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Rita Cantalino

I data center si stanno mangiando la provincia

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Con le grandi metropoli ormai sature e incapaci di assorbire nuova potenza elettrica, i giganti del cloud stanno spostando la loro espansione verso le aree rurali e di provincia, trasformando i terreni agricoli nel nuovo Eldorado digitale. Questa corsa all'oro solleva però allarmi crescenti tra le comunità locali per l'enorme impatto ambientale in termini di cementificazione, consumo idrico, inquinamento acustico e termico, evidenziando il profondo scollamento tra le strategie industriali nazionali e la tutela reale dei territori.

Nel suo Viaggio in Italia, il reportage costruito attraversando tutto lo Stivale tra il 1953 e il 1956, Guido Piovene parla così di Pavia e della sua provincia: “Ogni volta che vi ritorno guardo con ansietà se Pavia non abbia perduto parte del suo carattere. Trenta chilometri oggi non sono nulla, e temo sempre che Milano non finisca con lo svuotare Pavia della sua vita. Invece Pavia si difende. Conserva il suo aspetto d’antico, glorioso, libero comune lombardo”. A metà del secolo scorso, nel mezzo del boom economico, Piovene  fotografava il pericolo concreto che quelle aree di campagna, “di una bellezza fatta per chi vi porta la disposizione ad amarla”, potessero perdere parte della propria anima per lasciare spazio al ben più urbano capoluogo. “Mi piace soprattutto andare da Pavia verso Milano o Lodi. Le rogge seguono le strade – scrive una pagina più avanti – spesso due e due per ogni parte. Si avverte la presenza sorda delle acque che imbevono la terra, spingono verso il fiume in rivoli sotterranei, scaturiscono nei fontanili. Il sole, rigonfiato ed arrossato dai vapori, scende come sperduto tra i filari degli alberi che dividono la pianura in una sequenza narcotica di camere vegetali. (…) Ma da questa pianura sorgono le certose, con torri e campanili che si confondono da lontano con gli alberi; la più illustre, alle porte di Pavia”.

Ad appena due chilometri in linea d’aria dalla Certosa di cui parla Piovene, a Cascina Colombara, nel comune di Certosa di Pavia, è al vaglio il progetto di data center che potrebbe cambiare per sempre l’aspetto del territorio. Il timore è che il pavese e le sue campagne perdano la loro identità rurale per inseguire il modello industriale metropolitano di Milano. L’area totale coinvolta è di 130mila metri quadri, 60mila dei quali saranno occupati da capannoni alti 15 metri. “È il doppio di qualunque altro edificio esistente nella zona”, specifica Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato per la tutela del territorio certosino, secondo cui l’impatto paesaggistico sarà devastante. “Sarà praticamente impossibile non vederlo. Nella riunione organizzata dal Sindaco dopo le nostre proteste ci hanno assicurato che sarebbero state piantate due file di alberi, ma non sono stati in grado di dirci se sarebbero state piantate piante giovani, di cui quindi dovremo aspettare la crescita, o alberi già alti”. 

La divulgazione del progetto e la conseguente nascita del comitato sono arrivate a febbraio 2026; le carte che lo presentavano riposavano negli uffici della Giunta comunale da marzo 2025. “Se ne sono accorti alcuni consiglieri d’opposizione. Hanno chiamato noi che abitiamo qui in Cascina Colombara, in un contesto rurale, appena fuori dal paese, in mezzo ai campi. Ci hanno chiesto cosa ne pensassimo, ma noi non sapevamo assolutamente nulla. È stato uno shock”. La scoperta, riporta Brocchetta, è avvenuta poco prima della scadenza del termine per presentare osservazioni al progetto, ma questo non ha fermato le componenti e i componenti del comitato.  

“Non eravamo gli unici a non sapere niente; abbiamo aperto una raccolta firme su Change.org proprio per informare la popolazione dei comuni circostanti”, riprende. Il progetto, infatti, pur inserendosi all’interno dei confini geografici di Certosa di Pavia, è rivolto verso il vicino Comune di Borgarello. Siamo all’interno di un corridoio ecologico primario della Rete Ecologica Regionale, un’area di importante pregio naturalistico. Nel 2012, per un errore cartografico, denunciato da Legambiente, l’area di Cascina è stata esclusa dal limite sud del corridoio ecologico, lasciando di fatto via libera a eventuali insediamenti artigianali (in ogni caso non industriali) nel bel mezzo della campagna. “In tutti questi anni l’area in questione non è mai stata condotta a insediamenti di tipo artigianale o industriale ma sempre e solo agricolo, appare singolare che proprio adesso che il Piano di Governo del Territorio (PGT, uno strumento di pianificazione urbanistica comunale) di Certosa è prossimo alla scadenza si stiano registrando delle potenziali inversioni di questa tendenza”.

Quando il comitato ha iniziato il suo percorso di studio e denuncia, ha trovato terreno di scontro piuttosto elevato con l’amministrazione comunale. “Siamo accusati di essere NIMBY [nda “Not In My Back Yard”, letteralmente “non nel mio cortile”: con questo termine – spesso usato per sminuire le proteste dei comitati locali – si definisce chi si oppone a un progetto solo perché toccato direttamente, senza una visione complessiva], ma noi collaboriamo con molti comitati di tanti comuni della provincia. Ci chiedono aiuto, di leggere i loro progetti e di supportarli nella costruzione di comitati. La storia che ci sentiamo raccontare è quasi sempre la stessa: amministrazioni che prendono decisioni così importanti senza quasi mai coinvolgere la cittadinanza, o comunque senza farlo adeguatamente”.

Brocchetta insiste sul fatto che l’amministrazione avrebbe sottovalutato la concretezza delle argomentazioni del comitato, ma che il gruppo, composto da diverse figure tecniche come medici, chimici, fisici, giuristi e docenti universitari, abbia studiato approfonditamente i diversi aspetti problematici del progetto. La dottoressa Federica Brenta, residente a Certosa e medica dell’Istituto dei Tumori, ha sollevato criticità che si potrebbero verificare qualora fossero messi in azione i quindici generatori diesel previsti per garantire la continuità operativa dei server in caso di interruzioni o blackout della rete elettrica principale, richiamando l’inevitabile esposizione dei cittadini residenti nell’area circostante agli inquinanti emessi durante le procedure di manutenzione routinarie dei generatori.  “È vero che servono solo in caso di guasto – specifica la vicepresidente del comitato – ma è anche vero che vanno costantemente testati per verificare che funzionino. E non si sa nemmeno quante volte. Leggendo i diversi allegati al progetto, ci sono numeri discordanti. In un testo dicono una volta l’anno; in un altro una volta al mese. Come possono parlarci di tutela della qualità dell’aria, se non hanno nemmeno chiaro quando accenderanno dei generatori inquinanti, per quanto tempo, quante volte?”. Altro elemento problematico sottolineato dal comitato è la qualità dell’aria: quella di Pavia è una delle province più inquinate d’Europa; le emissioni, che si sommerebbero a quelle già esistenti, non possono essere prese in considerazione singolarmente.

Ci sono poi gli impatti diretti e immediati sulla qualità della vita: il ronzio costante delle ventole di raffreddamento, attive giorno e notte a soli 100 metri dalle case di Cascina Colombara, e il fenomeno delle isole di calore generate dai server che surriscaldano il microclima locale. “Hanno fatto una valutazione dell’impatto acustico quantomeno discutibile e singolare: sono venuti a fare le misurazioni d’estate, attestando il suono di cicale e grilli come rumore e applicando quindi una ‘penalità’ al silenzio naturale della zona. In pratica vogliono usare i suoni della natura, che si sentono solo d’estate, come base per giustificare i futuri livelli di rumore dell’impianto e farli rientrare nei parametri di legge. Quando invece proprio a causa delle loro ventole, non potremo più ascoltare quei suoni”.

Il comitato ha sempre sostenuto che i dati presentati dai proponenti fossero riduttivi o parziali. Brocchetta sottolinea che l’Istituto Superiore di Sanità e il MASE, esaminando progetti più vasti come quelli di Lacchiarella o Magenta, stanno ora chiedendo integrazioni documentali proprio su questi temi: calcoli puntuali delle emissioni di NOx e PM10 e analisi dell’impatto acustico e termico reale.

Il progetto di Certosa di Pavia, secondo il comitato, va letto con preoccupazione perché potrebbe rappresentare un tassello di una strategia più articolata. Che Chiara Brocchetta racconta partendo da lontano. “Dopo 15 anni di battaglia legale il Comune di Borgarello, con cui confiniamo, ha restituito all’agricoltura un enorme terreno. L’area è di proprietà di una società di sviluppo immobiliare, G.S.M. S.r.l., e l’Amministratore delegato, Costantino Serrughetti, voleva destinarla a un centro commerciale. L’amministrazione era riuscita a vincolare l’area tramite il PGT ma Serrughetti ha fatto causa al Comune, che però ha vinto in tutti i gradi di giudizio”. Al termine della vicenda legale, spiega Brocchetta, l’amministrazione di Borgarello ha provato ad acquistare i terreni ma il proprietario si sarebbe rifiutato di venderli. “Abbiamo poi scoperto che sulla stessa area è stata fatta una richiesta di allaccio elettrico a Terna”. 

In pratica ci sono due terreni vicini; su uno di questi esiste già un grande piano; sull’altro c’è una richiesta di allaccio elettrico che fa pensare all’ipotesi di nuovi progetti in arrivo.

Non solo. Borgarello è un comune a est di Certosa di Pavia; andando verso nord, c’è Vellezzo Bellini. Lì è in costruzione un grande campus per data center. “Qui non si tratta di avere sospetti ma di avere una visione territoriale più ampia. Alcuni progetti hanno già grandi clienti americani; altri invece hanno tutta l’aria di essere speculazioni edilizie: ulteriore cementificazione, in attesa di progetti definitivi che potrebbero non vedere mai la luce”.

Secondo il comitato, in una situazione del genere il calcolo degli impatti dei progetti di data center funzionale alla loro approvazione dovrebbe essere cumulativo: “Non si può ragionare di ogni progetto come se fosse un caso a sé: sono praticamente costruiti uno accanto all’altro”. L’attivista denuncia l’impossibilità di definire come NIMBY la protesta per impianti che “di fatto stanno occupando tutto il territorio”.  

La provincia di Pavia è diventata il nuovo Eldorado della corsa ai data center, seconda solo a Milano, con 18 comuni coinvolti in mega progetti. Dopo il primato regionale di 448 ettari consumati per la logistica, il territorio punta ora sui data center. Anche perché, nel frattempo, Milano è satura. Con 238 MW di potenza installata, concentra da sola quasi la metà della capacità nazionale, superando di 1,4 volte Madrid e di oltre due volte Zurigo. Nella sola Città Metropolitana si contano 33 data center attivi, ma il territorio è congestionato: 10 impianti sono in costruzione e ben 23 si trovano in fase di progettazione o valutazione. La densità è tale che in territori limitati come Settimo Milanese si sono accumulate richieste per 8 nuovi centri dati contemporaneamente. Le richieste di allaccio alla rete di alta tensione presentate a Terna per la Lombardia sfiorano i 40 GW, circa la metà dell’intera domanda nazionale per il settore. A Milano, dove si concentra il 70% delle strutture ad alta potenza, il rischio di saturazione della rete elettrica è diventato un freno concreto che comporta il rallentamento dell’esecuzione dei progetti.

Questo tappo infrastrutturale, unito alla progressiva scomparsa di aree idonee e a nuovi progetti pronti a urbanizzare altri 120 ettari di suolo, spinge i giganti del cloud verso le province di Lodi e, soprattutto, Pavia. La regione è l’unica d’Italia in cui si sta attivando il fermento che vediamo nelle proteste contro i data center in Europa e negli Stati Uniti. Spesso, il primo scontro dei comitati è contro le amministrazioni locali. Tra oneri di costruzione e IMU sugli edifici, l’arrivo di un progetto di data center può rappresentare una boccata d’ossigeno per le casse comunali vuote. Come ad Arcene, dove il sindaco punta a incassare 4 milioni di oneri più l’IMU, o a Bornasco, dove l’amministrazione plaude a un progetto di 165mila metri quadri firmato Microsoft. “Questo meccanismo, che comunque troviamo discutibile, da noi non vale”, spiega Brocchetta: “Da quello che risulta dalle dichiarazioni del sindaco, il comune avrebbe già nel 2025 registrato un importante avanzo di amministrazione, e questo senza la necessità degli oneri di urbanizzazione di un progetto impattante come quello del data center. Il comune limitrofo di Borgarello ha chiuso con consumo di suolo zero e bilancio in positivo. Da noi non c’è ragione economica che tenga”.

I benefici economici, del resto, potrebbero trasformarsi in costi per i cittadini, come dimostra quanto accaduto in Irlanda, primo vero hub continentale dell’elaborazione di dati. Nel Paese i data center consumano il 22% dell’elettricità nazionale: è più di quanto facciano tutte le case urbane messe insieme. Le famiglie arrivano a pagare anche 360 euro in più in bolletta per sostenere la rete elettrica nazionale. Il trasferimento diretto di ricchezza dai privati alle multinazionali ha spinto le autorità di Dublino a valutare moratorie e limiti severi alle connessioni. Proprio contro questa estrazione di risorse pubbliche è nata nel Regno Unito la “March against the Machines”, che ha visto migliaia di persone in piazza a Londra nel febbraio 2026.

Per frenare la diffusione incontrollata di data center sul territorio regionale in Lombardia, la risposta istituzionale è stata la Legge regionale 11/2026, entrata in vigore il 20 giugno. La legge prova ad arginare la cementificazione di aree greenfield (terreni vergini) e di incentivare quella brownfield (aree industriali dismesse) raddoppiando gli oneri di costruzione su suolo agricolo e triplicandoli nelle aree protette. Come riporta Brocchetta, però, molti comitati locali pensano che questo non sia sufficiente e invocano dei vincoli precisi: “Il rischio adesso è che la distruzione di terreni verdi diventi un privilegio di chi può pagare, come le grandi multinazionali statunitensi proprietarie di gran parte dei progetti. La norma dà priorità alle aree dismesse, ma non costringe nessuno a recuperarle. Per una grande impresa converrà sempre pagare oneri più alti in ingresso invece di gestire costi e tempi di bonifica di terreni già utilizzati. In pratica stiamo dando il diritto di cementificare a chi può permetterselo”.

La legge lombarda vieta il prelievo da acquedotti per raffreddare i server. L’utilizzo della risorsa idrica è uno dei grandi problemi ambientali connessi ai progetti di data center. Un impianto di medie dimensioni consuma più di 1 milione di litri al giorno, per i campus più grandi si può arrivare fino a 30 milioni ed entro il 2030 le proiezioni ipotizzano un consumo di 9.300 miliardi di litri l’anno. Negli Stati Uniti è diventato virale il gesto della deputata Alexandria Ocasio-Cortez, che ha mostrato un barattolo di acqua torbida prelevata in una comunità della Georgia vicina a un sito di Meta: i residenti denunciano pozzi a secco e risorse compromesse.

Quello che sta accadendo a Milano e in Lombardia segue un trend già in atto nel resto d’Europa. Basterebbe guardare agli storici hub europei di Francoforte, Londra, Amsterdam e Parigi, ormai prossimi al limite fisico, per vedere il futuro dei nostri territori. Proprio per lo stop degli altri Paesi, i colossi americani (i cosiddetti hyperscaler) cercano nuovi territori.

Mentre la Lombardia comincia a tirare il freno a mano, il Lazio si è lanciato sulla strada della deregolamentazione. Con la Legge Regionale 12/2025, e in particolare l’Articolo 27, Roma ha steso tappeti rossi ai giganti del tech stabilendo che l’insediamento dei data center sia consentito in tutte le aree e tutti gli immobili con destinazione produttiva e direzionale, senza la necessità di varianti urbanistiche. La semplificazione ha accelerato gli investimenti in città metropolitana, attirando progetti di portata internazionale come quelli di Digital Realty e Aruba.

La totale assenza di omogeneità, a livello nazionale, è la diretta conseguenza di un vuoto legislativo. L’Italia non dispone di una legge unica che regolamenti i data center uniformando i criteri territoriali a tutela della cittadinanza e dell’ambiente. Esistono però linee guida ministeriali (e regionali): strumenti concepiti essenzialmente per attrarre investitori internazionali. Con il DL 21/2026 (Decreto Bollette) i data center sono anzi diventati “infrastrutture strategiche nazionali”, una configurazione che li rende al di sopra del parere di sindaci e comunità. “Quando da Roma ti è imposto il progetto di interesse nazionale – critica Brocchetta – il margine di discrezionalità dei comuni si restringe notevolmente. Dove vogliono farlo, lo fanno. Questa non è una cosa bella: ti fa sentire ancora più forte lo scollamento tra chi dovrebbe tutelare la popolazione e chi invece si trova a subire i progetti”.

Rita Cantalino

Rita Cantalino è una giornalista freelance, fa parte del Centro di Giornalismo Permanente. Si occupa di ambiente, diritti umani e questioni sociali.

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