta corretta, perché quest’ultima consisterà in un numero che poco dopo sarà dimenticato.

Invece, mi fu spiegato, la domanda deve “portarti in un mondo”, raccontare una curiosità inedita su un personaggio celebre, attuale o storico che sia, o mettendo in luce un punto di vista nuovo o insolito su un aspetto quotidiano della nostra esistenza. L’esempio che ricorderò sempre nella sua chiarezza epifanica è: “Non si chiede mai ‘quante facce ha un cubo’, ma piuttosto ‘quante facce ha un dado da brodo’”. Non c’è differenza nella risposta, ma il cubo è un concetto astratto, il dado da brodo è un immediato appiglio alla realtà e, nel momento in cui viene nominato, chiunque può visualizzarlo.

Per intrattenere, insomma, è necessario dare sia al concorrente sia allo spettatore – anzi, soprattutto a quest’ultimo – degli elementi che lo riconducano alla sua esperienza quotidiana, al suo sapere di base, che scaturiscano nella sua mente delle immagini. Ciò è ancora più importante nelle domande a risposta multipla. Ogni opzione di risposta deve essere visualizzabile, rendendo il gioco più stimolante e alla portata di tutti. Se ad esempio chiedessi “Quanto è lungo un campo regolamentare da calcio?”, sarebbe un errore mettere in opzione delle misure numeriche. In quel caso, chi gioca, non fa che ricordare o scegliere a caso.

Immaginiamo, piuttosto, opzioni come queste:

1)“Quanto l’Air Force One”;

2) “Tre volte il palco della Scala di Milano”;

3) “Quanto Piazza Navona”.

Ecco che il meccanismo si fa più interessante. Chi gioca ha a disposizioni ben tre immagini nitide con cui lambiccarsi il cervello. Ragiona sul concreto, e questo è evidente dal modo in cui il suo sguardo si accende e la fronte si corruga mentre la telecamera zoomma sul suo volto. Il ragionamento è non solo più stimolante, ma anche più telegenico.

“Non si chiede mai ‘quante facce ha un cubo’, ma piuttosto ‘quante facce ha un dado da brodo”.

Di questo aspetto si era accorto già un acuto osservatore televisivo come Walter Siti che già in Troppi Paradisi scriveva: “la domanda perfetta non è quella nozionistica, o lo sai o non lo sai. L’altro giorno, per esempio, hanno chiesto «ai funerali di quale personaggio si ottenne di coprire l’affresco della chiesa che rappresentava la creazione di Adamo ed Eva?» La scelta multipla contemplava: a) Giovanna d’Arco b) Martin Lutero c) Charles Darwin d) Marilyn Monroe. La risposta esatta era Darwin, naturalmente, ma bisognava arrivarci passo passo, ed ecco come un quiz può diventare racconto”.

Un altro fattore importante è quello culturale: quanto possono essere sofisticati i riferimenti delle domande? Nello scrivere una domanda di arte, letteratura, musica quanto posso essere specifico, cosa posso citare e cosa no, per mantenere alto l’interesse di un pubblico il più possibile vasto?

Essendo un appassionato di cinema, musica e letteratura, ricordo che nelle prime settimane di lavoro per trovare spunti attingevo quasi esclusivamente al mio personale bagaglio di film, attori, rockstar e citazioni letterarie.

I caporedattori cestinavano ogni giorno l’80% di quel lavoro: “Ma secondo te, tua nonna giù al paese lo sa chi è Lars Von Trier?”, “Credi che”, come direbbe il Nanni Moretti di Sogni d’oro, “un bracciante lucano, un pastore abruzzese, una casalinga di Treviso abbiano mai sentito parlare della copertina di In the court of the Crimson King? Devi uscire da te stesso e abbandonare le tue ossessioni, devi essere trasversale”.

Improvvisamente, tutto ciò che amavo, tutto ciò che veneravo, smise di essere motivo di orgoglio (mio) e di plauso (altrui), e divenne semplicemente una zavorra. Dovetti imparare a distinguere la mia cultura personale dalla cultura generale, ciò che era realmente nazionalpopolare – o trasversale, come dicevano i colleghi – da ciò che non lo era. Inizialmente il metodo che misi in pratica fu proprio quello suggeritomi dai capiredattori, usare i miei parenti più anziani come campione. Funzionava. Se mia nonna conosceva approssimativamente un determinato soggetto, la domanda si poteva fare e nessuno della redazione osava cassarla, anzi, andava subito in onda.

Sotto questa luce, l’idea secondo cui “Ai quiz s’imparano un sacco di cose” si dimostra vera in parte: le informazioni che si apprendono sono sempre legate a un sapere condiviso. La prima mission del quiz, come mi venne spiegato, non è insegnare: è intrattenere. Seguendo una puntata di un programma di questo tipo si potrà apprendere l’ennesima curiosità sul Cenacolo di Leonardo, ma difficilmente si scopriranno altre opere meno note appartenenti allo stesso periodo. 

Ciò che non è davvero pop, non è mai argomento di domanda. Anzi, in un certo senso, il quiz può essere una cartina al tornasole della popolarità. Se un artista contemporaneo, un cantante o un personaggio qualsiasi ottiene una domanda a lui dedicata in un quiz, vuol dire che è davvero diventato famoso. Si pensi, per restare sul nazionalpopolare, ad artisti come Lazza o Rosa Chemical: prima dell’ultimo Festival di Sanremo sarebbe stato fuori questione citarli in una domanda. Ora, invece, bisogna fare attenzione a non menzionarli due volte nell’arco della stessa puntata. 

Per scrivere quiz bisogna insomma essere attenti osservatori della conoscenza popolare, alzare un po’ il basso e abbassare un po’ l’alto, carpire le piccole zone d’ombra della cultura pop e posizionarci un riflettore ben orientato. Questa operazione crea nello spettatore l’illusione di essere più colto di quanto non sia, dal momento che quest’ultimo si arricchisce di curiosità specifiche e poco note ai più senza però mai realmente uscire dal seminato di una conoscenza condivisa. D’altro canto, lo stesso spettatore – se ha effettivamente una buona cultura generale – tende a sentirsi superiore di fronte agli strafalcioni dei concorrenti meno preparati. Questa tensione stimola la voglia di mettersi in gioco e di sentirsi all’altezza del programma, magari anche provando a iscriversi e a partecipare direttamente.

“Se mia nonna conosceva approssimativamente un determinato soggetto, la domanda si poteva fare e nessuno della redazione osava cassarla, anzi, andava subito in onda”.

Per come sono impostate le domande oggi, in realtà, chiunque può partecipare a un quiz. Non serve avere doti particolari o essere depositario di un sapere enciclopedico, o almeno non più.

Agli albori del genere la situazione era in effetti molto diversa.

In principio ovviamente c’era Mike Bongiorno. In Italia il quiz nasce quasi in contemporanea con la televisione. Se infatti le trasmissioni regolari iniziano nel 1954, Lascia o raddoppia? arriva appena un anno dopo, nel novembre del 1955. Sul programma e sulle sue fenomenologie è stato scritto molto, ma poco si è parlato delle domande che Mike poneva ai concorrenti dell’epoca. Rivedendo vecchi estratti di Lascia o raddoppia? ci s’imbatte in quesiti come questo:

“Un anno prima della sua morte avvenuta a Londra nel 1928 Larry Semon, cioè Ridolini, ebbe una parte in un film drammatico diretto da un famoso regista e interpretato da Evelyn Brent e George Bancroft. Mi dica il titolo del film e il nome del regista”.

O ancora:

Nel giugno del 1939 Fats Waller ha registrato a Londra per la His Master’s Voice una sua lunga composizione dedicata a Londra. Come si chiama questa composizione e a quali luoghi londinesi sono dedicate le sei parti che la compongono?”

Tutto l’opposto delle domande che mandiamo in onda oggi. Certo, il gioco era impostato in modo diverso, il concorrente si presentava come “esperto” di una certa materia (musica jazz, cinema, ciclismo ecc.) e doveva rispondere a domande sempre più complesse man mano che la gara proseguiva e decideva di raddoppiare anziché lasciare. Il fascino del gioco stava nella performance del concorrente, più che nelle domande. I quesiti erano specifici, tra gli spettatori nessuno o quasi poteva rispondere al suo posto. Compito di chi scriveva le domande (tra cui, a detta di Mike Bongiorno, figurava anche un giovanissimo Umberto Eco, anche se il diretto interessato finché è stato in vita non ha mai confermato), era quello di studiare le materie d’esame a fondo col fine di mettere a dura prova il concorrente. 

Il successo del programma fu incredibile e, anche se in pochissimi potevano partecipare, tutti lo guardavano.

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Il motivo va ricercato nel modo in cui si guardava la televisione nell’Italia del dopoguerra. La diffusione degli apparecchi era ancora limitata, ce n’erano tanti, sì (e il successo di Mike contribuì all’aumento delle vendite), ma erano presenti solo nelle case dei più benestanti. Questo si traduceva in una visione collettiva del programma. Il giovedì sera, per seguire Mike Bongiorno, si andava in casa del parente o dell’amico col televisore, oppure ci si riuniva nei bar, nei ristoranti. Era un po’ come andare allo stadio, si assisteva a una prodezza cerebrale anziché atletica, erudita anziché agonistica, si faceva il tifo per il concorrente, lo si ammirava per la sua bravura o per la sua eccentricità.

Per dare un’idea del grado di specificità di allora, fra i concorrenti di Lascia o raddoppia? ci fu anche il compositore sperimentale americano John Cage, che si presentò come esperto in micologia e riuscì non solo ad accaparrarsi il premio più alto ma anche a eseguire alcune delle sue composizioni sperimentali al cospetto di un perplesso Mike Bongiorno. Con il procedere degli anni il televisore si guadagnò una diffusione sempre più ampia. Negli anni ’70 la fruizione del quiz cominciò a mutare: davanti allo schermo non c’erano più decine di persone ritrovatesi per l’occasione, ma solo un nucleo familiare raccolto sul divano.

E così anche da casa si cominciò a giocare. Mike Bongiorno restava il re incontrastato del quiz con il suo Rischiatutto. Mentre le domande finali erano ancora in stile Lascia o raddoppia? la parte centrale del programma era dedicata al tabellone elettronico, che nascondeva domande di cultura generale e attualità sulle materie più disparate. Queste ultime erano sempre nozionistiche, ma il livello era diventato decisamente più accessibile.

Per l’argomento “città del mondo” la domanda era: “Quali sono le capitali della Liberia, della Costa D’Avorio e del Ghana?”

Se a casa c’era qualcuno bravo in geografia poteva fare sfoggio del suo sapere e guadagnarsi l’ammirazione dei familiari.

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Per arrivare però a una vera svolta nell’uso della domanda bisogna attendere i primi anni ’80. Il pranzo è servito, di e con Corrado, fece la sua apparizione televisiva nel 1982 e cambiò le carte in tavola. Del resto è proprio a tavola che gli spettatori si trovavano mentre il gioco era in onda, la celebre sigla era quasi un campanello di richiamo domestico, come le madri dei vecchi film che urlavano “Venite che è pronto!”. Il pranzo è un momento di leggerezza, la necessità di ingerire e digerire non offre margine a momenti eccessivamente tensivi, e dunque il programma strutturato con domande semplici, giochini di parole, indovinelli o prove visive e manuali. 

“Quante volte si può sottrarre il numero 1 dal numero 25?”, chiede Corrado sottolineando che c’è un tranello. I concorrenti sbagliano, lui spiega sornione: “Una sola volta. Perché se togliamo 1 a 25, poi diventerebbe 24,”Poi aggiunge: “Queste domande vi divertirete a farle anche ai vostri amici che non hanno avuto la fortuna di seguire la trasmissione”.

Gli intenti autoriali sono espliciti: Il pranzo è servito è un programma pensato per essere giocato da casa. I concorrenti non sono più eroi dalle straordinarie doti mnemoniche, ma persone comuni, volti anonimi che quasi sempre vengono dimenticati poco dopo la fine della trasmissione. La domanda non è più scritta pensando a chi è in studio con il conduttore, anzi, si distacca definitivamente dal concorrente effettivo per trovare nello spettatore il suo reale destinatario.

Tra gli anni ’90 e gli anni 2000, il numero di televisori è andato sempre più aumentando, non ce n’è più solo uno per abitazione, ma due, tre, quattro, talvolta uno per stanza. La visione collettiva ha lasciato il posto alla fruizione individuale. Il quiz trova una sua collocazione ideale nel palinsesto nella fascia preserale, ossia tra le 18.00 e le 20.00. Le domande sono quindi a metà fra la spensieratezza dell’ora di cena e l’istituzionalità della prima serata. Il clima è familiare, ma si fa teso durante il gioco finale. Una tensione che però, a differenza dei quiz delle origini, stavolta è partecipativa, il tifo per il campione è quasi del tutto sparito, è lo spettatore stesso che gioca, pienamente consapevole che al posto del concorrente potrebbe esserci lui.

Il boom dei reality e dei talent show ha contribuito a ridurre la distanza tra tv fatta e tv guardata. Al di là della qualità dei singoli prodotti è innegabile come dal reality in poi, la tv non sia più vista come un qualcosa di lontano o riservato a pochi talentuosi. Ancora Walter Siti registrava come “negli sceneggiati ormai sono inglobati Personaggi Televisivi che recitano se stessi”; mentre “nei reality, i vip sono mischiati alla gente comune e non si riesce più a distinguere tra gli uni e gli altri, dilaga la ‘zona grigia’”.

“La domanda non è più scritta pensando a chi è in studio con il conduttore, anzi, si distacca definitivamente dal concorrente effettivo per trovare nello spettatore il suo reale destinatario”.

La tv è quel mezzo che può renderti famoso anche se sei normale, anzi che esalta la tua normalità, è un mondo sfavillante che finalmente ti apre le porte e ti vuole – o meglio fa credere di volerti – così come sei. Il quiz si adegua dunque a quel desiderio dello spettatore di non essere più “passivo” ma agente. Ecco un ulteriore e forse decisivo motivo per cui il nozionismo di Lascia o raddoppia? oggi non avrebbe più presa sul pubblico.

Verrebbe a questo punto da chiedersi: ma se le nozioni non funzionano, dov’è che un autore va a pescare le domande?

Ovunque. 

Le domande si annidano nei libri o su internet, certo, ma quelle fonti – fondamentali per dare un supporto di veridicità a quanto si chiede – non possono essere estratte così come sono.

Le informazioni trovate vanno rivoltate come calzini alla ricerca di qualche buco di cui non ci si era mai accorti, spesso incrociando aneddoti e discipline diverse. Non è interessante chiedere in quale città è morta Cleopatra, ma piuttosto cosa usava per truccarsi gli occhi. Se poi viene fuori che quel tipo di trucco era ricavato da insetti essiccati e ridotti in polvere, ecco che abbiamo una domanda sia curiosa, perché basata su un personaggio noto come la regina dell’antico Egitto, sia difficile, perché non consiste in un fatto risaputo. In questo modo lo spettatore prova a giocare, ipotizzando tra varie possibilità, mentre resta incollato allo schermo per scoprire se ha azzeccato.

Capita che amici e conoscenti si propongano di aiutarmi con degli spunti. Il più delle volte non essendo del mestiere cadono nella prevedibile trappola della nozione. Eppure accolgo sempre volentieri questi slanci volontaristici, perché se la maggior parte delle volte la loro proposta non è utile, riesco comunque a ricavare una domanda dalla loro pettinatura, da una ruga, o dal nodo che hanno fatto alla cravatta.

Armando Vertorano

Armando Vertorano è autore televisivo. Collabora con «Minima et Moralia».

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