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Antonio Geusa

Il padiglione russo sembra un’agenzia funebre di lusso

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Fiori senza profumo, paesaggi innevati e musica dal vivo per celebrare un fastoso funerale di regime.

L’albero con le radici nel cielo è finalmente cresciuto fino a spingere le porte del padiglione russo, aprendole ai visitatori accreditati all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Che sia per la sua posizione capovolta, alla Georg Baselitz, o più probabilmente per effetto delle sanzioni europee contro Mosca, la sua esistenza terrena ha però una scadenza precisa: va consumata entro la fine della preview riservata ai professionisti. Per il pubblico pagante sopravviverà soltanto come documentazione di quattro giorni di vita, osservabile da dietro i vetri.

In molti modi, la commissaria del padiglione, Anastasia Karneeva insieme a chi la sostiene dietro le quinte, ha invitato a mettere al centro dell’attenzione l’arte e la sua indipendenza sostenendo che in uno spazio chiuso nulla possa crescere. Si è chiesto di lasciare parlare l’arte. Ascoltiamola, dunque. 

Come fece Vladimir Putin con la costituzione della Federazione Russa nel 2020 per garantirsi la presidenza a oltranza, si entra nel padiglione azzerando tutto, compresa ogni forma di presa di posizione a priori. La prima impressione è neutra tanto da non provocare né entusiasmo né disagio. L’impatto visivo dei video di paesaggi innevati e delle elaborate composizioni floreali che si susseguono stanza dopo stanza offre una docile rassicurazione per l’occhio, e sembra costruito su un’estetica opulenta da matrimonio senza limiti di spesa. 

Certo, un padiglione dominato dai fiori e dalla loro caducità non rappresenta una novità alla Biennale; basti pensare allAustria nella precedente edizione. Qui, però, il livello di maestria compositiva è altissimo. Ed è proprio questa perfezione a risultare problematica: la precisione formale tradisce una distanza dalla natura più che una sua celebrazione. Queste monumentali sculture viventi finiscono per evocare l’atmosfera della sezione “composizioni floreali” di un’agenzia funebre di lusso. Il testo esplicativo in tre lingue, significativamente intitolato “Perché i fiori non profumano più”, non riesce a dissipare tale impressione. Vi si suggerisce che l’avidità umana abbia svuotato la natura della sua essenza: i fiori, coltivati artificialmente e privati dell’impollinazione, perdono la capacità di emanare profumo. Viene allora da chiedersi se questi fiori, costati con ogni probabilità cifre ingenti, perfetti alla vista ma svuotati di una dimensione sensoriale fondamentale, non diventino una metafora del presente – o forse del vivere in paese in cui la libertà di espressione è falciata dalla censura di Stato.

Ma il compito dell’arte è porre domande, non applicare soluzioni – quello spetta ai politici, si sa. 

C’è altro però, sempre al piano terra. Viene in mente una barzelletta molto popolare ai tempi della perestrojka, che veniva raccontata imitando la voce di Lenin: “Compagni! La rivoluzione dei lavoratori, di cui i bolscevichi hanno sempre parlato, si è conclusa! E adesso, discoteca!”

Artisti/musicisti danno vita a DJ set in cui, a chi lo vuole, è permesso di ballare. Dipende però dall’orario in cui si capita: le performance musicali sono numerose e varie. Nei quattro giorni permessi da un presidente della Biennale che rivendica la logica di non censurare chi presenta un progetto nato in un ambiente in cui l’arte da portare a Venezia è soggiogata al potere, si alternano musicisti e performer che mescolano registri molto diversi. Si passa dalla musica folk russa, con richiami a strumenti tradizionali e melodie popolari, a momenti di improvvisazione libera, fino a incursioni nella musica elettronica e nella techno. 

Il risultato complessivo è un cortocircuito percettivo: una discoteca che sembra reinventarsi come agenzia funebre alternativa. Un’idea che, c’è da dirlo, sul piano concettuale, non sfigura affatto nel sistema dell’arte contemporanea. L’immagine dell’orchestra che continua a suonare mentre il Titanic affonda appare ormai superata. Per citare una celebre frase del 2000 di Vladimir Putin sulla tragedia del sottomarino Kursk, la nave “è già affondata”. 

Questa è dunque l’arte che la Russia porta a Venezia come strumento di soft power, allineando il suo messaggio culturale alle linee guida del Cremlino. Qui, va ribadito, la libertà ha i suoi limiti: in Russia l’espressione artistica da esportare con il benemerito del Ministero della Cultura implica un’autocensura costante, un calibrarsi dei contenuti per non urtare le linee ideologiche del potere. Il padiglione diventa così un’istruttiva parabola contemporanea: un luogo dove la bellezza e la creatività convivono con la sorveglianza invisibile dello Stato, dove il fascino estetico nasconde il controllo politico e ogni scelta artistica porta con sé il peso della prudenza obbligata.  

Si lascia infine il padiglione come seguiti da un’ape pronta a impollinare un dubbio: e se il nervosismo dei giorni precedenti all’apertura fosse stato dettato dal timore di non riuscire a esprimere – nella lingua dell’arte indipendente – ciò che il padiglione russo vorrebbe davvero dire al presidente e al ministro della Difesa della Federazione Russa? E cioè: “Mettiamo fiori nei nostri cannoni”. 

Nel caso la proposta rimanesse poco chiara proprio perché quello dell’arte può essere una lingua non facile da capire, agli organizzatori del padiglione certo non mancano le possibilità di chiederlo di persona. Dopotutto, le affiliazioni parentali e i legami d’affari con figure di spicco vicine al Cremlino avranno pure i loro vantaggi.

Antonio Geusa

Antonio Geusa è storico dell’arte, curatore, docente di arte contemporanea.

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