Articolo
Valerio Magrelli

Il giorno in cui mi hanno incoronato poeta

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Forse nessuna arte come la poesia pone continue domande a chi la pratica. L’occasione di venire incoronati poeti, come accadde a Petrarca, al Campidoglio, può così innescare degli ulteriori interrogativi sul perché continuare a perpetuare questo “vizio assurdo” in versi.

All’inizio di quest’anno ho ricevuto una strana telefonata, relativa a un premio molto particolare. L’oggetto dell’invito riguardava una “incoronazione poetica” da tenersi in Campidoglio l’8 di aprile. Dietro un progetto tanto temerario aleggiava ovviamente il fantasma di Petrarca, nume tutelare di una tradizione vecchia di oltre mezzo millennio e che lo vide, lo stesso giorno del 1341, cinto d’alloro nel cuore dell’Urbe. Tutto molto lusinghiero, certo, ma cosa avevo a che spartire, io, con un simile, vertiginoso precedente? 

A dire il vero, un amico mi aveva svelato un divertente intermezzo, situato tra il riconoscimento offerto all’autore del Canzoniere e la mia incongrua chiamata. Pare cioè che nel marzo 1984, l’Accademia di Francia invitò Andrea Zanzotto, il quale, semigiocosamente, si prestò all’incoronazione poetica, sancita da Madame Pompidou nel «bosco» di Villa Medici. Si trattava dello stesso poeta, è il caso di ricordare, che più tardi, nel corso di un’intervista, coniò la rutilante espressione Un’Arcadia horror… Zanzotto, però, gran maestro di galateo, venne omaggiato con una elegante parodia, un’autentica meta-incoronazione; la mia cerimonia invece, ospitata nell’illustre aula Giulio Cesare, rischiava di soggiacere a una minacciosa seriosità. Davanti a un’offerta tanto generosa quanto impegnativa, confesso d’aver tentennato, finché ho pensato di cavarmela proprio esponendo il motivo delle mie titubanze, peraltro facilmente riconducibile a ciò che è stato definito come il “mandato sociale del poeta”: altrimenti detto, può essere incoronato, oggi, un poeta? O meglio: come si può pensare di incoronare, oggi, un poeta?

In Gran Bretagna risulta tutto più semplice, visto l’antica consuetudine con la figura del “poeta laureato”. Hanno ottenuto il titolo alcuni tra gli autori più stimati dalla critica, da Cecil Day-Lewis a Ted Hughes, da Carol Ann Duffy a Simon Armitage – scelte diverse, ha osservato sul “Manifesto” Maria Teresa Carbone, che comunque dimostrano la sicurezza di gusto, se non della sovrana, almeno dei suoi consiglieri. Ma cosa accadrebbe da noi, in Italia, dove ogni cosa sembra malignamente tramutarsi, nel caso migliore, in magniloquenza, retorica, aulicità?

Mentre mi dibattevo tra gli affanni, fortunatamente mi è venuto incontro Baudelaire, con un malizioso poema in prosa intitolato Perdita d’aureola. Si tratta di un testo indispensabile, quando si parla di incoronazioni. Nelle sue brevi righe, il protagonista, appunto un poeta, si rivolge a un amico incontrato per strada:

“Mio caro, vi è noto il mio terrore dei cavalli e delle carrozze. Poc’anzi, mentre attraversavo il boulevard in gran fretta, e saltellavo nel fango, in mezzo a questo mobile caos dove la morte arriva al galoppo da tutte le parti, la mia aureola, a un movimento brusco che ho fatto, m’è scivolata giù dalla testa nella mota del selciato. Non ho avuto il coraggio di raccoglierla. Ho giudicato meno sgradevole perdere la mia insegna, che non farmi fracassare le ossa. E poi, ho pensato, non tutto il male vien per nuocere. Ora posso andare a zonzo in incognito, commettere delle bassezze e abbandonarmi alla crapula come i semplici mortali. Ed eccomi assolutamente simile a voi, come vedete!”.

Il brano riportato è stato alleggerito dell’inizio e della fine, ma ciò che mi interessa è la parte centrale, in cui assistiamo, come dice il titolo, a una perdita di aureola. Ebbene, credo che a partire da Baudelaire il poeta moderno non potrà più avere né aureole, né corone, e lo dico con tutta la riconoscenza verso chi mi ha premiato. Le nostre, ormai, sono corone in leasing, in affitto, a noleggio, precarie; in ogni caso, solo, sempre, definitivamente, temporanee. Bellissimo in tal senso lo scherzo organizzato da Jean Cocteau nel suo discorso di accoglienza all’esimia Académie Française – a proposito della solita Arcadia horror  Questo l’inatteso inizio: “Io so che la poesia è indispensabile”, e qui bisogna immaginare una lunga, pensosa pausa carica di gravità. Al solenne preludio, segue una repentina conclusione: “Ma non so a che cosa”. In effetti, chi può saperlo? Nessuno. Ecco, io amo un poeta che non teme di esibire il suo sconcerto, la sua mancanza, la sua ignoranza, e proprio nel più eletto dei consessi.

Ma vengo al seguito del mio discorso, alla parte più personale. Quando cominciai a scrivere, al liceo, verso l’inizio degli anni di piombo, la politica aveva messo al bando la poesia. La questione era talmente sentita che Antonio Porta, sulla rivista “Alfabeta”, pubblicò un articolo in cui si affrontava il problema della vergogna connessa al fatto di scrivere versi. Io soffrivo enormemente per questo stato di cose, e continuai a soffrire anche quando decisi di iscrivermi a un pomeriggio di letture poetiche in pubblico, nella primavera 1975. Ricordo, per inciso, che l’incontro era curato da Nanni Cagnone, il primo poeta che incontrai in vita mia. Cagnone fu discreto, generoso e colto: purtroppo è scomparso pochi giorni fa, e lo ricordo con tutto il mio affetto.

Quel reading nella Galleria Tartaruga di Plinio De Martiis segnò la scoperta di autori, riviste, iniziative d’ogni genere, e tuttavia la vergogna non passava. La cosa si risolse solo qualche anno dopo, quando finii per imbattermi in una frase di Wyslawa Szymborska: “Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne”. Soluzione geniale! Impresa araldica! Stemma supremo! Infatti la scrittrice polacca non contesta quanto di ridicolo c’è nel fare poesia, ridicolissima occupazione, piuttosto lo allarga a ogni forma del vivere umano, ridicolissima condizione. Se il poeta è ridicolo, è perché è ridicolo l’uomo. E allora, ridicolo per ridicolo, tanto vale fare ciò che ci piace.

Così sono arrivato al termine delle mie considerazioni. Per l’occasione, vorrei dare la parola a un sommo linguista, Roman Jakobson, cui si deve una folgorante parabola sulla scrittura in versi. Ascoltiamolo: “In Africa, un missionario rimproverava i suoi fedeli perché andavano nudi; ‘E tu?’ ribatterono quelli indicando il suo volto, ‘non sei nudo anche tu in qualche parte?’ ‘Certo’, si giustificò il religioso, ‘ma questo è il volto’. Al che gli indigeni risposero: ‘Ma in noi dappertutto è il volto’”. Nello stesso modo, conclude lo studioso, in poesia ogni elemento linguistico diviene una figura del linguaggio poetico. Ebbene, come ci spiega Jakobson, nella poesia tutto è volto, poiché tutto (bianco, silenzio, virgole, mancanza di virgole), tutto diventa significativo – significativo, ovvero umano.

Valerio Magrelli

Valerio Magrelli è poeta, scrittore, francesista, traduttore e critico letterario. Il suo ultimo libro è Exfanzia (Einaudi, 2022).

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