Le architetture educative non sono più né progressiste né inclusive - Lucy

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Lucia Tozzi

Le architetture educative non sono più né progressiste né inclusive

Il Colegio Reggio di Madrid, progettato dal famoso architetto Andrés Jaque, è considerato uno dei punti più alti della sperimentazione architettonica in campo educativo. Dietro alle parole usate per descrivere architetture di questo tipo – “multifunzionali”, “democratiche”, “inclusive” – si nasconde però una visione manageriale e classista dell’educazione, che non ha più nulla a che fare con i principi che hanno ispirato la pedagogia radicale.

Nel 2022 a Encinar de Los Reyes, un suburbio di lusso in stile americano denso di villette un tempo abitate da soldati statunitensi situato a nord di Madrid, è stato inaugurato il Colegio Reggio, una scuola per allievi da 0 a 18 anni progettata da Andrés Jaque, uno dei più noti architetti spagnoli, fondatore di Office for Political Innovation e dean alla Columbia University. Da quel momento, infiniti articoli e giurie di premi si sono occupati di questo edificio dall’aspetto bizzarro, giocoso come un museo di Stirling e però terroso come una casa di fango secco africana, imponente nella struttura ma aperto e svuotato al centro da un giardino d’inverno, colorato dentro e beige fuori. 

Ispirato ai principi della pedagogia radicale delle rinomate scuole di Reggio Emilia pensate da Loris Malaguzzi e coprogettato da Jaque insieme alla comunità di studenti, insegnanti e genitori che poi l’avrebbero usata e animata, il Colegio Reggio viene invariabilmente descritto come la summa della sperimentazione educativa in campo architettonico. Il panopticon, dispositivo della sorveglianza per eccellenza, è bandito: qui lo spazio non è organizzato per sorvegliare l’alunno, né per rinchiuderlo come in un carcere, ma per offrirgli occasioni di scoprire, di toccare, di vivere esperienze di socialità e di riposo, di appartarsi o condividere giochi e apprendimento. Niente corridoi alla Shining, niente cattedre sopraelevate, niente file di banchi simmetricamente disposte. E, naturalmente, ogni singolo ambiente, dalla biblioteca alla palestra, è multifunzionale –  dico “naturalmente” perché “multifunzionale” è un aggettivo che viene utilizzato da decenni per connotare un’architettura come “innovativa”. 

Come da manuale (ne esistono ormai moltissimi sul tema, ma quello più influente a livello internazionale è stato senz’altro The Third Teacher. 79 Ways You Can Use Design to Transform Teaching and Learning, un saggio cool del 2010 curato da Bruce Mau, Cannon Design e VS furniture che attribuisce i fallimenti educativi della società contemporanea all’arretratezza delle strutture scolastiche), lo spazio è il terzo educatore. E non insegna solo inclusione e creatività, ma anche una forma particolarmente innovativa di sostenibilità ambientale. Con il duplice scopo di rientrare nel modesto budget – 8 milioni di euro – e ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente, sono state studiate soluzioni per dimezzare tanto il consumo di suolo quanto i materiali di costruzione, sia strutturali che soprattutto di rivestimento. Via i controsoffitti, le facciate ventilate e altre superfluità: in nome del Beaubourg, capostipite di questa tendenza,  e della successiva estetica da ristorante trendy o palestra anni Ottanta, gli impianti e i cavi sono rigorosamente a vista, in modo da ricordare in ogni momento della giornata a tutti i discenti quanto l’architettura e la vita dipendano da flussi di aria, acqua ed energia. L’isolamento termico è assicurato da uno strato di sughero molto denso, che è il materiale responsabile dell’aspetto irregolare e apparentemente fangoso dell’involucro, ma che potrebbe in futuro ospitare altre forme di vita oltre l’umano come muschi e muffe, mentre le essenze degli orti e dei giardini interni sono state studiate per attrarre insetti, volatili,  pipistrelli. 

“Da quel momento, infiniti articoli e giurie di premi si sono occupati di questo edificio dall’aspetto bizzarro, giocoso come un museo di Stirling e però terroso come una casa di fango secco africana”.

Un solo particolare, che sembra sfuggito ai critici più raffinati nonostante fosse in bella vista come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, incrina la coerenza di questa utopia didattica: la scuola è privata, privatissima. Coerentemente con il quartiere in cui è nata, costa da 6.000 euro all’anno, anticipati e non rimborsabili, a 9.000 nel caso degli ultimi cicli. I genitori che intendono offrire un’esperienza completa ai propri figli, dal nido alle superiori, devono preventivare circa 100.000 euro a cranio. Prima dell’università, naturalmente. 

Un budget che fa un po’ a pugni con l’idea di inclusività e democrazia – o, per usare una parola meno inflazionata e distorta, di lotta alle disuguaglianze. I grandi sperimentatori della pedagogia radicale nel dopoguerra, come Margherita Zoebeli nel caso del Centro Educativo Italo-Svizzero a Rimini o lo stesso fondatore di Reggio Children, Loris Malaguzzi, erano animati da una fortissima volontà di estirpare l’autoritarismo fascista in tutte le sue manifestazioni, a partire dalla forma dei luoghi deputati all’apprendimento, ma in un quadro, se non sempre apertamente socialista o comunista, comunque anticapitalista e diretto all’emancipazione delle classi popolari.

L’idea di libertà e autogoverno che propugnavano ossessivamente, l’insegnamento attivo, era inequivocabilmente fondata su una concezione politica della partecipazione, secondo la quale un’educazione responsabilizzante, individualizzata ma anti individualista, rivolta soprattutto ai bambini appartenenti ai ceti meno abbienti, potesse trasformare la società, costruire nuove istanze collettive, cittadini più consapevoli dei propri diritti ma anche doveri verso la comunità intesa in senso ampio, universale, come una società sempre meno divisa in classi. 

Oggi, e non solo nel caso del Colegio Reggio, i principi elaborati dall’attivismo pedagogico sono diventati (anche) una merce, accuratamente ripuliti del loro significato politico e spesso trattati come un vero e proprio asset formativo, profumatamente pagato, orientato a rendere più flessibili, creativi e competitivi i rampolli delle famiglie che hanno accesso a un’educazione di élite, migliore di quella erogata dalla “antiquata, gerarchica, nozionistica” scuola pubblica. L’attenzione alle diversità degli allievi è venduta come una forma di customizzazione: tuo figlio non sarà un numero come gli altri, mangerà meglio, studierà con i suoi tempi e secondo le proprie inclinazioni, non sarà obbligato a obbedire a regole forgiate per tutti, non sarà gravato degli stessi compiti, confinato nelle stesse mura o negli stessi banchi, ma attraverserà spazi ibridi scoprendone i mille usi pensati per stimolarlo.  

Le architetture educative non sono più né progressiste né inclusive -

In che modo questo privilegio strutturale possa indurre gli studenti a produrre attivamente giustizia sociale è un mistero. Ma ancora più oscuro risulta in un contesto del genere il ruolo del “terzo educatore”. Negli anni Quaranta appariva forse più semplice tradurre in termini spaziali la contrapposizione tra libertà e oppressione: “L’architettura è l’espressione più chiara della volontà, delle intenzioni politiche dell’umanità. L’uomo servendosi direttamente dell’architettura, ne è direttamente influenzato. Fedeli alle nostre concezioni socialiste, tentiamo di organizzare il materiale di costruzione di cui disponiamo in modo da favorire attraverso le forme ambientali la libera educazione dei nostri bambini”, dichiarava Schwarz, l’architetto svizzero che ha progettato il CEIS di Rimini insieme a Zoebeli, in un articolo del 1946 su Città Nuova.

Certo, i portali squadrati, le forme severe dell’architettura fascista più trionfale erano pensati per incutere timore, per trasmettere il senso della gerarchia: ma, oltre al fatto che notoriamente moltissima architettura fiorita in pieno Ventennio andava in tutt’altra direzione – basti pensare all’asilo Sant’Elia progettato da Giuseppe Terragni a Como o alle colonie estive –  rifuggendo la bassa retorica, chi potrebbe sostenere oggi una posizione analoga sulla chiarezza dell’architettura? Viviamo da decenni in un mondo che utilizza, anche nella progettazione dello spazio, il linguaggio del ludico e dell’apertura delle forme per soggiogare in modo più subdolo non solo gli studenti, ma la popolazione tutta. Gli edifici iconici a forma di pesce o nido, gli spazi pubblici neoliberali sempre più somiglianti a parchi a tema, gli open space degli uffici smart modello Silicon Valley, le panchine giganti da selfie piazzate nel bel mezzo dei paesaggi ci hanno tolto ogni illusione riguardo alla corrispondenza tra realtà simbolica e uso effettivo dei manufatti. 

“Niente corridoi alla Shining, niente cattedre sopraelevate, niente file di banchi simmetricamente disposte. E, naturalmente, ogni singolo ambiente, dalla biblioteca alla palestra, è multifunzionale”.

Ma proviamo a immaginare che gli stati decidano all’improvviso di disinvestire dai mortiferi progetti di riarmo e di grandi infrastrutture inutili, tagliare le spese destinate alle grandi società di consulenza e alle aziende sanitarie private, chiudere del tutto i finanziamenti alle scuole private, e stornare finalmente tutti questi soldi verso la riprogettazione del patrimonio edilizio scolastico pubblico secondo i dettami dello spazio educatore. Tutti i bambini e ragazzi, anche nei territori marginali, potrebbero usufruire di scuole flessibili, aperte, a contatto con la natura.

Quanto potrebbe realisticamente incidere questa rivoluzione progettuale sulla liberazione delle loro menti dalla soggezione, sulla costruzione di una cultura critica, in un sistema scolastico sempre più globalmente aziendalizzato, competitivo, prestazionale, costretto nella miseria della valutazione e delle competenze? La risposta è: poco e niente, ma dal momento che è molto più semplice parlare di aule e di banchi e digitalizzazione che di de-aziendalizzare la scuola, di abolire le prove invalsi o di investire nella qualità e nella giusta retribuzione dell’insegnamento, persino nell’emergenza pandemica solo di banchi e device (e mascherine) si è parlato, e nel peggiore dei modi, incrementando vertiginosamente la deriva securitaria e l’obbedienza cieca a regole contraddittorie.

Anche se eserciti di architetti fossero messi a disegnare spazi educanti da sogno, ricchi di sorprese e sfumature complesse, l’articolazione spaziale sarebbe stravolta dalle disposizioni vessatorie dei facility manager, dalle norme sulla sicurezza sempre più stringenti che impongono la sorveglianza totale dei bambini, dalla difficoltà della manutenzione, dagli inevitabili boicottaggi nell’uso quotidiano da parte del personale o degli stessi studenti (chiunque ricordi almeno una puntata di South Park, dei Simpson o i più brutti trascorsi scolastici sa che ogni angolo cieco è il paradiso del bullo). 

Senza una costante e predominante interpretazione attiva degli usi spaziali da parte dei suoi abitanti, dei fruitori, il reale potere educativo dell’architettura è insomma quasi nullo, o limitato alla sfera simbolica. E i simboli sono spesso fluttuanti, funzionano a fasi alterne, il loro valore può decadere in breve tempo. Come è successo in Colombia, a Bogotà e a Medellín, le città che a cavallo del millennio grazie a una tregua con i cartelli della droga e all’intelligenza di una serie di sindaci erano diventate dei laboratori dell’educazione spaziale a scala urbana.

“Quanto potrebbe realisticamente incidere questa rivoluzione progettuale sulla liberazione delle loro menti dalla soggezione, sulla costruzione di una cultura critica, in un sistema scolastico sempre più globalmente aziendalizzato, competitivo, prestazionale, costretto nella miseria della valutazione e delle competenze?”

In particolare la scelta di Fajardo di disseminare i quartieri informali di Medellín, le comunas, di scuole, parchi e biblioteche di altissima qualità architettonica era diventata un caso paradigmatico a scala globale. Medellín, la más educada era lo slogan che rimbalzava da una biennale di urbanistica all’altra, insieme all’architetto Giancarlo Mazzanti, autore dell’iconica Biblioteca de España sospesa sul mare di casette informali e di gloriosi complessi scolastici. Ma nonostante il grande entusiasmo per un cambiamento che appariva promettente, pieno di futuro, appena la congiuntura politica che aveva innescato il processo virtuoso si è sciolta, i manufatti simbolo della rivoluzione educativa si sono disfatti, opacizzati.  

Strumento di visibilità, espressione spaziale di un pensiero anche politicamente forte, macchina dell’efficienza e di piacere, l’architettura può essere più manipolatoria proprio quando si dichiara portatrice di libertà ed elasticità: ma alla fine progetto e progettisti sono largamente impotenti, inerti di fronte alla frenetica azione umana, che è in grado di trasformare i più fascisti dei musei, come La Triennale di Milano di Muzio, in caldi emblemi di cultura democratica, e i più educanti degli spazi in templi di cultura elitaria.

Lucia Tozzi

Lucia Tozzi è studiosa di politiche urbane e giornalista freelance. Il suo ultimo libro è L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane (Cronopio 2023).

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