"Forse non dovevo vivere così a lungo". Intervista a Franco Maresco - Lucy

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Lorenzo Gramatica

“Forse non dovevo vivere così a lungo”. Intervista a Franco Maresco

12 Luglio 2023

Berlusconi, Battaglia, la mafia, Dell’Utri, le gare di pessimismo, Ciprì e una Palermo che poteva essere ma non è mai stata: una conversazione con un regista straordinario.

Superati – ormai abbondantemente – i trent’anni, non credevo di poter ripiombare in quello stato di trepidazione che è facile associare all’adolescenza. 

Lo chiamo? Non lo chiamo? Magari prima gli mando un messaggio?

Scrupoli inutili, perché dall’altro capo del telefono c’è Franco Maresco che, il più delle volte, o non risponde o non è raggiungibile. 

Franco Maresco è uno dei registi più importanti del cinema italiano degli ultimi quarant’anni, prima in coppia con Daniele Ciprì, poi da solo. Ha uno sguardo raro, che va protetto anche se lui, come creatore di immagini e immaginari abrasivi e ferini, non ci ha mai usato la stessa cortesia.

Da Cinico TV, passando per Totò che visse due volte, fino a La mafia non è più quella di una volta, la sua storia è quella di un’artista incapace di scendere a compromessi, spesso suo malgrado – tra denunce per vilipendio alla religione e censure, la sua filmografia è un bollettino di guerra. 

Ha fama di uomo difficile, umbratile, scostante. Questo, unito all’ammirazione che nutro per il suo lavoro, spiega la mia titubanza quando si fa concreta la possibilità di  intervistarlo. Dopo alcuni passaggi a vuoto, questo appuntamento telefonico alla fine si riesce a organizzarlo grazie anche all’intercessione gentile di Francesco Guttuso che, oltre a essere sceneggiatore e produttore, è amico, complice e agenda telefonica di Maresco. 

Maresco mi fa uno squillo dal suo Nokia (è ostinatamente restio all’utilizzo degli smartphone) e lo richiamo. Identifico subito la voce, che è inconfondibile strumento al servizio dei suoi film e, mentre parliamo, penso che se lo incontrassi per strada, forse non riuscirei nemmeno a riconoscerlo.

È un uomo dalla profonda intelligenza; è generoso, pure un po’ logorroico ma consapevole delle sue ossessioni e del suo malessere che cerca, dichiarandolo, di non far pesare.

Prima di cominciare, si raccomanda di esplicitare che “tutto è già stato detto” perché teme che le cose, una volta scritte, possano risultare banali o troppo apodittiche. 

L’occasione per questa chiacchierata, fatta a più riprese e della durata complessiva di più di cinque ore, è La mia Battaglia, bel libro di conversazioni che Maresco ha dedicato a Letizia Battaglia, uscito di recente per il Saggiatore. Partiamo da qui. 

Dopo il documentario La mia Battaglia e La mafia non è più quella di una volta, perché hai deciso di dedicare questo libro a Letizia Battaglia? Sentivi che c’era ancora qualcosa da dire? È anche un modo di continuare il vostro rapporto ora che lei non c’è più?

Io avevo sotto mano questo archivio su Letizia e allora, visto che ero già in contatto con il Saggiatore,  gli ho detto “sentite facciamo una cosa bella…”.

In questo libro la conversazione che nasceva per il documentario La Mia Battaglia è completa, e ce ne sono altre, che sono venute successivamente, registrate tra uno spostamento e l’altro dai set. Ne erano rimaste fuori tantissime, perché io la provocavo e ci veniva voglia di discutere su qualsiasi cosa: sulla politica, sull’arte, sulla musica, sul festival Palermo Pop degli anni Settanta. E poi cadeva l’anniversario della sua morte il 13 di aprile e ci sembrava un bell’omaggio. 

Ti manca Letizia? 

Una delle cose più dolorose della vecchiaia è che perdi un mondo fatto di amori, di amici, di persone che sono fondamentali nella tua vita, lo vai perdendo strada facendo… Negli ultimi anni, le mie perdite sono state importanti.

Penso a Franco Scaldati e a Letizia. Si era creata questa triangolazione tra noi: Franco più introverso e quindi vicino a me caratterialmente, Letizia molto più aperta, più mondana, più sentimentale anche. Io la sfottevo sempre. Le dicevo: “Basta con l’amore, ogni due secondi l’amore qui l’amore lì, neanche tu ci credi”.

Quando nel libro chiedi a Battaglia se si sente la mancanza dello sguardo femminile in Cinico Tv lei ti dice: “A me andava benissimo, non mi mancava la presenza delle donne. Credo che tu sia un poco femminile […] Nei tuoi film non ci sono donne, ma ci sono le galline”. Mi sembra una risposta bellissima. Ti voglio chiedere in cosa, secondo te, era diverso lo sguardo di Letizia Battaglia.

Lei arriva alla redazione dell’«Ora» all’inizio degli anni Settanta e quindi si ritrova come colleghi Natale Gaggioli, Nicola Scafidi, nomi grossi. I riferimenti di quei professionisti erano cinematografici; il cinema del Fronte Popolare francese, Jean Renoir, i film con Jean Gabin e poi naturalmente il cinema americano, come Giungla d’asfalto… quel bianco e nero lì. 

Letizia invece aveva fatto teatro, studiato psicanalisi, aveva letto molto; tutta la sua inquietudine, il matrimonio fallito, il desiderio di indipendenza e la curiosità l’avevano portata a conoscere Isgrò, Guttuso, Pound. Quando ritorna a Palermo ha assimilato la cultura del Sessantotto, quello che sta succedendo in Vietnam, le avanguardie italiane, Grotowski. Quindi sicuramente, anche attraverso queste suggestioni culturali, lei si inventa uno sguardo nuovo.

Era diversa: da un lato c’erano questi bravissimi fotografi con un loro immaginario molto omogeneo, dall’altra c’erano quelli importanti, come Enzo Sellerio per cui lei provava un’antipatia che era reciproca. Quando Enzo Sellerio fa quella battuta in un’intervista a «l’Espresso» – “Le donne fotografe hanno un grande merito: quello di aver messo al mondo fotografi maschi” – Letizia se la prende tantissimo. Da femminista quale era, questa cosa se l’era legata al dito.

Beh, abbastanza tranchant Sellerio, comprensibile che Battaglia se la fosse presa…

Sì, è chiaro che lei prende la battuta da un punto di vista ideologico, però Enzo Sellerio aveva un’ironia pazzesca. Letizia vedeva la fotografia di Sellerio come una pratica artistica fine a se stessa, lei diceva “egoistica”. Diversamente da lei, che invece metteva la sua arte e la sua vita al servizio degli altri: dei pazienti dello psichiatrico, della politica con Orlando, di Palermo. Non semplici foto “a corredo”, ma la fotografia come strumento di cambiamento.

Nel libro parlate anche di malattia mentale e suicidio, gesto che Battaglia rifiuta. Anche lei però, come te, ha conosciuto bene la depressione, che la porta ad andarsene da Palermo per un po’. Ecco, ti chiedo che ruolo ha avuto Palermo all’interno della sua condizione depressiva, lei che quella città l’ha abitata e animata per tanti anni, credendo anche potesse cambiare davvero…

Letizia pensava che il suo dovere fosse di cambiare le cose anche attraverso la politica, devo dire spesso sbagliando: all’inizio quando lei fu assessore fu molto criticata – ci fu anche quel famoso scontro al Maurizio Costanzo Show con Sgarbi, che la fece piangere perché le disse che faceva cagate esteticamente immonde riferendosi alle panchine di Sottsass. Certe critiche, come gli ho sempre detto, erano anche fondate, soprattutto riguardo quella giunta Orlando, che pure fu rivoluzionaria perché ruppe con la DC di Lima e Ciancimino.

Letizia credeva che Palermo potesse rinascere e fingeva di non vedere che le cose non stavano cambiando per nulla. A furia di fingere, alla fine alla depressione ci arriva, perché Palermo la distrugge e lei decide di partire per Parigi. 

Quando ne La mafia non è più quella di una volta la porto in giro, è costretta a prendere atto. Di fronte all’albero Falcone dice: “La verità è che forse non dovevo vivere così a lungo”. Sentiva che non doveva vedere tutto questo.

Palermo ha abbandonato Battaglia?

Questa è una città irriconoscente, indifferente e, come diceva Letizia, a volte anche malvagia e crudele. Palermo tradisce i suoi figli. 

Hai paura che questa cosa accada anche a te? 

Ma è già avvenuto, e da molti anni ormai. 

“Forse non dovevo vivere così a lungo”. Intervista a Franco Maresco -

Nel libro e nei film che avete fatto assieme, l’apparente ottimismo di Battaglia si contrappone al tuo pessimismo, che poi è fin troppo facile riscontrare come tratto distintivo anche del tuo cinema… 

Il mio pessimismo l’ho sempre sentito come vitale; contrapporre il mio pessimismo alla vitalità di Letizia è un errore. Lei sapeva che il mio pessimismo è necessario perché pieno di vita.  

Trovo stupida questa distinzione: Maresco disperato, Battaglia entusiasta… il nostro era anche un gioco delle parti.

Devo dire poi che a lei piaceva proprio recitare. Io sono certo che lei non fosse convinta, però si sentiva in dovere di fare determinate cose, di impersonare la parte della pasionaria – si incazzava quando la chiamavo così – di fronte a un pubblico. Era uno spettacolo, messo in scena soprattutto per le ragazze che la vedevano come punto di riferimento.

“Letizia credeva che Palermo potesse rinascere e fingeva di non vedere che le cose non stavano cambiando per nulla. A furia di fingere, alla fine alla depressione ci arriva, perché Palermo la distrugge e lei decide di partire per Parigi”. 

In cosa eravate diversi allora? 

Io e Letizia siamo state due persone completamente diverse, ma accomunate da reazioni emotive e piccole ossessioni e idiosincrasie, anche se certo c’erano cose che ci univano. I dolori della vita ci hanno accomunato perché anche Letizia ha avuto esperienze dolorose e da qui forse la sua forte vitalità, questo suo essere contro il suicidio. Sicuramente credeva che le cose potessero cambiare, io non mi aspetto nulla, né dall’uomo né dalla politica ormai. Tant’è vero che alcuni degli scrittori che ho amato di più, come Céline, sono stati delusi dalla politica. 

Una volta ci credevi anche tu? 

Prima c’era una speranza, un convincimento che letteratura, arte, poesia potessero servire a qualcosa. Anche chi era più pessimista ci credeva. 

Pensi al futuro? Hai dei progetti? 

Ricordo una scena magnifica de L’infernale Quinlan di Orson Welles: c’è Marlene Dietrich che fa la cartomante al Luna Park. Lei e Quinlan si conoscono, forse si sono amati. Lui è vecchio, sono passati tanti anni da allora e le chiede “Qual è il mio futuro?”

Marlene Dietrich gli risponde: “Tu non hai futuro”. 

Ecco, ti risponderei così. Nemmeno il mio mestiere ha futuro, nel senso novecentesco del termine. E quindi non mi immagino, tra dieci anni, a fare cinema, no. Tieni conto che il problema per me è sopravvivere… per anni ho chiesto invano di tornare a fare qualcosa a Rai 3, anche quando c’era ancora Ciprì, ma mi hanno sempre risposto picche. 

Tu però adesso hai messo in scena uno spettacolo teatrale dai testi di Franco Scaldati; quello non lo hai fatto per sopravvivere, ma per passione immagino.

Col teatro non so chi possa sopravvivere; l’ho fatto perché Franco Scaldati è stato un grande amico e un punto di riferimento.  Questo spettacolo – ci sono Umberto Cantone che è un vecchio amico di Scaldati, Claudia Uzzo – è qualcosa che facciamo per noi. Il teatro di Franco Scaldati è un teatro strepitoso, anche se è rimasto ai margini, non l’hanno capito. Scaldati con la lingua siciliana ha fatto un lavoro enorme, l’ha reinventata.

Non quel siciliano un po’ folkloristico a cui ci ha abituato la TV…

Voi al Nord siete abituati a questo siciliano “filtrato” dalle fiction.

Montalbano…

Camilleri mi era davvero simpatico, era un piacere ascoltarlo. Era un conversatore straordinario. Attorno a lui si è creato un fenomeno che nemmeno lui si aspettava secondo me, che potremmo chiamare “camillerismo”. Un fenomeno di cui è responsabile la televisione, che ha creato quell’immaginario da cartolina e quella lingua annacquata diventata molto popolare.

Ecco, il siciliano di Scaldati non potrà mai essere popolare: è la lingua di un poeta, musicale, e in quella lingua io ritrovo me stesso; è una sorta di viaggio autobiografico, in una memoria dolorosa perché Franco non c’è più da dieci anni. 

A Scaldati hai dedicato anche un film, Gli uomini di questa città io non li conosco. Cosa ti legava a lui? 

Io e Franco ci riconoscevamo reciprocamente proprio perché eravamo pessimisti sulla politica e sulle sue possibilità, nessuno dei due poteva essere costretto in un’ideologia. A Franco Scaldati interessava l’uomo, in questo mi riconoscevo anche io. Anche la mia depressione, che è un fatto chimico e un fatto della vita, era simile alla sua. Entrambi avevamo l’onestà di riconoscere che stavamo male senza vantarcene.

Un altro grande pessimista era Gesualdo Bufalino. Molti anni fa ci incontrammo e mi disse: “Lei mi vuole sfidare a chi vede più nero?” Anzi, facendo la parodia dello spot Dash: “così bianco che più bianco non si può” disse “[…] a chi vede più nero che più nero non si può”. E passammo così un pomeriggio intero impegnati in questa gara tra pessimisti, a dire cose terribili.

E chi vinse?

Nessuno. Ci ripromettemmo di rifarlo ma purtroppo poi lui morì in un incidente stradale. Aveva molta vanità, vanità che io non possiedo; era assieme speranzoso e pessimista.

La vanità non è inconciliabile con il pessimismo?

Sì, quando stai davvero male forse degli altri non so nemmeno se ti accorgi.

Tu pensi mai a un pubblico?

Non mi interessa più il prossimo. Ho un po’ orrore del mondo. 

“Un altro grande pessimista era Gesualdo Bufalino. Molti anni fa mi disse: “Lei mi vuole sfidare a chi vede più nero?” Anzi, facendo la parodia dello spot Dash: ‘così bianco che più bianco non si può’ disse ‘[…] a chi vede più nero che più nero non si può’.

Mi dicevi che Scaldati non fu capito. Pensi che a te sia capitato lo stesso? 

Ti rispondo con una battuta di uno dei miei autori preferiti: “Vivo nel terrore di non essere frainteso”. Ho sempre ringraziato il cielo di non essere stato compreso, anche se questo ha avuto dei risvolti decisamente negativi sul lavoro. 

Mi preoccupava invece l’eccessiva benevolenza critica; quando ad esempio usciva un mio film più “facile” o più comprensibile, e qualcuno che per anni mi aveva criticato, d’improvviso mi esaltava, evidentemente, mi dicevo, ho sbagliato qualcosa. Poi con Cinico TV agli inizi eravamo scoraggiati, perché da sinistra ci davano dei cinici, degli sfruttatori della povertà. 

Mi è capitato di leggere qualche articolo e critica – cinque o sei – intelligente sul mio lavoro. Alla fine mi dico che va bene così. 

“Forse non dovevo vivere così a lungo”. Intervista a Franco Maresco -

C’è un tuo film che pensi avrebbe meritato un riconoscimento maggiore?

Credo che il film che ho fatto con Letizia, La mafia non è più quella di una volta, sia un film sottovalutato, proprio perché non si è capito fino in fondo come la scelta di Letizia e di Ciccio Mira come protagonisti andasse nella direzione di raccontare la spettacolarizzazione di tutto, l’azzeramento di senso. 

Belluscone – una storia siciliana e La mafia non è più quella di una volta sono due requiem definitivi sulla mafia; credo che questi film provino a dire che non c’è più niente da dire. Che è tutto finito.

Credi che Letizia Battaglia abbia un po’ oscurato il film con la sua presenza?

Tutt’altro. La presenza di Letizia che recita se stessa, e al contempo è vera e partecipe all’interno del progetto, è potente. Un simbolo vivente come lei che non solo accetta di fare una cosa del genere, ma è complice; quanti l’avrebbero fatto? Il film non è stato sufficientemente capito; poi c’è stata la pandemia, la censura…

La polemica su Mattarella, intendi… il fatto che Mattarella non avesse commentato la sentenza sulla trattativa Stato-Mafia. 

Sì, a causa di quelle polemiche il film non ha circolato per volontà della Rai, che era dentro il film…

Definiscimi la censura.

Le censure non ci sono più. Le censure c’erano quando si faceva paura, quando si interveniva, si prendeva posizione. Ora c’è il “tenere a distanza”. 

Tu però la censura l’hai vissuta con Totò che visse due volte, dove c’è la bestemmia che ha causato a te e Ciprì parecchi guai. Il film è profondamente spirituale, secondo me. 

In fondo lo è, un film religioso, con la rabbia che si tramuta in rivolta contro Dio e la consapevolezza della fine. Io ebbi una conversazione con Edoardo Sanguineti, che fu tra i primi sostenitori del film. C’erano in quei giorni molte polemiche – la censura, le accuse di blasfemia – e Sanguineti disse, parafrasando Artaud: “Colui che bestemmia Dio non è un ateo perché presuppone l’esistenza di un dio”.  

L’ateo invece, che dovrebbe ignorare l’esistenza di Dio, bestemmiando la afferma.

La afferma perché si incazza proprio con Dio! In Totò che visse due volte non c’è il dubbio dell’ateo ma la consapevolezza che l’uomo non è il destinatario finale della creazione. Noi siamo solo un momento di passaggio. E quindi è anche un film sulla tecnologia, sull’intelligenza artificiale. Quello della tecnologia è un tema che ho sempre immesso nel mio lavoro, anche se non lo si vede direttamente – non ci sono robot, computer o androidi. Cinico TV, con la sua desolazione, quei paesaggi, era già fantascienza. Ma di questo non si accorse nessuno. Anche Lo zio di Brooklyn, Totò che visse due volte sono film di fantascienza che hanno a che fare con la fine dell’uomo, con il post-umano. Parlando di Totò che visse due volte usai l’espressione “cinema del commiato”. Commiato dalla specie; l’uomo arrivato al capolinea a causa della tecnologia, che passa su un altro binario dell’evoluzione.

Ho letto di recente un editoriale del filosofo Yuval Noah Arari sull’intelligenza artificiale. In breve: dice, e non è il solo, che siamo spacciati…

La potenza tecnologica porta verso altro, verso l’artificiale. Io anni fa ho conosciuto questo personaggio, che è un mito per i transumanisti, Ray Kurzweil, il quale da tempo sostiene che appunto si va verso l’immortalità. Già qualche decennio fa era facile prevedere che saremmo stati destinati a confluire in un supercomputer. Cosa siamo? Siamo una rete di neuroni? Come saranno i nostri ricordi e i nostri sentimenti? 

Che incubo, che grande malinconia. 

Come hai iniziato a fare cinema? 

Ho iniziato per campare, perché mi ero sposato a 25 anni: andavo nelle scuole medie con un proiettore 16mm, la prolunga, i fili, proiettavo i film e li raccontavo ai ragazzi. In quegli anni i film erano pochi… si andava dal devastante Gattopardo, devastante perché per cambiare bobina ci volevano anche quattro ore e i ragazzi si rompevano i coglioni. E poi titoli come Perché si uccide un magistrato (ndr: Damiano Damiani, 1975), che rivisti anni dopo avevano anche un loro coraggio e una loro dignità.  

Poi negli anni Settanta, anni stupendi di televisione sperimentale, vedo in televisione Beniamino Placido che nella sua trasmissione 16.35 mostra le immagini di Io sono un autarchico di Nanni Moretti e mi dico che con la super 8 si può fare cinema e che a fare cinema si può persino diventare famosi! Nelle cose che Moretti ha fatto, in modo particolare Bianca, ci riconosci un’identità, che è la cosa fondamentale nel cinema. Quindi questa è una cosa che non tutti sanno, cioè che Moretti mi ha in qualche modo motivato a fare cinema. Quel primo Moretti mi piace, provo pure un po’ di simpatia nei suoi confronti, perché riconosco in lui il nevrotico, il depresso…

“Belluscone – una storia siciliana e La mafia non è più quella di una volta sono due requiem definitivi sulla mafia; credo che questi film provino a dire che non c’è più niente da dire. Che è tutto finito”.

Con Ciprì, voi siete stati se non i primi tra i primissimi a rendere Berlusconi “personaggio” – fa strano dirlo, no? – con Paviglianiti e con Tirone…

Prima con Tirone nel 1990, con la prima Ode a Silvio, poi tre anni dopo con Paviglianiti c’è Ode a Silvio parte II. Qualcuno l’ha postato su internet. C’era già tutto. E parliamo di 33 anni fa. Poi, intendiamoci, Berlusconi veniva preso per il culo ma molto poco. Era visto come personaggio molto simpatico.

Anche tu lo trovavi simpatico? 

Beh, al di là dei moralismi, rispetto ai personaggi della sinistra contemporanea lui era davvero mister simpatia.

Vabbè grazie, ci vuole poco.

Berlusconi, fino all’ultimo, ha avuto dei caratteri profondamente umani, anche se le sue fattezze erano ormai zombesche, come uscito da un set della Universal.

Alla notizia della morte di Berlusconi, cos’hai provato?

Ho provato malinconia. Una nostalgia immensa, per una questione anagrafica soprattutto. Io Berlusconi l’ho “conosciuto” negli anni Settanta. La mia posizione nei suoi confronti quindi è diventata critica col tempo, quando è entrato in politica. Sicuramente poi quello che doveva fare lo ha fatto; senza di lui non esisterebbe Giorgia Meloni, non esisterebbe questa Italia e lo dico in un senso che ovviamente è negativo. Ha cambiato questo paese; in peggio, ma lo ha cambiato. È stato molto bravo a interpretare i tratti di un popolo. Prima di Berlusconi c’erano Pulcinella, la commedia all’italiana, Monicelli, Risi – se riguardi quei film, c’è già Berlusconi. Berlusconi è stato geniale a portare qui la modernità o, come disse Letizia, la telenovela

Ma il problema non è mai stato soltanto lui… se davvero, come pare, Berlusconi avesse fatto un patto con la mafia, si sarebbe comportato esattamente come ci saremmo aspettati da lui: è Berlusconi. Il problema è anche la sinistra che ha continuato a cazzeggiare nei salotti della “contessa Serena Dandini” (che non si capisce che cosa c’abbia sempre da ridere, come le disse anche Beniamino Placido);  gli intellettuali non hanno portato nessun contenuto. I girotondi erano una cosa ridicola; il PD, dove è confluita la DC e un certo gesuitismo, è un partito senza idee. Veltroni poi, guarda Veltroni!

Veltroni ha fatto pure un nuovo film che è uscito da poco, Quando.

Tutto quello che fa – i film, le fiction –  è penoso. 

Beh ma quella è vanità.

No, ma c’è stata una “sinistra” – chiamiamola così, sinistra – che si è identificata in lui perché kennediano, democratico. Questi hanno azzerato e depotenziato tutto, a partire da Pasolini, di cui si sono appropriati in modo indebito. Questo è il veltronismo! Il problema quindi è che è mancato l’antidoto al berlusconismo. Quando il cane da guardia non sa difendere il proprio padrone, la colpa è del cane che non sa fare il suo lavoro. La sinistra non ha saputo fare la guardia a questo paese…

Ma secondo te non è stato proprio quello il problema della sinistra? Quando ha cercato, fallendo, di fare il cane da guardia, ha rinunciato a fornire un’alternativa. Ricordo un film collettivo contro Berlusconi (si chiamava L’unico paese al mondo) destinato alle sale. In uno di questi cortometraggi c’erano dei bambini che giocavano felici con un giocattolo e un bambino prepotente – ovviamente Berlusconi – che glielo rompeva, se non ricordo male. Era il 1994 e si era già sulle difensive.

Ma quelle erano banalità, stupidaggini, melassa. Guarda, prendi il cinema di Veltroni: ha fatto un film su Pio La Torre che è inguardabile, un’offesa quasi alla memoria di La Torre, che è paradossale, no, perché ottiene l’effetto contrario a quello che si era dato. Dell’ultimo film ho visto il trailer, con quest’uomo che rimane in coma per un sacco di anni… è di una banalità, di un piattume estetico incredibile. 

“Forse non dovevo vivere così a lungo”. Intervista a Franco Maresco -

La storia d’amore tra Berlusconi e la Sicilia è stato un rapporto a tre in cui il terzo era la mafia… 

Berlusconi è stato un ostaggio di Cosa Nostra e dalla mafia non si esce. Un uomo nelle mani di Mangano, dei fratelli Graviano, di Bontade, di Dell’Utri. Berlusconi negli anni ’70 aveva il timore di essere sequestrato, allora si rivolge a Dell’Utri, che conosceva dai tempi dell’Università, gli mandano Mangano e nasce questo rapporto. E Forza Italia ha la sua vera capitale non a Milano ma a Palermo. I primi circoli del partito nascono a Corso dei Mille, a Brancaccio, zona tra le più mafiose di Palermo. Forza Italia sostituisce la DC, eliminata fisicamente dalla mafia con l’omicidio di Salvo Lima. 

Come hai convinto Dell’Utri a recitare in quella scena straordinaria di Belluscone – una storia siciliana?

Guarda, è stato semplice. Io gli feci una telefonata dicendogli: “Sono Franco Maresco, non so se lei mi conosce, se lei ricorda Cinico TV”. E lui: “Come no, mi piaceva molto anche se a volte lo trovavo un po’ greve”. Dell’Utri, scoprii poi, era molto curioso e attento. Sapeva tutto. E allora gli dissi “guardi che io sto facendo questo film” e, cercando di impietosirlo, aggiunsi che ci sarei rimasto davvero male se lui non avesse accettato, anche perché lo vedevo in tutte queste trasmissioni televisive, perché loro sì e io no?

Funzionò: “Guardi Maresco, lo faccio volentieri. La richiamo e le faccio sapere quando sarò a Palermo”. Fu di parola, questo va detto. Venne con la scorta e si mise a disposizione. C’è una cosa che non ho mai raccontato: il problema era trovare quel teatro dove girare la scena. Lo cercavo, lo cercavo ma nulla… alla fine troviamo un teatro gestito da preti. Li chiamiamo per sapere quanto ci sarebbe costato affittare la sala e ci dicono 700 euro. Troppi per noi.  Ci pensiamo un attimo su e richiamiamo: “Sarebbe davvero un peccato dover rinunciare perché abbiamo appuntamento con una personalità molto molto importante”. Questi si incuriosiscono e vogliono sapere chi è questa personalità molto importante. Quando salta fuori il nome di Dell’Utri, da 700 euro si scende a 150. 

Pazzesco.

Questa cosa mi divertì e mi colpì molto, tra l’altro Dell’Utri viene proprio dall’ambiente cattolico. La cosa però che poi non sono riuscito a realizzare era che io avevo chiamato Grasso…

Pietro Grasso, l’ex procuratore di Palermo… che ai tempi del film forse era già Presidente del Senato…

Esatto. Lo chiamai e gli chiesi di partecipare al film. Lui mi disse: “assolutamente sì, io sono un suo ammiratore”. Gli dissi che lo volevo far parlare della Bacigalupo, la mitica squadra di calcio fondata da Dell’Utri, dove lui aveva giocato da bambino. In campo e attorno a quella squadra c’era la borghesia palermitana, c’erano i mafiosi, c’era Mangano. Grasso accettò. Poi però mi richiamò e mi disse: “Maresco, guardi… i miei colleghi mi hanno sconsigliato di partecipare”. 

Gli dissi che non c’era problema, sapevo che non era per me ma era una cosa comunque delicata politicamente. Allora poi chiesi a Dell’Utri se si ricordava di Pietro Grasso. “Certo che me lo ricordo. Veniva accompagnato dalla mamma. Lui entrava in campo candido, perché la maglietta della Bacigalupo era bianca, e usciva senza uno schizzo di fango”.

Perfido. 

Devo dire che mi sono molto divertito con Dell’Utri, perché questi sono molto più divertenti di tutti quelli del PD messi assieme. Sono molto più interessanti da un punto di vista umano proprio. Pensa se avessi incontrato Letta, Cuperlo, D’Alema… una noia mortale. 

Ma questo sei tu. Ti interessano i personaggi sfaccettati, sfacciati, anche negativi. Soprattutto negativi, direi.

Più volte mi hanno rimproverato di essere stato ambiguo nei confronti del mafiosi; il mio compagno di banco è stato uno stragista ai tempi di Falcone, i mafiosi li ho filmati, li ho conosciuti e mi interessavano le loro sfumature e, sembra pazzesco dirlo, anche le loro tenerezze e i loro momenti di abbandono. Comunque, quei personaggi sono molto più interessanti dai, se fai lo scrittore, se fai il regista soprattutto, che te ne fai di Letta? La Russa è un personaggio meraviglioso…

Mi racconti un po’ di Ciprì?

Daniele era come quei musicisti dal talento innato, che non sanno leggere le note ma che hanno capacità di costruire strutture armoniche pazzesche – il jazz è pieno di figure così. Ma quando qualcuno poi gli chiedeva di raccontare la sua fotografia, le sue spiegazioni erano esilaranti, non si capiva un cazzo… e questo era anche il bello di Daniele. Io gli devo molto, era un talento straordinario. Quando ci siamo conosciuti, io ero più anziano, ero sposato e avevo già un figlio quindi per me Daniele era come un fratello minore. 

Pensi di essere stato un buon fratello maggiore?

Credo di sì. Ma anche lui è stato per me un affettuoso fratello minore, soprattutto in un periodo molto brutto della mia vita, che lui ha condiviso con me. Stavamo sempre insieme, di fatto eravamo famiglia l’uno per l’altro. Ora non ci vediamo dal 2007 – da quando la nostre strade si sono separate – e ogni tanto mi manda qualche messaggio, ma siccome io ho un vecchio telefono non ce l’ho salvato in rubrica e, quelle pochissime volte che mi scrive, io gli chiedo ogni volta: “Chi sei?”

Come è il vostro rapporto ora?

Sicuramente sono stato molto incazzato con lui, mi sono sentito tradito. Ha rinnegato il nostro lavoro. Una volta sul palco dei David lo hanno presentato come “Ciprì della mitica coppia Ciprì e Maresco!”

E lui hai risposto “Ora sono un’altra persona”. In un rapporto di coppia è sempre preferibile che uno dei due insulti l’altro, perché vuol dire che c’è stata una passione, un sentimento, una condivisione di ideali. Quando dall’altra parte non c’è niente, è triste.

In un certo senso è vero che è un’altra persona: io non lo riconosco più, è un “ultracorpo”. I premi, i festival, le scuole di cinema, le pubblicità, il potere… è la negazione di quello che era prima. Credo che sia consapevole di queste contraddizioni e credo che lo sia anche il pubblico. 

Di recente ho riguardato lo spezzone Il testamento di Monicelli da I migliori nani della nostra vita, in cui il regista sceglie due epigrafi per la sua lapide: hai già pensato alla tua? 

Non ho quella verve da toscanaccio che aveva Monicelli. Per avere un’epigrafe sulla lapide bisogna essere stati molto importanti, non mi pare il caso. Anzi, un po’ spero di essere dimenticato.

Però invidio sempre le lapidi altrui. Ce n’era una di un attore inglese, bellissima, se non ricordo male diceva: “Non calpestate l’erba”. 

Lorenzo Gramatica

Lorenzo Gramatica è Editor-in-Chief e autore di Lucy.

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