"Ma questo che cazzo vuole da noi?" - Lucy
articolo

Francesco Piccolo

“Ma questo che cazzo vuole da noi?”

17 Luglio 2023

A cosa serve l’arte per un adolescente che cresce in provincia? E come cambia il rapporto con i propri idoli? Ma soprattutto: che cazzo vogliamo dagli artisti?

Qualche giorno fa è apparsa su Instagram una storia con delle gambe semipiegate su un divano che reggono il mio ultimo libro. Chi ha fatto questa storia è una donna, si chiama Elena, è una mia amica di quando ero ragazzo. Le gambe semipiegate erano piene di lentiggini, e quindi ho immaginato potesse essere lei prima di leggere il nome. In realtà non è esatto dire che era una mia amica – non è tutto; era una ragazza bellissima di cui sono stato molto innamorato, a cui ho scritto delle lettere molto lunghe e strazianti (e molto patetiche), nelle quali incollavo delle strisce dei Peanuts che avevo fotocopiato e ritagliato per lei, perché vivevo la stessa identica condizione di Charlie Brown con la ragazzina dai capelli rossi, cioè esserne innamorato senza che alla ragazzina con i capelli rossi importasse minimamente. Anche io ero nella stessa condizione, ma proprio identica, perché anche Elena aveva i capelli rossi e delle lentiggini bellissime sul viso e su tutto il corpo, e anche sulle gambe che ora sono nella storia di Instagram.

Credo di aver scritto di lei, anzi ne sono sicuro, ma non mi ricordo dove. Credo di averlo fatto più volte, ma cerco sempre di dimenticare l’origine di quello che scrivo, a maggior ragione se parte da persone reali. Mi ricordo che una volta ho scritto un romanzo con protagonista il capo del movimento studentesco di quando ero al liceo, ma scrivendo il libro poi mi sono dimenticato di lui, pensavo solo al mio personaggio; e una volta, quando il libro era finito e sarebbe uscito dopo poche settimane, l’ho visto fermo davanti a una vetrina di una libreria, e ho pensato: cazzo, ma io ho scritto un romanzo su di lui! Me ne ero dimenticato. Tra l’altro quando poi il libro è uscito, lui si è incazzato, ma questo mi ha lasciato indifferente, perché mi ero di nuovo dimenticato che avevo scritto di lui.

La questione della differenza e della complessità tra realtà e rappresentazione, in verità, agli scrittori importa poco – sono quelli a cui importa di meno. C’è gente che si incazza o si dispera, e loro intanto pensano se questo può voler significare che il personaggio è riuscito; se le recensioni sono buone; se c’è una ristampa; se il mondo li considera degli scrittori bravi o pessimi; se sono autorizzati a scrivere un altro libro. 

Ecco: la questione per me l’ha risolta una volta e per sempre Gabriella D’Ina, direttore editoriale della Feltrinelli, quando mi convocò in casa editrice perché aveva letto dei miei racconti e voleva propormi di fare un libro. Il mio primo libro.

Mi chiese: di dove sei? 

E io: di Caserta.

E lei: ah, Caserta. La Reggia. Non mi ricordo se ci sono stata o se ne ho letto in un romanzo.

Per me quella frase ha risolto tutti i problemi, per sempre. Aver vissuto o averne letto, è la stessa cosa. E perfino l’immaginazione, se è costruita per bene, se include anche immaginare le conseguenze, se provoca un dolore vivo, o una felicità così chiara che poi durante la giornata ogni tanto ti ricordi di essere raggiante e ti chiedi, ma che è successo? – ed è successo solo che hai immaginato molto bene e con dettagli un momento felice – perfino l’immaginazione si può aggiungere a realtà e rappresentazione.

Vale tutto, insomma. E in fondo, la prova è molto semplice, quasi ontologica: se la rappresentazione esiste, è per aggiungersi o sostituirsi alla realtà.

Ma non voglio scappare via da Elena. Perché sul fatto che Elena fosse bellissima, sul fatto che ne fossi innamorato perché pensavo che dentro di lei ci fosse qualcosa di speciale, anche se inafferrabile (per me in particolare), avevo ragione.

“Aver vissuto o averne letto, è la stessa cosa”.

E qui: stacco.

Elena adesso, qualche tempo dopo – e non adesso inteso in questo momento, ma un adesso della scena che sto per raccontare – è su una pedana in cima a una struttura di tubi Innocenti, una torre dove lei è sola, di notte, illuminata da luci potenti; è silenziosa, vestita di bianco, colpita dal vento che le fa volare i capelli. La torre è stata allestita al centro della piazza del Belvedere di San Leucio, di fronte a lei ci sono le luci notturne della città e di tutti i luoghi fino al al mare di Napoli, fino al Vesuvio che di notte però non si vede. Elena è rivolta verso quel panorama, la voce della Callas a tutto volume canta Casta Diva dalla Norma di Bellini. Noi spettatori siamo tutti là sotto, sparsi per la piazza, guardiamo in su la performance che consiste principalmente in questo. 

La performance si intitola Norma, appunto. E la regia è di Toni Servillo.

Toni Servillo per me, in quel momento, in quel “adesso”, è dio. Elena per me, in quel momento, è la mia dea irraggiungibile. Tutti e due (insieme) stanno facendo una performance, e quindi avevo ragione io a ritenere che Elena fosse più grande di quello che capivano gli altri; se Toni Servillo l’aveva scelta, allora mi ero innamorato della persona giusta. E tra l’altro, questo metteva una pietra tombale sulle mie speranze (e la cosa terribile, per quel ragazzo che ero, è che non ce n’era assolutamente bisogno di un’ulteriore pietra tombale); e mi escludeva completamente da quella grandezza.

Però, quello che mi rimaneva non era affatto poco: potevo usufruirne. Potevo essere lì come spettatore. 

Era quello a cui ero abituato, non avevo velleità, solo qualche volta mi era capitato di avere la sensazione di volermi esprimere, e mi era capitato sempre a uno spettacolo del Teatro Studio, che era la compagnia di teatro sperimentale (credo si dicesse così, in quegli anni) fondata da Toni Servillo. Ma poi mi ritraevo, tornavo nei ranghi. E sapevo scacciare via quel sentimento recriminatorio che avrebbe potuto prendermi guardando solo come spettatore.

“Ma questo che cazzo vuole da noi?” -

E invece no. Adesso la ragazza di cui sono innamorato e l’artista che inventa teatro nella mia stessa città, insieme, hanno costruito questa performance. È un momento bellissimo, commovente, da fermare per sempre. Io sono appoggiato al muretto, guardo in su, ho gli occhi pieni di lacrime che cerco di trattenere perché sono venuto quassù con i miei amici, insomma non è che con i miei amici uno può piangere con le lacrime a vedere una immobile sui tubi Innocenti mentre si diffonde una musica dei nonni.

È in questo momento, che si avvicina Giulia, una delle mie amiche. Mi chiedo sempre perché è venuta proprio da me quella sera, ma forse perché aveva capito che ero stato catturato, o forse perché (credo sia così) avevo molto insistito per portarli a San Leucio. Giulia ha un giubbotto di jeans chiuso, perché è estate ma fa freddo, è notte e intorno è tutto aperto. Anche Elena lassù starà sentendo freddo, ma io non penso a questo, perché Elena non è Elena ma Norma, e comunque anche se ha freddo non può importarle.

Giulia viene dritta da me, con un sorriso incazzato, la musica è forte e quindi lei deve urlarmi in un orecchio.

Quello che ha detto mi ha fatto sia incazzare sia sorridere. Mi ha infastidito e divertito allo stesso tempo. E poi ho capito questo: che le cose che ti fanno sia incazzare sia sorridere, sia infastidire sia divertire, non bisogna sottovalutarle. In quel momento non l’ho capito, ho solo scosso la testa, ho pensato quanto è scema e anche quanto è simpatica; ho cercato di assorbirla subito e dimenticarla, quella frase, per non farmi tirare via dalla mia emozione; ho intuito che quella cosa che ha detto era sia provincialissima sia precisissima. E non ho potuto intuire che me la sarei ricordata per il resto della mia vita. Anzi, meglio: che non sarei riuscito a dimenticarla per il resto della mia vita.

Non è una cosa importante; ma è una cosa importante.

Giulia aveva un paio di anni più di me, forse tre. In estate andavamo in discoteca insieme, lei si era messa con un deejay a Formia ed entravamo in discoteca tutte le sere. 

Toni Servillo era un marziano per noi: la mattina tardi appariva in piazza Margherita, con alcuni suoi amici che erano i collaboratori del Teatro Studio, che aveva una sede in una stradina lì vicino e dove non sono mai entrato. Parlavano tra loro ed erano inavvicinabili. Ma ho visto tutti gli spettacoli di Toni dal primo all’ultimo, e in seguito quelli di Teatri Uniti e poi tutto il resto finora. L’unico legame che ho avuto con lui in tutti quegli anni è essere stato possessore del disco di Elton John Sorry seems to be the hardest word, che lui cercava per un suo spettacolo, e che io gli diedi tramite sua sorella (quindi con almeno un grado di separazione). Però continuavo a dire, a proposito di quello spettacolo: quella canzone è mia, il disco gliel’ho dato io. Credo di non avergli mai rivolto la parola, per molti anni, perché me ne mancava il coraggio. E comunque anche se gliel’avessi rivolta, lui si sarebbe comportato come la ragazzina dai capelli rossi, e come Elena. 

Però Elena ogni tanto mi faceva delle carezze silenziose che volevano dire: ma povero scemo, ma come puoi minimamente ipotizzare che io mi metta con te. Erano davvero carezze tenere, non offese per il fatto che io avessi minimamente ipotizzato. Che poi io, in tutta sincerità, non avevo minimamente ipotizzato: scrivevo quelle lettere sia per masochismo, sia perché volevo fare come facevano gli scrittori, che scrivevano lettere strazianti alle donne che amavano. Ma dentro di me non aveva mai coltivato nessuna speranza.

Elena era stata già scelta da Toni per uno spettacolo precedente, si chiamava Concerto Safari, non riesco a ricordare se era quello con la canzone di Elton John, ma mi ricordo che c’erano tre giovani in una piccola piscina sul palco che facevano dei movimenti e schizzavano acqua dappertutto, sulle note di Stevie Wonder; e poi a un certo punto appariva Elena, anche lì con un vestito bianco e attraversava la scena e toglieva il fiato. E anche quella volta mi sono commosso e ho detto dentro di me, nascondendomi al mondo: voglio fare qualcosa pure io. Ma non osavo, non sapevo bene cosa, e allora scrivevo delle lettere d’amore a Elena che – lo penso sul serio – forse le ha lette direttamente quando sono diventato uno scrittore e ho pubblicato dei libri; e le ha lette forse per vanità, direi però senza alcun pentimento, e dice soltanto che un giorno, quando morirò, le venderà, e farà un sacco di soldi. Io penso che quando morirò lei potrebbe davvero provare a venderle, ma non so se ci sarà qualcuno che le comprerà, e in ogni caso, dovesse mai succedere, è bene che lo sappia: non farà un sacco di soldi.

E guardando Elena quella sera d’estate lassù, che restava immobile e colpita dal vento, sulle note di Casta Diva, diretta da Toni Servillo, quello che stavo di sicuro pensando era: voglio fare qualcosa pure io. 

E poi si avvicinò Giulia e disse: “Ma questo che cazzo vuole da noi?”

Questa frase non l’ho mai sottovalutata, mai più, in tutta la vita. E bisogna farci i conti, ogni volta, con Giulia. Sono anni che mi appare davanti agli occhi e mi dice: “ma tu che cazzo vuoi da noi?”

In quel momento, nella mia vita, e per lungo tempo, io ero e sono stato a metà strada tra Toni e Giulia. Proprio a metà strada. Ero sia quello che stava con Toni e sapevo benissimo che cazzo voleva da noi; e sia ero uno del gruppo dei miei amici, che vivevamo una vita di provincia allegra e spensierata, e ci chiedevamo che cazzo volevano da noi tutti, gli scrittori, i registi, gli attori, i pittori, i musicisti – ma non solo loro. Tutti. Che cazzo vogliono da noi, diceva Giulia. E io capivo cosa voleva dire. 

Perché quella è una frase che arriva dalla provincia; lì dove siamo tutti compatti, come un’entità unica. A Roma o a Milano questo “noi” non esiste. Mentre Giulia quando diceva noi diceva proprio noi, noi tutti, quelli che stavano lì e quelli che non erano venuti, quelli che stavano davanti al bar, sul muretto, davanti scuola, ma anche i genitori e i nonni e le generazioni precedenti. Eravamo un noi che comprendeva non solo me, ma anche Toni. E se Toni si staccava così, doveva poi dirci cosa cazzo voleva da noi. 

Ho vissuto così, a metà strada, tra Toni e Giulia, per tutta la vita, fino a quando ho deciso di andarmene a Roma, dove ho scelto dove stare – dalla parte di Toni; ma non mi sono mai più dimenticato di essere stato anche dalla parte di Giulia, e mi sono continuato a porre la domanda, soprattutto su me stesso, ma anche su tutti gli altri, compreso Toni Servillo: ma questo che cazzo vuole da noi? Ed è una domanda che Toni Servillo stesso non può trascurare di considerare. 

Nessuno può farlo. Nessuno, per carità, deve inglobarla dentro i suoi pensieri creativi, ma deve sapere che lì fuori, tra quelli che sono stesi in un letto di notte con un libro in mano, al bar con il giornale, a teatro o al cinema nel buio delle sale, tra quelli che si aggirano per le mostre con le mani dietro la schiena pensosi, tra quelli seduti davanti alla tv o attraverso qualsiasi mezzo si voglia (chi se ne frega) c’è sempre una Giulia che si sta chiedendo: ma questo che cazzo vuole da noi?

E una risposta, anche implicita, bisogna darla. O bisogna averla, anche se nessuno te la chiede. Bisogna continuare a fare il proprio lavoro creativo, a ragionare, a capire, a cercare di esprimersi; bisogna continuare ad avere vitalità e necessità di dire delle cose; ma bisogna sempre tenere presente che bisogna rispondere a quella domanda per tutta la vita, fino all’ultimo giorno: ma questo che cazzo vuole da noi?

E temo, e anzi ne sono sicuro, ma non voglio affrontare la questione qui, che la domanda abbia valore non soltanto riguardo alla creatività, ma anche riguardo a quello che si fa e ai sentimenti che si esprimono nella vita. La domanda di Giulia vale sempre, sempre, per ogni cosa. 

“Ma questo che cazzo vuole da noi?” -

Oggi Giulia la incontro ancora, qualche volta, quando torno a Caserta. Non so se ha davvero ancora quei giubbotti di jeans, ma a me sembra di sì. Ha una risata che mi piace molto, come mi piaceva allora. Ci parliamo sempre come ci parlavamo allora, e siamo rimasti legati da quelle notti in discoteca a Formia, ai cornetti di notte ai bar della Francese o della Triestina a Gaeta; anzi, lei è rimasta legata a me per questo, ma non sa che io sono rimasto legato a lei per tutta la vita da quella frase, che si è installata dentro di me come uno di quegli antifurti che pubblicizzano in tivù, che suonano al minimo movimento sospetto dentro casa. Se lei sapesse quante volte quella frase, con la sua voce urlante per sovrastare Casta Diva, mi è riapparsa in mente per farmi pensare ancora più precisamente e sensatamente a quello che stavo facendo.

Non so se ha avuto degli effetti positivi su di me, io tendo a pensare di sì, ma non posso esserne sicuro al cento per cento. Quello che so è che quella frase continuo a sentirla e continuerò a sentirla, e non credo se ne andrà più. Perché quella frase, per me, rappresenta oltretutto qualcosa che ha a che fare con quello che sono veramente, con le mie radici, la mia provenienza, la mia giovinezza, quello che sono stato. È una frase che avrei potuto dire anche io se le cose della mia vita fossero andate in modo anche solo leggermente diverso da come sono andate; ed è una frase che riconosco, che mi fa simpatia, a cui sento di appartenere – anche se allo stesso tempo appartengo anche a chi quella frase era diretta. E me la porto dietro come mi porto dietro le mie origini, la mia città di provincia, tutti i miei amici, tutto quello che è rimasto lì, e che quando torno mi accoglie come se non me ne fossi mai andato. E negli occhi di altri provinciali che arrivano da qualsiasi altro luogo, qui a Roma, leggo una comunione, un’intesa che sento subito; loro lo sanno, che una Giulia glielo abbia detto o no, che devono rispondere a quella domanda, che se la portano dietro, per sempre.

“‘Ma questo che cazzo vuole da noi?’Questa frase non l’ho mai sottovalutata, mai più, in tutta la vita”.

Toni è qui, è vicino, lo incrocio spesso, un paio di volte ha sfiorato di interpretare un film che avevo scritto; può darsi che accadrà, vorrei che accadesse. Ma devo dire che, nonostante questo avvicinamento, questa distanza che teoricamente dovrebbe essersi accorciata tra quel regista di spettacoli di avanguardia e quel ragazzo commosso e ammirato, la distanza dentro di me non si è accorciata. E sono convinto che non può essersi accorciata nemmeno dentro di lui, anche se sono sicuro che sosterrebbe il contrario. In ogni caso, come ci diciamo da anni con il mio amico Antonio Pascale, se Toni ci fa un complimento, noi siamo felici come bambini, e anche se venisse il fantasma di Gustave Flaubert a fare una storia su Instagram in favore di un nostro libro, non ce ne importerebbe altrettanto.

Elena fa le storie Instagram con il mio libro sulle gambe, dice che andrà a vendere le mie lettere, ma la proporzione tra noi due non è mai cambiata da allora. Lei mi parla come se io fossi sempre perdutamente innamorato, e mi risponde come se questo innamoramento fosse senza speranza. Ormai siamo adulti da molto tempo, abbiamo altre vite, ci incontriamo raramente, ma dopo due secondi che ci incontriamo si ripristina quella differenza di allora, quella soggezione da parte mia, e quel senso di superiorità da parte sua. Non se ne rende conto, e non me ne rendo conto, ma è così. E finisce che lei mi fa pure una carezza, a un certo punto, per dirmi poverino – anche se io, cazzo, non sono affatto poverino.

Altre cose sono successe riguardo Toni Servillo, Elena, Giulia, Flaubert, Bellini, la Reggia, la Feltrinelli, Formia e Gaeta, Stevie Wonder ed Elton John. Vorrei continuare a raccontarle, ma poi guardo questo elenco e l’unica cosa che adesso penso per davvero a proposito di tutti loro, voglio dirla con voce chiara che sovrasti ogni altro suono intorno: ma voi, che cazzo volete da me?

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo è scrittore e sceneggiatore. Il suo ultimo libro è La bella confusione (Einaudi, 2023).

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