La Chiesa oggi vuole porsi come argine e alternativa alla dottrina disumanizzante dei capitalisti digitali, come dimostra Magnifica humanitas, la prima enciclica di Leone XIV.
Un giorno del 1884 papa Leone XIII ebbe una visione: mentre parlava con alcuni cardinali dopo aver detto messa, ammutolì e rimase per qualche istante paralizzato, fissando un punto sopra di lui. Ripresosi, pallido in volto, si rinchiuse nel proprio studio, da dove uscì poi con una preghiera scritta di getto a San Michele Arcangelo la cui recita fu per decenni obbligatoria in tutte le messe. Era una preghiera per fermare Satana, che Leone confidò di aver visto e udito quel giorno: il demonio avrebbe sfidato Dio promettendogli di riuscire a “distruggere la Chiesa e portare tutto il mondo all’inferno” se avesse ricevuto abbastanza tempo e potere.
Il clima dell’epoca era particolarmente incline a questo tipo di visioni escatologiche: le apparizioni mariane erano all’ordine del giorno e il papa, che da poco aveva perso ogni parvenza di potere temporale, si sentiva assediato da forze sinistre come massoneria, socialismo, “modernismo”. L’idea che a muoverne le fila fosse proprio Satana appariva ai più convincente.
Nel corso di quella visione, Leone aveva sentito Satana chiedere a Dio cento anni per distruggere l’umanità; forse se ne ricordò Giovanni Paolo II quando, all’approssimarsi di quella scadenza, ossessionato dalla minaccia del comunismo e dal terzo segreto di Fatima che parlava di un vescovo vestito di bianco ucciso dalla soldataglia, cadde gravemente ferito da Ali Agca sul sagrato di San Pietro.
Oggi che la scadenza dei cento anni è ampiamente passata, la Chiesa ha imparato a fare i conti con la modernità, ma Leone XIV deve aver visto qualcosa di molto simile a quella visione del suo predecessore, perché nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, si scorgono i segni di una profonda inquietudine, di una minaccia esistenziale non solo per la Chiesa, ma per la stessa fede cristiana. Non si cita Satana né il diavolo, ma la “sindrome di Babele”: è il modo in cui Leone definisce “l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni”. Una sindrome che minaccia il futuro stesso dell’umanità, perché rappresenta “il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico”.
Magnifica humanitas non è semplicemente, come pure si propone di essere, un’enciclica sociale sul solco della Rerum novarum e delle encicliche successive che hanno rinnovato la cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa”. Certo, Prevost aveva chiarito fin dal discorso ai cardinali all’indomani della sua elezione che la scelta del suo nome si legava al Leone XIII della Rerum novarum, poiché occorreva che la Chiesa si occupasse delle “res novae del nostro tempo”, segnatamente l’intelligenza artificiale e le sue conseguenze sul lavoro e la dignità umana; ma il pontefice, nel definire la struttura dell’enciclica, ha dovuto constatare che la riflessione intorno all’intelligenza artificiale in Vaticano stava già maturando da tempo nei documenti dottrinali (tant’è che qualche giorno fa, per fare ordine, ha istituto una commissione interdicasteriale sull’intelligenza artificiale che include rappresentanti delegati sull’IA di quattro dicasteri e tre pontificie accademie).
Soprattutto, seguendo la scia di papa Francesco e della sua enciclica più celebre, la Laudato si’, Leone si è reso conto che l’accelerazione tecnologica del nostro tempo non sta avvenendo in un vuoto di senso e di direzionalità, ma si inscrive in quello che Francesco ha chiamato il “paradigma tecnocratico”: una vera e propria weltanschauung, una visione del mondo che non solo si pone in netto contrasto con la dottrina ecclesiastica – in ciò sarebbe solo una riproposizione delle weltanschauung concorrenti degli ultimi due secoli (socialismo, comunismo, capitalismo, ateismo) – ma si propone di soppiantare la religione stessa con una nuova fede, ciò che lo storico e futurologo Yuval Noah Harari aveva definito non a caso nel suo best-seller Homo Deus (2015) il “dataismo”. Ne troviamo eco in quest’enciclica: il paradigma tecnocratico “non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili”.
Magnifica humanitas testimonia del cambio di paradigma del rapporto tra Chiesa e IA: non si tratta più solo delle questioni etiche, ambito in cui il Vaticano aveva iniziato a muoversi in tempi non sospetti ma senza riuscire a inserirsi in modo dirimente in un dibattito già troppo affollato; non si tratta più solo di regolamentazione e di bandi all’uso militare degli algoritmi; la questione è di natura antropologica. Si tratta innanzitutto di ribadire che no, l’intelligenza artificiale non è una nuova forma di intelligenza, che l’intelligenza umana non è riducibile a puro calcolo, che il suo vero nucleo è il “più che umano”. Il richiamo al paradigma more-than-human proposto dalla filosofia postumana negli ultimi anni per restituire di dignità le altre intelligenze non-umane è qui riletto in chiave del tutto oppositiva: non è il progetto di “decentramento dell’umano” proposto da Donna Haraway o Nancy Katherine Hayles, ma il riconoscimento che “l’essere umano non è chiuso nei confini della propria natura, ma è chiamato a trascendere se stesso: non per fuga dalla realtà o per disprezzo del limite, bensì per essere compiuto nell’amore”. Questa componente irriducibile della persona umana, che deriva dalla sua creaturalità, diventa il baluardo da difendere nei confronti dell’offensiva tecnocratica che suggerisce la sostanziale identità tra intelligenza umana e artificiale, suggerendo la sua replicabilità, e dunque la sua sostituibilità.
Assumendo come centro dell’analisi il carattere antropologico della sfida dell’IA, Magnifica humanitas vede di fatto nelle Big Tech l’erede dei costruttori della Torre di Babele, e nella Chiesa l’estrema difesa da un programma disumanizzante che trova echi sinistri nel richiamo dell’enciclica ad Auschwitz. Perché Auschwitz? Perché la riflessione di Leone tocca a un certo punto una questione cara a Benedetto XVI, il relativismo, ossia la perdita di interesse rispetto alla “domanda su ciò che è vero”, a favore di “un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare utile o efficace”: quello stesso relativismo, rappresentato nel Vangelo di Giovanni dalla famosa domanda retorica di Pilato Quid est veritas?, che nel Novecento ha indebolito la vita democratica al punto da aprire la strada ai totalitarismi. È il momento in cui – qui Leone cita Hannah Arendt – “i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma ‘la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più’”. Sta succedendo di nuovo, e se qualcuno ha pensato a Trump leggendo queste parole, be’, ha capito a cosa stesse alludendo il papa. Trump, e qui si situa la distanza tra Prevost e Bergoglio, non certo perché è il rappresentante dell’imperialismo yankee tanto avversato dal predecessore di Leone, tanto più che il nuovo papa di Trump è connazionale; Trump perché è il burattino di un circolo occulto ed elitario che attraverso di lui mira a estendere il paradigma tecnocratico al mondo intero; Trump, perché è attraverso di lui che questi uomini stanno realizzando la loro sinistra agenda, di cui è espressione l’ideologia transumanista, “lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizza l’immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l’entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di ‘uomo potenziato’ oppure di ‘uomo ibridato’ con la macchina”. È questa la nuova fede antitetica e concorrenziale con quella cristiana nei cui confronti Magnifica humanitas mette in guardia: una fede blasfema come lo fu a suo tempo l’incubo escatologico del Reich dei mille anni, anch’esso reso possibile da una distorsione della tecnica.
Al dio forte del dominio della tecnica, il cristianesimo non può che contrapporre oggi il Dio la cui forza “si manifesta pienamente nella debolezza (2Cor 12,9)”. È un Dio del limite non perché limitato, ma perché nel mondo di oggi appare solo quando l’Uomo arriva a prendere coscienza dei propri limiti: è “quando riceviamo un rifiuto, quando soffriamo per la malattia o la morte di una persona amata, quando sperimentiamo l’incapacità o il fallimento” che diventa possibile “trovare una saggezza nuova, toccare con mano l’affetto delle persone e sperimentare la presenza del Signore”. Dio non è nel “vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce”, né nel terremoto, né nel fuoco, come scopre Elia nel celebre episodio biblico (1Re 19), ma nel “mormorio di un vento leggero”. Non lo si ode mentre si è impegnati a muovere le proprie armate sullo scacchiere globale, o in qualsiasi altro sforzo titanico o prometeico, ma solo quando tutto intorno si è fatto silenzio, quando la volontà di potenza si è scontrata con la consapevolezza di un limite. La tentazione maggiore a cui Satana sottopone Gesù è quella di condurlo sopra un monte altissimo mostrandogli tutti i regni del mondo con la loro gloria e promettendogli di porli sotto il suo dominio “se, prostrandoti, mi adorerai” (Mt 4,8-9). Allora come oggi si tratta di scegliere tra Babilonia e Gerusalemme; non, però, la Gerusalemme del potere terreno d’Israele, la Gerusalemme del “Dio degli eserciti” veterotestamentaria; ma la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse giovannea, che scende dal cielo come dono di Dio e non frutto dell’intervento umano. Il futuro che viene, non il futuro che diviene: la salvezza dell’umanità verrà solo da Dio, quando lo vorrà.
Tutto il resto è solo surrogato, imitazione. Come i trucchi dei maghi egiziani che replicavano il miracolo del bastone di Aronne che si trasforma in serpente, le IA si limitano a simulare. “Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali: allora il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro”. Ma, ricorda l’enciclica, nell’IA non c’è nulla di “immateriale o magico”: “Ogni risposta che appare immediata e perfetta proviene da una lunga catena di mediazioni, da una rete estesa di risorse naturali, di infrastrutture energetiche e, soprattutto, di persone”. L’enciclica mette in guardia dalla falsa fiducia nell’oggettività dell’IA, nella sua capacità persuasiva che riporta in auge la convinzione realista che il mondo sia retto da un ordine naturale, una legge del più forte di tipo social-darwinista, che giustifica la guerra perpetua ma anche “la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri”. A questa corsa agli armamenti tecnologica Leone contrappone il suo invito a una pace disarmata che già annunciò dalla loggia delle benedizioni alla sua prima apparizione da papa: “Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano”.
Ma cosa significa, concretamente? Magnifica humanitas sembra chiudersi con un sobrio invito alla speranza e alla preghiera, ma è in realtà un manifesto politico. Il suo obiettivo di rinnovare la dottrina sociale della Chiesa nell’era tecnologica muove da una decisa presa di posizione ancora una volta nel solco di Francesco: la Chiesa può e deve inserirsi nelle vicende mondane, può e deve essere nel secolo, può e deve essere “nel mondo e non del mondo”. Ricordando Leone XIII, Prevost osserva che a quanti gli obiettavano “che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna”, il suo predecessore rispondeva “con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli”. Così anche Leone XIV chiarisce che la Chiesa “non può considerarsi estranea ai dinamismi che configurano il volto della società”, ma anzi ritiene di avere qualcosa da dire sui grandi temi del nostro tempo. Questo qualcosa è innanzitutto un metodo che si oppone a quello di Babele. L’enciclica lo identifica nell’episodio poco noto di Neemia, che nell’intraprendere l’impegnativo progetto di ricostruire Gerusalemme distrutta durante l’esilio babilonese “non impone soluzioni dall’alto” ma “convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni”. Il progetto di una costruzione dal basso, inclusiva, democratica, si oppone a “un potere che pretende di dominare il cielo”. Dunque, agli uomini spetta il compito di contrastare fattivamente il sogno e l’incubo della nuova Babilonia partendo innanzitutto da un’azione comunitaria: occorre riprendersi ciò che ci è stato sottratto, non solo i nostri dati, ma anche la capacità di decidere del nostro futuro. Per questo la Chiesa non è accelerazionista, non crede cioè nella possibilità che un giorno l’IA ci libererà dal lavoro, anzi scorge in questo progetto un’ulteriore minaccia, perché sottraendo all’essere umano la dignità del lavoro lo riduce a utente, puro ingranaggio delle piattaforme digitali estrattive: si realizzerebbero così i progetti di alcune teorie postumane che ipotizzano “esseri umani ‘di seconda classe’, funzionali agli interessi di élite che si percepiscono superiori”.
Tra le righe, dunque, Magnifica humanitas si pone come un vero e proprio manifesto di resistenza attiva al nuovo totalitarismo digitale. “Una parte significativa del funzionamento dell’economia digitale si regge sul lavoro silenzioso di milioni di esseri umani, impiegati in attività poco visibili ma essenziali: etichettatura dei dati, moderazione dei contenuti – spesso pessimi –, addestramento dei modelli”, si legge. “Corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa”. Contro tutto questo, si invoca una “lotta contro le nuove schiavitù”, si chiede di “restituire ai popoli non solo i dati che li descrivono, ma anche la possibilità di decidere come verranno usati, da chi e per chi”, perché altrimenti “l’era digitale non sarà post-coloniale, ma coloniale sotto altra forma”. Marx non avrebbe saputo scriverlo meglio!
A chi gli faceva notare cose del genere, Bergoglio obiettava: “Non è Marx, è il Vangelo!”. Prevost ribatterà: “Non è il comunismo, è la dottrina sociale della Chiesa”. Ma ciò che più deve sorprenderci è la sua ambizione di proporsi come alternativa concreta all’ideologia delle Big Tech. A chi obietta, con Thatcher, che “non c’è alternativa” al capitalismo tecnocratico, la Chiesa con questa enciclica replica: “Adesso c’è”.