L’11 luglio di un anno fa moriva Goffredo Fofi. Rileggere oggi i suoi libri, soprattutto l’autobiografia “Le nozze coi fichi secchi”, è come ascoltare di nuovo la sua voce, anche per il suo stile colloquiale e “svelto”. È anche un modo per continuare a porsi buone domande sul mondo e su se stessi.
“Se avessi avuto il coraggio di presentarmi” e se Julian Beck mi avesse detto ‘Vieni e seguimi’, “l’avrei fatto senz’altro”, scrive Goffredo Fofi riferendosi a un ‘incontro sciupato’ con l’esponente del Living Theatre. Questo rimpianto lo racconta Fofi stesso in Le nozze con i fichi secchi, ristampato l’anno scorso da Feltrinelli (insieme a Strade maestre e al fino ad ora inedito Arcipelago Sud) dopo una prima edizione fuori commercio del 1999 (L’ancora del Mediterraneo). Ma il fascino, e per alcuni la familiarità, di questo episodio sta nel fatto che Goffredo storie simili le raccontava di persona esattamente nello stesso modo, magari a pranzo, davanti a un piatto cucinato da lui. Con la stessa giocosità, curiosità ed entusiasmo che traspaiono da quelle righe.
Dopo che Goffredo è morto, l’11 luglio dello scorso anno, ho ripreso in mano L’oppio del popolo. Durante la lettura, ho pensato a quanto fosse straordinaria l’assenza di distanza tra il modo e il contenuto della sua scrittura e della sua parola. Nei suoi libri si possono davvero ritrovare le massime, gli aneddoti, le passioni e i giudizi che esprimeva a tavola, nelle chiacchierate, negli incontri pubblici. Non aveva due registri distinti, uno per gli intimi e uno per gli estranei. Forse questa capacità etica rifletteva uno dei principi a cui prestava fede: la “non menzogna”, che insieme alla “non collaborazione” era il pilastro della non violenza gandhiana, alla cui riflessione e critica dedicò molta parte della sua vita, delle sue opere e del suo impegno – tre termini che in Goffredo si saldano tra loro al punto da renderli inseparabili. Peraltro, è proprio in relazione ai dilemmi della non violenza che lo interpellai la prima volta (senza successo), appena uscito dalle scuole superiori, in occasione di un ricordo di Alex Langer presso il Salone dell’editoria sociale a Roma.
E in Le nozze coi fichi secchi (NFC), a proposito della “lacerazione tra la proposta nonviolenta” e “quella rivoluzionaria”, Fofi scriveva che la prima è a sua volta scissa tra le “sue troppo utopiche idealità” e “le insufficienze politiche nell’ambizione di modificare davvero la realtà dimostrata dai suoi seguaci”, mentre la seconda rimanda alla “coscienza del bisogno di rivoluzione ma anche dei pericoli che la storia delle rivoluzioni, in particolare in questo secolo, non ci ha insegnato a evitare”. Goffredo si diceva “incapace di venire a capo” di questa contraddizione. E in Italia ha contribuito molto a far circolare queste idee, con il suo Elogio della disobbedienza civile, così come con la raccolta pubblicata per le Edizioni dell’asino da lui fondate, Ribellarsi è giusto. Teorie e pratiche della disobbedienza civile e vari altri testi. Questa antologia, nello specifico, non presentava un’unica tesi. In essa, così come in lui stesso, convivevano anime diverse della disobbedienza civile, dalla nonviolenza di Aldo Capitini (l’impossibilità di piantare una rosa a partire da un rovo) alla denuncia di Günther Anders dell’inefficacia delle marce pacifiste di fronte alla minaccia atomica. Secondo Anders, a chi metteva in pericolo l’esistenza dell’umanità stessa, bisognava rispondere con strumenti a loro volta minacciosi.
Leggere Goffredo significa confrontarsi con una fedele riproduzione delle sue passioni. E, per chi lo ha conosciuto, fa pensare di dialogare con lui. E, a sua volta, il dialogo con i morti è una pratica che Goffredo stesso intraprendeva, in questo testo così come più compiutamente in Cari agli dei del 2022. “Nei miei momenti di solitudine o di angoscia, mi è più facile dialogare con loro” ed è un dialogo perché “si ragiona con ciò che loro sono stati, si pensa a ciò che hanno detto o risposto”. Si ritrovano così, in NFC i maestri come Danilo Dolci e Capitini, Albert Camus e Victor Serge, Raniero Panzieri e Camilla Cederna, Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Di Serge cita la tesi a cui resterà sempre fedele: “Il socialismo non si deve solo difendere contro i suoi nemici, contro il vecchio mondo a cui si oppone: deve essere anche difeso nel suo proprio senso, contro i suoi propri fermenti di reazione”. Con questo monito in mente, Goffredo ha sempre fatto della critica alla propria parte politica – dura ma anche disincantata – la sua cifra. E lo stesso atteggiamento giustamente riottoso ispirava anche il suo rapporto con la cultura. Cultura cui ha sempre disprezzato le dimensioni più astratte, che spesso definiva “narcisistiche” o “borghesi”, o proprie, secondo la definizione di Sciascia, dei “cretini intelligenti“, esaltando invece i casi di relazione con la prassi, con le viscere, con le passioni – “la sensualità, il cuore, la milza, il fegato, l’esperienza e la storia” (NFC). Questo voleva dire che i film o romanzi non dovevano coincidere con dei manifesti politici, dei volantini o dei precisi lavori teorici. Se fossero stati così, avrebbero semplificato una realtà invece molto più sporca, in cui le responsabilità dei singoli non sono funzioni sociologiche sempre pre-determinabili. Oltre all’attenzione per la dimensione estetica come preludio di un mondo liberato e non alienato, quello che interessava Goffredo era lo spazio aperto della contraddizione, dove ci si tormenta, individualmente e collettivamente, sull’azione.
Esempi di questa prospettiva non ideologica sono riscontrabili in una divertente sequenza di brevi ritratti contenuti in NFC in cui Goffredo racconta come alcuni ottimi e coraggiosi militanti siano diventati magnaccia o venditori di vestiti alla moda. Al termine di ciascuna di queste traiettorie, Goffredo scrive, in crescendo, “così va, imprevedibilmente, la vita” e “imprevedibile, il futuro”. E per questo le opere più care a Goffredo erano quelle che riuscivano a restituire questa indeterminatezza delle traiettorie individuali, dove si riflettono i problemi del tempo senza che si possa stabilire in modo netto come agire. Ma al contempo riflettono come la storia interagisce con una sorta di predestinazione al male – “la creazione è tarata” sosteneva Ortese, che Goffredo spesso citava –, ossia che l’essere umano tende al male e con enorme fatica riesce a resistervi. È qui che c’è l’elemento etico, libertario, incentrato sulla responsabilità dei singoli su cui le strutture sociali esercitano pressione, cooptando, facilitando scelte di comodo o plasmando le coscienze attraverso i diversi prodotti dell’industria culturale che Goffredo chiamava ‘oppio del popolo’. Il fatto che la parziale immutabilità della natura umana interagisca con il cambiamento storico – ossia che non tutto ciò che avviene è sociale ma ci sono anche altre dinamiche più sfuggenti e difficili da governare – non significa che si possa arrivare a affermazioni esteticamente roboanti ma moralmente dubbie come quelle contenute in Il Portiere di Notte di Liliana Cavani che Goffredo criticò duramente sui «Quaderni Piacentini» – dei quali, dal ’66, Goffredo fu condirettore. Per lui erano inaccettabili i “‘siamo tutti assassini’ e ‘il male è dentro tutti’”, tesi che rientrano in “logiche reazionarie e stupide”, che “cadono a fagiolo in un clima di giustificazioni varie e diverse dei fascisti d’ogni razza”. Nello stesso anno, il 1974, a sinistra, criticava La proprietà non è più un furto di Petri per “antimarxismo”, dal momento che affermava “la proprietà come “malattia” di tutti”, “dentro ognuno di noi” polemizzando aspramente poi con «il manifesto», su cui scrisse per tanti anni e a cui seguì una lunga interruzione. Dopo aver collaborato con diversi quotidiani – ma mai con il «Corriere della Sera» che pur glielo propose ma al quale Goffredo si sottrasse con orgoglio –, riprese a scrivervi negli ultimi due anni precedenti alla sua morte. Oltre a quelle appena menzionate, altre stroncature (magari discutibili come nel caso de La battaglia di Algeri ma sempre articolate) e elogi (Il servo di Joseph Losey, un film che “non si ferma all’analisi di costume o alla ‘denuncia’, ma che continua a scavare e a incidere senza paura”) si possono leggere nello straordinario Capire con il cinema. 200 film prima e dopo il ‘68.
Con gli anni, Goffredo rivide alcuni dei suoi giudizi più severi (come quello su Fellini che poi definirà il “più grande antropologo della società italiana” dopo Leopardi, NFC) su molti protagonisti della cultura e della politica, lamentandosi anche di “non avere più con chi litigare”. E sfumò alcune sue visioni politiche, criticò il maoismo a cui, pur se mai in modo completo, aveva aderito.
L’esigenza etica gli ha sempre fatto avere in odio il fatto che molta della cultura di sinistra abbia agito secondo la “logica del ricatto”, per cui “prima c’era stato il ricatto del fascismo, poi quello del capitalismo”: “c’era sempre un nemico principale da abbattere e per farlo bisognava allearsi con i suoi nemici” o giustificare i mezzi con i fini (NFC). Per questo Goffredo amava intellettuali come Camus, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte e Carlo Levi – raccontati anche in Strade maestre e Arcipelago Sud.
Ma in NFC si possono leggere anche storie buffe – come una leggenda a sfondo erotico su Ferruccio Parri partigiano – e tragiche della sua vita – la povertà estrema a Cortile Cascino, a Palermo dove andò ad aiutare Dolci –, assieme a giudizi taglienti e precise valutazioni sociologico-politiche – ad esempio sulle relazioni tra le varie anime del cattolicesimo, della cultura laica e del comunismo con Capitini. “La filosofia mi fa girare la testa” ripeteva spesso, per poi il minuto successivo dire quanto centrale fosse, chessò, Simone Weil per lui. Umile e autoironico, Goffredo si racconta lì come “nevrotico”, talvolta “vile”. L’infinita curiosità è stata la sua cifra, che lo ha portato a inaugurare e dirigere riviste, tessendo reti per vivere “il presente come storia“, alla ricerca del “bello”, del “giusto” e del “vero”. Seguendo il critico statunitense Edmund Wilson, per Goffredo le riviste erano legate a uno specifico contesto storico, con il quale dovevano interagire criticamente. Per questo avevano un ciclo di vita, come gli organismi viventi.
Nato a Gubbio, Goffredo, che visse per “un quarto della sua vita” in treno, cambiò diverse città – Palermo, Torino, Milano, Napoli e Roma. Il suo grande amore fu Napoli, dove rimase per diversi anni, partecipando all’esperienza della Mensa bambini proletari di Montesanto e scrivendo di questioni sociali e culturali, oltre che, notoriamente, di Totò con Franca Faldini. Lì “il collettivo era più collettivo, e le emozioni più forti, non solo perché più dimostrate”. Napoli è dove si può “godere della dimenticanza del sé nel tutto, di sapersi briciole e grani indistinti, e si può e si deve restare bensì vigili, pronti a tornare velocemente persone perché la lotta per la vita lo impone, vi costringe”. Napoli insegna “umiltà” e “individualismo”, è la “conciliazione tra queste due tendenze apparentemente opposte” che invece lì sono “ovvie” e “comuni” (NFC).
Ma Goffredo evitava di mitizzare. E così, rispetto alla stagione dei movimenti che attraversò con passione, militando, fondando e disfando riviste, scontrandosi con le più importanti case editrici della sinistra “ufficiale”, non fu mai nostalgico – “meno male che non abbiamo vinto noi”, ripeteva spesso. Criticava il leninismo che, secondo lui, aveva piagato anche la nuova sinistra. Quando era vicino a Lotta Continua discusse con Elsa Morante, ma mentre l’internità al movimento mutò, l’amicizia con la scrittrice rimase una delle più intense. Goffredo scrive che vi era legato, tra le varie ragioni, perchè entrambi non volevano “disgiungere problemi di liberazione collettiva da quelli di una liberazione individuale, problemi di politica da quelli di arte, o di religione”. Non solo la “Storia” e il “Capitale” avevano “fregato” il movimento, ma anche “la nostra pochezza” (NFC). Sulla scorta di questa visione tragica, Goffredo amò La Storia di Elsa Morante, che molto divise la sinistra. Per Goffredo, pur se forse intrisa di un eccesso di disperazione, quel romanzo rimandava tanto all’esigenza della vigilanza contro il rischio di passare da oppressi a oppressori sulla via della liberazione, quanto di avere come fine “un’esistenza (…) naturale e gioiosa”, che di rado ha trovato espressione in “forme sociali e storiche, ma che è e dovrebbe essere anche un risultato di fondo del comunismo, una volta aboliti gli ostacoli che la storia borghese-capitalistica oppone a queste possibilità” (Strade Maestre). Questo lo scriveva nel ’74. Presto smise di parlare di comunismo ma non cessò invece mai di sentirsi dalla parte dei compagni, parola che “dovrebbe essere ancora sacra, per tutti coloro che non accettano le ingiustizie dello stato di cose presente e credono e lottano per una causa comune, e in definitiva per il ‘socialismo’, pur se diversamente inteso”. Non si riconciliò, non smise di essere profondamente critico del nostro tempo, né di pungolare i suoi compagni, nella ricerca di quella forma politica paradossale che chiamava ‘anarchia socialdemocratica’.
L’ultima rivista fondata da Goffredo, «Gli Asini», prosegue il cammino da lui inaugurato e molti dei suoi compagni e amici di varie iniziative perseverano nella propria militanza sociale e culturale, pedagogica e politica. Continuano inoltre le biografie e gli omaggi, le ripubblicazioni – Prima il pane, Da pochi a pochi – e le trascrizioni di suoi programmi radiofonici – Cinema e Bizzarria –, attraverso i quali affacciarsi alla sua vita. Una delle note tesi su Goffredo era che instradasse o “lanciasse” dei giovani per poi impallinarli quando, spiccato il volo, prendevano direzioni che non condivideva in termini di conformismo o superficialità: quando si “perdevano”. Non erano mai posizioni irrevocabili e i moniti, anche quando espressi in modo perentorio, manifestavano un affetto ferito rispetto alle promesse che aveva intravisto nella persona sostenuta. Molti di questi agiscono ora senza un bastone che li minacci per il meglio e molti a venire che avrebbero potuto incontrarlo non potranno avere questo privilegio. Non potranno ascoltare i suoi torrenziali riferimenti a opere cinematografiche e romanzi, né i suoi racconti di figure celebri e non con cui ha percorso tratti di strada o i giudizi fulminanti sul nostro tempo. Restano tuttavia i libri in cui ha trasmesso la propria complessità umana e intellettuale e le persone di cui ha ravvivato la tensione etica.