Carol Christian Poell: lo stilista più famoso che non hai mai sentito nominare - Lucy
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Giacomo Ferrara

Carol Christian Poell: lo stilista più famoso che non hai mai sentito nominare

25 Luglio 2023

Chi è Carol Christian Poell? Di lui conosciamo solo gli abiti “alieni”, indossati anche dalle star di Hollywood, assieme alle immagini di poche e bizzarre sfilate. Il suo silenzio ci interroga: perché dovremmo voler indossare vestiti scomodi come armature medievali?

Milano, primavera/estate 2003: sul Naviglio Centrale appaiono degli strani vestiti che scivolano galleggiando lungo il corso d’acqua, seguiti da una decina di ragazzi che si lasciano trascinare dalla corrente, uno accanto all’altro, impassibili, come morti a galla. Indossano vestiti simili a quelli che li hanno preceduti. Poco dopo si scoprirà che si trattava della sfilata di uno stilista austriaco, Carol Christian Poell: assieme ai passanti milanesi stupiti c’erano dei buyer, forse altrettanto stupiti, che erano stati invitati all’evento.

Poell è nato a Linz, nel 1966, ma vive a Milano da sempre, da quando ci è arrivato per studiare design alla Domus Academy. Ha debuttato nel ’95 con una collezione intitolata Non-intended collection, composta di soli quattro pezzi (una giacca, una camicia, una maglietta e un paio di pantaloni). La sua ultima collezione invece risale a più di dieci anni fa. Da allora continua a vendere su archivio, limitandosi cioè a piccole modifiche di modelli già esistenti.

Gli abiti sartoriali di Poell (pronunciato Pól) sono rigorosi, severi, con spalline pronunciate, maniche strette e lunghe, pantaloni aderenti, prevalentemente neri, o grigio scuro – mai blu. Sembrano gli abiti che indossava Schiele nei suoi autoritratti. I capi in pelle, rinomati, hanno un aspetto vissuto e inserti metallici. Macabro è la prima parola che viene in mente per descriverli, insieme a provocatorio. Alcuni accessori le rendono aggettivi scontati: come le collane di occhi prostetici, o una borsa ricavata da un maialino impagliato.

La prima volta che mi sono imbattuto nel nome di Poell ero appena uscito dal liceo. Un mio amico mi aveva detto che per una certa sfilata cercavano ragazzi giovani, “normali”, e che pagavano mezza piotta. Non si trattava di una sfilata di Poell, ma di uno stilista romano, Fabio Quaranta. La prova però la feci in un negozio del rione Monti, a Roma, che si chiamava Motelsalieri.

Aveva l’aria di un luogo abbandonato, decrepito, ma era ben illuminato, e vi erano esposti capi che si capiva essere, a loro modo, molto sofisticati. Al centro di una stanza si trovava la statua di un cavallo rivestito di pelle nera, omogenea, senza cuciture. Incuriosito, scoprii che si trattava proprio di un’installazione di Poell, o del suo marchio, CCP.

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La sfilata del Naviglio è forse l’unica cosa riguardo a Poell di cui si trova traccia su Internet, per lo meno in italiano, insieme al video di un’altra sfilata, in cui dei modelli bendati evadono da una finestra al secondo piano – lo studio di Poell, in via Giacomo Watt – con delle lenzuola attorcigliate. Per il resto, si trova molto poco. Il sito ufficiale non dà alcuna notizia. Nessun articolo online. Di Poell stesso non esistono fotografie, e solo poche laconiche interviste rilasciate molto tempo fa.

Per informarmi ho dovuto scorrere a fondo una pagina Instagram denominata carolchristianpoell_archives, dove, fra le altre cose, vengono riportate le scannerizzazioni di vecchie riviste che si erano sporadicamente occupate del misterioso austriaco, seppure nello spazio di poche pagine, se non di un trafiletto. I mille post della pagina Instagram sono finiti presto, lasciandomi con il senso generico di fascinazione che viene quando ci si imbatte in qualcosa di complesso e se ne possono vedere solo alcuni scampoli.

Per fortuna sapevo di un altro luogo dove reperire delle informazioni. Si tratta delle oltre 500 pagine che compongono il thread dedicato a Carol Christian Poell all’interno di un forum. Il forum in questione, un artefatto tipico del cosiddetto Internet 2.0, si chiama StyleZeitgeist. Ha quasi vent’anni, ed è interamente dedicato alla moda avant-garde: un termine che designa un insieme di marchi piuttosto oscuri, costosi e di difficile reperibilità, prodotti di norma in Giappone o in Italia. Un forum per facoltosi appassionati a un’estetica dark, per dirla nel modo più semplice.

Navigando le sue pagine rimango incuriosito dal tipo di utente che lo frequentava (uso il passato, perché SZ al momento mi sembra attivo solo formalmente). A giudicare dai loro post, sembra che molti degli utenti facciano parte del mondo dell’arte o della musica. Nel profilo indicano città di residenza come Berlino, Parigi o New York, città in cui in effetti capita di incontrare persone con quel particolare aspetto eccentrico eppure raffinato, vestite di molti strati neri sovrapposti, il tipo di persone che mi immagino a proprio agio al Berghain, o in un locale simile e meno inflazionato di cui non so il nome, oppure fuori da una qualche biennale o, che so, a curare la prossima mostra di Anselm Kiefer.

Naturalmente poi molti frequentatori del forum sono insider della moda, magari stilisti, o stylist, o costumisti, studenti della Central Saint Martins di Londra. Ma questi formano solo una parte del pubblico di StyleZeitgeist. Altri, ad esempio, vengono da città russe o mediorientali, e nei loro post, ma non è una regola, pubblicano le foto di acquisti oltremodo esosi (cosa che dai più puri è malvista, come uno sfoggio un po’ cafone, ma su cui spesso si soprassiede perché, è bene ricordarlo, il forum viveva in un tempo antecedente al proliferare degli shop online e dei social network basati sulle immagini, dunque di molti di questi capi era davvero difficile vederne le foto, e reperire informazioni sul materiale e la vestibilità).

Altri ancora, i miei preferiti, vengono da posti inaspettati, città occidentali minori, o più raramente dall’Asia orientale. Oggi la maggior parte delle immagini contenute nel forum non sono più visibili, perché dovevano essere caricate su qualcuno dei molti siti di image hosting, e sono ormai scadute: per tenerle online era richiesto un abbonamento, che nessuno si è più curato di pagare. Ma ne ho il ricordo: StyleZeitgeist lo avevo lurkato per qualche mese quando era ancora abbastanza frequentato, al tempo di quella prova per la sfilata a cui, tra l’altro, non ero stato preso.

Ecco, allora potevo vedere le immagini postate da questi utenti, in particolare le foto dei loro outfit, una cosa che sarebbe diventata popolare solo dopo, con Instagram, e che qui conservava un forte potere evocativo, per la composizione delle foto allo specchio o con l’autoscatto, lo sfondo di appartamenti scarni e di quartieri anonimi, le espressioni di volti non ancora abituati a riprendersi. Alcuni utenti assumevano così ai miei occhi una personalità, delineata e riconoscibile, che carpivo dal loro vocabolario, le abbreviazioni, le battute, e grazie ai link di video musicali e qualunque altro tipo di riferimento culturale, sempre molto avant-garde, che ficcavano nei loro post.

Bene, dicevamo del thread di Carol Christian Poell, che dentro a SZ ha sempre goduto del massimo rispetto, per non dire di una venerazione. Lo comincio a leggere a partire dal primo post, datato 2007. Sgomento per il prezzo di una giacca di pelle, 5000 dollari. Molti resoconti utili, del tipo: sono stato da Leclaireur a Parigi, hanno una decina di pezzi di Poell, costano tot, il personale è simpatico, questo pezzo è molto bello e quest’altro ha un fit terribile, mi richiamano quando gli arriva qualcos’altro. Discussioni teoriche con vaghi riferimenti marxisti, innescati dal fondatore del forum, nickname Faust, nome vero Eugene Rabkin, un emigré russo a New York, laureato alla New School, che nella vita fa il critico di moda, e sul forum è generalmente molto antipatico.

Tante domande pratiche, tipo se comprando da tal negozio poi bisogna pagare i dazi doganali, o su come trattare la pelle di kudu (canguro) di cui è fatta un certo stivaletto, o sui meriti delle zip marca RiRi (svizzera, probabilmente migliore della YKK, americana, che però ha una speciale gamma di qualità ancora superiore, perché è fornitrice della NASA).

Un’altra discussione, più interessante, riguardo la possibile comparazione tra Poell e la corrente dell’Arte Povera: un utente osserva però che il paragone sarebbe più azzeccato con l’opera di Martin Margiela, che ripropone oggetti comuni facendone capi ricercati, mentre invece Poell lavora solo con materiali costosi e della massima qualità. Vado avanti per un po’. Ne ho letto una buona parte, saltando un po’ a casaccio. A pagina 247 leggo un lungo post di Zam Barrett, un designer con base a Brooklyn: si dice sicuro che Poell sia un membro di StyleZeitgeist, o che almeno lo legga da visitatore.

Ma insomma, Poell è davvero un genio, come affermano i suoi adepti? E cos’è che vuole fare, con i suoi vestiti? L’idea che più mi convince fra quelle che leggo è che le sue creazioni vogliano assomigliare a qualcosa di simile a un esoscheletro, o a una corazza medievale (la collezione A/W ’03 si chiama Protection/Good luck).

Una giacca è ricavata da una pelle di cordovano (il sedere del cavallo) così dura e resistente da essere inutilizzabile: per questo le giunture devono essere fatte di una pelle più soffice, cosa che richiede una lavorazione estremamente elaborata (Poell viene da una famiglia di artigiani di pelle). Un’altra giacca ha delle maniche che si articolano sulle mani come un guanto, fino a metà delle dita, ostacolando anche i gesti più semplici. Un cappotto è rivestito internamente con una fodera tratta dal materiale dei paracadute. Un gilet sembra un corpetto antiproiettile. Le scarpe, con suole triple, metalliche, sono così robuste che la pelle deve essere lavorata in uno stato di macerazione, perché altrimenti distruggerebbe l’ago usato per cucirle (l’opinione generale sul forum è che risultino scomode per molto tempo). I capi in cotone invece presentano vistose cuciture industriali, realizzate con i macchinari che si utilizzano per i sacchi del caffè, e ricordano delle cicatrici curate con grossolani punti di sutura.

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I vestiti di Poell sembrano un esoscheletro, sì, ma organico, con una vita a sé. Sono scomodi, restringono il movimento di chi li indossa. In alcuni casi hanno un aspetto vissuto già quando li si compra, ottenuto ad esempio con un processo di mummificazione della pelle, o seppellendoli nel deserto (perché proprio nel deserto, non saprei), mentre i vestiti così eccezionalmente resistenti lo sono, suppongo, perché si auspica che possano resistere per molte decadi, e assumere un’intricata patina con l’usura (in una presentazione ad Amsterdam, i capi erano apparsi ricoperti di muffa). Poi ci sono i materiali organici nel senso più forte della parola. La tintura rossa, a quanto pare, viene talvolta ottenuta con il sangue. Un maglione è ottenuto intrecciando intestini animali. Una cravatta da una coda di cavallo, o capelli umani. Anche la borsa che sembra, o forse è, a meno di imprecisioni tecniche, un maialino impagliato, sembra frutto di questa intenzione.

I capi sono scomodi perché sono vivi e si vogliono appropriare del corpo di chi li indossa. I modelli di Best Before, la A/I 2001, erano sdraiati su delle barelle, dentro a sacchi di tela. “Non penso al vestito come a un complemento del corpo, piuttosto aspiro ad annullare il corpo; in realtà, lo considero solo un volume e una forma tridimensionale”, ha detto una volta Poell.

“Ma insomma, Poell è davvero un genio, come affermano i suoi adepti? E cos’è che vuole fare, con i suoi vestiti?”

Sono oggetti fatti eccezionalmente bene. Tecniche del genere non si possono appaltare a manifatturieri esterni: si dice che sia Poell stesso a compierle, lui che anzitutto si considera un artigiano, insieme al suo gruppo ristrettissimo che, leggo sul forum, sarebbe composto da non più di cinque persone. Fra di loro figurava la sua apprendista più famosa, Deepti Barth, una designer inglese che nel 2011 ha lasciato Poell per fondare il suo marchio eponimo. Da allora, Poell, che già dichiarava un rapporto di aperto conflitto con il sistema delle settimane della moda e delle collezioni stagionali, non produce più nuovi modelli.

Cosa rimane? Una considerazione scontata: in trent’anni di attività, e nonostante i suoi atti eclatanti e radicali, Carol Christian Poell è riuscito a rimanere un segreto. Che gli appassionati si sforzano di custodire come tale. Nelle loro conversazioni ricorre spesso il termine gatekeeping: lasciar fuori gli estranei, e più precisamente i giovani con molti soldi da spendere, che da un giorno all’altro vorrebbero passare dalle Nike edizione limitata alle creazioni del guru austriaco, senza capirne la poetica, inondando i loro profili con il nome CCP ridotto a un hashtag. Fare la guardia alla porta, come il famoso buttafuori del Berghain.

Si tratta di un gesto snob, un ostinato tentativo di preservare un capitale culturale dalle incursioni dei ricchi & ignoranti? Oppure, posto che ci sia una differenza significativa, è l’onesto tentativo di rispettare la volontà di Poell di restare fuori dal “mainstream” (il naviglio della sfilata era il Naviglio Grande, il corso d’acqua principale, si potrebbe dire, e infatti la collezione si chiamava Mainstream Downstream: “Oggi nel mondo della moda tutto scorre nella stessa direzione, come un fiume. Quando ho realizzato che ne ero stato risucchiato era quasi troppo tardi”.

Sul thread di StyleZeitgeist leggo già allora commenti sdegnosi alle foto di Brad Pitt, che per un po’ se n’è andato in giro con una giacca di Poell (chissà se ne sapeva qualcosa, o se era solo un’idea del suo personal stylist). E lamentele, perché a quanto pare Jude Law aveva l’abitudine di entrare nell’unico negozio di New York che ne vendeva i vestiti e di svaligiarlo, togliendo ai veri iniziati la possibilità di comprare quei pezzi così unici.

C’è chi lo definisce un designer’s designer, ricorrendo a una concezione piramidale della cultura, quasi gnostica, per cui fonti d’ispirazione “alte” affiorano alla superficie tramite il filtro di intermediari più disposti a compromettersi con i gusti comuni del “popolo”. Ma non mi sembra sia questo il caso.

È vero, negli anni sono nati altri marchi simili, per l’immaginario e la strenua ricerca dei materiali, ma sono rimasti almeno altrettanto piccoli e di nicchia (il mio preferito è John Alexander Skelton). Poell non è certo Martin Margiela, per citare un altro famoso recluso della moda, la cui influenza è ovunque, dai versi delle canzoni rap (Niggas in Paris) ai brand più in vista (Demna Gvasalia, il direttore creativo di Balenciaga, è un suo allievo).

“Cosa rimane? Una considerazione scontata: in trent’anni di attività, e nonostante i suoi atti eclatanti e radicali, Carol Christian Poell è riuscito a rimanere un segreto”.

Poell, invece, è rimasto più o meno un segreto. Quando ne avevo sentito parlare la prima volta fantasticavo immaginando un gruppo di illuminati, tremendamente ricchi e colti, i cui gusti dovevano essere così sofisticati anche in tutti gli altri campi dell’arte. Se vestono quei capi esoterici di cui fino ad allora non avevo alcuna idea, allora, pensavo, chissà quali sono i loro consumi in fatto di cinema o letteratura, o come sono fatti i luoghi che abitano.

Carol Christian Poell: lo stilista più famoso che non hai mai sentito nominare -

Qualche mese fa, quando ho cominciato a documentarmi per questo articolo, il mio primo pensiero è stato molto più prosaico: perché queste persone spendono così tanti soldi per vestirsi come i supercattivi di un fumetto?

Ma, leggendo un po’, alcune cose mi sono sembrate più sensate. Soprattutto leggendo le poche interviste concesse da Poell. Scopro cioè che impiega solo animali già uccisi a scopo alimentare, e che in molti casi utilizza materiali secondari, che altrimenti verrebbero scartati dall’industria della pelle, e che grazie a lui e ai suoi epigoni hanno ritrovato un mercato.

A proposito della tintura con il sangue, afferma in modo enigmatico: “voglio restituire vita alla pelle” (è l’unica frase che abbia ripetuto in più di un’intervista). Se sceglie di organizzare le sue presentazioni in luoghi desolati, prossimi alla demolizione, è per “denunciare l’incapacità di recuperare questi edifici”. Una collezione era stata presentata in un canile. Un’altra in un mattatoio, “dove le ultime gocce di sangue scorrono via dalle carcasse, prima che siano distribuite nei macellai della città”.

L’intenzione mi sembra evidente. Intervistato riguardo alla possibilità di tessere capelli umani, si chiede: “perché prendere sempre la lana dalle pecore, quando abbiamo risorse umane?”.

Se si dà ascolto alle sue parole, Poell appare all’improvviso come una persona di perfetto buon senso: non più un solipsista ossessivo, ma un lucido critico della società e del sistema della moda. Il che, se stride con la prima impressione che se ne ha (l’opposto del buon senso), tuttavia mi sembra sia un buono stridore, che lo rende una figura più complessa (di una complessità, voglio dire, differente da quella manifesta in ciascuno dei suoi capi). Così ora penso ai clienti di Poell – o alle sue vittime, per usare un termine che secondo alcuni sarebbe più appropriato.

C’è molto poco che accomuni una star come Jude Law a un giovane investitore asiatico o a un pittore rappresentato da una prestigiosa galleria, eccetto la disponibilità di denaro. Eppure, tutti si prestano a indossare questi scomodi capi dal significato contraddittorio e su cui non hanno alcun controllo, accettando di esserne manipolati.

Immagino che in molte tribù antiche i membri più importanti indossassero le pelli degli animali che avevano cacciato per il prestigio che ne derivava. E che lo facessero anche gli sciamani, per ragioni diverse. Non so se i suoi clienti – i supercattivi, i partecipi di un jet-set che non potrò mai conoscere da vicino – assomiglino più a sciamani, o a spietati cacciatori, ma mi sembra che Carol Christian Poell provveda a vestirli con una certa consapevolezza, e con felice perversione.

Giacomo Ferrara

Giacomo Ferrara è professore di matematica e fisica in un liceo di Roma. Scrive per diverse testate e collabora al podcast Ragù.

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