Non ce ne frega niente dei figli degli altri - Lucy

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Arnaldo Greco

Non ce ne frega niente dei figli degli altri

Qualche anno fa erano i libri da completare, oggi sono i social e le chat Whatsapp a dare l’illusione che quello che accade ai propri figli sia interessante per gli altri. I racconti dei genitori, l’epica della natalità e quella contro la natalità, la politica, il giornalismo, gli influencer: perché parliamo così tanto di bambini?

Qualche giorno fa sono stato inserito in un gruppo whatsapp in cui una ventina di genitori discutono di quale scuola elementare sia la più adatta ai loro figli. Hanno dei criteri di selezione e degli standard elevatissimi: analizzano la situazione socio-economica e culturale dei bacini d’utenza delle diverse scuole, si avventurano in complesse analisi dei diversi modelli educativi e addirittura discettano della vita privata degli insegnanti che potrebbero capitare ai loro figli (Cose come: “La maestra X ha appena cambiato casa, è probabile che resti cinque anni in quella scuola” oppure “io so che la maestra Y è molto brava, solo che si è appena sposata… non è che poi ha un figlio e interrompe il ciclo di scuola coi nostri figli?”).

A giudicare dalla quantità esorbitante di “a” preposizione scritte con l’acca davanti mi pare che una buona scuola elementare sarebbe più urgente per qualcuno di loro, ma non è per questo che leggo tutto avidamente, pur non avendo ancora scritto un rigo in chat (non sono neanche sicuro che volessero iscrivere proprio me). C’è un aspetto, infatti, che mi affascina: mi pare molto evidente che nessuno legga le considerazioni altrui, perché tutti muoiono dalla voglia di raccontare la propria storia. Fanno finta di leggersi l’un l’altro e comprendersi teneramente, ma in realtà aspettano tutti il proprio turno. Di ridurre le storie altrui al proprio esempio e a commentarle in funzione di quello che capita o vorrebbero capitasse a loro. 

Fino a qualche anno fa, aveva un regolare successo un tipo di libro che veniva venduto soprattutto nelle cartolibrerie e, quasi sempre, portato in dono – escludo che mai qualcuno abbia comprato uno di questi libri per sé. A essere precisi, uso la parola “libro” giusto per descrivere il formato – forse dovrei dire volumi – perché non sto parlando propriamente di libri. Alludo, infatti, a quei volumi di formati molto diversi che venivano regalati alle donne incinte, alle neomamme o ai neogenitori, con decine di pagine vuote e giusto un rigo di scrittura a inizio di ogni paragrafo e che, attraverso questo stratagemma, incoraggiavano i genitori a farsi completare con i loro pensieri.

Penso che a molti sia capitato di imbattersi in esemplari del genere: paragrafi che cominciano con frasi come “Oggi mamma ti ho sorriso per la prima volta”, magari scritto con gli svolazzi e la pretesa di sembrare il primo rigo di un diario e come se fosse il neonato in prima persona a scrivere e a chiedere alla mamma di impegnarsi a completare il libro con le sue sensazioni, le sue emozioni e qualcuna di quelle storie che, all’interno di una famiglia, possono sembrare fondative e memorabili e di cui, fuori dal nucleo familiare, non frega niente a nessuno. “Il mio primo dentino”, “oggi ho assaggiato la mela”, “ti ho chiamato mamma per la prima volta” oppure “oggi ho detto papà” seguite sempre da tante righe da riempire.

“Fino a qualche anno fa, aveva un regolare successo un tipo di libro che veniva venduto soprattutto nelle cartolibrerie e, quasi sempre, portato in dono – escludo che mai qualcuno abbia comprato uno di questi libri per sé”.

Quest’idea che i genitori si trovino di nuovo davanti all’angoscia del foglio bianco, come a scuola, ma reagiscano diversamente si rivela rapidamente una pretesa illusoria. Infatti, ho visto decine di volte questi libri in decine di case e mai una volta una li ho visti completati. Fate pure la prova: si possono riconoscere facilmente sugli scaffali e aprirli sempre con la ragionevole certezza che, nella migliore delle ipotesi, la madre o il padre avranno completato il primo paragrafo, magari prima del parto, quando ci si illude che poi, dopo il parto, ci sarà ancora il tempo di scrivere e leggere assieme, teneramente, le altre pagine. Eppure si conservano con fiducia, come se la possibilità di completarli fosse sempre lì, a portata. Come se esistesse davvero la possibilità di mettersi una sera a terminare il libro invece di guardare uno schermo o uscire. 

Da cosa dipende, allora, il grande successo di questi libri sotto il profilo di oggetti di consumo e, allo stesso tempo, il grande insuccesso nella loro funzione reale, che doveva essere quella di raccogliere e tenere traccia nel tempo dell’epica familiare? Magari creare addirittura un oggetto da rileggere assieme al bambino quando avrebbe raggiunto l’età della ragione e della commozione? E perchè, allora, nessuno li completa mai? Forse perché nessuno leggerà realmente quei libri. Perché nessuno scrive davvero solo per sé. Anche il più velleitario papà o la mamma meno ambiziosa sanno che è meglio parlare del dentino a una zia, della scelta della scuola elementare in chat e di come grattugiare per bene una mela a un altro genitore fuori scuola, piuttosto che scriverlo in un libro che non leggerà mai nessuno.

Le chat whatsapp dei genitori sono uno dei Leviatani di oggi proprio perché hanno offerto l’illusione che le storie dei propri figli siano davvero interessanti per gli altri e l’idea che gli altri genitori siano davvero curiosi di conoscere come sta andando lo svezzamento, quale marca di succhi preferisca il bambino o quante ore alla settimana faccia di strumento, invece che sottoporsi a quel supplizio in attesa che arrivi il proprio turno di raccontare come convincere un bambino a mangiare gli spinaci o ad abbandonare il ciuccio. 

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Qualcosa è accaduto anche con le frasi stranianti che ogni bambino fortunatamente pronuncia e che, per decenni, hanno fatto solo parte dell’epopea familiare. Per spiegare bene cosa intendo, sfrutto la frase di mio figlio di cinque anni “oggi ho dato un bacio alla mia ombra”. Questa frase è commovente per me o per qualcuno che mi conosce o lo conosce, ma al di fuori di questo contesto e di questi insiemi è solamente una frase kitsch. I social, invece, hanno regalato anche a questi lampi la speranza che la commozione stia nella frase in sé e non nella vicinanza e nell’affetto verso chi le pronuncia. Come se i bambini, invece che di estranei che gli mettono like e commentano “genio”, non avessero bisogno solo di più calore, presenza e sincero interessamento.  

Naturalmente questa abbondanza di contenuti online e social, così come la forsennata specializzazione del mercato dell’infanzia che crea di continuo nuovi bisogni e desideri e prodotti e nicchie di mercato (i mobili montessoriani, le collana d’ambra, le attività sportive per i minori di tre, le mostre d’arte per lattanti, i sonagli sensoriali per le donne incinte, i quaderni per l’età pre-scolare e così via) hanno illuso che ogni nascita fosse speciale e, così, anche l’editoria ha provato a giocare la sua parte. Le guide alla maternità, alla paternità e alla genitorialità moderna si rincorrono con una frenesia persino maggiore di quella dei giocattoli e dei cartoni animati, perché almeno tra questi si riconosce qualche classico che ritorna uguale addirittura a distanza di una generazione, mentre i libri “di riferimento” cambiano di continuo – Quando l’unico libro da leggere prima di diventare genitori è chiaramente Lettera al padre di Franz Kafka).

Ogni settimana vengono sfornati nuovi manuali – gli ennesimi – per spiegare: come preparare delle pappe prelibate adatte sia a bambini che agli adulti, le nuove strategie perché “il piccolo” non pianga la notte o non bagni il lettino, le tecniche per permettergli di imparare a programmare a sette anni (“giocando”, l’illusione che impari “giocando” è fondamentale). Ma pure i racconti della paternità o della maternità d’autore si sprecano.

La più grande libreria del mondo, Amazon, mette nella stessa categoria “Consigli per l’educazione”, sia il meraviglioso Il lavoro di una vita. Sul diventare madri di Rachel Cusk che libri come Saperlo prima. Le risposte degli esperti su salute, cura e educazione del bambino o anche Dal No al Sì senza urla e minacce: consigli pratici per farsi ubbidire e pure Il grande libro dei nomi per bebé. Come si rivolgessero allo stesso pubblico. E, anzi, per rincarare avvisa perfino che Cusk viene “spesso comprato assieme” a un saggio dal titolo La nascita: rischi reali, pericoli percepiti. 

In maniera perfettamente speculare, si sprecano ormai anche i racconti d’autore della non-maternità o della non-paternità, perché sono due risvolti della stessa tendenza: Maternità di Sheila Heti (in cui l’autrice spiega perché non avrà figli) viene presentato come prodotto strettamente correlato, un esempio tra tanti, a Io “parto”. Tu nasci: Tutto quello che dovresti sapere prima di intraprendere questo viaggio. Tutto quello che il tuo bambino vorrebbe sapessi. (Chissà se anche perché Sheila Heti non ti ha convinto). Il Manuale del perfetto papà di Aldo Busi accanto a Papà per la prima volta: la guida completa per neopapà per assistere la gravidanza e prepararsi in modo efficace ai primi 24 mesi. Con tanti esempi concreti e curiosità

“Le chat whatsapp dei genitori sono uno dei Leviatani di oggi proprio perché hanno offerto l’illusione che le storie dei propri figli siano davvero interessanti per gli altri”.

Potrei adesso elencare una lunga serie di libri solo di autori italiani dedicati a cosa sia la paternità oggi o alle mille ragioni (tutte condivisibili, le une come le altre) per cui avere dei figli o non averne, ma penso di fare una cosa più interessante parlando del libro che ho scritto io sull’argomento e, soprattutto, del fatto che – a distanza di ormai quattordici anni – me ne vergogni moltissimo. Capita persino ai migliori di pentirsi di qualcosa che si è scritto, dunque figurarsi a me, ma in questo caso non si tratta solo di non condividere più qualcosa, quanto del fatto di non condividere più l’idea stessa che fosse saggio scrivere dell’argomento.  

Estrapolo due passaggi così mi spiego meglio: 

“Io non so di quanta patria ha bisogno un uomo. Ma so che la mia è dove la gente dice scporco. Non ho scbagliato a sccrivere. Intendo dire proprio scporco. Con la “sc”. Tutta la giornata, al lavoro, in un negozio, con gli amici, qui a Milano, dico sporco. Dico anche scarso, scoperta, scuola, scolastica, scoliosi, scoliasta, scoglio, scuotimento. Poi quando torno a casa da Ada – solo con lei – un errore mi può sccappare. “Hai visto le mie sccarpe?”. Ma visto che sono diventato così bravo a “correggermi”, me ne accorgo subito quando scbaglio. Allora mi fermo, riscopro la “sc”, la assaporo e mi piace. E a quel punto lei trascina una scquadra di altre scchifezze con sé. Non mi metto più sccuorno di lei. E sccutuleo la polvere dal mio primo vocabolario. Strunz, stuppolo, sicchie, sajttera, sputà ‘n faccia… mio figlio non nascerà in Campania e non avrà mai la “sc”. Queste due tre parole sconvenienti, sconce, scurrili, qui su, sono il mio misero contributo per tutta quella sfaccimma di gente che ci impedisce anche solo di progettare l’eventualità che possa crescere dove ci pare”. 

E: 

“Le edicole sono piene di riviste per la mamma. Ma non solo, anche i negozi ne sono pieni, e persino gli ospedali. Numeri omaggio regalati ovunque. Mamma e bambino, Io e il mio bambino, Donna e Mamma e via dicendo. Riviste pieni di consigli che Ada non legge mai. Non le sfoglia neppure. L’hanno abbonata “d’ufficio” (le arrivano mensilmente questi numeri per cui lei non ha mai pagato), ma sono io ad aggiornarmi. Risultati di nuovi studi sul rapporto tra caffè e gravidanza (pare non faccia male, ma dopo mesi che non lo beve come glielo dico), se i neonati possono avere l’acne (pare di sì), come comportarsi se gli va qualcosa di traverso. […] perché non ci sono riviste riservate ai padri? Solo le donne hanno bisogno di imparare cose sul figlio? Ci vorrebbe qualcosa tipo: Io e il mio Papà, Babbo e Bambino, For Fathers, Papà Moderno. Ci vorrebbe una rivista in grado di mettere assieme il meglio di una rivista per adulti col meglio di una rivista per mamme. Servirebbero articoli tipo come costruire addominali scolpiti insieme a tuo figlio o come insegnare al bambino a calciare con entrambi i piedi”. […] “Gli vorrò bene ma non così tanto da fargli venire lo scrupolo di restare a casa con me quando ci sarà la prossima finale dei Mondiali con l’Italia”. 

Ciò che mi innervosisce, rileggendomi, è la pretesa di trasformare il quotidiano in epica. Ho, infatti, l’impressione che questo tono enfatico sia ormai largamente maggioritario quando si parla di nascite e abbia privato del tutto di naturalezza un evento che persino etimologicamente (ma non entriamo nel dettaglio altrimenti torniamo epici) dovrebbe essere quanto di più naturale esista. Invece si finisce per essere epici anche senza volerlo, per nascondere l’epica anche dietro la commedia e per provare senza coraggio a fare epica perfino raccontando di guardare Tom & Jerry coi figli. 

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Ma anche tutto il dibattito politico e giornalistico ruota attorno a una certa epica della natalità e a certe formule e a certi discorsi che si danno ormai per assodati nonostante la loro prevedibilità. Prendo questa frase della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, del dicembre 2023 non perché sia più significativa di altre, ma perché è recente e mi pare particolarmente adatta: “C’è chi quest’anno ha deciso di mettere al mondo un bambino perché vede istituzioni che sono più attente al tema della famiglia. Quando si parla di governo, di politica, si parla sempre di numeri. Ma noi ci occupiamo delle persone e delle loro speranze”. 

Non capisco come si possa razionalmente pensare che la crisi delle nascite debba essere combattuta, che avere un figlio sia la cosa più importante del mondo o, al contrario, che non avere un figlio sia una decisione lungamente ponderata, che tiene in considerazione il cambiamento climatico, gli allevamenti intensivi, il patriarcato e il neocolonialismo e poi pensare, allo stesso tempo, che rendere l’asilo più economico per il secondo figlio, ma solo per una famiglia la cui ISEE non superi i 40mila euro l’anno, abbia a che fare con queste scelte. Che ci sia davvero qualcuno che in Italia dica: “Amore, stasera proviamoci, ho letto che nella manovra del 2024 ci sarà una super-deduzione al 130% per chi assume neo-mamme”. Immaginando che dall’altra parte qualcuno risponda: “E anche i fringe benefits! Baby you can turn me on”. 

Eppure la visione contenuta in quelle poche parole è largamente maggioritaria nel paese, non solo nella maggioranza. Anche buona parte dei partiti di minoranza condivide la stessa impostazione secondo cui la denatalità è sostanzialmente legata alla condizione economica ed eliminare il calcolo della prima casa dall’ISEE sia eccitante. E infatti quando qualcuno della maggioranza dice che la “massima aspirazione per una donna” debba essere fare figli, non trova meglio che rispondere che la “massima aspirazione per una donna è diventare come Rita Levi Montalcini”, cioè epica contro epica. (Poi, per carità, una è tremenda e l’altra più avvincente, ma non è questo il punto).  

“Che ci sia davvero qualcuno che in Italia dica: ‘Amore, stasera proviamoci, ho letto che nella manovra del 2024 ci sarà una super-deduzione al 130% per chi assume neo-mamme'”.

C’è un dato che andrebbe tenuto in considerazione ogni volta che il discorso viene affrontato nel dibattito pubblico: nel 1944, con gli alleati in mezza Italia, i nazisti in ritirata, la guerra civile, gli eccidi, la povertà, le deportazioni, le fucilazioni di massa, sono nate 820mila persone e a guerra finita, nella povertà più assoluta, ne sono nate più di un milione all’anno, dal ’46 al ’48. Vuol dire che nel 1943, forse l’anno peggiore della storia recente del paese, milioni di persone hanno pensato che fosse un buon momento per avere un bambino. Se nel 2022 sono stati meno di 400mila non può essere solo colpa della mancanza di congedi di paternità obbligatori o dell’Iva troppo alta sui pannolini. Il che non vuol dire che non siano iniziative utili o perfino sacrosante, ma che è un modo di dibattere per non affrontare il vero elefante nella stanza e dire apertamente ciò che per consenso non si può dire e cioè che la realtà è questa e che nessun assegno o sconto o bonus cambierà sostanzialmente la rotta (o che alcun influencer renderà la maternità cool, come qualcuno pretende. Ma poi fare per la maternità quello che James Dean ha fatto per le sigarette? E come?). 

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Comprendo che le vecchie zie o i nonni (e, a volte, pure i governi che eleggono) possano essere insistenti e antipatici nel domandare ai nipoti quando figlieranno, ma mi pare anche che, nonostante i fastidi, le persone sappiano resistere più che bene a queste continue sollecitazioni. (Almeno stando ai dati sulla natalità che sono abbastanza loquaci).

Forse andrebbe considerata con maggiore attenzione l’ipotesi che la maggioranza degli italiani consideri l’inverno demografico tutto sommato accettabile – io credo la maggioranza lo pensi realmente – ma che non si abbia il coraggio di ammetterlo e che quindi tutti si provi a dare delle alte motivazioni per giustificarlo o per fingere di contrastarlo proponendo molte cose da fare, invece di accettare che serviranno soluzioni radicalmente diverse o semplicemente nessuna soluzione e le cose “si aggiusteranno”, qualunque cosa significhi, in qualche modo da sole. 

A proposito di invecchiamento della popolazione, qualche mese fa è morto mio padre. Lo dico perché tra le sue cose ho trovato un quaderno simile ai volumi di cui parlavo all’inizio: c’è scritto sulla copertina, in quel riquadro in cui di solito a scuola si scrive la materia oggetto di studio, “Nonno, raccontami la tua storia”. E poi un centinaio di pagine da riempire. Non so chi abbia regalato quel quaderno a mio padre, ma l’ho aperto con la speranza che avesse scritto qualcosa. Almeno un paio di pagine. Eppure sono felicissimo di aver scoperto che non aveva completato neanche un rigo. E, ancora adesso, quando saltuariamente quel quaderno mi capita sotto gli occhi mi mette di buon umore, perché riconosco mio padre in questo gesto (in questo non-gesto forse dovrei dire). Se avesse completato quel quaderno ne avrei un ricordo falsato, perché, alla lunga, quella storia cancellerebbe inevitabilmente le altre. 

“Ciò che mi innervosisce, rileggendomi, è la pretesa di trasformare il quotidiano in epica. Ho, infatti, l’impressione che questo tono enfatico sia ormai largamente maggioritario quando si parla di nascite”.

Una delle gioie della vita è vedere all’opera la mente di un bambino a cui tieni, scoprire come sta imparando ad adoperare la lingua, come piega le parole e i significati, quali storie inventa mentre gioca da solo, cosa imita degli adulti, cosa lo affascina delle storie, lo spaventa o cosa lo fa ridere. Ma tutto ciò non ha niente di epico, perché è un lavoro fatto di accumulo e di quotidiano e quindi può essere avvilente e frustrante. Ammantarlo di epica è illusorio oltre che fuorviante per chi ascolta e deleterio per chi lo fa, perché lo allontana dalla realtà. Con questo non intendo dire che bisognerebbe tenere tutto per sé, ma imparare a riconoscere chi merita o ha la possibilità di entrare davvero in connessione con la frase bizzarra di quel bambino, chi – quando ascolta “oggi ho baciato la mia ombra – può cogliere davvero la tenerezza della cosa, senza avvertire la patina di fasullo. 

Arnaldo Greco

Arnaldo Greco è giornalista e autore televisivo. Per Einaudi ha curato l’antologia “Aragoste, champagne, picnic  e altre cose sopravvalutate”.

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