Articolo
Francesco Pecoraro

L’insostenibile immutevolezza dei bar di periferia

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Se Roma è una città estremamente dinamica sul piano sociale, lo stesso non può dirsi della natura fisica della capitale che è spesso conservativo e riluttante a ogni cambiamento. Osservatori privilegiati per cogliere questa scissione quotidiana sono i bar di periferia, templi della lentezza e, insieme, luoghi di incontro per persone tra loro molto diverse.

Penso spesso a com’era un tempo il Bar Porcacci, quando ancora non aveva la lavastoviglie e dietro il bancone tutto si lavava a mano, il bicchiere del succo di frutta si passava sotto l’acqua, poi il barista lo manipolava con mani bagnate e pallide, senza detersivo, poi ancora sotto l’acqua, infine ti veniva posato davanti sul bancone, mentre con gesti successivi e automatici l’uomo stappava la bottiglietta e ti serviva il succo di pera. 

Al Porcacci per me, se non era caffè, se non era cappuccino, era succo di frutta. Avventori giovani, molto grezzi, fortemente romani, ardentemente romanisti, che poi nel giro di pochi anni sarebbero scomparsi. Solo il Rosso tornava e ritornava tutti i giorni, ormai privo di compagnia, incupito, probabilmente senza lavoro. Prendeva un caffè oppure qualcos’altro, non so, restava a chiacchierare di calcio col barista, poi usciva e a una certa ti capitava di vederlo seduto, sempre solo e coi suoi scarponcini anti-infortunistici, sui gradini storici di raduno del suo gruppo ormai disperso. 

Quei quattro gradini accanto alle rampe dei Due Garage era diventati un riferimento identitario ai tempi dello scudetto della Roma e l’incrocio a T tra via Pascal e via Galassi Paluzzi, nonostante l’anonima natura pseudo-urbana di queste strade, aveva assunto tutte le caratteristiche di un luogo di riunione e convergenza, dove i ragazzi si vedevano la sera per parlare di calcio. 

Risalendo a piedi e con fatica la rampa del garage dove lasciavo lo scooter verso le sei e mezza di sera – dopo aver percorso andata e ritorno il Viadotto della Magliana, via Isacco Newton, i Colli Portuensi e, a tutta velocità, un tratto dell’Olimpica e dopo aver effettuato una serie di giri e rigiri per arrivare a destinazione – alla sommità della rampa, dicevo, quando già mi montava l’affanno, li trovavo lì, i quattro o cinque avventori giovani del Porcacci, seduti su quei gradini di risulta, con tutte le palazzine intensive Anni Settanta attorno a noi, a parlare della Roma di Fabio Capello. 

Quando vinsero lo scudo, montarono uno striscione di traverso a via Pascal, in alto, tra palazzo demmerda e palazzo demmerda, quasi sopra i loro gradini, a marcare il territorio e nello stesso tempo esprimere giubilo e potenza calcistica. Lo striscione era bellissimo. O almeno lo diventava nel tardo pomeriggio dei giorni chiari di giugno, quando il sole tramontava lassù, oltre Pineta Sacchetti e l’Aurelia e il mare, e illuminava di luce aranciata il rosso dello striscione, trasformandolo e rinforzandolo di una tonalità indicibile. 

Arrivato alla fine della rampa mi fermavo a guardarlo, anche per qualche minuto. Me lo rimiravo, godendone come fosse un Rothko segreto e di popolo, nascosto, ignorato da tutti, di cui solo io avevo cognizione. Durò qualche tempo, sbiadendo, sempre ben teso sopra le teste dei giovani tifosi che mesi prima l’avevano issato, ormai delusi dall’andamento della squadra. 

Nei primi Anni Novanta, quando i giovani romanisti della zona erano nel fulgore nelle loro giovinezze, ben prima che si disperdessero e che uno di loro finisse a vivere per strada, anzi in una tenda piantata tra i cespugli di un parchetto nelle vicinanze, in seguito divenuto territorio di cinghiali inurbati e forse di lupi, e ben prima che lo Stradone da due corsie passasse a quattro – col raddoppio del sotto-passo dell’Olimpica e conseguente velocizzazione del traffico e aumento palpabile delle polveri sottili in zona –, prima di tutto questo, il Porcacci era gestito da una signora di origini somale, piuttosto anziana, arguta e gentile, che quando andò in pensione fu intensamente festeggiata dalla cricca degli scalini e dello striscione.

“Penso spesso a com’era un tempo il Bar Porcacci, quando ancora non aveva la lavastoviglie e dietro il bancone tutto si lavava a mano, il bicchiere del succo di frutta si passava sotto l’acqua, poi il barista lo manipolava con mani bagnate e pallide, senza detersivo, poi ancora sotto l’acqua”.

Nella mia mente questa è l’era del proto-Porcacci, in cui tutto era più semplice e sporco, come appunto i bicchieri e il pavimento del locale e il marciapiedi pieno di cacche canine che la sera, col buio di lampioni perennemente rotti, mi sforzavo di individuare mentre curvo tornavo a casa. 

Non ricordo con esattezza le vicende immediatamente successive del Porcacci, che del resto è ancora lì, nel vuoto di quel tratto di Stradone, ma so che in un certo momento, la nuova gestione con uno scatto di reni aveva trasformato il locale secondo il modello allora corrente dei baretti centrali, con controsoffitti e luci indirette a faretto e il bancone di travertino stuccato di rosso con sottostante paramento in finto noce e grossa macchina per fare il caffè e due o tre tavolini e persino il cesso rifatto (ma subito inibito all’uso da un cartello che diceva fosse guasto, “è solo pii clienti, nun è che questo è ‘nbagno pubblico” sibilava lei, la Capa massiccia da dietro il banco, mentre ti negava la password  del wi-fi. 

Dispersi i giovani nelle loro rispettive esistenze, erano subentrati avventori di un’altra generazione, in tuta da riposo e molto assidui, in pensione quasi tutti, anzi tutti, e rimbecilliti dal non aver pensato a nient’altro che al calcio per tutta la vita. Adesso parlaveno, sì di calcio, ma anche molto di ricoveri e malattie e cateteri e risonanze e dicevano “l’hanno aperto e richiuso”. Ma mai quanto se ne parlava nei crocchi femminili radunati al mattino sui marciapiedi del tratto iniziale dello Stradone, quando le nene de palazzo, con marito all’ospedale, tornaveno a casa cariche di spesa e di incombenze casalinghe ancora da sbrigare, mentre le giovani, quelle con tatuaggio sulla caviglia, che vedevo prendere il caffè di fretta e, al mattino presto, già in tiro—quando io ero già fuori in scooter per affrontare l’Olimpica e tutto il resto fino all’Eur, con qualsiasi tempo, invaso da un sentimento come di ostrica sgusciata che si raggriccia sotto una goccia di limone. 

Le giovani donne andavano al lavoro, tornavano tardi, non si incrocchiavano. Una generazione di femmine evolute, di altra mentalità e durezza, rispetto a quelle delle madri, ancora legate in qualche modo al mondo scomparso delle Fornaci, quando qui era una landa di cave di creta e fabbriche di mattoni, luoghi dove avevano vissuto le loro nonne, durissime anche loro. Da lì in poi successe che il Porcacci mantenne, metti per vent’anni, un sembiante tardo-fighetto concepito per giovani, ma fruito quasi solo da vecchi pensionati e da lavoratori di varie etnie, mentre in zona scomparivano le vecchie generazioni post-fornaci e post-borgata Valle dell’Inferno—così detta dal 1527, l’anno del Sacco, quando drappelli di lanzi passarono di qui diretti ai bastioni del Vaticano—, successivamente incorporate e normalizzate nelle case IACP. Tutto poi si modificò in attesa dell’arrivo del Centro Commerciale, che avrebbe sostituito i canneti rigogliosi e tristi e inestirpabili che, alla base e sui fianchi dell’antistante Monte Ciocci, nascondevano qualche residuo e disperato senza tetto, come i meteci che si vedevano al mattino davanti alle fontanelle comunali, in fila per lavarsi, reietti e cirenei. Del resto, dal Porcacci in su, a salire verso piazza Irnerio, lo Stradone di era islamizzato moderatamente, con botteghe aperte fino a tardi, utilissime quando finivi caffè-acqua-frutta-scottex e carta igienica, a loro volta divenute punti di riferimento notturni per crocchi di umani, beventi Peroni da 66cl e sgranocchianti pistacchi, anche loro bisognosi di un appoggio e di un riferimento fisico, che la città gli forniva sotto forma di angoli di palazzo e transenne parapedonali, su cui si appollaiavano e ridevano. 

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La città sociale si trasforma più rapidamente di quanto non lo faccia la città fisica, dotata di maggiore inerzia al cambiamento ma che, quando cambia sotto la spinta della speculazione pianificata (male), di solito modifica radicalmente il paesaggio e le menti e di conseguenza i comportamenti: quando infine il Centro Commerciale atterrò nell’area di risulta che fino allora era stata selvaggia, tutti in zona percepimmo di essere finalmente entrati in città, anzi, di vivere non più nella desolazione sub-urbana, ma in un caposaldo della modernità a ridosso delle Mura Vaticane, cioè in un luogo di destinazione e non solo di provenienza. Quel tratto di Stradone si de-provincializzò, di conseguenza i prezzi delle case si alzarono.

Molti dicevano che, col Centro Commerciale e la fermata Metro A e il nodo di scambio con la ferrovia metropolitana e il parcheggio e il capolinea Atac sotto casa e il nuovo modernissimo centro fitness con docce emozionali, non c’era un posto più comodo dove abitare: facendo a meno della città, potevo aggiungere io, la cui funzione di sistema di luoghi di incontro si sarebbe trasferita, come in effetti avvenne, dentro il Centro Commerciale, che a tutti gli effetti era una nuova centralità urbana, cioè una cosa che sullo Stradone non si era mai vista e di cui non si era sentito fino ad allora il bisogno. Ma adesso c’era. E per tutti, anche per me, era bello che ci fosse.   

Francesco Pecoraro

Francesco Pecoraro è architetto, poeta, scrittore. Il suo ultimo libro si intitola La fine del mondo (Ponte alle Grazie, 2026).

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