Nella sua ultima raccolta di saggi "Vivi e morti", edita da Sur, Zadie Smith riflette sul ruolo della musa, sull'appropriazione culturale e i suoi inganni, sull'invecchiamento di uomini e donne, sull'ambiente e molto altro. Abbiamo chiacchierato con lei di questi temi e, naturalmente, della sua collaborazione con Blood Orange.
La prima cosa che mi colpisce di Zadie Smith è la voce. Ha un che di mascolino, come quella di un migliore amico del liceo che ti porta la notte a dipingere i treni e ti copre quando arriva la polizia. È una voce che risalta a contrasto con gli abiti stilosi, le trecce strette che le percorrono testa, le lentiggini e le labbra di un bel rosso corallo. La incontro a Roma, nella libreria Spazio Sette, in occasione della presentazione della raccolta di saggi Vivi e morti, (Sur 2026, traduzione di Martina Testa), di cui quella che segue è la trascrizione. Prima di iniziare, chiacchieriamo di maternità, passando in rassegna tutte le artiste donne che nel Novecento hanno abbandonato i propri figli per dedicarsi alla loro arte. Tra loro figura Celia Paul, una delle protagoniste di questa raccolta, che contiene scritti su artisti, film, scrittori, politica e molto altro. Smith è una delle rare scrittrici capaci di produrre romanzi straordinari e saggi lunghi, complessi e convincenti, pur essendo necessarie competenze molto diverse tra loro. Leggendola, colpisce l’apparente semplicità dei suoi ragionamenti e che pure, una volta percorsi fino all’ultimo, rivelano spesso un rovesciamento che modifica permanentemente la visione del mondo di chi legge. Come essere condotti per mano lungo una strada dritta e ben illuminata salvo rendersi conto, arrivati alla meta, di aver camminato lungo un percorso tortuoso e scosceso, a tratti ombroso, di cui ora si nota ogni curva.
Inizierei dal primo saggio che apre questa raccolta, dal titolo La famiglia europea. Ti trovi in un museo dove sono raccolte alcune opere d’arte belle e vistose, che più o meno implicitamente fanno emergere lo sguardo occidentale sulle altre culture. Noti però questa piccola opera che è una scultura di un artista cinese: la famiglia europea, appunto. È una scultura che ti fa ridere perché questa famiglia è rappresentata in modo quasi parodistico. Oggi quando entriamo nei musei, soprattutto nel mondo anglosassone, siamo circondati da avvisi che spiegano quanto l’Occidente sia stato violento e predatorio e quanto le opere che vediamo siano quasi inintelligibili per noi, di fatto utilizzando ancora uno sguardo assolutamente occidentalocentrico, pure se venato da un nuovo, stolido, senso di colpa.
È stato il primo saggio che ho scritto e che mi ha fatto pensare “Ora ho un libro”. Perché molti di questi saggi erano già stati pubblicati altrove, ma quando ho visto quella mostra mi è sembrato che cristallizzasse alcuni dei pensieri che avevo maturato sugli ultimi quindici anni di discorso culturale. Si trattava di una raccolta di tesori artistici tratti da una collezione tedesca. Arte proveniente da tutto il mondo: arte europea, arte africana, arte asiatica . E, secondo l’impostazione dei curatori, quello era un esempio di sguardo bianco, anzi, europeo, sull’arte di tutto il mondo, dimostrazione di eurocentricità. Ma poi c’erano tanti altri oggetti, come una teiera iraniana, una spada etiope, che non avevano veramente nulla a che fare con l’arte europea. Eppure i curatori dicevano sempre e solo una cosa: di prestare attenzione al “white gaze”. E questa dinamica di potere era fissa: tutti gli altri popoli erano sudditi, soggetti all’oppressione europea. E così anche il creatore di questa piccola porcellana cinese, seguendo la logica della mostra, era semplicemente un suddito. E quando ho visto la porcellana, un po’ nascosta, lontana dai riflettori, sono scoppiata a ridere perché era così poco dettagliata, e l’artista cinese poco interessato a rappresentare la realtà di una famiglia europea. Non gli interessava se questa famiglia era tedesca, inglese, spagnola, inglese.. Come a dire: “Ecco degli europei, secondo me sono fatti così”. Esilarante, ma anche interessante da un punto di vista storico perché la gerarchia tra padrone e schiavo sicuramente esiste, ma anche gli schiavi osservano il padrone. E quando lo fanno possono trovare il padrone ridicolo, o può anche non fregargliene niente di questo padrone. E questa è una dinamica che esiste. Agli occhi di questi artisti del Seicento gli europei erano tutti uguali, non vedevano la differenza fra l’uno e l’altro.
Il secondo saggio è il mio preferito di tutta la raccolta. Ti concentri sul rapporto tra musa e artista attraverso il memoir di Celia Paul, che oltre a essere un’artista è stata, appunto, la giovanissima musa di Lucian Freud, allora cinquantacinquenne. Quando lei rimane incinta, si trova improvvisamente cresciuta, fuori dalla sua orbita. Eppure lui continua a dipingerla come se lei avesse ancora diciottanni, timida, guardo basso. E qui, oltre al tema della musa, se ne inserisce un altro, quello dell’intelligenza. Cioè quest’ultima ha sempre dei punti ciechi, che possono essere impalcature sociali come misoginia e razzismo, o più personali, e che dunque l’intelligenza si organizza attorno a dei vortici bui.
Sì, è impossibile avere lo sguardo perfettamente limpido se sei un artista. È impossibile perché presupporrebbe una soggettività perfetta. Appassionarsi a un artista vuol dire anche scegliere il proprio veleno. E qualche volta la cecità per la misoginia, ad esempio, può risultare insopportabile per lo spettatore o il lettore. Ci sono persone che non riescono a leggere Philip Roth, altre che non sopportano Lucian Freud perché le loro zone cieche gli sono intollerabili.
Quando ho letto per la prima volta questo memoir l’ho fatto con rabbia, perché per me è molto difficile accettare l’esistenza stessa della musa. È un ruolo a cui non sono mai stata interessata né ho mai avuto quel tipo di relazione con qualcuno. Ma mentre ne scrivevo, la mia amica Leanne Shapton, che fa la scrittrice a New York, mi ha fatto notare che il libro di Celia non è un libro arrabbiato. Lei è molto consapevole di avere questo istinto [a essere una musa]. Lei era una di quelle donne interessate a diventare l’oggetto dell’attenzione di qualcun altro, ed era fiera di essere l’oggetto dell’attenzione di Freud. Ma, come dicevi tu, quando ha un bambino, la sua mente cambia. Leanna mi ha dato un consiglio: in questo saggio devi contemplare la possibilità che essere una musa sia un’inclinazione, non puoi condannarla e basta, perché molte donne nella storia hanno ricoperto quel ruolo, non perché fossero schiave ma perché erano interessate a ricoprirlo. Può trattarsi di un desiderio che ha a che fare con il sesso o con la dinamica di potere che deriva dai ruoli di ciascuno. Per me non è interessante, ma mentre scrivevo ho cercato di aprirmi all’idea che altre donne hanno una sensibilità diversa della mia sul tema.
Un’altra cosa che Celia Paul sottolinea nel saggio è che questa grande differenza di età all’interno di un rapporto di coppia può essere produttiva, come una forma di educazione sentimentale, di iniziazione, e che quindi ha un suo valore. Io personalmente non tollero le relazioni dove le differenza di età sono grandi, perché per i miei genitori è stato così: mio padre cinquant’anni e mia madre venti, e questa cosa ha condizionato pesantemente la nostra famiglia.
Per questo quando vedo queste coppie con una differenza di età importante non posso farci niente, proprio non le tollero, le voglio sgridare, le rifiuto. Però il saggio che volevo scrivere non era su di me, era su Celia Paul. E Celia Paul nel suo memoir dice qualcosa di diverso da quello che penso io, ovvero che questa educazione sentimentale tra persone di età diverse può essere generativa. E questa affermazione si può ricondurre poi a un vecchio dibattito tra generazioni diverse di femministe. Ci sono donne che dicono altre donne: “Questa tua visione è falsa”, accusandole dunque di falsa coscienza. D’altro canto, ci sono generazioni che negano addirittura che possa esistere una coscienza falsa, e sostengono che tutte le esperienze siano valide, seppur con pesi diversi. E quindi come posso io dire che una visione sia bagliata rispetto alla mia che è invece giusta? Chi sono io per dire che la visione di Celia Paul, così distante dalla mia, sia sbagliata?
Un po’ di tempo fa ho visto un documentario prodotto dalla BBC sulla storia d’amore tra Leonard Cohen e la sua musa Marianne Ihlen. E tra le cose che mi hanno colpita c’è che Marianne era proprio una musa! Non solo per Leonard Cohen ma anche per altri artisti, sia maschi che femmine. Insomma, anche io ho pensato per la prima volta che fosse un’inclinazione. E poi però ho anche pensato a quante energie sono state spese nel ‘900 per stare appresso agli artisti – uomini. Il che ha fatto sì che venissero create splendide opere d’arte al prezzo di un grande dispendio umano. Nel caso di Leonard Cohen talvolta c’era bisogno di quindici persone perché lui, strafatto di acidi, si esibisse.
Sì, una follia. Devo dire che io spero che l’era dell’artista-genio, come Lucian Freud, sia finita. Voglio dire, Freud avrà fatto 14 figli con Dio solo sa quante donne. Anche per questo per me è stato così impegnativo dovermi immegere nell’esperienza di un’artista settantenne estremamente talentuosa che racconta una storia così ambivalente. Perché qui parliamo di tante cose assieme, no? Sicuramente lei è stata sfruttata da ragazzina, per poi però trovare se stessa, e nel momento in cui si trova, lui perde ogni interesse per lei. Ed è una storia vecchia come il mondo, credo sia familiare a molte ragazze. Per me Lucian Freud è un artista straordinario ma questa limitazione enorme che non gli permette di vedere chi ha di fronte alla fine me lo squalifica.
La seconda parte del libro invece si apre con un saggio sulla letteratura di invenzione, genere con cui abbiamo un po’ perso dimestichezza negli ultimi anni, tra memoir, autofiction eccetera. Racconti che quando eri piccola ti immaginavi di essere nella vita di tutte le persone che ti erano intorno. E questa fantasia si è poi riversata nel tuo lavoro che nel corso degli anni ha prodotto personaggi di ogni razza, classe sociale e genere. Eppure questa libertà si è un po’ persa, e l’hanno persa anche e soprattutto gli scrittori neri.
Per me è molto interessante la rivoluzione della consapevolezza nera a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, credo che l’ultima volta che si era verificata negli anni Sessanta. E credo che una parte di questa rivoluzione consista nell’assegnare un’identità ai bianchi, per fargli capire come ci si sente. È piuttosto spiacevole pensare a se stessi come “al tizio bianco”, no? Non piace a nessuno. Quindi c’è una sorta di rovesciamento gerarchico. Come ci si sente a essere identificati con una caratteristica qualitativa del tuo aspetto prima ancora che con il tuo nome, con la tua personalità?
È stato un ribaltamente sconvolgente, perché i bianchi non avevano mai avuto un’identità generica. Forse i bianchi prima non lo sapevano, ma c’è una libertà pazzesca nel non essere etichettati. E credo che ora si siano resi conto di quanto sia distraente avere un’identità aspecifica. Non puoi più essere l’esistenzialista Camus che vaga per il mondo: sei un bianco. È un cambiamento enorme. E sai, credo che la soluzione a questo problema delle gerarchie non sia ovviamente il rovesciamento, ma come esperimento globale sociologico è piuttosto interessante.
Quando ho scritto Della bellezza sono stata in tour negli Stati Uniti e il pubblico mi faceva sempre domande sull’appropriazione culturale dei personaggi haitiani o afroamericani. Ed era veramente curioso perché il protagonista del libro è un uomo di cinquant’anni bianco e nessuno mi ha mai chiesto se mi fossi appropriata culturalmente di Howard. Questo perché nella mente delle persone bianche questa cosa è impossibile, l’uomo bianco è separato da queste dinamiche culturali. Io non posso prenderti niente, tu invece puoi prenderti tutto. E quindi anche se il libro è narrato da un bianco – mi sono vestita come lui, ho calzato le sue scarpe, ho fatto sesso con delle persone, ho fatto tutto quello che questo bianco poteva fare – non è appropriazione culturale. Quando ho capito questa cosa, ho capito anche che il tema dell’appropriazione culturale è finto, che non ha senso parlarne se io posso solo essere assoggettata a te e mai il contrario. Io invece vorrei superare questa dinamica di potere.
Le persone spesso usano queste argomentazioni a partire da un reale desiderio di essere libere, ma finiscono spesso per riprodurre consapevolmente le stesse dinamiche che vorrebbero combattere.
C’è un saggio sull’età in cui tu dici che le donne, al contrario di quanto culturalmente si dica, sono fortunate ad avere un corpo che invecchia, perché dà loro contezza del tempo che passa. Eppure mi pare che chi tra i due generi sia più schiavo delle “passioni tristi”, ovvero di tutti questi pensieri falsi che ti allontanano dalla vita e dalla verità, sia quello femminile.
Chiaramente tutto quello che scrivo nel mio saggio sull’età è innanzitutto un tentativo di convincere me stessa. Ormai ho 50 anni e vedo che il discorso culturale intorno all’età è stato pesantemente propagandistico per un sacco di tempo. Da quando ero proprio piccola mi hanno insegnato che gli uomini più invecchiano e più diventano attraenti. Ecco, questo non è vero, non è mai stato vero, non sarà mai vero.
È incredibile che questa falsa idea sia durata così tanto. Eppure è proprio frutto di propaganda. D’altra parte, però, il dato biologico della menopausa fa sì che in qualche maniera alle donne venga data un’idea chiara della direzione in cui stanno andando.
E certo, non è una cosa particolarmente piacevole, però è un’opportunità per avvicinarsi alla verità, è un’opportunità conoscitiva in qualche maniera. Che tu lo voglia o no, invecchierai e morirai, tanto vale saperlo.
Un esempio di questo pensiero folle e autoillusorio: un paio d’anni fa ero negli Stati Uniti. Avevo 48 anni e dicevo: “Sono una donna di mezza età” e tutti subito: “No, ma che mezza età? ma va!”. Ma è assurdo! Quanti anni pensiamo di vivere? 48 anni sono più della mezza età.
Io ti sto dicendo una cosa che è un dato di fatto e tu rispondi scandalizzata, Eppure negli Stati Uniti sembra una cosa indicibile perché non si vuole vedere la realtà della morte.
Nel saggio La caduta racconti di una te adolescente che a un certo punto cade da un balcone ascoltando Prince. All’inizio scrivi che quando vai dal tuo analista gli dici: “Chissà che cosa penserebbe di questa cosa la me adolescente”. E il tuo analista ti chiede: “Ma perché è così importante?” E tu però non rispondi a questa cosa, né al tuo analista né nel saggio. E quindi volevo chiederti se potevi rispondere qui.
Guarda, credevo che tutti la pensassero così e invece poi ho capito che probabilmente questo pensiero lo hanno solo le persone che hanno cominciato a fare arte – diciamo a scrivere, a suonare, a recitare – da molto giovani. Una forma di sviluppo interrotto, diciamo. È difficile maturare per tutti, ma è ancora più difficile maturare in isolamento. Parte del processo del diventare adulti ha a che fare con cominciare ad andare in ufficio, a incontrare persone diverse, a confrontarsi con queste altre persone, a incontrare un mondo professionale di un certo tipo.
Se invece a venticinque anni vivi chiusa in una stanza a scrivere libri è un po’ difficile poi crescere. E quindi me lo devo un po’ ricordare che non sono più una quindicenne. Ed è vero, non dovrei sentirmi giudicata dalla me quindicenne, ma lo sento questo giudizio morale negativo della me quindicenne.
Perché a me poi in fondo i quindicenni, i giovani, i teenager, gli adolescenti mi piacciono molto perché mi piace il loro essere assoluti, il loro essere estremi, il loro non fare compromessi, la loro visione così radicale. E come persona adulta che sicuramente compromessi ne fa, mi sento un po’ colpevole nei confronti appunto della me intransigente quindicenne.
Quindi sì, c’è sicuramente un po’ di vergogna morale. Però continuo ad ammirare tanto l’assolutismo degli adolescenti.
A proposito di ragazzini, nel saggio sul tempo mediato racconti di come per Meta – e probabilmente anche per gli altri social – le ragazzine, preadolescenti, siano le più ambite, perché l’attenzione di ciascuna di esse vale quasi 300 dollari a livello di profitto. E dici poi che le ragazzine sono anche molto più vulnerabili perché a differenza dei bambini maschi hanno meno esperienze sociali incentrate su un oggetto terzo – come lo sport ad esempio – e molte più esperienze relazionali pure. Ovvero, in un parchetto, i ragazzini giocano con una palla e le ragazzine chiacchierano tra loro costruendo mille trame. Ti sei chiesta come mai non abbiamo trovato alternative per le bambine?
Meta e i social media in generale sfruttano quella che è una caratteristica secondo me bellissima e importante delle donne, cioè la loro tendenza alla convivialità, la loro tendenza all’interesse per le altre persone. Io ho due figli, un maschio e una femmina, e l’ho visto quando loro erano piccoli.
Mia figlia quando si separava dalla sua amichetta che abitava dietro l’angolo, appena non la vedeva più, si cominciava a chiedere: “Chissà che sta facendo adesso lei? Chissà che sta mangiando? Chissà che sta pensando? Chissà a cosa sta giocando?” Tutte domande sulla amichetta che non era più presente.
Mio figlio maschio, invece, nel momento in cui si salutava con l’amico suo, fine. Quel ragazzino era scomparso, morto, non esisteva più nella sua testa. Giocavano a calcio, finita l’ora di calcio, questo bambino non c’era più. E allora mi sembra che appunto fin da molto piccoli ci sia questa un po’ questa distinzione fra i due generi, per cui le femmine hanno un interesse profondo verso le altre e quindi hanno anche un continuo confronto mentale fra sé e le altre.
E i social media, i social media purtroppo sfruttano proprio questa tendenza a confrontarsi con le altre bambine perennemente, tendenza che i maschi hanno di meno.
Nell’ultimo saggio, che originariamente nasce come una lezione di scrittura, c’è un antefatto racconti com’è per te esperire la coscienza di qualcun altro, che tu cogli soprattutto quando guardi un’opera d’arte.
È in quel momento che tu ti rendi conto che non vedi le cose allo stesso modo dell’altro. Di fatto attraverso l’arte tu capisci come funziona la coscienza altrui. Mi ha fatto pensare a una cosa che mi aveva detto una scrittrice americana, Elif Batuman: “Quando ero piccola io pensavo che nessuno mi avrebbe capita. Poi ho scritto L’idiota e tante persone mi hanno capita. E quindi ho pensato: allora non sono così diversa.
Qual è allora secondo te la componente che rende possibile capire immediatamente la coscienza di un altro pur essendo così diversa dalla propria?
Chiaramente questa cosa di vedere nell’opera d’arte una diversità di coscienza è più facile quando l’esperienza è opposta, cioè quando leggo un libro che mi fa schifo, che voglio allontanare da me, perché lì capiamo molto bene che si tratta di una sensibilità diversa dalla nostra che si esprime in quella forma.
La metafora migliore che mi viene in mente è quella dell’hardware e del software. Come se la nostra mente fosse l’hardware e il libro, l’opera d’arte, la musica, il film che ci mettiamo dentro è un software. E il software deve essere molto ben congegnato per essere letto nella maniera giusta dal nostro sistema operativo.
Altrimenti il nostro sistema operativo non lo legge, non lo capisce, non lo esegue, quel software. Ha ragione Elif, è una questione di trovare un modo di farsi capire, di trovare una comunanza; è una questione di linguaggio. C’è bisogno di usare un linguaggio che sia senz’altro molto specifico, molto preciso, ma anche abbastanza aperto da poterci far entrare dentro una persona che non sono io, un’altra persona.
Per fare un esempio, forse è più facile prendere ad esempio la recitazione. Uno dei miei fratelli è un attore e lui mi dice che per interpretare Edipo certamente non serve aver ammazzato il proprio padre, aver scopato la propria madre, ma bisogna comunque avere idea di cosa siano il dolore, l’amore, la sofferenza, il tradimento, una serie di emozioni a cui deve attingere.
Sono quelle le emozioni su cui si basa la comunanza tra esseri umani e che fanno funzionare appunto il software della pièce teatrale nell’hardware che è l’attore. Poi io ed Elif Batuman probabilmente siamo un po’ diverse come scrittrici… alcuni scrittori e scrittrici diventano tali perché si sentono diversi, perché si sentono speciali, insoliti.
Io invece sono partita da un’altra prospettiva. A me sembrava di essere come tutti, non mi sono mai sentita particolarmente speciale e mi sembrava di poter esprimere le cose che sentivano tutti. Il mio tentativo, il mio lavoro, consiste nell’esprimere e manifestare somiglianze, perché a me poi forse tutto sommato sembra che le persone siano tutte in qualche modo simili.
A questo punto, vorrei entrare nella tua officina di scrittrice di saggi. Hai un’idea chiara di dove vuoi arrivare quando inizi? Esiste un percorso che hai già immaginato o c’è una scoperta a cui accedi durante la scrittura? E poi c’è un altro aspetto che mi interessa della saggistica, e che mi colpisce sempre. Quando scrivo di qualcosa, prima di iniziare non so bene cosa penso di quella data cosa. Poi scrivo ed esce fuori un pensiero costruito e logico. E mi fa impressione perché prima di scrivere non pensavo niente di definito su quel tema! E mi chiedo: se l’avessi scritta in un altro momento avrei pensato altre cose, eppure ora io so che il mio pensiero si è cristallizzato in quel modo. Diventa parte della tua identità, eppure è una cosa così volatile, all’apparenza.
Quando scrivo un saggio tende a venirmi un po’ di ansia, divento nervosa. Mi sembra faticoso, non lo voglio fare, mugugno, mi pesa… perché è proprio tanto lavoro da fare. Ho appena finito di scrivere una lunga lezione su Sally Rooney, in particolare sul suo primo romanzo.
È un’autrice che amo moltissimo. E ho fatto fatica a scrivere di lei perché è come fare i compiti, ti devi applicare. Sono stata lì mesi, quattro mesi a pensare a Sally Rooney, dalla mattina alla sera: Sally Rooney, Sally Rooney, Sally Rooney. Insomma, è un lavoraccio. Inizio in genere con un’idea vaga e generale, il fatto appunto che apprezzo questa autrice e ho un paio di idee sul motivo per cui la apprezzo. Poi l’argomentazione vera e propria viene fuori, come dici tu, mentre scrivo e alla fine sono quasi sorpresa del risultato, che mi sembra più intelligente di quanto pensavo. Ma nel momento in cui sono seduta a scrivere non è assolutamente così chiaro. E c’è anche da dire che se scrivi di un argomento, di un soggetto interessante, alto, allora devi elevare un po’ il livello del tuo pensiero perché per analizzare, per studiare, per ragionare su un’opera di un’autrice molto brava, molto intelligente, in qualche maniera sei costretta anche tu un po’ a diventare più intelligente, a incontrare questa autrice di cui scrivi a un livello un po’ più alto del tuo livello di ragionamento medio.
E in questo c’è anche una grande differenza fra fiction e non fiction, diciamo fra narrativa e letteratura e narrativa e saggistica. Quando rileggo un pezzo di non fiction, un saggio che ho scritto, lo faccio spesso con autentico piacere. Sono soddisfatta, mi sembra come di stare in un pianeta dove è tutto in ordine, tutto torna, è elegante, funzionale, bello.
Quando leggo invece un romanzo che ho scritto anni fa mi sembra di tornare in un paese che ho inventato tot anni prima, un luogo assurdo di cui non so più le regole, come era fatto, che cosa c’era dentro. Mi sembra un incubo, una roba disordinata che mi ero inventata, una follia. Invece il piacere che mi dà leggere un saggio che ho scritto deriva da una soddisfazione che definirei logica.
Volevo costruire una cosa e così è stato, e ora la guardo ed è bella. Col romanzo, invece, non ho mai, mai, mai questa impressione.
Allora, l’ultima domanda non c’entra niente neanche con la letteratura, ma volevo chiederti se ti va di parlarci della tua esperienza con Blood Orange. Perché tu canti nel suo ultimo disco, che è bellissimo. Voi eravate vicini di casa a New York, no?
Sì, lui è scappato via dall’Inghilterra prima di quanto l’abbia fatto io, e ci siamo incontrati a New York, dove appunto abitava vicino casa mia. Quando ero piccola fantasticavo di incontrare un giovane artista afro-britannico, un genio, uno strambone, un pazzo, uno che mi avrebbe affascinato tantissimo.
E questo amico prima immaginario poi l’ho trovato in lui. È una persona sorprendente. Il suo dono è che non deve per forza fare le cose perfettamente. È un tipo molto sciolto. Io tendo a essere invece una control freak.
Lui è molto più aperto, invita una persona a cantare nel suo disco, senza farsi troppi problemi sulla qualità tecnica… addirittura in un suo disco si può sentire in sottofondo un cane che abbaia. La sua creatività è molto più aperta della mia e io lo trovo molto liberatorio, perché a quel punto anche io mi sento di poter un po’ mollare, mi sento libera anche di fare degli errori.
E ti riascolti mai?
No, in realtà no. Spesso però lo si sente per radio e i miei figli dicono: “Madonna, no, ancora questo? Che palle”. Però abbiamo anche suonato insieme dal vivo in varie occasioni ed è stato molto divertente.