La dispersione scolastica non interessa ai ricchi - Lucy

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Gianluca Nativo

La dispersione scolastica non interessa ai ricchi

25 Gennaio 2024

Quando si parla di scuola, uno dei temi che non fa mai notizia è quello della dispersione scolastica. Perché? Forse perché è un problema di classe e di ceto.

Nella recente apologia di Alessandro Baricco, nei primi minuti del suo podcast, tra scrittura, pianoforti e politica, si parla anche di scuola. Non solo della Holden, la scuola del talento, ma anche di quella pubblica, la scuola dell’obsoleto. Tenere le ragazze e i ragazzi relegati in uno stesso ambiente tutto il giorno, con gli stessi compagni – “rapporti incancreniti per cinque anni” – per lo scrittore è un controsenso. Torna lo sprezzante giudizio di valore sullo studio delle lingue morte – “non si dà nella vita un problema inchiodato come una frase di latino” – e una o due considerazioni in cui si avvertono i toni di quello che ormai può essere considerato un genere letterario a tutti gli effetti, il lamento dei genitori.

Storie già sentite, è dell’estate scorsa la notizia della famiglia finlandese che abbandona il sogno del south working siciliano perché traumatizzata dalla scuola italiana. Di nuovo: i bambini sono costretti a stare inchiodati allo stesso banco per tutto il tempo. L’apprendimento, scrive la mamma nella sua lettera alla scuola, deve avvenire all’aperto. Forse la famiglia finlandese si aspettava dalla scuola siciliana aule da peripatetici, bambine e bambini all’ombra di un portico a seguire le lezioni di un filosofo barbuto che indossa sandali anche d’inverno. Di certo avrà firmato a inizio anno il patto di corresponsabilità, un documento in cui le famiglie promettono di collaborare e accettano il piano dell’offerta formativa della scuola, la quale, in quel caso, molto probabilmente escludeva lezioni en plein air. 

Paradossalmente siamo di fronte a un episodio di abbandono scolastico da primo mondo anche se, quando si parla di scuola, uno dei temi che non fa mai notizia è proprio quello della dispersione. L’Italia, secondo i dati del Miur, è al terzultimo posto tra i paesi dell’Unione Europea come percentuali di ELET (early leaver from education and training). I paesi più virtuosi sono Croazia e Irlanda. L’obiettivo in Italia, Pnrr permettendo, è di portare la percentuale dal 12% al 9%. Per dispersione scolastica non si intende solo l’abbandono, ma tutta una serie di fenomeni che hanno a che fare con una discontinua attività didattica, dalla frequentazione saltuaria al mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di apprendimento. In un’analisi relativa all’anno scolastico 2016/2017 reperibile sempre dal sito del Miur emerge che il fenomeno interessa maggiormente le regioni del meridione, soprattutto le isole (la Sicilia arriva all’1,2%, contro il virtuoso 0,4% dell’Emilia Romagna). Per quanto riguarda la scuola secondaria di I grado, nelle percentuale di abbandono scolastico si registra un differenziale di genere, ovvero il fenomeno riguarda principlamente gli alunni di sesso maschile.

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Al di là della statistica, sul meridione esiste anche tutta un’ampia letteratura, e iconografia, basti pensare alla classe del maestro Sperelli in Io speriamo che me la cavo, film cult degli anni Novanta di Lina Wertmüller che racconta la storia di un maestro elementare genovese che si ritrova, per un delirio burocratico, assegnato alla scuola Edmondo De Amicis (De Àmicis, nell’ipercorrettismo della preside traffichina) dell’immaginario comune di Corzano, periferia di Napoli. Nella scena iniziale Paolo Villaggio si ritrova in una classe deserta. La maggior parte dei bambini, scopre, è a lavorare insieme ai genitori. E lì, senza funzioni strumentali e Agende Sud, è il maestro a scendere in strada per riportarli uno alla volta al loro banco. Maestri di strada è il nome della più importante onlus che si occupa di dispersione scolastica a Napoli. Il suo fondatore, Cesare Moreno, ex fisico, è un uomo che ha dedicato la sua vita a contrastare il fenomeno lavorando nelle zone più difficili come il quartiere di Ponticelli.

La mia prima esperienza da insegnante è stata proprio con loro, per quanto breve. Una volta a settimana insegnavo italiano, lezioni clandestine di poesia, a una classe di quindicenni di un corso per l’avviamento professionale. Al secondo giorno di lezione fui accolto da: “è tornato ‘o ricchione”.

Dopo molti anni da quell’esperienza e oramai di ruolo nella scuola pubblica italiana mi capita invece di partecipare a una riunione di dipartimento di inizio anno –  dove si programmano le possibili uscite didattiche –  in una scuola media nella periferia di Milano. Una collega propone per le classi terze un’uscita di tre giorni a Napoli ma, specifica, per una full immersion nella Sanità, per partecipare alle attività di una nota onlus che si occupa di dispersione scolastica e sostegno genitoriale sul territorio. Per un attimo ho immaginato i miei alunni mettersi in viaggio sull’alta velocità per spingersi lungo via Santa Teresa degli Scalzi a lanciare del cibo ai ragazzi della Sanità come bestie in uno zoo.

Che la scuola italiana abbia i suoi limiti non è un segreto. L’irrigidimento burocratico a volte è paranoico. Durante la pandemia, tra i vari protocolli sulla sicurezza era spuntato il divieto di attaccare alle pareti cartelloni e poster. Per arrangiarsi gli alunni potevano dispiegare il loro manufatto in piedi di fronte alla classe, mostrare i lavori come assistenti di volo, e poi richiuderlo. Da docente mi capita di organizzare laboratori di lettura, un’ora in cui ci si può muovere liberamente per la classe, avvicinarsi a una piccolo tavolino allestito con i libri della biblioteca – sarebbe meglio adottare un carrellino, uno scaffalino, ma è più semplice ottenere un mutuo che degli arredi scolastici nuovi – e sistemarsi come si vuole  nello spazio, addirittura, qualcuno, appoggiando oltraggiosamente i piedi sul banco.

Qualche collega, passando nei corridoi e vedendo l’aula stravolta, mi ha ricordato che esiste un protocollo per la sicurezza: è prevista una precisa distribuzione dei banchi al quale non ci si può sottrarre, “nulla contro il tuo metodo, ma fai attenzione se passa la preside.”

L’andamento impiegatizio della scuola non piace a nessuno. Le famiglie sono diventate clienti molto esigenti e ogni anno le scuole devono esibirsi in uno o più open day per non vedersi ridotto il numero di iscritti. La gentrificazione dei quartieri passa anche per le scuole. Non siamo ancora arrivati alle recensioni immobiliari dei giornali americani dove, insieme alla vicinanza dei mezzi di trasporto, criterio fondamentale per la scelta è la quantità di buone scuole che incide sul prezzo del metro quadro, ma le coppie di creativi, che hanno comprato un vecchio appartamento vicino alla stazione, non possono iscrivere i propri figli in un istituto dove c’è ancora appeso il crocifisso all’ingresso, dove non esiste nemmeno una sezione di potenziamento d’inglese,  faranno carte false per mandare i figli nella sezione musicale –  sempre che questi riescano a passare il test d’ingresso. Chissà che non pensino già all’homeschooling. Nulla contro l’istruzione parentale, ma viene difficile rimanere seri di fronte a consulenti/influencer che invitano i follower a educare i figli in casa perché a mandarli a scuola c’è il pericolo di prendere il raffreddore.

“Che la scuola italiana abbia i suoi limiti non è un segreto. L’irrigidimento burocratico a volte è paranoico. Durante la pandemia, tra i vari protocolli sulla sicurezza era spuntato il divieto di attaccare alle pareti cartelloni e poster”.

In molte delle zone gentrificate, a dimostrazione di quanto possano essere equi determinati fenomeni urbani, si assiste alle formazioni di classi o addirittura di scuole ghetto, sezioni in cui si concentra un numero maggiore di alunni con provenienza straniera e con un discreto disagio sociale, in professorese alunni BES (bisogni educativi speciali). Queste scuole garantiscono un’istruzione a tutti ma di maggior qualità a pochi, una strategia attenta di molti dirigenti che possono così assicurarsi, con due-tre classi di eccellenza, un numero sufficiente di iscritti ogni anno. In alcune sezioni ci sono così tanti BES che non c’è nemmeno più bisogno di sottoscrivere per ognuno di loro un piano didattico personalizzato, i docenti possono attuare autonomamente le misure dispensative adeguate.

Come precario ho lavorato soprattutto nella periferia di Milano, in molte scuole definite di frontiera.  E in quanto ultimo arrivato mi sono sempre state assegnate una o più sezioni ghetto (i veterani, non tutti, le evitano). Durante l’appello ero capace di pronunciare un cognome su venti. Quando ero alle prime armi, travolto dalla sequenza di impegni e scadenze, ancora in una stanza in affitto, non mi ero reso conto del contesto in cui stavo lavorando –  tra i banchi sono tutti uguali.

Su questo Baricco ha ragione, nella scuola italiana si salvano “solo le persone”. Fino a quando non è arrivato il Covid. Metà della mia classe, quell’anno, sparì. In molti non avevano né un computer né una connessione stabile. Qualcuno apparve un po’ di tempo dopo, stipato nello sgabuzzino della sartoria di famiglia. Il momento peggiore arrivò con gli esami di terza media, quando un’alunna privatista ebbe un attacco di panico all’accendersi della webcam. Grida e pianti di fronte alla commissione impotente. Le scuse dei genitori, l’imbarazzo generale. Ho dovuto passeggiare un’ora per smaltire il disagio. 

Le conseguenze della pandemia continuano a fare danni. L’interruzione delle lezioni, la scoperta che l’obbligo scolastico poteva essere in qualche modo aggirato, che non tutti i dodicenni ogni mattina dovevano svegliarsi e dirigersi in classe al suono della campanella ha probabilmente aperto un varco di scetticismo, un buco nero in cui molti hanno rischiato di perdersi, credendosi già troppo adulti. In un solo anno ho assistito a più di un caso di gravissimo rischio dispersione. 

“Metà della mia classe, quell’anno, sparì. In molti non avevano né un computer né una connessione stabile. Qualcuno apparve un po’ di tempo dopo, stipato nello sgabuzzino della sartoria di famiglia”.

Una ragazza dodicenne esce di casa la mattina e non torna. Non si sa dove abbia passato la notte, probabilmente ha dormito in auto abbandonate o si è intrufolata nel portone di qualche condominio. Da un po’ di tempo frequenta ragazzi più grandi di lei. La madre invoca l’intervento dei servizi sociali, non sa che fare, non si dà pace “mia figlia è sempre stata una ragazzina libera, abbiamo fatto insieme un viaggio in Africa, è abituata a non avere paura di nulla”.

Di fronte a tutti questi discorsi annuisco in silenzio per non lasciare trasparire la paura – io a undici anni non ero capace di prendere la metro da solo. Ho passato notti insonni, sentivo i genitori a orari assurdi pur di avere qualche aggiornamento. Dopo una settimana la polizia trova la ragazzina a bighellonare serenamente in un centro commerciale alle porte della città. Ci sono poi altri tentativi di fuga, una visita d’emergenza con uno specialista, ma la ragazzina non riesce ad alzarsi dal letto, sono  costretto a implorarla al telefono –  salvo poi beccarmi i rimproveri della psicologa della scuola perché non toccava a me farlo, non ero io il padre – ma alla fine dell’anno la spediscono dai nonni e noi non ne abbiamo più avuto notizie.

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Al di là del dramma, del caso difficile, la dispersione scolastica assume spesso forme più subdole, sottili, implicite.

Capita che la bidella bussi alla porta e, tutta sorridente, annunci l’arrivo, a metà marzo magari, ad anno già inoltrato, di una nuova compagna di scuola. “Viene dalle Filippine o dal Perù, o dall’Egitto”. La maggior parte di loro non parla italiano. Certo, per questi alunni, soprannominati NAI (neoarrivati in Italia), si attivano all’istante corsi paralleli per l’alfabetizzazione (non sempre tenuti da docenti specializzati, ma anche su questo tocca arrangiarsi), se si è fortunati e si ha una falegnameria li si può portare lì, a lavorare in luoghi dove le parole non servono. Perché tenere un ragazzino seduto al banco per sei ore di lezione tutte in italiano, magari nel giorno in cui hai programmato un’attività sui Promessi sposi può essere considerato un sequestro di persona.

Il peggio arriva ad aprile, quando tocca sottoporli alle Invalsi (i test dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo eccetera eccetera). In vista delle prove bisogna poi prepararli emotivamente a quella che sarà per loro una sessione di frustrazione. Anche se l’alunna egiziana è in Italia da cinque anni (e quindi non è più considerata NAI, la sigla vale per i primi due) è molto probabile che non avrà un grado di alfabetizzazione adeguato allo svolgimento delle prove. Starà seduta nell’aula informatica a fissare lo schermo, magari guarda il computer del vicino, nella maggior parte dei casi inserirà risposte a caso dopo essersi divorata le unghie. Come vanno aiutati casi simili? Come faccio io docente a vincere la timidezza e l’integralismo di una studentessa che non riesce a parlare in italiano e si ostina a ripetere il paragrafetto di storia imparato a memoria come una sura del Corano? Che percorso didattico le stiamo garantendo? Nessuno. E a fine anno si faranno carte false pur di promuoverli. Perché, per quanto i risultati delle Invalsi registrino sadicamente un calo nelle competenze base e quindi un aumento della dispersione implicita, non si è riusciti a trovare intanto alcuna alternativa per gli ultimi arrivati, e la bocciatura non basta, non aiuterebbe nessuno, non si può tenere a vita in terza media un ragazzo o una ragazza di ormai sedici anni.

A inizio anno scolastico ricevo dal nulla la telefonata di un papà di un alunno che avevamo promosso in modo non lusinghiero un anno fa. Nel suo italiano stentato mi chiede aiuto: nell’istituto professionale a cui noi lo avevamo destinato, il ragazzo non è riuscito a passare il primo anno. E ora non sanno dove iscriverlo –  il figlio andrà ormai verso i diciassette. Poteva commuovermi il fatto che fossi ancora io un riferimento per loro –  o forse più banalmente sono stato l’unico docente ingenuo a lasciargli il numero di telefono personale –  sta di fatto che la campanella della mia nuova scuola suona, devo salutare in fretta il padre, riagganciare, ci avrei pensato e gli avrei fatto sapere qualcosa. Quel papà io non l’ho mai più risentito. Dopo un anno non è più mia competenza, mi ripeto ancora adesso in professorese

“Come vanno aiutati casi simili? Come faccio io docente a vincere la timidezza e l’integralismo di una studentessa che non riesce a parlare in italiano e si ostina a ripetere il paragrafetto di storia imparato a memoria come una sura del Corano?”

La dispersione scolastica non riguarda solo gli studenti ma declina il suo disagio sulle famiglie, sulle comunità, ci dice molto su quanto sia difficile integrarsi in un sistema scolastico che ora vuole basarsi sul merito confermando la sua impostazione classista. Se le atmosfere di Io speriamo che me la cavo ci sembrano lontane, una faccenda da scugnizzi, da prima stagione dell’Amica geniale, la scuola di oggi deve invece prepararsi per affrontare una nuova, tra le tante, sfide del domani: tenere gli alunni in classe, con buona pace della famiglia finlandese.

Gianluca Nativo

Gianluca Nativo è insegnante e scrittore. Il suo ultimo libro si intitola “Polveri sottili” (Mondadori, 2023).

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