Facciamo figli per diventare adulti o per tornare bambini? - Lucy

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Nicola H. Cosentino

Facciamo figli per diventare adulti o per tornare bambini?

Perché si desidera un figlio? Per narcisismo? Per senso di responsabilità? Per se stessi? Per gli altri? Stretti tra aspettative sociali, paura del futuro, propagande politiche e religiose, i trentenni di oggi cercano di trovare il loro modo e le loro ragioni per essere genitori.

Qualche settimana fa, io e il mio amico Marco abbiamo trascorso il sabato sera facendo la squat dance davanti a sua figlia Margherita, di otto mesi. L’obiettivo era stancarla, o impressionarla, o entrambe le cose, ma alla fine della nostra performance l’unico stanco e vagamente impressionato ero io. Stanco perché la squat dance era stata preceduta da un’ora di capriole su un tappetone in gommapiuma e da turni deliziosi ma estenuanti di acrobazie (la bambina in questione ama essere portata in giro per casa a pancia in giù, come se stesse planando); impressionato perché non mi ero mai sentito tanto adulto come quella sera, ed era strano, perché quella sera non avevo fatto altro che comportarmi da bambino. 

Più tardi, in macchina verso casa, ho espresso questo pensiero ad Alessandra, la mia compagna. Avevo le braccia atrofizzate, le ginocchia scricchiolanti e la tacca di un dentino nascente incisa sulla pelle della mano destra. Pigramente, ho usato l’espressione “diventare bambino” al posto di “tornare bambino”, e Alessandra mi ha fatto notare che era una scelta lessicale curiosa, giacché la sola cosa che non si può “diventare”, nella vita, è proprio “bambini”. 

“L’unico modo per diventare bambini, forse” ha aggiunto dopo un po’ “è diventare genitore, perché se fai un figlio diventi tuo figlio. Attraverso il dna, o l’educazione, il linguaggio. No?”. 

È stato allora che mi sono detto che fare figli, forse, è il contrario di quello che credevo: non un modo per ottenere la patente di adulti, ma per evolvere retrocedendo; l’incantesimo per riavere indietro l’unica cosa a cui non possiamo ambire, che non possiamo costruire, e verso cui non possiamo tendere: la nostra infanzia. 

1. Breve storia dell’evoluzione umana

Il giorno dopo ho chiamato Marco per chiedergli se fosse d’accordo. Lui mi ha risposto “No” con assoluta certezza. “Fare figli è la morte della libertà, quindi pure dell’infanzia”. Poi, però, ha parzialmente ritrattato, dicendo che la genitorialità comprende anche “un senso di restituzione, di rafforzamento del legame identitario con la famiglia e col ruolo di figlio. Da un lato, i continui confronti verbali coi genitori, ora nonni, riportano in vita il bambino che sei stato tu, attraverso fotografie, aneddoti, comparazioni. Dall’altro, finisci per identificarti. Quando ti dicono che il tuo bambino ti somiglia ti fa un piacere immenso, e inevitabilmente ti chiedi se avrà la tua fortuna, le tue tristezze, se insomma si somiglieranno anche i destini, oltre agli sguardi”.

“È stato allora che mi sono detto che fare figli, forse, è il contrario di quello che credevo: non un modo per ottenere la patente di adulti, ma per evolvere retrocedendo”.

L’unicità di questa condizione è che non esiste unicità. Perché anche Elena, la moglie di Marco, guarda la figlia e ci vede se stessa. “L’altro giorno ho avuto un’illuminazione mentre facevamo il bagnetto. L’ho fissata e ho pensato ‘Sono io. Ho creato un essere vivente autonomo, che però sono anche io’”. Margherita ha appena cominciato a gattonare, ad avere più consapevolezza dei propri gesti, e seguirla in questi piccoli progressi, per Elena, è come assistere a un “documentario in stop motion” sulla storia degli esseri umani. “E sulla mia, ovviamente. Osservarla mi sta facendo capire perché da ragazzina mi piacesse tanto la danza: era un modo per riprodurre i movimenti che fanno parte della nostra esperienza evolutiva. Le cadute, il contatto col pavimento, i mille tentativi prima di riuscire in un gesto armonioso… Evidentemente li ricordiamo, poi li perfezioniamo e li trasformiamo in arte, per non dimenticarli mai, per tornarci in eterno”. 

2. Interpretazione dei sogni

In Maternità, Sheila Heti si chiede di continuo se fare un figlio o no, se lo vuole, come capirlo. Heti, o la voce narrante che le somiglia moltissimo, riporta più volte di sentire quasi un richiamo, o di sognare dei bambini che percepisce come propri. A questi agenti dell’inconscio risponde lanciando tre monete, secondo una tecnica ispirata all’I Ching. Nell’I Ching, le risposte possono essere solo due, sì o no, e dunque le sfumature del ragionamento ricadono tutte sulle spalle di chi lancia le monete, e nel modo in cui è impostata la domanda. 

Ho comprato Maternità appena è stato tradotto, nel 2018, e l’ho archiviato pochi minuti dopo aver cominciato la lettura: tutte quelle liste di interrogativi mi davano l’idea di un compito svolto con furbizia. L’ho ripreso in mano la scorsa estate, per ragioni che non mi sono del tutto chiare – voglia di evadere dalle trame, credo – e ho scoperto che molte di quelle domande erano sovrapponibili alle mie.

È cambiato qualcosa, in me, in cinque anni? O forse io e Heti ci somigliavamo anche nel 2018, e non le avevo dato modo di dimostrarmelo? Per esempio, anche a me capita, da moltissimo tempo, di sognare un bambino piccolo, le cui fattezze mi accompagnano verso il risveglio con una tenerezza che mi stordisce per gran parte della mattinata, come l’intorpidimento dopo un sogno erotico. Chi è quel bambino? Rappresenta me da neonato o gli adulti che amo, cioè la mia compagna, la mia famiglia? O magari è una personificazione degli impeti di dolcezza che, per ragioni di decoro, reprimo tutti i giorni? 

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L’ho chiesto a un amico, che mi ha risposto citando Natalia Ginzburg da Mai devi domandarmi: “Avevo sempre accettato le sue spiegazioni ai miei sogni, ma quella volta mi ribellai e gli dissi che non era possibile che i sogni fossero sempre dei simboli, che io avevo sognato proprio mia figlia e mia madre e non rappresentavano un bel niente, semplicemente avevo nostalgia di loro e soprattutto di mia figlia che non vedevo da mesi”.

Infatti, banalmente, credo che il bambino dei miei sogni sia un figlio: un figlio che voglio, che ho sempre voluto. 

3. Creare dei ricordi

“Lo sogni e lo vuoi per un motivo molto semplice: tutti siamo stati figli e tutti vogliamo replicare quello che abbiamo vissuto”. Me lo ha detto Simona, la cui bambina, Irene, ha meno di tre mesi. Simona vede l’esistenza come un cammino in cui invertiamo costantemente età effettiva ed età psicologica: ci comportiamo da adulti quando siamo bambini, giocando alla famiglia, e da bambini quando siamo adulti, regredendo a uno stato infantile prima con i propri figli, poi durante le crisi di mezza età, poi da anziani. “Volevo dei figli anche per tornare indietro. Sia ai miei primi ricordi, quelli, diciamo, delle scuole elementari, che alla fase neonatale, che invece non potrò ricordare mai. La rivivo adesso, guardando mia figlia. Rievoco e costruisco allo stesso tempo”. 

Un’altra cosa che per Simona lega la maternità alla memoria è la positività della sua esperienza famigliare: “Volevo un rapporto madre-figlia non solo da figlia. Forse per questo ho sempre immaginato di avere una bambina e non un bambino, perché speravo che quello che ho imparato faticosamente come donna potesse avere uno scopo, come immagino sia stato per mia madre. Poi però guardo Irene e mi chiedo: non sarà più importante quello che vivrò da qui in avanti, rispetto a quello che ho vissuto finora?”.

“Chi è quel bambino? Rappresenta me da neonato o gli adulti che amo, cioè la mia compagna, la mia famiglia? O magari è una personificazione degli impeti di dolcezza che, per ragioni di decoro, reprimo tutti i giorni?”

Per il suo compagno, Giuseppe, il desiderio di diventare padre si basava su due prospettive: “offrire un’educazione a una persona, come ha detto Simona, e creare dei ricordi, nostri, di famiglia. Momenti di bellezza fondati sui nostri valori”. Delle persone che ho sentito, Giuseppe è stato il primo, e quasi l’unico, ad ammettere di intravedere nella paternità una forma di realizzazione: “Nient’altro mi farà mai sentire così indispensabile, già lo so. E uno fa figli anche per questo, secondo me, per sentirsi importante e indispensabile. Là fuori, ogni traguardo sembra lontanissimo, ma a fare il genitore, in un modo o nell’altro, sono capaci tutti: è l’unica gioia veramente democratica”. E come ogni gioia è distraente, liberatoria; ci pacifica con le nostre goffaggini e ci riconnette con la nostra leggerezza. “Se in una stanza piena di adulti c’è un bambino piccolo, saluto tutti e mi metto a giocare con lui. Faccio smorfie, invento canzoncine. Sarà che sono un sociopatico, ma almeno ai neonati uno non deve dimostrare niente”. 

Entrambi mi dicono che, almeno per ora, la genitorialità non sembra essere particolarmente dura. “Cosa vuoi che sia, per la nostra generazione?” dice Simona.  “Avere un figlio, partorirlo, in confronto alla fatica del trovare lavoro, è stato niente”.

4. Coolness

Quando ho cominciato a raccogliere testimonianze, la questione della realizzazione personale legata alla genitorialità, timidamente sollevata da Giuseppe, non mi interessava più di tanto. Poi, via via che chiedevo in giro, è diventata dirimente. Questo perché una senatrice di Fratelli d’Italia, Livia Mennuni, ha detto in tv che “dobbiamo ricordare alle nostre figlie che esiste la necessità, la missione, di mettere al mondo dei bambini, che saranno i futuri cittadini, i futuri italiani. Dobbiamo aiutare le istituzioni, il Vaticano, le associazioni, la maternità a diventare di nuovo cool”. Subito prima, Mennuni aveva pronunciato la frase per cui è stata maggiormente criticata: “Penso sia giusto quello che mi diceva la mia mamma: ‘Ricordati che nella vita puoi fare quello che vuoi, ma la tua prima aspirazione deve essere quella di diventare mamma a tua volta’”. 

Delle persone con cui ho parlato, nessuna mi ha dato l’impressione di pensare alla genitorialità come una cosa pubblica, utile alla società, che possa essere alla moda o fuori moda. Piuttosto, come a un gesto d’amore un po’ imprudente, perché non supportato dalla politica che tanto lo sollecita. Il rischio di affermazioni come quella di Mennuni, quindi, è che minino ulteriormente la naturalezza di un aspetto dell’esistenza (avere figli, non averne) impermeabile alle ideologie, ma già incrinato dalla crisi economica, da quella climatica e da continue paternali. 

Dire “Dovreste fare figli” opprime il desiderio e aggrava la sua assenza, dando loro una connotazione istituzionale, politica, di responsabilità sociale in un periodo in cui la critica al peso delle aspettative della collettività sul singolo è continuamente al centro del dibattito culturale. Il problema, perciò, non è la coolness ma uno stadio di molto precedente alle strategie di propaganda, ovvero la possibilità di ambire alla genitorialità; non il desiderio, ma l’idea di poterselo permettere. 

(I genitori, poi, ho scoperto, si somigliano tutti nel non somigliarsi; non sono fattori, né cittadini, ma soprattutto persone che amano – il proprio partner, se stessi, o un’idea di futuro – e vogliono far sopravvivere – il proprio amore, se stessi, un’idea di famiglia. Un’amica mi ha rivelato che in lei il desiderio di diventare mamma si è palesato sotto forma di impulso sessuale nei confronti del suo compagno. “E solo nel momento in cui poteva essere un desiderio plurale, nostro. Se fosse stato solo mio, forse non l’avrei mai sentito né assecondato”). 

5. Accompagnare delle vite

“È davvero una frase piccola, quella di Mennuni” mi ha detto Sara, che ha due bambine di 8 e 10 anni, diventate sue figlie dopo un percorso di adozione internazionale. “La maternità non è un rito, ma una strada, che non per forza va percorsa. Mi piacerebbe invece che si parlasse del rendere agevole la scelta alle donne che vogliono diventare madri, in qualunque modalità. Asili e scuola, ma soprattutto la riduzione della pressione sociale, del carico mentale, dei rischi connessi, a partire dalla conseguente perdita di occasioni lavorative, avanzamenti di carriera, soldi, realizzazione, etc. Ma quale missione, la maternità è un concretissimo percorso a ostacoli”.

Sara mi spiega di non aver mai desiderato dei figli, almeno fino a un certo punto. “Non mi interessava essere mamma, non lo sentivo nelle mie corde. Forse avevo solo paura del cambiamento, anche fisico, o di dover deviare dalla strada lavorativa su cui mi stavo dibattendo da donna e da freelance. Per mio marito Francesco, però, la genitorialità rappresentava un desiderio forte, così ho cominciato a rifletterci davvero.

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In quella fase, è stato decisivo il dialogo con le sue amiche. “Mi ha concesso uno sguardo diverso sulla società, ma anche su di me. Ho capito che quello che volevo era accompagnare delle vite. Non mi muoveva a tutti i costi l’esperienza della maternità biologica, quella sacralità della vita tramandata. Mi interessava la vita in sé. Perciò quando i figli non sono arrivati naturalmente ho declinato subito ogni suggerimento di trattamento medico e con Francesco abbiamo cominciato il percorso dell’adozione internazionale”.

Le bimbe sono con loro da meno di un anno, e per Sara e Francesco la genitorialità è un cantiere. “Per ora, però, non sembra un passaggio all’età adulta” mi dice lei. “E nemmeno posso dire di sentirmi di nuovo bambina. Ma ho la mia infanzia sempre davanti, e ripercorro fatti, episodi ed emozioni per provare a non replicare atteggiamenti che mi hanno fatto soffrire, questo sì. Sinceramente, quello che provo a fare è mettermi in ascolto del loro essere bambine – entrambe hanno avuto un’infanzia non certo infelice, ma comunque più dura di altre. Provo ad ascoltare ogni pensiero, silenzio, risata, tentennamento. Cerco di abbracciare tutto quello che sono, sperando di seguirle al meglio. Ecco, provo a prendermi cura della loro nuova infanzia. E questo, in effetti, è un po’ diventare bambini, con le canzoni cantate per distrarle mentre asciugo loro i capelli o i diversivi per vincere lo scoramento davanti alla grammatica italiana. Se l’infanzia è la gioia della scoperta, allora sì, è quello che accade. A furia di godere delle loro scoperte, finisco per scoprire cose belle anche io”.

6. Ti ho generato per allegria

“A me il mondo esterno non è mai interessato” mi ha detto Claudia, che con sua moglie Giulia ha due gemelli di 3 anni e mezzo. “Voglio dire, non è che ho fatto figli perché ne facevano gli altri, o perché mi sentivo condizionata. D’altronde, questi bambini non sono mica venuti fuori dal nulla”.

Io e Claudia ci siamo incontrati una sola volta, nel 2004, a un matrimonio fra parenti in comune. L’ho rivista di recente vestita da sposa, nelle foto del suo, di matrimonio. Poi, ho visto le foto dei suoi figli. Quando ci siamo parlati al telefono, quindi, era per me quattro persone diverse contemporaneamente: una quattordicenne in abito da cerimonia, la donna di 34 anni ritratta nella foto profilo di Whatsapp, i suoi bimbi neonati. “Li ho voluti fortemente, e li ho voluti per un motivo semplice: io sono sempre stata una persona molto felice, e mi piaceva l’idea di condividere la mia gioia di vivere. Di educare con allegria. Di insegnare qualcosa di buono. Perché per me il mondo è proprio buono, e credo sia giusto far ereditare tutto questo a delle persone che spero possano essere migliori di me”.

Mi ha detto tutto questo mentre comprava dei pezzi di ricambio per la lavatrice, riuscendo a ridere del fatto che si era rotta. 

7. Calzini gialli

Una mattina di quindici anni fa, io e la mia ragazza dell’epoca ci svegliammo con una suggestione condivisa: entrambi avevamo sognato un bambino piccolo, ed eravamo convinti che fosse la premonizione di un futuro insieme. Un po’ per portarci avanti e un po’ per goliardia, andammo a fare shopping di indumenti per neonati. Non so se lei, poi, abbia avuto dei figli a cui farle indossare, ma da qualche parte deve avere una salopette, una bavetta con un nome ricamato – Andrea – e delle scarpette col velcro. Io conservo ancora dei calzini gialli, colore che all’epoca definivamo “unisex”, in un cassetto del comò, a casa dei miei. 

Ogni volta che mi imbatto in questi calzini, non riesco a non pensare che alla base dello shopping ci fosse davvero una fantasia embrionale di genitorialità, la voglia segreta di annunciare agli altri che un amore giusto e molto forte mi aveva posto di fronte a una sfida eroica, e che sarei stato tanto virile e coraggioso e maturo da affrontarla. Perché avere bambini in braccio rende automaticamente giovani e belli, e potenti, in qualche modo eterni. 

È anche per questo, per piacerci quando ci specchiamo, che facciamo figli? 

8. Altruismo estremo

“No. È una scelta indotta” mi ha detto Rita, 42 anni, tre bambine. “Parliamoci chiaro: è la società che ti dice che a un certo punto devi fare figli. Per me la molla è stata la gravidanza della mia migliore amica. Io mi ero sposata prima di lei, mia nonna rompeva le palle da mesi. Ho pensato ‘Ecco, è arrivato il momento: si deve fare’. Sembra orribile ma è così. È una spinta esterna che ne intercetta una interiore e ti fa dire ‘adesso, o sarà tardi’, e quel ‘tardi’ è infarcito di natura, di società e di paura di pentirsi. Non ci si pensa mai bene, secondo me”.

“Una mattina di quindici anni fa, io e la mia ragazza dell’epoca ci svegliammo con una suggestione condivisa: entrambi avevamo sognato un bambino piccolo, ed eravamo convinti che fosse la premonizione di un futuro insieme”.

Rita fa un lavoro che ama, a cui è arrivata dopo un decennio di precariato, quando tutte e tre le figlie erano svezzate. Anche lei, dunque, ha gli strumenti esperienziali per distinguere fra appagamento famigliare e realizzazione personale. “Penso che nel diventare madre non possa esserci alcuna realizzazione personale, ma per un motivo molto semplice: ti appresti a fare una sequela di errori. Poi, è chiaro che qualcosa ti riesce, perché ti impegni, perché ami molto, perché hai delle buone predisposizioni personali, però, mediamente, la genitorialità è una cosa in cui ti tuffi sapendo di fallire”.

Secondo lei, il discorso sulla scelta indotta vale a maggior ragione per “le grandi fissate della gravidanza. Quelle che hanno difficoltà a restare incinte e mettono in campo tutte le proprie risorse per arrivare a una meta che si convincono di desiderare più di ogni altra cosa. Bisogni indotti che diventano desideri profondi fino alla follia”. 

Ma il frutto di questo desiderio ha anche una connotazione taumaturgica. “Paradossalmente, la responsabilità enorme di una vita che dipende da te ti azzera le ansie. Ecco, questo è un classico dell’essere genitori: si diventa semplicemente altruisti nel modo più estremo, dimenticandosi di sé. E quando il sé era bello ingombrante, può essere un gran sollievo”.

9. Cari spiriti morti

Un paio di giorni dopo l’intervento di Mennuni, la scrittrice Letizia Pezzali ha pubblicato un post sul suo profilo Facebook a proposito della dimensione privata (e insondabile) dell’impulso ad avere figli. “Il desiderio di maternità esiste, è serio, è una spinta interiore, personale e non universale (benché diffusa). Il desiderio lo vivi e basta. Sai che ce l’hai, quando ce l’hai. Quando non ce l’hai, proprio neanche lo comprendi. E la stessa persona può non averlo per molto tempo, e poi una mattina averlo. Se vuoi un figlio, puoi benissimo arrivare a pensare a quello e solo a quello per tanto tempo. Può diventare un’ossessione, proprio come nelle relazioni amorose. La chiave, la materia è la stessa delle relazioni amorose. Il desiderio, la ricerca, la fissazione. La politica, la cultura non c’entrano nulla”.

Sempre Pezzali, su X: “Tipo io a 30 anni una mattina mi son svegliata e bella ciao volevo un figlio. Prima non è tanto che non lo volessi, è proprio che il pensiero non mi aveva mai attraversato la mente. Potete fare tutte le cose culturali che volete, ma i figli sono roba diversa, cari spiriti morti”. 

10. Bhuga

Durante le feste sono stato molto figlio, un po’ genitore e soprattutto nipote. La sera della vigilia di Natale è morto mio zio, l’unico fratello di mio padre; un uomo piuttosto giovane, a cui volevo molto bene e che immaginavo sarebbe rimasto con noi ancora a lungo.

Mi sono così trovato a lavorare a un articolo che parla diffusamente di nascite mentre affrontavo il dolore (mio, altrui) per una morte, aggravata dal fatto che con questa morte è sparita per sempre la famiglia d’origine di mio padre, il quale da un po’, almeno materialmente, non è più figlio e, da pochi giorni, non è più fratello. L’unico spiraglio di serenità in tanta tristezza si è aperto sullo sguardo dei miei cugini, e nella vita che da subito – coi loro programmi futuri, con atteggiamenti o somiglianze, o semplicemente esistendo – hanno saputo contrapporre all’assenza. 

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Mentre cercavo di capire se nella riproduzione ci fosse un tentativo di riappropriazione dell’infanzia, quindi, ho capito che il desiderio di fare figli è forse, più in generale, il desiderio che esistano dei figli (nostri, degli altri) capaci di perpetuare la giovinezza, la forza, l’esperienza, il senso di quello che siamo oggi come gruppo, o come famiglia, o come generazione. 

Poco prima di partire da casa dei miei, ho ripescato dal comò i calzini gialli che avevo comprato per il mio figlio immaginario. Li ho confezionati e, appena tornato a Milano, li ho regalati a Margherita. Mentre il papà glieli infilava, constatando che miracolosamente erano della sua taglia, ho chiesto alla bambina se secondo lei avessi ragione io, se fosse nata anche per far piacere a me, anche per essere figlia d’altri, figlia di amici, figlia di persone amate che preferirei vivessero in eterno. Lei mi ha guardato perplessa e mi ha risposto “Bhuga”, che mi è parsa la parola definitiva sull’argomento.

Nicola H. Cosentino

Nicola H. Cosentino è scrittore e critico letterario. Collabora con «La Lettura». Il suo ultimo romanzo è Le tracce fantasma (Minimum Fax, 2021).

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