Con Black Lives Matter, le statue sono diventate spesso oggetti problematici. Il loro futuro non è a rischio, ma sono cambiate le modalità e gli attori che ne rendono possibile l’edificazione – ed è bene che sia così.
Passeggiando per Cuba è impossibile trovare una statua di Fidel Castro; lo aveva ordinato lui stesso, vietando monumenti, busti, statue e altre forme di tributo alla sua persona, per non mettersi sullo stesso piano idolatrico di personaggi come Mussolini, Stalin. Se ne trovano però moltissime di José Marti, il leader del movimento per l’indipendenza cubana. Paradossalmente, invece, nel cuore di Pristina, in Kosovo, campeggia da più di un decennio una statua colossale, dorata, dell’ex presidente statunitense Bill Clinton, che lo raffigura con in mano un documento con la data dell’inizio dei bombardamenti NATO del 1999 contro Slobodan Milošević. La statua fu fatta erigere dall’associazione kosovara “amici dell’America”, e sorge lungo il Bill Clinton Boulevard, una delle arterie principali della capitale kosovara.
Un bel cortocircuito. Da una parte l’assenza di statue dedicate al padre della rivoluzione cubana, dall’altra, negli ex Balcani, un monumento “ad personam” dedicato a una persona ancora in vita. A Pristina, contrariamente alle tendenze di oggi, si è quindi fatto erigere un monumento tradizionale. La statua di Clinton – e la riconoscenza del popolo kosovaro nei suoi confronti – sembra arrivare da un’altra epoca.
Monumenti di quel tipo non si edificano più con leggerezza. Con una certa immediatezza, fino a qualche tempo fa, per celebrare capi di stato o personaggi influenti, si sarebbe optato per un classico busto equestre o un’imponente colonna marmorea. Oggi nessuno va più a cavallo; ma è difficile anche imbattersi in statue come quella dedicata a Clinton. Buona parte dei personaggi rappresentati allora è oggi controversa, e fissarli in una statua (prima che la Storia mettesse in discussione il loro status) spesso è servito proprio a questo: a cercare di chiudere i conti con la loro difficile eredità, canonizzandoli.
Del resto, il monumento pubblico moderno nasce con una finalità ben precisa.
Dall’arco di trionfo romano alla statua equestre del condottiero, dal monumento funebre del sovrano alla grande statuaria nazionale ottocentesca, la sua funzione principale era quella di stabilire una gerarchia di valori. Nell’Ottocento, con la nascita degli Stati nazionali e dei loro pantheon civili, questa funzione pedagogica al servizio del potere di turno diventa ancora più esplicita: piazze, viali, scuole, municipi e stazioni si riempiono di re, generali, patrioti, poeti, scienziati, padri della patria. Un monumento infatti è un atto di interpretazione: seleziona un evento, una figura e un’eredità storica, con il desiderio di consegnarla a chi verrà dopo in una forma priva di problematicità..
Nell’occidente moderno, in particolare tra l’Ottocento degli Stati nazionali e il Novecento delle grandi ideologie politiche, questo meccanismo ha funzionato con relativa naturalezza. Quando si costruiva una piazza, si poneva al centro una statua del grande eroe nazionale o del leader rivoluzionario di turno. Oggi però le cose sono cambiate. Non da un giorno all’altro, naturalmente: la crisi del monumento celebrativo ha una storia lunga, che passa per la distruzione delle statue dei regimi comunisti dopo il 1989, ma anche per le contestazioni ai monumenti coloniali e per le campagne contro le statue confederate negli Stati Uniti. Il momento in cui questa presa di coscienza diventa profonda è probabilmente il 2020, con le proteste seguite all’uccisione di George Floyd: chi o cosa rappresenta un dato monumento? Chi esclude? Esalta o normalizza una forma di violenza nei confronti di un gruppo etnico o sociale?
Le statue confederate negli Stati Uniti sono rimaste per decenni davanti a tribunali, scuole e parlamenti locali, finché non sono state rivalutate criticamente come celebrazioni pubbliche della schiavitù e della segregazione razziale.
Questo processo è iniziato nel corso del secondo Novecento. Molte delle grandi narrazioni nazionali su cui tradizionalmente erano edificati i monumenti sono state complicate da nuove storie e interpretazioni, spesso oppositive: i movimenti per i diritti civili, postcoloniali, i femminismi.
In questo quadro, anche le istituzioni pubbliche esitano sul da farsi. Spesso ha la meglio un atteggiamento di mediazione: si rimuove la statua incriminata e la si espone in un museo, corredata da una targa esplicativa. La statua di Edward Colston gettata in mare che abbiamo visto prima, sarà infatti esposta in un museo con una didascalia esplicativa.
Qualcosa di simile sta accadendo anche a Roma con le collezioni dell’ex Museo Coloniale, oggi confluite nel Museo delle Civiltà: materiali pensati dentro un dispositivo apertamente propagandistico – il Museo Coloniale fu inaugurato nel 1923 con lo scopo di raccontare e legittimare le “imprese” coloniali italiane – vengono ora riallestiti come manufatti da valutare con spirito critico.
In molti paesi le normative sul tema sono soggette a varie interpretazioni. Ad esempio, negli USA il Congresso ha legiferato affinché entro il 2024 (anche se, a tutti gli effetti, non è ancora così) tutti i simboli e i nomi confederati vengano eliminati dai territori militari, ma nello stesso tempo molti stati hanno leggi che in passato proteggevano tali monumenti dai vandalismi. In Italia non esistono leggi analoghe: fino a oggi i monumenti del passato – in particolare quelli del fascismo – sono stati lasciati in gran parte al loro posto. Lo Stato italiano non ha mai optato per una dura “rieducazione” alla memoria, e non ha mai imposto massicce rimozioni. La Legge Scelba del 1952, che vietava la ricostituzione del partito fascista, non contemplava la rimozione automatica delle sue effigi. Solo recentemente si è proposto di rimuovere simboli espliciti (per esempio Laura Boldrini chiese di togliere Mussolini dall’obelisco del Foro Italico), ma senza una normazione chiara.
Eventi che in passato avrebbero richiesto decenni per essere metabolizzati, possono invece oggi produrre effetti immediati, suscitando dibattiti che rendono urgenti questioni rimaste a lungo sospese. L’eco di Black Lives Matter, è arrivato rapidamente anche in Europa.
A Bristol, nel 2020, la statua di Edward Colston, mercante e filantropo cittadino, è stata gettata nelle acque del porto quando l’origine delle sue fortune, legata alla tratta degli schiavi, è diventata troppo ingombrante. In Belgio sono state imbrattate le statue del re Leopoldo II, colpevole di atrocità in Congo nel periodo coloniale. In Italia è tornato d’attualità il dibattito sulla statua del giornalista Indro Montanelli a Milano, che nel 2019 fu imbrattata dal collettivo femminista Non una di meno con vernice rosa lavabile. La statua del giornalista – che durante la campagna d’Etiopia comprò e sposò una bambina di 12 anni di nome Destà – non è stata rimossa. In Sudafrica una sorte analoga è toccata a Cecil Rhodes, la cui statua all’Università di Cape Town è stata rimossa nel 2015 dopo le proteste di Rhodes Must Fall. A seguito di queste proteste, alla Rhodes University viene messo in discussione persino il nome stesso dell’università.
Tornando indietro di qualche anno, un discorso a parte lo meriterebbero le ex-dittature comuniste. Nel 1989 quasi tutti i regimi del blocco sovietico caddero, e con essi, come ovvio, caddero le statue dei leader identificabili con l’Unione Sovietica. Via Lenin, Stalin e gli altri. Alcune di queste statue sono ancora tra noi. Un esempio famoso è il Parco delle Sculture (Memento Park) di Budapest: inaugurato nel 1993, raccoglie 42 statue dell’era sovietica. Qui – come a Grutas, in Lituania, o in Ungheria o Polonia, dove esistono esempi analoghi a quello di Budapest – la monumentalizzazione post-comunista resiste, non senza nostalgie o controversie.
Di fronte a questi fenomeni e alle tensioni che li attraversano, artisti e intellettuali hanno iniziato a immaginare forme alternative di monumento e memoriale, mettendone in discussione la funzione tradizionale. Sempre più spesso si tratta di opere che richiedono la partecipazione del pubblico e che non trasmettono un significato univoco. Il monumento si avvicina alle pratiche dell’arte contemporanea, con installazioni, interventi site-specific, dispositivi aperti e talvolta temporanei. Spesso si ricorre a opere spaziali, che pongono l’attenzione sulle “assenze significative”. È il caso del celebre Memoriale dell’Olocausto a Berlino (noto come “Campo di marmo” o “Monumento agli ebrei d’Europa sterminati”), costituito da una griglia di blocchi di pietra irregolari, che formano un labirinto dalle alti pareti, che si percorre non senza una sottile angoscia. A New York, il vuoto lasciato dal World Trade Center è stato reso permanente nelle due grandi vasche del National September 11 Memorial & Museum, che non hanno certo l’ambizione di ricostruire ciò che è andato perduto ma ne segnano l’assenza. Solo in alcune occasioni (ogni 11 settembre), però, quella mancanza viene temporaneamente colmata dal Tribute in Light: due fasci verticali di luce che si alzano nel cielo e rievocano per poche ore la sagoma delle torri.
Oggi, i monumenti si continuano a inaugurare, ma a commissionarli sono soggetti più vari rispetto al passato, e la loro edificazione è frutto di un dialogo costante e di una problematizzazione su più livelli.
A Londra, per esempio, il memoriale dedicato alle vittime della schiavitù transatlantica, The Wake di Khaleb Brooks, nasce all’interno del dibattito sulla diversità nello spazio pubblico; a San Francisco, il monumento a Maya Angelou è stato commissionato dalla San Francisco Arts Commission e collocato davanti alla biblioteca centrale cittadina. In altri casi l’iniziativa arriva da fondazioni o reti civili: il National Memorial for Peace and Justice di Montgomery, dedicato alle vittime del linciaggio razziale negli Stati Uniti, è stato creato dalla Equal Justice Initiative; le Stolpersteine di Gunter Demnig, invece sono spesso sostenute da famiglie, scuole e comunità locali.
L’erezione di qualsiasi “grande monumento” solleva una serie di domande rivolte a tutti: di chi è la memoria, chi la vuole celebrare, chi la subisce, chi la contesta…
Il monumento nasce sapendo di poter essere discusso, corretto, risignificato e persino rimosso, lasciando aperta la possibilità che un domani la comunità per cui era stato costruito non vi si riconosca più.