Jorit, lo street artist tra San Gennaro e Putin - Lucy
articolo

Paolo Mossetti

Jorit, lo street artist tra San Gennaro e Putin

12 Marzo 2024

Che cos’hanno in comune San Gennaro, Che Guevara, Ilaria Cucchi e Pasolini? Sono stati tutti ritratti, in enormi murales, dallo street artist Jorit. Da qualche anno i suoi servizi sono molto richiesti da amministratori regionali, sindaci, assessori alla cultura. Si capisce: sono opere che vogliono lanciare un messaggio semplice, che a volte è semplicistico. Spesso anche molto discutibile, come dimostra il sostegno che Jorit ha fornito a Putin e alla sua guerra.

È contro gli amministratori di borgata che il fronte anti-Putin dovrebbe indagare, per capire dove hanno origine le fortune di Ciro Cerullo, in arte Jorit, che dall’entroterra campano è arrivato a farsi un selfie col capo del Cremlino.

Il fattaccio, è vero, avviene al Festival Mondiale della Gioventù, in Russia, quando il ritrattista più richiesto d’Italia, finito lì non si sa come, viene selezionato dal pubblico per una domanda all’autocrate, e gli chiede una foto per “dimostrare che sei umano come tutti quanti” e smascherare la propaganda occidentale. Ma occorre un flashback, precedente alle homepage occupate dalla vicenda: bisogna tornare tra gli amministratori delle periferie italiane, perché è lì che trova consacrazione l’elemento populista e grondante di retorica del writer, classe 1990, che l’europarlamentare Pina Picierno, sua conterranea (lui è di Quarto, lei di Santa Maria Capua Vetere) vorrebbe ora sanzionare come un bandito internazionale. 

E non è un caso che i troll ultra-atlantisti, gli sciami con le bandierine dell’Ucraina, di Israele e dell’Ue nel profilo abbiano preso di mira proprio la sinistra degli assessorati locali, dei Christian Raimo, più che quella dichiaratamente pro-Putin, per fargliela pagare. Ve lo siete cresciuto voi, è roba vostra, dicono, pescando persino un tweet di Elly Schlein, segretaria Pd, che nel lontano 2018 chiedeva la liberazione di Jorit quando era detenuto dalle autorità di Tel Aviv per un murale in Cisgiordania.

La sinistra dei consiglieri di municipalità ha cercato di sviare la rabbia borghese contro i tag con le bombolette selvagge abbracciando una tendenza opposta, almeno all’apparenza: quella delle gigantografie murali con presunzione pedagogica. Quelle che celebrano eroi civili e politici, artisti o martiri già conosciuti da tutti o dei quali non si parla abbastanza, comunque cari agli assessori che li hanno commissionati. Una forma d’arte che può persino rivitalizzare aree depresse: una forma di decoro senza le solite panchine con gli spuntoni medievaleggianti scaccia-clochard.

Jorit risulta perfetto per il sottobosco dell’arte pubblica e il suo variegato bestiario di committenti. Apparentemente depoliticizzato, emerge dall’anonimato una decina d’anni fa, realizzando dei giganteschi ritratti dei rapper nazionali: J-Ax, Clementino, il Fedez – non ancora Ferragnez – di album come Pop-Hoolista, che di Tiziano Ferro cantava: “ha mangiato più wurstel che crauti”. Sono dei primissimi piani, realizzati in stile iperrealista, con striature tribali, elemento questo destinato a diventare il suo segno di riconoscimento.

I giornali gli dedicano intere gallery fotografiche e sui social raccoglie consensi. I sindaci, in crisi di idee e in  piena austerità, hanno bisogno di interventi site-specific per cercare consenso spendendo poco. Magari in un quartiere “difficile”. A Napoli gli chiedono un San Gennaro nel difficile quartiere di Forcella, e lui lo ritrae come un modello di Dolce & Gabbana, anche se giura di essersi ispirato a un amico carrozziere. Il murale è  vicinissimo al centro storico, in pieno boom turistico, e fa il giro del mondo.

Qualche anno dopo, esplode il fervore rivoluzionario: a Betlemme disegna Ahed Tamimi, diciassettenne resistente palestinese. Al Bronx, ossia a San Giovanni a Teduccio, è il turno di Che Guevara e Maradona, dipinti sui lati di casermoni popolari. Instagram risponde con entusiasmo e le commesse si moltiplicano in tutta Italia: arrivano Ilaria Cucchi, Antonio Gramsci, George Floyd Jr., Pier Paolo Pasolini, l’operaia Luana morta in un tornio.

Faccioni, o piuttosto fototessere, che ricordano più quello marziale di Mussolini che il volto sorridente di Bobby Sands a Belfast. Eppure, l’opinione pubblica si spende in amorevoli cure per quei pezzi. Forse perché coglie un desiderio di comunicare, di allargare la cerchia, di lanciare un messaggio. Fosse anche il più semplice possibile, come: “Meglio fuori che dentro schiavo”, “Tagliateci la testa col machete”, “Fate l’amore non fate shopping”, “Meglio sparare che sparire”.

A Jorit va riconosciuto di averci fatto capire in tutti i modi di non essere legato agli arzigogoli di un certo linguaggio universitario di sinistra, dei famigerati corpi che attraversano spazi, o delle citazioni rattristanti di Mark Fisher. Niente a che vedere neppure con writer come Blu, che fa passare la denuncia sociale per figure caricaturali e mostruose.

Lo stile di Jorit si avvicina a degli “esercizi steroidei di pittura murale su intere facciate”, come li chiama Vittorio Parisi, studioso di Estetica, un misto tra stalinismo e pubblicità della moda inclusiva.

All’artista di strada che un tempo doveva scegliersi le superfici entrando di soppiatto in un deposito di vagoni abbandonati oppure aggirandosi di notte per la strade, attento a non farsi beccare dalla polizia, si sostituisce l’artista che viene accompagnato dallo Stato a lavoro e denuncia su Facebook gli imprevisti: “Sono stato aggredito da un tossicodipendente, un omone di due metri con cane altrettanto grosso”, e tutto questo “per rubarmi una collanina a cui tenevo tantissimo”.

Da qui la tirata contro il permissivismo di troppi compagni, anticipazione del rossobrunismo putiniano che sarebbe arrivato dopo: “questa gente è soltanto feccia noi dobbiamo stare con i lavoratori, con il popolo non con frikkettoni e punkabbestia vari e siamo noi che li dobbiamo allontanare” (sic).  

“Faccioni, o piuttosto fototessere, che ricordano più quello marziale di Mussolini che il volto sorridente di Bobby Sands a Belfast. Eppure, l’opinione pubblica si spende in amorevoli cure per quei pezzi”.

È lo stesso capovolgimento di prospettiva dei centri sociali napoletani – pur mai veramente frequentati da Jorit –  dell’epoca di Luigi de Magistris, sindaco ribelle ma pragmatico, anarchico ma sceso a patti con la rivoluzione di Airbnb e delle patatinerie: non più spazi enigmatici e ostili alla massa, ma centri culturali aperti a tutti dove si fa acroyoga e suona Tony Tammaro. Dove finiscono trenta-quarantenni che hanno vissuto una vita intera nella stagnazione, che si sono rotti le scatole del pedagogismo della sinistra radicale e sanno che la disoccupazione non si ferma con l’aumento dell’istruzione.

Jorit arriva in questa fase in cui si celebra l’eccezionalismo napoletano, che ha trovato enorme fortuna nella cultura popolare e nelle serie tv, e in cui il divario sociale tra chi ascolta hip-hop e chi invece il sottobosco dei neomelodici non è più abissale, colmato da quello che lo scrittore Roberto Paura definisce un “neo-identitarismo” che si è mostrato più forte “della guasta retorica della ‘modernizzazione’ e ha generato occasioni di riscatto sociale insperate”.

Il successo di Jorit si accompagna inevitabilmente a un progressivo esaurimento delle icone disponibili. Dopo un tour europeo torna a Napoli per riempirla di cicatrici rosse: ecco il capitano della squadra di calcio Marek Hamsik, Totò, il medico Paolo Ascierto “eccellenza partenopea”, persino il professor Cardarelli, ritratto con le striature in faccia sulla facciata dell’ospedale che prende il suo nome.

Su un grattacielo del Centro Direzionale, progettato come una Neo-Tokyo negli anni Ottanta e oggi spettrale, compaiono Massimo Troisi, Pino Daniele e di nuovo Maradona, ad accogliere i turisti alla Stazione Centrale come un triplice Grande Fratello, nonostante almeno Troisi e Daniele avrebbero probabilmente, in vita, rifuggito quel monumentalismo cafone. L’avanguardia è scomparsa, resta solo il kitsch.

L’adesione di Jorit alla causa putinista si manifesta nel momento in cui le giunte di sinistra non sanno più cosa commissionargli. Il pretesto gli viene servito su un piatto d’argento da zelanti burocrati accademici, quando, poco dopo l’invasione dell’Ucraina, impongono allo scrittore e traduttore Paolo Nori la cancellazione di una serie di lezioni su Dostoevskij: Nori pubblica un video in cui, in lacrime, denuncia l’accaduto, e Jorit sceglie di dipingere lo scrittore russo sull’Istituto Tecnico Industriale Righi di Fuorigrotta; nell’occhio, di soppiatto, ci disegna la bandiera del Donbass separatista.

Il colpo di scena? È l’elogio, in diretta mondiale, di Putin in persona, durante un discorso sulla “russofobia” nel mondo. Il leader parla di “speranza”, di “simpatia reciproca”, di “cultura che unisce”, che mostra finalmente a tutti “la verità”. Il discorso di Putin, che tocca anche la presunta persecuzione di J.K.Rowling sull’altare del transessualismo, ha una doppia valenza: mostrare come l’Occidente sia al tempo troppo liberale e troppo poco; impazzito dietro le mode gender e incapace di difendere i classici della tradizione. 

A quel punto Jorit è al settimo cielo e fa esplodere tutta la sua mitomania facilona: “È mai possibile che sono riuscito a fare più io, semplice cittadino, per la pace con un murale che il nostro governo?”, scrive su Facebook. Mentre al potere c’è Mario Draghi che conta di arrivare alla pace dicendo agli italiani di spegnere il condizionatore, Jorit si rivolge a una sinistra antimperialista in cerca di nuove e anche improbabili alleanze. Come quella tra lo storico comunista Luciano Canfora e il giornalista de «La Verità» Francesco Borgonovo, autori di un libro a quattro mani, o Moni Ovadia, che cita la propagandista trumpiana Laura Loomer.

Per molti millennial precari e intellettuali apocalittici la Z dell’invasione non è tanto l’opportunità di una geopolitica alternativa, quanto un ”vaffa” contro il sistema che non li ha mai accolti. “Mi sorge il dubbio, ma se Putin ‘si apre’ all’occidente con un semplice murale, cosa farebbe in caso di proposte serie di cessate il fuoco?”. Lo joritismo come vezzo infantile del tardo-stalinismo.

“A Jorit va riconosciuto di averci fatto capire in tutti i modi di non essere legato agli arzigogoli di un certo linguaggio universitario di sinistra, dei famigerati “corpi” che “attraversano spazi”, o delle citazioni rattristanti di Mark Fisher”.

È a Mosca che l’artista, che ripete di essere uno spirito libero e di voler solo presentare una “versione alternativa” dei fatti, sceglie di dipingere Julian Assange, il giornalista più perseguitato dalla Cia. È la prima tappa di un percorso di sensibilizzazione dell’opinione pubblica russa che comprende l’ormai famigerata “bambina di Mariupol”, realizzata su uno dei caseggiati bombardati dai russi e, su una casa di Sochi, località balneare sul Mar Nero, il volto di Ornella Muti, da sempre molto popolare nel Paese per i suoi film con Celentano.

Jorit sa che dopo la foto in cui è raggiante con Putin non lavorerà per un bel po’ in Italia. O almeno così ci dice l’intuito. Ma è anche vero che in Italia non era rimasto più quasi un muro disponibile, dopo che aveva persino avuto l’ok della Regione Campania per dipingere una Madonna su un ospedale di Pozzuoli con le fattezze dell’allora compagna (una nota giornalista sportiva che oggi vorrebbe cambiare numero di telefono) e dopo aver  abbellito col volto di Frida Kahlo il centro commerciale La Reggia in provincia di Caserta. “Voglio la fine della guerra per salvare vite e l’intera umanità”, spiega, negando di essere diventato il madonnaro del Cremlino.

L’indignazione è comprensibile. Ma la parte più massimalista dei filoucraini sembra credere che le sorti della guerra passino anche da una punizione esemplare di questo personaggio mediocre. I giornali hanno fatto titoli sulle opere commissionate da Putin e sulle presunte transazioni in denaro, foriere di chissà quale complessa operazione di infowars.

Dovrebbero essere invece gli artisti di strada, quelli non asserviti ancora ai burocrati creativi a prendere la parola, col sorriso amaro in bocca, per spiegare a Jorit che con quello spottone a Putin le sue opere hanno perso il tacito patto che le legava al passante, al bambino di strada, a chi, come scrive l’animatore culturale Luca Rossomando, “su quei segni possiede un diritto di vita e di morte quasi istantaneo, la facoltà di disapprovare anche in modi drastici, o solo di correggere, di aggiungere e togliere secondo il suo gusto”. 

Andrebbe detto forse a Jorit che può tornare a casa senza temere ritorsioni, e che nessuno lo vuole costringere a pensarla sulla guerra come il capo della Nato Stoltenberg o come Giuliano Ferrara. L’unico embargo che ci verrebbe voglia di imporre è su quel brodo di parole usurate e inconcludenti, ripetute come un rosario, che vanno da “rigenerare con l’arte” a “partecipazione del territorio” passando per l’immancabile “riappropriazione” e retake “dal basso”. In modo da vedere, dopo la deputinizzazione dell’arte, anche un più democratico meccanismo di rotazione fra gli artisti di Stato.

L’immagine dell’articolo è un’elaborazione grafica e non rappresenta nessun’opera reale dell’artista.

Paolo Mossetti

Paolo Mossetti è scrittore e giornalista. Collabora a diverse riviste scrivendo soprattutto di antropologia economica. Il suo ultimo libro è Appugrundrisse – Tornare a Napoli (Minimum Fax, 2022).

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