Il memoir di D’Alema, da poco pubblicato da Feltrinelli, è un libro più interessante di tanti testi del genere scritti da politici. E lo è non solo per la tragica vicenda del suo protagonista, animata da errori e rimpianti, ma soprattutto per come racconta una classe politica che, a differenza di quella attuale, nel fallimento aveva comunque qualcosa da perdere.
Nelle prime pagine di Eravamo comunisti (Feltrinelli, 2026, scritto con Pietro Spataro), Massimo D’Alema cita una parola che dice di non aver “sentito mai più nel corso della mia vita”. La pronunciava il nonno paterno Nicola, massone, ispettore scolastico, “chiuso e severo, di legnosa durezza”, quando il nipote calpestava un’aiuola ai giardinetti di Modena: “Screanzato!”; D’Alema la chiama “una parola bellissima”.
È un dettaglio minimo però indicativo: la memoria di un uomo che ha fatto il presidente del Consiglio, che è stato per trent’anni il più ammirato, odiato, temuto della sinistra italiana, si apre non su una vittoria ma su un rimprovero, e su un rimprovero che però gli piace. L’intera autobiografia di D’Alema sembra fatta così, alla ricerca inesausta di un superego perduto: un lungo racconto di obbedienze, di disciplina, di cooptazioni, scritto da un uomo che quella disciplina ha amato, e che oggi, a settantasette anni, non trova più nessuno che gliela imponga.
Eravamo comunisti si ferma, forse giustamente, al 1992, alle prime elezioni del Pds, e quindi non racconta niente di ciò che D’Alema è diventato per il senso comune: non la Bicamerale, non Palazzo Chigi e il Kosovo, non il Partito democratico, non le consulenze, non la parata di Pechino del settembre 2025.
Ma proprio per questo il memoir va letto insieme a tutto il resto: alle interviste di questi giorni (a Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 4 ottobre, a ilLibraio del 6, le presentazioni di Genova e Pisa), a quelle vecchie (a Concetto Vecchio su Repubblica nel 2022, a Luca Telese su Panorama Economy nel 2003, a Giovanni Minoli a Mixer nel 1996), al libro gemello A Mosca l’ultima volta (Donzelli 2004, poi Solferino 2022), ai saggi geopolitici degli ultimi anni e alla contabilità, ormai pubblica, delle sue società.
Messi insieme questi materiali compongono una figura che Eravamo comunisti da solo riesce a fatica comporre e che anche noi facciamo fatica a inquadrare. Che ritratto vuole dare di sé D’Alema, che figura politica ha rappresentato e rappresenta?
La prima impressione è quella di un uomo tragico nel senso più classico, a cui è stato dato un talento sproporzionato e a cui è stato chiesto di consumarlo in una forma che non ha scelto, e che poi, quando quella forma si è dissolta, sembra non aver saputo cosa farne.
La tragedia comprende sempre conoscere – se non collaborare – a quello che viene dato per proprio destino. D’Alema è sempre consapevole. Sa quando a diciotto anni accetta di fare il concorso alla Normale che non vuole fare; sa quando rifiuta Cambridge per restare in Consiglio comunale a Pisa; sa quando dice a Berlinguer “preferirei rimanere a Pisa” e si sente rispondere che la domanda era un’altra; sa, nel luglio 1984, che la morte della sua giovanissima compagna Giusi Del Mugnaio e quella di Berlinguer, a quaranta giorni di distanza, sono diventate dentro di lui una cosa sola; sa, nel febbraio 2022, registrato al telefono mentre parla di 80 milioni di provvigioni per sommergibili e corvette da vendere alla Colombia, che sta facendo qualcosa che non gli somiglia, ma poi lo fa lo stesso. La consapevolezza, come nelle tragedie greche, non salva. È la confessione del Prometeo di Eschilo, che il proprio destino lo conosceva prima di tutti: “Volontariamente, volontariamente ho sbagliato, non lo negherò”.
Eravamo comunisti sembra la storia di come il Pci ha prodotto il più dotato dei suoi figli e di come quel figlio, finito il partito, ha cercato per trent’anni un sostituto all’altezza, trovandolo prima nello Stato, poi nell’Europa, poi nel mondo, e infine nel mercato, cioè nell’unica cosa che il Pci gli aveva insegnato a disprezzare.
La scena della vocazione, nel libro, è una scena di resa. Genova, estate 1967: D’Alema ha appena fatto la maturità al liceo D’Oria (“qualche 7, forse persino un 6 in scienze, però con 9 in storia, in filosofia, in italiano”) e non vuole andare a Pisa. Vuole restare e fare Matematica, perché all’università genovese insegna ancora Eugenio Togliatti, fratello maggiore di Palmiro. È il padre a volere la Normale, e a far intervenire Giorgio Amendola, che a casa D’Alema lo prende da parte con quel suo inconfondibile vocione: “Massimo, vai alla Scuola Normale, non devi pensarci su, quella è la scuola della classe dirigente”.
Il commento rivela la matrice destinale del libro: “Paradossalmente le storie di ribellione contro la famiglia cominciano quasi sempre con la scelta di andarsene da casa. Il mio caso era al contrario, quello di un ragazzo che avrebbe dovuto ribellarsi pretendendo di rimanere. Non ho mai amato i conflitti, in particolare nella famiglia e con le persone cui mi sento legato”. Qui sembra il gesto di Agamennone a Aulide, quando “si mise al collo il giogo della necessità”: la tragedia non comincia mai con un atto di volontà, ma con il momento in cui si smette di opporsi.
Il concorso lo vince (quarto su dieci posti, con un dieci in storia da Armando Saitta; primo arriva il suo amico anarchico Michele Olivari, a un quarto di punto Fabio Mussi, incontrato “sulle scale della Normale” il 15 novembre 1967, tutti e due con la valigia in mano).
Pisa è la parte più bella del libro, il momento in cui intelligenza e politica sembrano la stessa cosa: “Si saltava da un seminario di logica simbolica di Evandro Agazzi a una concitata assemblea. Da una lezione raffinata di Francesco Orlando su Mallarmé a un volantinaggio davanti alla Fiat di Marina di Pisa”. C’è il meglio della classe intellettuale che l’Italia abbia avuto. Ci sono Marco Santagata e Walter Siti, Remo Bodei e Sebastiano Timpanaro; c’è Adriano Sofri, “il più originale, enigmatico e sfuggente”, che lo trascina alla Bussola la notte di Capodanno del 1968, dove Soriano Ceccanti resta paralizzato da un colpo di pistola e D’Alema annota sul quaderno la «follia dell’essere stato preso dal gusto della violenza, della battaglia e del giocare stupidamente alla rivoluzione». Il giorno dopo Giancarlo Pajetta gli dice: “È meglio rischiare e sbagliare che stare a casa” e il segretario della federazione il contrario: “uno che voglia diventare un dirigente comunista non partecipa a queste avventure”. D’Alema sceglie la seconda frase: la Bussola, scrive, “rafforzò la mia scelta di lavorare in modo più strutturato nel partito abbandonando la stagione movimentista”.
Poi c’è Cambridge; il terzo anno D’Alema fa una ricerca su Karl Korsch (“L’umanesimo marxista e l’eresia mi attraevano molto di più dell’ortodossia classica”) e pensa di ricavarne la tesi. Una sera, a casa di Riccardo Di Donato, incontra Arnaldo Momigliano, che gli parla di Cambridge, di Piero Sraffa, di Joan Robinson, di Ludwig Wittgenstein. Nasce un’ipotesi di tesi vertiginosa: che rapporto c’è tra la critica sraffiana della teoria del valore di Marx e l’amicizia con Wittgenstein, e tra l’antideterminismo di Sraffa e la visione gramsciana della rivoluzione in Occidente?
Nicola Badaloni “fu subito preso dall’idea”, ne parla con Sraffa, “che si disse disposto ad accogliermi a Cambridge”; la Normale può dare una borsa di un anno. “Un’altra vita. Non nascondo che ci pensai. Ma dopo una notte tormentata decisi di restare a Pisa, al Consiglio comunale e alla politica, abbandonando gli studi. Si può avere nostalgia di una vita che non si è vissuta? Sì, più di un rimpianto. Qualche anno fa sono stato invitato a Cambridge per una conferenza sul destino dell’Europa. Ho vissuto tre giorni al Queen’s College. Tre giorni di nostalgia struggente ma ormai vana”.
A leggerlo sembra un what if nella storia del comunismo italiano e non solo.
Lo sappiamo, D’Alema non si laurea. Il Pci lo aveva già messo a stipendio (“il nostro primo contratto di lavoro part-time”, dopo il XII Congresso del 1969), lo aveva fatto eleggere consigliere comunale nel 1970 “perché ci voleva uno studente”, e nel 1973 lo aveva persino sposato: è il partito, nella persona del segretario di federazione Giugi De Felice (“La città è piccola, la gente mormora”), a imporgli il matrimonio con Gioia Maestro, diciottenne, e è il partito a pagarlo. D’Alema lo chiama “il mio matrimonio forzato”, e dura “alcuni mesi”. Pochi anni dopo Berlinguer lo convoca a Botteghe oscure: “Abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci. Che cosa pensi di fare?”. D’Alema risponde che preferirebbe restare a Pisa. Berlinguer: “No, forse non hai capito. Abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci. Che cosa pensi di fare come segretario della Fgci?”.
Alla presentazione pisana di Eravamo comunisti del 13 ottobre lo ha ripetuto (“Io non me ne volevo andare. Provai persino a chiederlo a Berlinguer, ma non ci fu niente da fare”).
In tutto questo la parola che manca è “intellettuale” riferita a sé: il partito lo ha convinto che la politica fosse “un ramo nobile delle professioni intellettuali”, e lo ha convinto così bene che, quando il partito è finito, D’Alema è rimasto con i gradi di nobiltà ma senza la professione. Gianmario Cazzaniga, suo compagno di studi a Pisa, lo ha detto con una formula che Giuseppe Salvaggiulo riporta nella biografia non così velenosa che gli dedica, Il Peggiore (Chiarelettere, 2013): “un uomo di partito con una grandissima autonomia intellettuale e una bassissima autonomia politica”.
Il capitolo più tragico è quello intitolato Senza più lo sguardo di Giusi. Giuseppina Del Mugnaio, detta Giusi, è nata a Grosseto il 2 maggio 1955. Nel 1975, a diciannove anni, prende la parola prima di Berlinguer in piazza Maggiore e viene eletta in Consiglio comunale; nel 1978 dirige la Fgci dell’Emilia-Romagna.
D’Alema la incontra alla Conferenza nazionale delle Ragazze comuniste, a Livorno, nel giugno 1977: “Giusi era una ragazza molto carina, tenera e femminile, ma con la verve pungente che le veniva dalla sua origine toscana. I gonnelloni, gli zoccoli, i maglioni larghi erano la divisa del femminismo di quegli anni. Ma insieme c’era in lei passione politica e quella disciplina nell’impegno che venivano dalla nostra scuola”.
Il 1984 è invece l’anno in cui tutto si rompe, la tragedia esagerata del secondo atto. L’11 giugno muore Berlinguer, che a febbraio lo aveva voluto con sé a Mosca ai funerali di Andropov. D’Alema è a Lecce, lo chiama Occhetto; lui parte in macchina nella notte: “Dopo non so quanti chilometri mi fermai sul bordo della strada e mi misi a piangere. Fra l’altro quello che stavo facendo non aveva alcun senso se non il bisogno di tornare a casa e di trovare una persona, la mia compagna, con cui condividere il dolore”. Quaranta giorni dopo, la notte tra il 20 e il 21 luglio, D’Alema dorme in un albergo di Torino, dopo un dibattito della festa dell’Unità sulle donne. Lo sveglia una telefonata di Giacomo Princigalli: “‘C’è stato un incidente,’ disse, poi aggiunse: ‘Giusi è gravissima’. Si fermò, si fece coraggio: ‘È morta’”. L’auto si era schiantata contro due macchine ferme sul ciglio della superstrada Bari-Brindisi, a Triggiano, di ritorno da un comizio; con lei è morto Pino Gadaleta, medico “anche lui giovanissimo” (il libro scrive “Gadaleda”, un refuso). “Attaccai il telefono. Rimasi in silenzio, stordito, senza respiro. Ricordo solo il dolore, il senso di vuoto, l’angosciosa disperazione. Macchinalmente mi vestii. Dopo un po’ arrivò in albergo Piero Fassino. Ci abbracciammo”.
Qui la prosa di D’Alema, che è controllata oltremodo, dalemiana potremmo oggi dire, cambia: “Passai giorni e notti completamente svuotato, persi quasi quindici chili. In quell’estate dell’84 cambiò davvero la mia vita. Una sofferenza personale atroce confluiva in un dolore collettivo per la morte di Berlinguer: due vicende che per me, da allora, restarono indissolubilmente legate. Si era come spezzato un filo. Mi sentii più solo e forse allora finì anche la mia giovinezza”.
La pagina è quasi identica a quella di A Mosca l’ultima volta, dedicato a Giusi e a Berlinguer nella stessa riga (“che morirono l’11 giugno e il 20 luglio del 1984”) e chiuso con “Eravamo più soli e, improvvisamente, adulti. Finiva una lunga, forse troppo lunga giovinezza”. A Concetto Vecchio, su Repubblica, nel novembre 2022, alla domanda sul doppio lutto rispose in cinque parole: “Direi che fu la fine della mia giovinezza”. A Fabio Mussi, che lo va a prendere a Bologna e se lo porta per un mese in una casetta al mare a Piombino, dice una cosa che Mussi riferirà a Salvaggiulo e che Giancarlo Perna aveva già pubblicato sul Giornale nel 2007: “Sono un uomo finito”. Ha trentacinque anni.
È la legge che il coro dell’Agamennone attribuisce a Zeus, che ha stabilito “come norma: dal patire, l’apprendere. Anche nel sonno stilla davanti al cuore la pena che ricorda, e la saggezza arriva anche a chi non la vuole”.
La chiave tragica è anche tutta in quel “indissolubilmente legate”. Il lutto privato e il lutto di partito si saldano. La risposta a entrambi sembra la stessa: analgesica, super-egoica, soteriologica: il Partito. Dal patire, l’apprendere e il militare come intellettuale.
È Natta a chiamarlo a settembre per mandarlo a Managua a aiutare la campagna elettorale dei sandinisti, “Sarà utile a loro e sarà un bene anche per te”: “Fu un’avventura e ci fu poco tempo per ripiegarmi nel mio dolore”.
Il Pci che cura i suoi dirigenti come una famiglia cura un figlio: mandandolo a lavorare. “La politica non è solo un lavoro. È – o era – una scelta di vita che assorbe quasi per intero le tue energie con l’ambivalente effetto di spingere ai margini i dolori, ma anche i sentimenti”.
Poi conosce Linda Giuva, archivista, che “si era fatta carico del mio smarrimento con dolcezza e premura”. La sposa in Campidoglio il 20 settembre 1986 mentre è incinta della prima figlia, Giulia. È lei la figlia a volere questo libro: “Prima di rimbambirti del tutto scrivi, racconta. Per i più giovani, per i tuoi figli”. A Giovanni Minoli, nel 1996, D’Alema dice: “Non è vero, io non sono affatto freddo, amministro le mie passioni”, e “ci sono persone che possono apparire molto fredde e che invece hanno una vita interiore molto intensa e persino drammatica”. Le pagine su Giusi sembrano confermare questa demistificazione.
Come libro di storia, Eravamo comunisti è più solido di quanto il genere faccia temere, grazie al lavoro di Spataro sui verbali dell’Istituto Gramsci e sui fascicoli dell’Ufficio Affari Riservati.
Le parti migliori sono due. La prima è il ritratto del padre, Giuseppe, detto Pino, partigiano a Ravenna e Ferrara con il nome di Alberto, inseguito nel 1944 da una squadraccia in cui c’è un suo ex compagno di liceo (“È lui, è D’Alema”), salvato dalla bicicletta che gli cede Mario Arnoldo Azzi, poi torturato e fucilato dalle SS.
Il figlio ricostruisce un’intera genealogia di cooptazioni e di punizioni: il padre “costretto ad andare via da Ravenna anche su indicazione della Direzione nazionale”, spostato a Venezia, Bologna, Modena, Roma, Genova; il padre che nel 1956 alla Fgci si scontra con Enrico Berlinguer e si sente dire da Togliatti “Ti avevamo mandato alla Fgci per insegnargli qualcosa ma gli hai insegnato il frazionismo”.
Il Pci che D’Alema racconta è una macchina che sposta gli uomini come pedine e che chiede loro di ringraziare. La cosa notevole è che D’Alema ringrazia davvero: “Ma così era il Pci; a me capitò più o meno la stessa storia, anni dopo, quando dovetti partire per Bari”. Più che rabbia c’è la gratitudine di essere stato forgiato.
La seconda è il racconto degli anni di Berlinguer visti dalla Fgci: Lama cacciato dalla Sapienza sotto “sassi, bulloni, bastoni, palloncini pieni di vernice”; il viaggio in Cina del dicembre 1978, prima missione ufficiale dopo sedici anni di rottura, con un’analisi del ritorno al potere della “burocrazia celeste” confuciana che, riletta oggi, suona come una profezia su sè stesso. E infine la svolta, con la notte di Rimini in cui il “gruppo dirigente storico” (Natta, Napolitano, Ingrao, Chiaromonte, Reichlin, Macaluso, Bufalini) lo convoca in una stanza d’albergo come “un gruppo di naufraghi. Mi venne in mente la zattera di Géricault”, e Bufalini che chiede: “E ora cosa facciamo, Massimo?”. Lui risponde “eleggere Occhetto” e non entra nemmeno nella stanza: “rimasi sulla porta, li salutai e andai via”. È il momento della sua massima potenza e insieme quello in cui il partito, che lo aveva fatto, gli chiede per l’ultima volta di salvarlo.
Una dalemologa espertissima come Ida Dominijanni, che per il manifesto ha seguito D’Alema quasi quotidianamente dal Pds ai Ds, ha annotato un dettaglio di quella stagione che il memoir conferma: nel marzo 1990, a Bologna, allo scioglimento del Pci “piansero tutti, da Occhetto che guidava la svolta a Ingrao che la contrastava a D’Alema che l’appoggiava ma non senza nominare il lutto che si stava consumando”.
Nello stesso bilancio Dominijanni iscrive la “Cosa2 dalemiana” in quella “fraseologia della svolta” (la formula è di Cesare Luporini) che da allora ha dato voce “alla inesausta ricerca d’identità dei post-comunisti italiani”; e già nel 1998, agli Stati generali di Firenze, aveva scritto che il D’Alema fondatore dei Ds pur avendo sul Novecento uno “sguardo corto, cortissimo”, cercava in modo inesausto almeno «un’idea di società più reale del mito della modernizzazione».
Un libro di memorie però si giudica anche dagli omissis, e qui manca quasi del tutto l’ideologia. Non c’è una pagina sul perché il comunismo come idea avesse un senso, se non la domanda di Giovanni Paolo II (“Io ho combattuto tutta la vita contro il comunismo, ma ora che non c’è più mi chiedo: chi difenderà i poveri?”) e non ci sono i riferimenti della formazione del dirigente di partito e del leader nazionale.
C’è invece l’educazione politica come formazione estetica, non priva di nostalgia; il godimento del comizio, descritto con: “una danza di cui non si comprende più se a guidare sia l’oratore o la piazza”.
Luciana Castellina, sul «manifesto» del 6 ottobre, ha scritto che quel titolo al passato “proprio non mi piace”; Daniela Preziosi, su «Domani», lo ha definito “l’ambiziosa autobiografia di tutta la sua generazione”. Ma alle volte sembra un’autobiografia scritta dal punto di vista del liquidatore, certe volte, più che del militante: ciò che D’Alema avrebbe voluto fare di sé compare solo in quella notte tormentata su Cambridge. Il titolo è al passato perché il soggetto plurale è la cosa che D’Alema, lui da solo, non ha mai saputo essere.
Il libro si ferma nel 1992, anche la tragedia ha bisogno del terzo atto: quello in cui l’eroe ottiene ciò che desidera e scopre che forse non vale niente. Si piangono più lacrime per le preghiere esaudite… D’Alema stesso ammette che dopo la morte di Berlinguer “avevo pensato che avrei potuto farlo io il segretario del Pci […] Insomma mi ero sentito in corsa”.
Lo diventa dieci anni dopo, nel luglio 1994, quando il Pci non esiste più e il Pds ha appena perso contro Berlusconi. Salvaggiulo lo scrive nella prima pagina: “Fin da bambino ha desiderato diventare segretario del Pci e per questo si è impegnato fino a quarant’anni. Ma quando è arrivato al traguardo era tardi: il comunismo non esisteva più”.
Poi la Bicamerale (“Il mio destino è quello della Bicamerale”), poi Palazzo Chigi, il 21 ottobre 1998, con Francesco Cossiga che fonda un partito apposta per farcelo arrivare e che spiegherà, con crudeltà da gesuita: “Chi, se non un comunista, avrebbe potuto portare un paese in guerra tacitando la prevedibile opposizione dei pacifisti? […] Pensai: solo D’Alema può farlo”. E la guerra arriva, il 24 marzo 1999, cinque mesi dopo il giuramento.
Nel memoir questa stagione non c’è, ma c’è un suo riflesso quando D’Alema cita Emmanuel Carrère e i figli fortunati del ’68 che “hanno concentrato in sé il prestigio della ribellione e i vantaggi del potere”, per concludere: “Ma vorrei che si riconoscesse che abbiamo anche dato una spallata al vecchio mondo”.
Salvaggiulo nel Peggiore usa dichiaratamente e deliberatamente il lessico della tragedia greca per il 1998-2000 (“Pare una dannazione degna di Eschilo”, “tragicamente solitario”) e ha ragione almeno in un senso: la caduta non viene da fuori. Come Edipo, che dopo essersi accecato risponde al coro: “Fu Apollo, Apollo, amici, a compiere questi mali, questi miei mali. Ma nessun altro mi colpì: fui io, con la mia mano”. Il dio, cioè la storia, ha disposto la rovina; ma la mano è la sua.
Sulla Bicamerale, il giudizio più sorprendente è ancora di Ida Dominijanni, che pure non è mai stata dalemiana. Nel 2006 scriveva che le accuse al presidente della commissione di legittimazione del nemico dovevano misurarsi con tre fatti: la marea anticostituzionale da contenere, la legittimazione che a Berlusconi era già venuta dal voto popolare, il siluramento finale della bozza voluto in corner da Berlusconi stesso.
“Più che di legittimazione del nemico, si trattò di un – ottimistico – tentativo di educarlo al galateo democratico, costituzionale e istituzionale”, destinato a fallire per la natura “geneticamente ostile al costituzionalismo” di quella destra.
Il conto che Dominijanni presenta è un altro: aver consolidato l’idea che la democrazia italiana soffrisse di un deficit di governabilità, spostando “la terapia dalla rappresentanza alla verticalizzazione dell’esecutivo”. È una diagnosi che vale per il D’Alema di allora e per quello di oggi, che in Grande è la confusione sotto il cielo ammira i sistemi guidati dall’alto (la Cina diventerà vicina quanto lo era stata l’Unione sovietica).
Nessuno ha sconfitto D’Alema; si è dimesso nell’aprile 2000, è tornato ministro degli Esteri con Prodi, ha presieduto la Feps a Bruxelles, è uscito dal Parlamento nel 2013 con “una mossa del cavallo per ricollocarmi, non una rinuncia” e dal Pd nel 2017.
Il punto è che il Pci era l’unica istituzione che D’Alema abbia mai riconosciuto come superiore a sé. Lo Stato no (“Da noi la democrazia è uno scandalo”, Torino 2012); il Pd meno che mai (“un amalgama non riuscito”); l’Europa socialista lo ha licenziato dalla Feps nel giugno 2017.
L’unico padre è stato il Pci, che lo è stato attraverso suoi padri putativi, Eravamo comunisti ne è pieno (Amendola, Togliatti, Pajetta, Berlinguer, Natta…), e ognuno lo riconosce, lo promuove, lo punisce, lo rimanda in Puglia.
Dopo il 1991 spariscono tante cose e sparisce anche chi possa rimandarlo in Puglia; resta soltanto il conflitto, e D’Alema è diventato quello che Giuliano Ferrara chiamava “Sarcasmo da Rotterdam”; e Barbara Spinelli, già nel 1995, descriveva come “una forma patologica del distacco […] un’amarezza radicale, da un senso quasi esistenziale della propria inutilità”.
Resta da capire l’ultimo atto, quello che il memoir tace: la trasformazione del dirigente comunista in consulente internazionale, produttore di vino, intermediario di commesse.
Nel gennaio 2019 D’Alema costituisce la DL&M Advisor srl, capitale 500 euro, socio unico e amministratore, oggetto “consulenza nell’ambito dei processi di internazionalizzazione”: i bilanci, ricostruiti da «Open» nel giugno 2025, passano da 172 mila euro di ricavi nel 2019 a quasi tre milioni nel 2023 e a 2,5 milioni nel 2024, con un utile di 1,58 milioni; nel 2024 la società presta due milioni alla Società agricola La Madeleine, l’azienda di famiglia a Narni, per comprare le tenute confinanti e aprire un agriturismo.
Nello stesso 2019 nasce la Silk Road Wines, “vini della strada della seta”, con l’enologo Riccardo Cotarella e i figli: nel primo anno vende in Cina per 482 mila euro, nel 2024 fattura zero per “complessi fattori geopolitici e monetari” (Affaritaliani, giugno 2025). C’è anche la Silk Road Cities Alliance di Pechino, di cui siede nel direttivo e che «l’Espresso» nel luglio 2021 ha definito «uno strumento geopolitico del governo cinese»; c’è l’advisory board di EY Italia; c’è la prima fila alla parata di Pechino del 3 settembre 2025 accanto a Xi, Putin e Kim, difesa su «La Stampa» con “la Cina non bombarda nessuno”.
E poi la Colombia. Il 10 febbraio 2022 D’Alema è al telefono con gli intermediari di una commessa da quattro o cinque miliardi (due sommergibili, quattro corvette, ventiquattro addestratori M-346) che Leonardo e Fincantieri trattano con il governo colombiano. La registrazione, pubblicata da La Verità e dal Fatto il 1° e il 2 marzo, lo fa parlare così: “Stiamo lavorando perché siamo stupidi? Perché siamo convinti che alla fine riceveremo tutti noi 80 milioni di euro”; “Non appena noi avremo questi contratti, divideremo tutto”. La sua difesa, a Repubblica e poi al Corriere del 26 marzo 2022, è un piccolo trattato di autocoscienza involontaria: “Io non avrei preso una lira”; “Spero non sia un reato”; “Non ho controllato il curriculum del mio interlocutore. Mi hanno detto che era un senatore” (era Edgar Fierro Flores, ex paramilitare condannato a quarant’anni e graziato); “ho peccato di mancanza di cautela”. La procura di Napoli lo ha indagato per corruzione internazionale nel giugno 2023 e ha archiviato tutto nell’aprile 2025. Pier Luigi Bersani dice allora: “D’Alema ha smesso con la politica. Fa un altro mestiere”.
La domanda che ci lascia questa biografia con omissis è davvero: perché?
La risposta facile, i soldi, non regge da sola.
Chi legge Eravamo comunisti impara che D’Alema è cresciuto in una casa dove “le fedi nuziali non erano d’oro, perché non c’erano i soldi”, e che a Bari arrivò “con due valigie, pochi soldi e nessuna prenotazione per un hotel, come si usava nel Pci per i dirigenti inviati fuori sede”.
A Luca Telese, nel 2003, dice: “Non ho mai avuto un rapporto viscerale con il denaro e forse questa ne è la migliore prova: non ricordo soldi, da bambino”. Claudio Velardi, il suo ex portavoce, ha detto a Salvaggiulo: “Quando D’Alema si spinge nel territorio del denaro, dimostra che non è il suo, tradisce innaturalezza”; “Il rapporto con il lusso è provinciale, da parvenu. Non il parvenu di destra, che cerca il marchio, eh, ma di sinistra. È una chiave di accesso a un mondo che non è il suo”. Lo si era visto con le barche, dal Comet Margherita degli anni Ottanta all’Ikarus II del 2002, 18 metri di mogano pagati con un leasing della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani; e nella difesa di allora c’è già il tono della difesa colombiana: “Non capisco perché investire i propri risparmi nella vela anziché in una casa in campagna debba essere considerato vergognoso o in contrasto con i valori della sinistra”.
La spiegazione che il memoir suggerisce, senza volerlo, è un’altra, sta nella frase di Mussi riportata da Salvaggiulo: “Massimo ha sempre avuto una considerazione per il potere. Quelli che hanno potere, che esercitano egemonia in un campo, dalla Chiesa alla finanza, suscitano in lui una certa considerazione. Questo è un tratto molto comunista: la nozione dei rapporti di forza”.
D’Alema non sembra innamorato dei soldi, ma di chi oggi ha sostituito il partito. Il Pci gli aveva insegnato che il potere è una cosa seria, che le élite si selezionano dall’alto (“un’idea aristocratica della democrazia”, scrive in A Mosca l’ultima volta) e che il dirigente è uno che sa stare al tavolo con i “potenti”. Nel 1984 il ragazzo che annotava sul diario i menu del Cremlino (“Salmone affumicato, caviale Malossol. Verdicchio e vodka… Spumante Ferrari”) era il delegato di un partito di un milione e mezzo di iscritti. Quando il partito è sparito, i tavoli sono rimasti, e D’Alema ha continuato a sedercisi con l’unica credenziale che gli era rimasta, sé stesso.
Il capitalismo globale, che in Non solo euro (Rubbettino, 2014) chiama “castello di carte” e accusa di aver fatto della finanza “quella forza padrona che ha finito per generare diseguaglianze”, è diventato sei anni dopo in Grande è la confusione sotto il cielo (Donzelli, 2020) il luogo in cui bisogna stare: “i paesi più stabili e in grado di esercitare una più forte influenza nel mondo appaiono oggi quelli retti da sistemi di tipo autoritario o comunque fortemente centralizzati e guidati dall’alto”; e del discorso di Xi Jinping al Forum della Belt and Road del 2019, a cui era presente senza dire a che titolo: “C’è un leader occidentale oggi in grado di fare un discorso di questo tipo?” Nel 2004 sulla Cina aveva ancora una riserva (“senza una progressiva apertura politica la trasformazione della Cina potrebbe scontrarsi con contraddizioni non superabili”); nel 2020 la riserva è sparita. Tra le due date ci sono la Silk Road Cities Alliance e i vini della via della seta.
Nel libro c’è una scena che possiamo leggere come un’epigrafe; anche D’Alema scrive che “mi è rimasta in mente tutta la vita”. Gioia Maestro lo porta a Firenze a conoscere il nonno Leone, oculista, ex rabbino, scampato ai rastrellamenti in cui era sparita la nuora. Il vecchio lo accoglie: “Lei è comunista come mio figlio?”. D’Alema fa di sì. “Che peccato!”. E davanti al ragazzo che ci resta male: “Non è che io non comprenda e non condivida le finalità del comunismo. Le finalità sono nobili. Ma che spreco… Vede? È un po’ come bruciare una casa per cucinare due uova al tegamino. In sé le uova al tegamino sono buone. Ma che spreco”.
D’Alema la riporta come una lezione sul comunismo. Ma nel 2026 è difficile non leggerla come una lezione su lui stesso. La casa bruciata è il ragazzo che a Pisa discuteva di Sraffa e Wittgenstein; le uova al tegamino sono la Fgci, la Puglia, «l’Unità», il Pds, la Bicamerale, Palazzo Chigi, la Farnesina, la Feps, la DL&M Advisor srl. Tutte cose buone, in sé. Ma che spreco.
La tragedia, nella definizione più semplice, è la storia di qualcuno che non poteva fare altrimenti e che lo sapeva. D’Alema non poteva fare altrimenti perché era stato costruito, da una famiglia e da un partito che si confondevano, per non poter fare altrimenti; e lo sapeva, perché era il più intelligente, e l’intelligenza in lui è sempre stata anche la capacità di vedere la propria gabbia e di descriverla con precisione. “Ho il difetto di non lasciarmi andare con gli altri. A volte avrei bisogno di essere aiutato dagli altri, ma questo bisogno me lo tengo dentro” (a Minoli, nel 1996). Il lamento di Tiresia davanti a Edipo: “Ahimè, com’è terribile il sapere, quando non giova a chi sa”.
A chi serve, oggi, questo libro? D’Alema dice ai giovani (“Almeno in una parte dei giovani, vedo tornare una passione politica. Anche per questo ho scritto il libro”, a «ilLibraio»), e a Genova ha detto che “è una colpa della nostra generazione aver spezzato questa catena educativa”, intendendo la capacità del Pci di formare dirigenti.
La domanda che il libro lascia aperta è che cosa l’abbia sostituita: perché i figli dei partiti personali, i quarantenni che oggi fanno i segretari senza che nessuno abbia mai detto loro screanzato, non hanno nemmeno una Normale da rimpiangere. D’Alema è tragico perché ha avuto qualcosa da perdere. È il suo ultimo, involontario privilegio, e il motivo per cui questo libro di un uomo così poco amato si legge anche con commozione e – forse – con un senso di catarsi.