All'inizio c'è soltanto un Caravan su una collina. Poi ne arriva un altro, poi una strada, una scuola, le famiglie con i bambini. Quando Israele decide che cosa farne, l'avamposto è già diventato un paese. È la storia di Evyatar, in Cisgiordania, e di una strategia di colonizzazione che, una collina alla volta, mira a rendere impossibile la nascita di uno Stato palestinese.
Un caravan non ha fondamenta.
Arriva su un camion, viene sollevato da una gru, posato a terra. È una casa costruita per poter essere spostata: poggia sul suolo, e sotto la terra continua a essere terra. Non c’è bisogno di scavare per gettare le fondamenta, né di aspettare che il cemento si asciughi. Basta trovare un punto in cui lasciarlo.
Poi arrivano le persone. Nei caravan compaiono materassi, tavoli, stoviglie, giocattoli per bambini. Alle finestre vengono montate le tende, fuori si sistema qualche sedia e si tende un filo per il bucato. Le giornate cominciano a inanellarsi attorno a quella casa senza fondamenta; via via si accumulano abitudini nuove, tracce di una vita che ha cominciato a mettere radici proprio dove nulla, in principio, sembrava destinato a restare.
Il caravan perde la sua provvisorietà e diventa permanente. È questa ambiguità ad averlo reso uno degli oggetti ricorrenti nella storia degli avamposti israeliani in Cisgiordania.
Anche Evyatar è nato così e, soprattutto, così è rinato.
La collina su cui sorge si chiama Jabal Sabih, è a sud di Nablus, sopra le case di Beita, non lontano dallo svincolo che i palestinesi chiamano Za’atara e gli israeliani Tapuah: in Cisgiordania anche un incrocio stradale ha due nomi e quello che si pronuncia dice già da quale parte della storia lo si sta guardando. Dalla cima della collina lo sguardo scende su Qabalan e su Yatma e risale verso le colonie israeliane sulle alture intorno. Chi ha scelto questa collina per fondare Evyatar sapeva esattamente che cosa si vedeva da lassù, e nei materiali diffusi in questi anni i coloni lo hanno scritto chiaramente: l’avamposto doveva separare i villaggi palestinesi l’uno dall’altro e cucire insieme gli insediamenti di Tapuah e Migdalim.
Prima dei caravan, Jabal Sabih era una collina di ulivi che le famiglie di Beita, Qabalan e Yatma coltivavano sui terrazzamenti di pietra, salendo dai campi lungo i sentieri che portavano agli alberi per la raccolta d’autunno. Quando arrivarono i primi coloni, quei sentieri si percorrevano già a fatica, perché da anni l’esercito israeliano apriva e chiudeva l’accesso alla collina invocando ragioni di sicurezza che i contadini non avevano modo di discutere, e sulla cima di Jabal Sabih si intravedevano i resti di una postazione militare abbandonata.
La prima volta che i coloni provarono a mettere radici sulla collina fu nella primavera del 2013. La mattina del 30 aprile, poco lontano da Jabal Sabih, Evyatar Borovsky aspettava un passaggio allo svincolo di Tapuah. Aveva trentun anni, cinque figli e viveva nel vicino insediamento di Yitzhar. Un palestinese di Tulkarem, Salam As’ad Zaghal, gli si avvicinò, accoltellandolo più volte; poi gli prese la pistola e sparò contro gli agenti della polizia di frontiera che presidiavano l’incrocio, prima di essere ferito e arrestato. Borovsky morì lì, sul ciglio della strada.
Nei giorni che seguirono il suo nome comparve sui muri, risuonò nelle proteste e accompagnò le incursioni di vendetta dei coloni nei villaggi vicini, finché qualcuno lo portò sulla cima di Jabal Sabih e ne fece il nome di un avamposto. Il primo Evyatar visse appena due settimane, il tempo di montare qualche struttura provvisoria e di farci dormire un pugno di coloni. Allora sgomberarlo era ancora semplice: sulla collina c’era troppo poco perché la sua rimozione comportasse il costo politico che, negli anni successivi, avrebbe reso ogni intervento molto più difficile. Le forze israeliane spazzarono via tutto in una notte, e all’alba la collina sembrava tornata com’era prima.
I coloni tornarono negli anni successivi. Nel 2018 salirono di nuovo sulla collina e per quasi due settimane alcune famiglie e gruppi di giovani vissero lì, dentro strutture improvvisate, finché arrivarono le ruspe e, in poche ore, di quel secondo Evyatar non restò niente.
Poi, nel maggio del 2021, accadde qualcosa di diverso. Pochi giorni dopo un attacco a colpi d’arma da fuoco allo svincolo di Tapuah, in cui era stato ucciso Yehuda Guetta, diciannove anni, studente di una yeshivah, i coloni tornarono a Jabal Sabih, e questa volta senza alcuna intenzione di andarsene. Arrivarono con tende e caravan e cominciarono a occupare l’altura, senza che le autorità israeliane impedissero loro di stabilirvisi. In poche settimane sulla collina c’erano già decine di edifici, e gli ordini di demolizione che l’Amministrazione civile firmava nei suoi uffici arrivavano lassù sempre in ritardo, quando accanto alla struttura da abbattere era già stata scaricata un’altra casa mobile.
Daniella Weiss, una delle figure storiche del movimento dei coloni, seguiva l’espansione da vicino. Nella primavera del 2021 Daniella Weiss aveva settantasei anni e da quasi mezzo secolo occupava la Cisgiordania nel modo che conosceva meglio, una famiglia, una tenda, un caravan alla volta. Negli anni Settanta era stata fra i militanti di Gush Emunim, il movimento religioso nato dopo la guerra del 1973 per popolare di ebrei le terre conquistate sei anni prima, e ne era diventata segretaria generale. Poi era stata a lungo sindaca di Kedumim, una delle prime colonie della Samaria. Nel 2021 guidava Nachala, l’organizzazione che recluta famiglie e ragazzi, raccoglie i mezzi e sceglie le colline su cui fondare nuovi avamposti. A Evyatar aveva lavorato fianco a fianco con il Consiglio regionale della Samaria, l’ente pubblico che amministra le colonie del nord della Cisgiordania e ne sostiene l’espansione.
Alla fine di giugno, quando sulla collina vivevano ormai cinquantatré famiglie, Daniella Weiss spiegò che a fare la differenza era stata la velocità: a Evyatar c’erano già una sinagoga, un asilo e una mikvah in costruzione. Smantellare tutto era diventato sempre più difficile, e l’insediamento era ormai, nelle sue parole, “in larga misura irreversibile”.
Pochi giorni più tardi parlò di Evyatar come dell’inizio di “una nuova politica”, quella per cui un ebreo avrebbe potuto stabilirsi su qualunque collina della Cisgiordania. E in quella formula c’era il metodo che aveva affinato in mezzo secolo: arrivare prima della legge e costruire più in fretta di quanto l’autorità riesca a intervenire, lasciando allo Stato il compito di decidere che cosa fare di ciò che ormai esiste. Una parte essenziale della storia degli insediamenti in Cisgiordania si gioca proprio in questa zona intermedia, fra ciò che viene costruito sul terreno e ciò che lo Stato decide di riconoscere.
Nell’estate del 2021, Evyatar si trovava ancora esattamente nel mezzo. Le case c’erano, le famiglie anche, la vita aveva già cominciato a organizzarsi sulla collina; mancava ancora il passaggio con cui Israele avrebbe potuto riconoscere tutto ciò come permanente. E la battaglia che cominciava allora riguardava proprio questo passaggio.
Alla fine di giugno del 2021 il governo israeliano e i coloni di Evyatar firmarono un accordo che cambiava radicalmente le cose. Nel 2013 e nel 2018 le ruspe avevano portato via le strutture e con loro se n’erano andate le persone. Questa volta sarebbero partite soltanto le persone, e le case sarebbero rimaste dov’erano, chiuse e intatte sotto la sorveglianza dell’esercito, ad aspettare che lo Stato decidesse a chi appartenesse la terra su cui erano state posate. Per la prima volta lo Stato separava chi aveva occupato una collina da ciò che vi aveva costruito, e sulla cima restava un paese in attesa di chi lo aveva fondato.
La scadenza dello sgombero era fissata per le quattro del pomeriggio di venerdì 2 luglio. Nelle ultime ore prima di scendere, i coloni innalzarono sulla cima della collina una Stella di David di ferro alta tredici metri, rivolta verso Beita, perché la vedessero tutti. “Abbiamo lasciato la montagna, ma il nostro cuore resta qui”, disse andando via Amichai Ben-David, il portavoce della comunità. Alle quattro la collina era vuota. Sotto la sorveglianza dei soldati restavano l’asilo con il suo piccolo parco giochi, le strade con i cartelli che ne indicavano i nomi e le case con le porte chiuse, che nessuno aveva smontato.
Per i palestinesi di Beita, la partenza dei coloni non cambiò quasi niente. Le case sulla cima erano vuote e l’esercito restava a sorvegliarle, con i posti di guardia piazzati proprio fra il paese e le centinaia di dunam di uliveti che le famiglie del luogo coltivavano da generazioni e che adesso potevano soltanto guardare da lontano. Nelle stesse settimane i bulldozer dell’esercito scavarono e sbarrarono le strade agricole, sventrarono circa un chilometro di terrazzamenti e danneggiarono circa duemila alberi. Per un mese e mezzo l’ingresso principale del paese rimase chiuso, e a circa centocinquanta abitanti furono revocati i permessi per lavorare in Israele, la punizione collettiva per coloro che ogni notte tornavano a protestare contro l’avamposto.
Le manifestazioni andarono avanti per mesi. Ogni venerdì, dopo la preghiera, centinaia di persone si incamminavano verso Jabal Sabih, e di notte gruppi di giovani accendevano pneumatici e fuochi sui pendii e puntavano raggi laser contro le postazioni israeliane, come avevano fatto i manifestanti lungo la barriera di Gaza. L’esercito li disperdeva con il gas lacrimogeno, i proiettili rivestiti di gomma e le munizioni vere, anche quando erano a diverse centinaia di metri dall’avamposto. Ahmad Bani Shamsah aveva quindici anni quando, il 16 giugno 2021, mentre le famiglie dei coloni vivevano ancora sulla collina, appese una bandiera palestinese a un ulivo e si voltò per andarsene: un soldato gli sparò alla nuca. Morì il giorno dopo. Il 6 agosto ‘Imad Dweikat, trentotto anni, fu colpito al petto mentre, secondo le testimonianze raccolte da «B’Tselem», beveva un bicchiere d’acqua durante una manifestazione. Alla fine dell’inverno OCHA contava nove palestinesi uccisi e più di cinquemila feriti dall’inizio delle proteste, centinaia colpiti da munizioni vere o proiettili di gomma, migliaia intossicati dai gas. A Beita si contavano i morti, i feriti e le settimane senza poter raggiungere i campi. In cima a Jabal Sabih le case di Evyatar restavano al loro posto, vuote.
In molte colonie israeliane della Cisgiordania la mattina comincia come in un sobborgo di provincia, con le auto in fila davanti agli asili e le serrande dei centri commerciali che si alzano sulle strade ancora fresche. I bambini che vanno a scuola fra quelle villette non hanno alcuna memoria della collina com’era prima che vi arrivassero i loro genitori. La parola “avamposto” evoca ancora qualcosa di piccolo e marginale, quasi clandestino; “insediamento” indica qualcosa che ha appena cominciato a esistere. Nessuna delle due lascia intuire che fra il caravan calato di notte su un’altura e la villetta con il suo cortile si consuma la parte decisiva di questa storia: il lavoro lento con cui il provvisorio si deposita sulla terra fino a diventare paesaggio.
Michael Gottlieb era arrivato a Evyatar quando quel lavoro era appena cominciato, e le case sulla collina erano ancora caravan. Nato e cresciuto a New York, Michael aveva un’agenzia di comunicazione, una moglie e due figlie quando, dopo l’11 settembre, decise insieme a lei di fare l’aliyah, la “salita” con cui la tradizione ebraica indica l’immigrazione nella Terra d’Israele. Era convinto che proprio nei momenti difficili bisognasse partire e chiamare altri a fare lo stesso. Per anni visse a Karnei Shomron, una delle colonie della Cisgiordania, prima di scegliere Evyatar.
Michael aveva lasciato una casa comoda a Karnei Shomron per una tenda, e poi per una struttura provvisoria su una collina dove mancava ancora quasi tutto, e di quella scomodità non si lamentava. Il freddo delle notti in tenda, l’acqua a singhiozzo e la vita ridotta all’essenziale appartenevano per lui alla stessa missione: non abitare un posto, ma fondarlo, e tornare a fondarlo ogni volta che la burocrazia provava a cancellarlo. Rifiutava le parole colonizzazione e occupazione. Per lui salire su quella collina significava obbedire a un precetto religioso, quello di abitare la Terra d’Israele, che ogni generazione consegna alla successiva, e un avamposto come Evyatar era il modo di riprendersi quella terra una collina alla volta.
Passava buona parte delle giornate con i gruppi di ragazzi e di visitatori che salivano a vedere Evyatar, e li accompagnava fra i caravan spiegando perché gli ebrei dovessero costruire proprio lì, su quella terra. Nel suo racconto la scomodità dei primi mesi era la parte che contava di più. Chi accettava di vivere in un caravan, su una collina che lo Stato aveva già ordinato di sgomberare, lo faceva perché era sicuro che un giorno lì sarebbe sorto un paese con le sue scuole e le sue strade e le sue famiglie e i nomi delle vie.
Lo Stato considerava ancora illegali quelle case. Michael lo sapeva bene, e ai visitatori diceva che era soltanto una questione di tempo, e che ciò che oggi la burocrazia ancora non riconosceva, domani sarebbe diventato legge.
Michael si definiva un pioniere, un halutz, la parola con cui il sionismo chiama da sempre chi arriva per primo e apre la strada a quelli che verranno dopo. Nel 1974 gli allievi di Rabbi Zvi Yehuda Kook fondarono Gush Emunim e portarono quella parola sulle colline conquistate sette anni prima, convinti che ogni insediamento in Giudea e Samaria li avvicinasse alla redenzione. A Sebastia, nel nord della Cisgiordania, l’esercito li portò via sette volte e sette volte tornarono, finché il governo cedette e permise a venticinque famiglie di stabilirsi in un campo militare poco lontano. Quell’ostinazione è rimasta la sostanza del movimento, che disobbedisce allo Stato sentendosene l’avanguardia più fedele e precede la legge nella direzione in cui la legge, prima o poi, sarà costretta ad andare. Nachala è nata dentro questa storia. L’ha fondata Rabbi Moshe Levinger, uno dei capi di Gush Emunim, e ancora oggi, sul suo sito, definisce “pionieristiche” le attività sulle colline. Michael, che aveva lasciato Karnei Shomron per una tenda su Jabal Sabih, voleva essere uno di loro, uno di quelli che arrivano prima di tutti gli altri.
Nel racconto del movimento non solo il pioniere ma anche la famiglia ha un posto preciso. Nachala non cerca soltanto ragazzi disposti a passare qualche notte su una collina, cerca coppie con figli, perché una famiglia trasforma in fretta un presidio in una comunità, e sgomberare una comunità con dei bambini è molto più difficile da ordinare e da eseguire. Daniella Weiss non ha mai nascosto dove porti questa strada. Una presenza ebraica abbastanza fitta in Giudea e Samaria, ha spiegato, lascerà fra un insediamento e l’altro così poco spazio che uno Stato palestinese non potrà più prendere forma. Il movimento costruisce prima che la politica tracci i confini: quando arriverà il momento di farlo, il terreno avrà già dato una parte della risposta. Nel maggio del 2022, circa quattrocento persone riempirono la sede del Consiglio regionale di Binyamin.
Nachala cercava volontari, mezzi e imprese, tutto ciò che serviva per portare nello stesso giorno nuovi nuclei di coloni su dieci colline della Cisgiordania. Accanto a Daniella Weiss, a guidare l’organizzazione, c’era Zvi Elimelech Sharbaf, che da anni lavorava alla nascita di nuovi avamposti e parlava del controllo della terra con una franchezza rara anche fra i coloni. Quando prese la parola tornò con la memoria a Evyatar, alle case e alle strade comparse in pochi giorni l’anno prima, a una collina occupata senza permesso che era rimasta lì abbastanza a lungo da costringere lo Stato a occuparsene. Disse che, se non volevano che esistesse una sola Evyatar, loro l’avrebbero costruita dieci volte. E dieci altre ancora.
Ayelet, una delle donne che ancora oggi vivono a Evyatar, ha conosciuto le due facce di questa storia, lo sgombero e il ritorno. Fino al 2005 viveva a Gush Katif, il blocco di insediamenti nel sud della Striscia di Gaza che il governo di Ariel Sharon evacuò con il disimpegno, e la casa che dovette lasciare fu demolita insieme alle altre. Dopo lo sgombero si stabilì ad Ariel, una delle colonie più grandi della Cisgiordania. Da lì, quando Evyatar consisteva ancora in un gruppo di caravan senza acqua corrente né strade asfaltate, salì su Jabal Sabih. Sapeva quanti figli avesse ogni famiglia della collina, dieci in una casa, nove in quella accanto, e ne parlava come della prova più solida che questa volta nessuno li avrebbe mandati via. Per Ayelet, Evyatar era la prova che il rapporto fra gli insediamenti e la politica israeliana era cambiato: la stessa collina che lo Stato aveva sgomberato più volte stava diventando un luogo che il governo si preparava a riconoscere. Per decenni il rapporto fra i coloni e lo Stato israeliano aveva seguito lo stesso andamento, sempre uguale. I coloni salivano su una collina, costruivano prima di avere i permessi, resistevano agli ordini di sgombero e cercavano, nel frattempo, ministri, deputati e funzionari disposti a trasformare quella presenza in una strada, in un allaccio, in una decisione capace di renderla permanente. Il movimento spingeva dall’esterno e la politica, a seconda dei governi e dei momenti, cedeva, frenava, rimandava. Con l’ultimo governo Netanyahu, a spingere e a decidere sono diventati gli stessi coloni. Bezalel Smotrich, cresciuto politicamente dentro il movimento dei coloni e residente lui stesso in una colonia, è diventato ministro delle Finanze, e un incarico aggiuntivo alla Difesa gli ha messo in mano l’amministrazione civile della Cisgiordania, cioè le decisioni su che cosa costruire, che cosa finanziare e che cosa demolire. Itamar Ben Gvir, che vive a Kiryat Arba e ha passato anni a difendere coloni e avamposti, è diventato ministro della Sicurezza nazionale. Quello che per decenni i coloni avevano dovuto strappare ai governi, adesso potevano prenderselo da soli.
Nella notte del 26 febbraio 2023, poche ore dopo l’uccisione di due fratelli israeliani a Huwara, centinaia di coloni risalirono su Jabal Sabih, e al mattino le forze di sicurezza li portarono via, alcuni in barella. Sei settimane più tardi, il 10 aprile, verso la collina marciavano migliaia di persone, e fra i rabbini, i deputati della coalizione e i dirigenti del movimento c’erano Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, due ministri che chiedevano al governo di cui facevano parte di legalizzare l’avamposto. Smotrich promise che Evyatar sarebbe diventato permanente e che lo stesso sarebbe accaduto a decine di altri insediamenti, a quelli che già esistevano e a quelli che dovevano ancora nascere. Da quel giorno Evyatar valse molto più dei pochi ettari che occupava.
Il ritorno avvenne a giugno, quando le famiglie rientrarono nelle case rimaste chiuse per due anni insieme a una trentina di ragazzi che studiavano in una yeshivah improvvisata, sotto la protezione dell’esercito e con il consenso silenzioso del governo, e questa volta nessuno salì a portarle via. Della precarietà dei primi tempi, sulla collina, restava ormai poco. Ayelet camminava sull’asfalto da una casa all’altra, indicando la scuola nuova, la yeshivah, le famiglie appena arrivate e quelle che stavano per arrivare, e ripeteva che lassù avevano creato una realtà. La parola tornava di continuo nei suoi discorsi, sempre accompagnata da un’occhiata a ciò che la circondava, come se le case, i bambini e la strada bastassero a spiegarla. Pochi anni prima sulla collina c’erano soltanto caravan, e lei diceva che qualche anno, nella storia, non era niente. Ne erano bastati pochi a portare Evyatar oltre la soglia in cui uno sgombero diventa impensabile, perché ogni famiglia in più rendeva più difficile, per lo Stato, trattare la collina come un episodio reversibile.
Nel giugno del 2024 il governo israeliano decise di regolarizzare Evyatar insieme ad altri avamposti. Il mese successivo circa sessantasei dunam appartenenti ai territori di Beita e Qabalan furono dichiarati terra dello Stato, il passaggio necessario per consentire la pianificazione dell’insediamento. La decisione non trasformava automaticamente ogni struttura in una costruzione approvata, però apriva la strada perché un luogo nato senza autorizzazione diventasse, nel sistema israeliano, un insediamento riconosciuto. Per il diritto internazionale restava illegale come prima, ma il passaggio fondamentale si era consumato, ed era irreversibile.
Per anni la domanda era stata se quel caravan dovesse stare sulla collina. Adesso la domanda era che cosa sarebbe stato costruito al suo posto.
A valle, a Beita, dopo la decisione del governo, ripresero le manifestazioni del venerdì. Il 6 settembre 2024, sulla collina di fronte all’insediamento, fu uccisa Ayşenur Ezgi Eygi, ventisei anni, un’attivista turco-americana, colpita alla testa da fuoco israeliano. L’esercito parlò di un colpo indiretto e involontario durante disordini violenti. I testimoni raccontano che i soldati puntarono dritto a lei.
Vista dai villaggi palestinesi circostanti, l’espansione degli insediamenti si manifesta soprattutto attraverso ciò che scompare. Una famiglia smette di portare il gregge su un pascolo perché sulla collina vicina è sorta una farm; qualche mese dopo quel terreno resta incolto, poi diventa troppo pericoloso raggiungere anche i pascoli rimasti, e la famiglia se ne va. In alcune comunità della Cisgiordania questo processo è durato settimane, in altre anni. Le tende vengono smontate, i recinti restano vuoti, il pendio che fino a poco prima aveva il nome di chi lo coltivava o vi conduceva le pecore entra nel raggio di un avamposto israeliano. La violenza accompagna spesso questa progressiva riduzione dello spazio a disposizione dei palestinesi, al punto che anche gesti quotidiani – raggiungere un pozzo, seguire un animale che si allontana, tornare a coltivare un campo – comportano il rischio di imbattersi in uomini armati che rivendicano quella stessa terra. È così che alcune comunità sono scomparse, una casa alla volta, fino al giorno in cui sulle colline sono rimaste soltanto le greggi dei coloni, al posto di quelle dei palestinesi che vi pascolavano da generazioni.
Evyatar racconta l’altra faccia della stessa trasformazione, quella vista dalla cima della collina. Comincia con un caravan, e un caravan, come una strada o una scuola, non è una dichiarazione di annessione. Poi arrivano altre strade, altre scuole, altre famiglie, e alla fine ciò che resta smette di essere la somma delle singole decisioni che lo hanno prodotto. È un luogo. Ed è molto più difficile discutere politicamente dell’esistenza di un luogo che della possibilità di spostare un caravan.
Il governo formato da Benjamin Netanyahu alla fine del 2022 ha impresso a questo processo una velocità senza precedenti e ha dato ai suoi promotori un’influenza istituzionale che prima esercitavano soprattutto dall’esterno.
Ma questa è una storia che ha inizio molto tempo fa. La popolazione degli insediamenti è cresciuta sotto governi di destra, di centro e laburisti, negli anni dell’intifada e in quelli del processo di pace, durante i negoziati di Oslo e quando la soluzione dei due Stati era ancora il lessico quasi obbligato della diplomazia occidentale. Ci sono stati congelamenti parziali, avamposti smantellati, intere comunità evacuate; nel 2005 Sharon ritirò tutti i coloni dalla Striscia di Gaza e quattro insediamenti dal nord della Cisgiordania. Ma la tendenza complessiva è rimasta quella di una crescita costante, più coloni, più case, più strade a collegarle.
Dopo il 7 ottobre questa espansione ha assunto un significato politico nuovo e, per una parte della destra religiosa, ha trovato una nuova giustificazione. Sicurezza, vendetta, sovranità e insediamento hanno cominciato a stare sempre più spesso nella stessa frase.
Nel maggio del 2025 il governo ha approvato ventidue nuovi insediamenti in Cisgiordania, fra comunità nuove e regolarizzazioni di avamposti già esistenti. Il ministro della Difesa Israel Katz ha presentato la decisione come uno strumento per rafforzare il controllo israeliano sul territorio e impedire la nascita di uno Stato palestinese. Smotrich l’ha celebrata come un passaggio storico.
Ayelet lo racconta da un altro punto di vista, quello di chi quella trasformazione l’ha vissuta dal basso. Per lei, la questione è semplice: dopo il 7 ottobre, chi è soldato va a combattere, chi non lo è combatte la stessa battaglia abitando, occupando, la terra.
Il caravan posato su Jabal Sabih è stato uno strumento politico fin dal primo giorno. Serviva ad arrivare prima che il futuro di quel territorio fosse deciso e a restarci abbastanza a lungo da deciderlo. Un caravan dopo l’altro, gli insediamenti hanno occupato proprio gli spazi attraverso cui uno Stato palestinese avrebbe dovuto tenersi insieme. E così, qualunque governo uscirà dalle urne si troverà davanti una mappa già profondamente trasformata.
E in quella mappa la Palestina non c’è più.
Un glossario per orientarsi all’interno de Il punto esatto.