Articolo
Luciano Ummarino

Una replica al pezzo di Christian Raimo sulla lite Gualtieri-Carocci

Raimo Cover

Con una diversa rilettura della storia della politica degli spazi a Roma.

Non ho la presunzione di scrivere la storia dei movimenti romani. Ricostruirla con la cura che merita — fonti, archivi, voci, tempo — è un lavoro serio, che richiede mestiere storiografico e che io non ho. E difficilmente la si può racchiudere in poche cartelle, dentro la cronaca di una lite di oggi, senza perdere per strada qualcosa di essenziale. Per questo non scriverò una controstoria, e non ho nemmeno la pretesa che queste righe siano rappresentative della storia del movimento, nel suo insieme. Quello che segue è il racconto di un pezzo, piccolo o grande non so — un pezzo di cui ho fatto parte, vissuto da dentro, con tutti i limiti che questo comporta — in risposta a un articolo, quello di Raimo,  che ha compresso in poche pagine cinquant’anni di movimento, per spiegare, oggi, la rottura tra Roberto Gualtieri e Valerio Carocci sul destino del cinema Metropolitan. Il mio è un racconto parziale, pieno di buchi, che finisce poco dopo Genova 2001, in più so bene che tutto questo porta con sé anche un altro enorme limite: parliamo, sia Raimo che io in questa risposta, prevalentemente a chi già conosce i linguaggi, i simboli e i modi di chi i movimenti li ha abitati— una comunità di donne e uomini che si intende a mezze parole. 

The elephant in the room 

C’è però un elefante nella stanza, in tutto questo, che va detto subito e senza giri di parole: nella ricostruzione di Raimo non compare mai, non una volta, il movimento femminista. Non c’è Non Una Di Meno, non c’è lo spazio Lucha y Siesta. Ed è un’assenza che pesa più di tutte le altre, perché quel movimento è con ogni evidenza l’unico che a Roma, e nel mondo, sia riuscito negli ultimi anni a costruire mobilitazioni di massa capaci di rompere la cornice del proprio recinto e di fare egemonia: a portare la battaglia contro il patriarcato fuori dai movimenti, dentro il linguaggio comune, nelle piazze, nei sindacati, nelle scuole. Una storia dei movimenti romani che tace questo pezzo non è solo incompleta: rimuove proprio il soggetto che, negli anni recenti, ha fatto più di chiunque altro quello che ai movimenti si chiede sempre di fare e quasi mai riesce: cambiare il senso comune.

Una lite tra vecchi amici, cosa c’entra l’autonomia operaia? 

Comincio da qui, perché è la prima cosa che non mi convince. La vicenda Carocci-Gualtieri riguarda sì i fondi immobiliari, la rendita urbana, ma soprattutto il modo in cui un’amministrazione e chi dalla relazione con quest’ultima ne ha tratto grandi benefici,  smettono improvvisamente di essere grandi amici. Nessuno le nega legittimità, e forse, questo tira e molla ha anche un peso suo nelle geometrie della politica romana. Ma punto è un affare che riguarda più la geometria che la storia. E’ un’altra genealogia, che poco ha a che fare con la nobile tradizione dei movimenti romani. Leggerla come l’approdo naturale di una linea diritta — che dalla cacciata di Lama e dall’autonomia operaia romana del ‘77 passa per i centri sociali storici e la Delibera 26 fino ad arrivare a oggi — significa ridurre a pulp una narrazione che racchiude sessant’anni di lotte, per illuminare una contingenza che, per quanto significativa, svela una verità meno nobile: la capacità della rendita di assorbire e digerire persino chi le si opponeva.

Ma questo è un altro discorso. Quello che mi interessa qui è cosa succede quando la storia lunga viene chiamata in causa per un episodio che le assomiglia poco, e cosa di quella storia, chiamata in causa così, finisce fuori squadra.

A proposito di storia lunga – Un innesco fuori posto

Christian Raimo fa partire tutto dal 1977: Luciano Lama cacciato dalla Sapienza, l’autonomia operaia romana, gli anni della grande insurrezione, il reflusso. È una sequenza che si può raccontare così, ma non è l’unica possibile, e soprattutto non è quella che spiega il salto. Il ’77 romano — con la sua composizione sociale particolare, fatta più di studenti e lavoratori dei servizi che di operai di grande fabbrica — è un punto di origine, non l’innesco. Tra il ’77 e la fine degli anni Ottanta c’è una transizione lunga, carsica, fatta di sconfitte, di eroina, di militanti che provano a rimanere “aggrappati al cielo” per citare Sergio Bianchi, che rientrano nel partito o si perdono. La continuità con la stagione successiva, quella dei centri sociali, Raimo la chiama giustamente “biografica” — ma una continuità biografica non è ancora un innesco politico.

L’innesco vero è il 1990, con il movimento della Pantera. È lì che il linguaggio elaborato nel decennio precedente — il precariato diffuso, l’operaio sociale anima della conflittualità metropolitana, le prime formulazioni teoriche di quella che diventerà la riflessione sulla moltitudine — trova un corpo collettivo di massa: occupazioni che durano mesi, un’intera generazione che si forma dentro quell’esperienza. È dalla Pantera, non nonostante la Pantera, che esplode a Roma la stagione delle nuove occupazioni dei primi anni Novanta. Raimo tratta il ’90 come una tappa nella sequenza; per chi quella stagione l’ha attraversata, è la saldatura che genera tutto il resto.

Il soggetto che manca: il Coordinamento dei Centri Sociali

C’è un’assenza, in questo articolo, che pesa più di una citazione sbagliata: il Coordinamento dei Centri Sociali. Raimo scrive che nel 1994 “si trasforma in legge” la delibera 26, come se fosse un processo amministrativo quasi automatico, un riconoscimento concesso dall’alto a un movimento che resisteva. Le cose sono andate diversamente. Il Coordinamento — dentro cui si ritrovano  Corto Circuito, Villaggio Globale, Auro e Marco e tanti altri, e a cui più avanti si aggiungerà anche La Strada di Garbatella — non si limita a occupare e resistere: elabora, discute, e per la prima volta propone alle istituzioni uno strumento giuridico capace di sciogliere una contraddizione che la città si porta dietro da decenni — spazi abbandonati da privati e da enti pubblici, restituiti alla vita da chi li occupa, e però trattati come occupazioni illegali. Apre un tavolo. Negozia. Dalla negoziazione e dal conflitto insieme, non da una concessione, nasce la delibera 26.

Ed è già nel 1993, un anno prima, che questo soggetto entra clamorosamente nella scena pubblica: durante la campagna per le elezioni comunali tra Francesco Rutelli e Gianfranco Fini, i centri sociali tappezzano la città di manifesti durissimi contro il candidato del Movimento Sociale Italiano — non un endorsement per Rutelli, ma una presa di posizione antifascista netta, mai vista prima con quella forza in una campagna elettorale romana. Sui muri apparvero manifesti con una foto della Stazione di Bologna dopo la bomba fascista, con scritto: “Come ripuliscono le stazioni i fascisti non le ripulisce nessuno. La nuova destra è come la vecchia destra. Non la votare.” Rutelli, da candidato, sceglie di andare a Spinaceto, a incontrare il Coordinamento dentro il centro sociale Auro e Marco — un gesto che racconta, meglio di qualsiasi delibera, quanto quel soggetto politico fosse già diventato interlocutore necessario, non solo controparte da reprimere.

Quella scelta di campo non nasceva da un manuale di partito né da una pagina di qualche manuale di marxismo-leninismo. C’è un’immagine che lo scrittore Paco Ignacio Taibo II usa da sempre per dire la stessa cosa: la bandiera rossa con la tigre di Mompracem, quella di Sandokan e dei suoi pirati, non è la bandiera di chi vuole conquistare il potere e il palazzo d’inverno — è il vessillo di un’isola di fuorilegge che si governa da sola, fuori dalle leggi degli imperi.

E’ questo mondo nuovo, figlio della pantera, con radici nella rivolta degli anni ‘70, che  si affaccia nelle stanze capitoline a suon di occupazioni in ogni quartiere e concerti. Non bussa, irrompe.

La delibera 26, una volta ottenuta, si rivelerà fragile — Raimo lo scrive, e su questo ha ragione. Ma manca il paradosso più amaro, quello che mi pare il cuore della storia: a beneficiare nel tempo di quello strumento furono spesso realtà che con la battaglia originaria avevano poco a che fare, mentre proprio i centri sociali che l’avevano conquistata restarono indietro — occupazioni mai regolarizzate, richieste di indennità retroattive manifestamente abnormi. Eppure quella battaglia resta una vittoria, perché per la prima volta un soggetto nato fuori  le istituzioni mette i piedi sul tavolo dove si decide il destino della città. Non chiedendo permesso: rivendicando una parte di potere decisionale per la componente antagonista di Roma.

1997: due elezioni che Raimo non vede

Da questa vittoria nasce un passo ulteriore, che l’articolo di Raimo ignora del tutto: nel 1997 una parte di quei centri sociali decide di misurarsi direttamente con le istituzioni. Si presentano alle elezioni amministrative come indipendenti nelle liste di Rifondazione Comunista, e vengono eletti entrambi: Nunzio D’Erme, espressione del Corto Circuito di Cinecittà, al consiglio comunale di Roma; Io, espressione de La Strada di Garbatella, alla circoscrizione XI. Da quell’incontro tra candidati indipendenti, espressione diretta del movimento, e un partito che ne rispettava l’autonomia senza pretendere di inquadrarla, nasce un laboratorio politico importante. A guidare la federazione romana del PRC in quegli anni — dal 1992 al 2001 — è Patrizia Sentinelli, e il suo ruolo in quella costruzione, nel tenere insieme un partito e un movimento senza schiacciare l’uno sull’altro, è stato tutt’altro che marginale: è una delle condizioni che hanno permesso a quel laboratorio di fare passi avanti importanti.

Raimo costruisce la sua intera narrazione del municipalismo romano attorno alla figura di Sandro Medici — non a caso, perché la biografia di Medici (le lotte a Mirafiori, poi autorevole giornalista del manifesto, consigliere comunale e poi presidente del X Municipio) si presta benissimo a una lettura di continuità ordinata. Sandro è un compagno straordinario sia chiaro, ma la centralità politica, in quel laboratorio del ’97, è altrove. È in un consigliere comunale  che viene dal conflitto diretto, con una biografia di lotta anche dura,  dall’occupazione, dall’ impegno quotidiano antifascista — non dal giornalismo se pur impegnato e militante. Intorno a Nunzio, al Centro Sociale Corto Circuito, al Centro Sociale La Strada  quel laboratorio prende forma diventando sempre più largo ed eccedente. È a Cinecittà e a Garbatella, che si costruisce in quegli anni la sperimentazione che farà da matrice a tutto il municipalismo successivo: un attraversamento delle istituzioni che non rinuncia all’autonomia del conflitto, ma che si fa spazio a spallate dentro l’amministrazione. Un’invasione di campo che nel tempo coinvolgerà altri territori e quartieri. Da San Lorenzo  a Montesacro.

Genova e le strade che ci portano

È proprio in quegli anni che nascono a Roma  occupazioni di un tipo completamente nuovo: la Scola, all’angolo tra via dei Sabelli e via dei Reti a San Lorenzo, e il De Lollis occupato,  a due passi dalla Sapienza. Sono luoghi che fondono due tendenze fino a quel momento corse parallele: l’occupazione come affermazione del diritto alla casa, da un lato, e l’occupazione a scopo culturale, sociale e politico dall’altro. Ad abitare le case non sono più soltanto famiglie in difficoltà, ma anche precari, studenti lavoratori. Abitare e costruire un mondo diverso: In quegli spazi le due cose smettono di essere separate, si abita, si fa cultura, si fa politica, nello stesso luogo e con lo stesso gesto. È anche lì che prendono forma gli Invisibili: azioni dirette spettacolari e simboliche — irruzioni su palchi di concerti, occupazioni della sede Atac per chiedere l’accesso ai mezzi pubblici per precari e disoccupati, arrampicate con striscioni — un modo nuovo di praticare il conflitto, capace di produrre immaginario e consenso insieme. Gli Invisibili diventano Tute Bianche, le Tute Bianche diventano Disobbedienti: una pratica che si allarga, contamina e si internazionalizza.

In quegli stessi anni, dal Chiapas dall’ alba del primo gennaio 1994 arrivano parole e pratiche nuove. Quando la storia rivoluzionaria sembrava sopita per sempre appaiono donne e uomini in armi. “Caminamos preguntando”, diceva il subcomandante Marcos, camminiamo domandando: un esercito che ha le armi ma non vuole il potere, che vuole “un mondo dove ci sia spazio per molti mondi”, non uno Stato nuovo da conquistare. Non è un’importazione esotica: è un’eco che risponde a una domanda che l’autonomia romana si era già fatta vent’anni prima, ed è la stessa domanda che Toni Negri e Michael Hardt, in quegli anni, stavano formulando in termini teorici parlando di moltitudine: non un soggetto unico e compatto come la vecchia classe operaia, ma “una rete di singolarità” che agisce in comune senza annullarsi in un’identità sola. È lo stesso movimento di pensiero che Gilles Deleuze e Félix Guattari avevano descritto, anni prima, con la figura del rizoma: una crescita per nodi orizzontali, senza centro né vertice, dove ogni punto può connettersi a qualunque altro senza passare da un ordine prestabilito. È in questa temperatura culturale, prima ancora che organizzativa, che la rete romana dei centri sociali trova il proprio linguaggio.

È in quello stesso 1994 — l’anno della rivoluzione zapatista appena raccontata — che a Milano, il 10 settembre, un grande corteo aperto da un combattivo servizio d’ordine in tuta bianca risponde allo sgombero del Leoncavallo affrontando le forze dell’ordine, riprendendo la città e occupando nuovi spazi. È sull’onda dell’entusiasmo di quei mesi, tra il Chiapas e Milano, che nasce a Roma, a Garbatella, il centro sociale La Strada, dall’incontro tra una parte del Collettivo Comunista Universitario — il CCU, che veniva dai vecchi CAU, i Comitati Autonomi Universitari — un gruppo di militanti, donne e uomini, di Garbatella e dei quartieri vicini, e un gruppo nato da un ex collettivo studentesco del Liceo Peano, scuola del territorio. Insieme ad altre persone, sono loro a costruire il nucleo che porterà all’occupazione l’otto Ottobre del 1994.

Nei mesi che precedono il G8 di Genova, nel luglio 2001, la Scola diventa uno dei principali punti logistici e politici romani per l’organizzazione dei convogli, dei training di disobbedienza civile, delle assemblee cittadine, della preparazione del controvertice. Genova non è un evento che arriva da fuori e attraversa Roma: è il punto in cui una rete che a Roma aveva già sperimentato comitati, occupazioni, un Coordinamento, due elezioni, si incontra con un movimento che nel frattempo è diventato globale.

Sono gli stessi anni in cui la lotta per la casa vede comparire nuove organizzazioni. Tra queste, il DAC, Diritto alla Casa, che dà vita a numerose occupazioni cercando di rendere chi abita protagonista diretto della propria vertenza, non un beneficiario passivo di un’assistenza dall’alto. Dal DAC, subito dopo Genova, nascerà Action Diritti in Movimento: un’altra biografia collettiva, parallela a quella più nota dei centri sociali storici, che merita di essere ricordata per intero. Proprio da esponenti di  Action nasceranno in seguito i blocchi precari metropolitani. Movimenti per il diritto all’abitare che si affiancheranno allo storico Coordinamento di lotta per la casa.

Il municipalismo non è solo affare di Medici

Ed è in questo stesso periodo che nasce, in parallelo al conflitto di piazza, la Rete del Nuovo Municipio: amministratori locali, piccoli e grandi comuni, che provano a tradurre in pratiche di governo — bilancio partecipativo, autogoverno locale, agenzie sulla casa — le stesse parole d’ordine che il movimento portava nelle strade. Tra le voci intellettuali che animano questa rete c’è Alberto Magnaghi, urbanista e fondatore della scuola territorialista italiana, che lega la partecipazione locale a un’idea di autogoverno della comunità che assomiglia, depurata della cornice insurrezionale, proprio a quel “saper camminare domandando” di cui si diceva.

E non è un caso che tra i municipi romani coinvolti in questa rete ci sia proprio l’XI — lo stesso del laboratorio nato nel ’97 attorno alle elezioni che mi avevano fatto eleggere e a La Strada. Dal 2001 al 2006, sotto la presidenza di Massimiliano Smeriglio, quella circoscrizione diventa il luogo dove la parola d’ordine “bilancio partecipativo” — mutuata dall’esperienza di Porto Alegre — smette di essere uno slogan e diventa amministrazione concreta: la più importante esperienza italiana di bilancio partecipativo, una delle più significative a livello internazionale. Nella giunta Smeriglio, oltre a chi scrive, assessore al bilancio partecipativo, entra anche Gianluca Peciola, che viene proprio da quella stagione del DAC, oltre che dai movimenti studenteschi e dall’università. Il filo non si rompe: si trasforma, da pratica di conflitto a pratica di governo, restando dentro la stessa genealogia.

Perché questi buchi non sono dettagli

Non sto dicendo che Raimo abbia omesso volontariamente, né che la sua sequenza — dalla delibera 26 alla 140, da Mafia Capitale alle giunte successive — sia in assoluto errata: su molti punti è solida, ed è onesto riconoscerlo. Sto dicendo che una storia dei movimenti romani che non nomina mai il Coordinamento dei Centri Sociali, in cui non c’è traccia di un consigliere comunale come Nunzio D’Erme eletto dal conflitto diretto nel ’97, che salta quel percorso straordinario che porta a Genova 2001 in quell’incredibile aguascalientes che fu La Scola di San Lorenzo, e che racconta il municipalismo romano solo attraverso un’unica biografia, non è una storia un po’ incompleta: è una storia che ha cambiato protagonisti. Ha tenuto chi viene dal giornalismo, e ha lasciato fuori chi viene dalla lotta, dall’occupazione e dal conflitto — proprio i soggetti che a Roma hanno reso quella storia diversa da qualunque altra città italiana.

Forse è un caso. Forse no: chi non ha attraversato in prima persona certi pezzi di quella storia recente, tranne l’ultimo decennio, può raccontarli solo di seconda mano, e di seconda mano si perdono sempre i nomi più scomodi, quelli meno citabili, quelli che non hanno lasciato un libro o una affinità intellettuale dietro di sé. Non è una colpa. È un limite. Ma se si scrive una storia di cinquant’anni per spiegare una lite di oggi, quel limite andrebbe almeno dichiarato — invece di essere scambiato per il quadro completo.

Diceva Alessandro Portelli, che di storia orale e di memoria popolare ha fatto il mestiere di una vita, che i racconti di chi ha vissuto i fatti non sono mai resoconti neutri: si mescolano a desideri, a rimpianti, a come le cose sarebbero potute andare. E che proprio lì, in quegli “errori creativi della memoria”, si salva spesso il senso più vero di una storia — quello che un verbale o una cronologia non potrebbero mai restituire. Non chiedo a queste righe altro: di essere lette come il racconto di chi c’era, con tutto quello che un racconto così porta con sé, non come l’ultima parola su una storia che, per fortuna, resta ancora da scrivere.

Luciano Ummarino

Luciano Ummarino è Assessore alla cultura Municipio VIII Roma e attivista di Casetta Rossa Spa (spazio pubblico per l’autogoverno).

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