Sono lontani i giorni in cui i romani guardavano al mercato immobiliare di Milano come a una realtà molto distante dalla propria. Negli anni sempre più persone sono state di fatto espulse dai propri quartieri con annunci e pretese economiche inaccettabili che sfruttano, senza remore, la molta richiesta di case nella capitale. A peggiorare le cose, per giunta, c’è stato l’ultimo giubileo.
Non c’è dubbio. Questa è la mia casa
qui avvengo, qui
mi inganno immensamente.
Questa è la mia casa ferma nel tempo
Mario Benedetti , Questa è la mia casa
Sono lontani i tempi in cui a noi romani arrivavano notizie sull’emergenza abitativa di Milano e pensavamo: “Qui non è così, per fortuna.”
Ebbene, ci sbagliavamo. Mancava un avverbio, mancava “ancora”. Qui non è ancora così.
È successo tutto con un’accelerazione inquietante ma non imprevedibile. C’è stato il Giubileo, per esempio. Ma il Giubileo non è arrivato senza bussare, i segnali c’erano da anni ed erano ben evidenti – ad avere occhi per vedere.
Ma partiamo da dati concreti.
Non si può parlare di emergenza abitativa senza parlare del progressivo impoverimento della classe media: è un dato di realtà più che mai attuale, forse ora più evidente rispetto al passato ma che, comunque, nel passato affonda le sue radici. Roma, in particolare, ha subito accelerazioni inquietanti (ma non imprevedibili) con i Giubilei. Non che il processo non fosse già in atto.
Nel 2024, l’Istat ha condotto una ricerca sulla povertà assoluta e la povertà relativa in Italia. Si definiscono persone in povertà assoluta coloro che non hanno accesso nemmeno ai beni di prima necessità. Si definiscono persone in povertà relativa coloro che non hanno le risorse necessarie per mantenere lo standard di vita medio nella società in cui vivono.
I dati forniti dall’Istat rilevano 5,7 milioni di individui in condizioni di povertà assoluta. La povertà relativa, invece, coinvolge oltre 8,7 milioni di individui.
Più recentemente, il 26 gennaio 2026, è stato condotto, in quattordici comuni – Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Messina, Catania, Cagliari – il censimento delle persone senza fissa dimora. La rilevazione è stata promossa e coordinata dall’Istat in collaborazione con la fio.PSD-ETS (Federazione Italiana Organismi per le persone senza dimora), che si è occupata del reclutamento e dell’organizzazione della rete dei rilevatori.
Roma presenta il valore assoluto più elevato (2.621 persone, di cui 1.299 in strada), seguita da Milano (1.641, di cui 601 in strada), Torino (1.036, di cui 372 in strada) e Napoli (1.029, di cui 566 in strada).
I dati diffusi da questo censimento, avvisa l’Istat, non sono comparabili – per metodologie e copertura territoriale – con altri risultati diffusi in precedenza da Istat sempre relativamente alle indagini sulle persone senza fissa dimora.
Di questi temi – l’accoglienza alle persone senza fissa dimora – si è occupato e si occupa da anni lo scrittore Girolamo Grammatico, autore di un libro bellissimo e terribile – per dirla come William Butler Yeats – pubblicato da Einaudi nel 2023: I sopravviventi. Grammatico è stato anche uno dei rilevatori della fio.PSD.ETS, in quanto responsabile del quadrante est della città metropolitana di Roma. Già dal titolo del suo libro si intuisce la portata disumana e incivile in cui questi esseri umani sono costretti a vivere: sopravvivendo.
Cosa ha a che fare questo lungo preambolo con l’emergenza abitativa a Roma? Siamo pur sempre consapevoli che il dramma di chi cerca casa in una grande città come la mia non è lo stesso di chi abita a Genova o a Bari – per citarne solo due – benché, sia pure con ritmi più lenti, le condizioni stiano cambiando e le difficoltà stiano aumentando anche lì. Tuttavia, il disastro della mancanza di alloggi a un prezzo accessibile per le famiglie, per i nuclei monoreddito, per le persone che abitano da sole, è una tendenza rilevata in tutta Europa, forse nel mondo.
Solo chi si rifiuta di vedere o di ascoltare può non capire cosa abbia a che fare la povertà – assoluta o relativa – con l’impossibilità di trovare casa a Roma. Solo chi si rifiuta di vedere o di ascoltare gli altri può non capire quanto sia importante, quanto sia fondamentale, quanto sia identitaria la questione-casa.
Devo fare una precisazione che mi sta molto a cuore: per un po’ mi sono illusa di potermi mantenere con il lavoro culturale, malgrado non avessi le “spalle coperte”: la verità è che se non si ha/si eredita già una casa, se non si è liberi dalla schiavitù dell’affitto (o di un mutuo), è impossibile. Ecco, nel periodo in cui – rimasta sola – mi sono affidata solo alle traduzioni, alla scrittura, alle collaborazioni per vivere dignitosamente e avere un tetto sulla testa, anche io mi sono ritrovata in una condizione di povertà relativa. Poi è arrivata la scuola.
Non starò qui a spiegare cosa significhi e cosa abbia sempre significato per me la parola “casa”. Non credo sia dirimente, non credo sia questa la sede: ho scritto un libro, sulla povertà e sulle case, per tentare di raccontare una condizione che non è appartenuta solo a me. Per tentare di dire: care e cari, stiamo camminando su un crinale pericoloso. Basta un inciampo, un imprevisto, un malanno ed eccoci a sprofondare dalla parte devastata della società del benessere, quella della povertà. Una parola che nessuno vuole sentire. Una parola che non fa comodo sentire. Una parola che si accoglie, spesso, con un sorriso di comprensione ma che ci si scrolla di dosso in fretta, con un’accelerazione degna di essere studiata dal CERN di Ginevra. Io li sentivo ruotare a velocità impressionante, i meccanismi dei pensieri dei miei interlocutori, mentre dicevo – nel periodo in cui dovevo contare solo sui compensi delle traduzioni, dei libri, delle collaborazioni – che avevo bisogno di aiuto perché ero povera. (“Siamo tutti poveri”, “siamo tutti precari”, “Io di traslochi ne ho fatti diciotto!” “Il mio conto in banca si chiama Profondo Rosso” “Cambiare è sempre positivo”). Le classiche risposte che scavano una distanza tra chi chiede aiuto e chi non ha intenzione di darlo. Cito spesso una battuta de I mostri di Dino Risi. Nell’episodio “L’educazione sentimentale”, il figlio di Ugo Tognazzi – che è proprio Ricky Tognazzi da bambino – dice al padre che la maestra ha chiesto una piccola offerta per i poveri. Lui risponde: “I poveri non esistono.” E poi, all’insistenza del figlioletto, dichiara: “Con un no ti spicci, con un sì t’impicci.”
È stata la mia povertà – relativa, ma che in più di un’occasione ha rischiato di diventare assoluta – a mettermi di fronte alla questione della casa e, in seconda battuta, della scelta. Perché, in fondo, l’umanità si divide in poveri e ricchi, ancora e sempre. Quindi tra chi ha la possibilità di scegliere e chi no.
Io sono nata, cresciuta e vissuta in una casa in affitto di una zona centrale di Roma. Io e tutte le mie compagne e compagni di scuola.
E no, non erano affitti spropositati. Le nostre erano famiglie di lavoratori, spesso monoreddito – come la mia. Per molti anni, per qualche decennio, è stato possibile, è stato normale potersi permettere un appartamento in affitto con un solo stipendio. Mio padre – impiegato all’Acea – manteneva me, mia madre e anche mia nonna. I genitori di alcuni ragazzi facevano le portiere e i portieri. Una mamma viveva da sola con i due figli e, ovviamente, era l’unica a lavorare. Un’altra faceva la sarta. Molte facevano le pulizie. Altri erano commessi di un panificio. Una famiglia poverissima, emigrata a Roma dal Sud, era riuscita ad aprire due negozi e a comprare tre appartamenti dopo solo pochi anni di lavoro. Non siamo mai stati ricchi e nemmeno benestanti ma il tessuto sociale era diverso – già, per parlare di case bisogna parlare di comunità, di rete di supporto, di negozi, di botteghe: il centro storico era un quartiere come tutti gli altri, con le stesse dinamiche, le stesse tipologie di abitanti. Sì, è vero: allora come ora c’erano i palazzi storici, nobiliari. Ma era anche normale, in quella zona, stare tutti insieme, principi e poveri.
È stato lento lo spopolamento. Lento e, pur se inesorabile, quasi invisibile. Poco a poco, le mie amiche e i miei amici se ne sono dovuti andare. A Cinecittà Est – dove erano stati costruiti i primi palazzi -, a Tarquinia, a Sacrofano.
Il primo mestiere a scomparire quasi del tutto è stato quello dei portieri. Poi sono arrivati gli enti privati a comprare interi palazzi e a mandare via i residenti, poi è stata modificata la legge 392/78 (cosiddetta dell’”Equo Canone”), poi i proprietari hanno preferito tenere vuote le case per non incorrere nel rischio di morosità. La mia famiglia è stata tra le ultime ad abbandonare il centro solo perché avevamo un affitto calmierato.
Mi sono resa conto subito che per una persona che conta sui proventi di traduzioni e libri e che vive da sola – e per la quale, quindi, costa tutto il doppio – non esistevano case disponibili nemmeno in periferia, dove, per l’appunto, ero andata a vivere. Ho visto aumentare gli affitti in modo esponenziale anche a Marranella, a Tor Pignattara, per non parlare del Pigneto. “C’è la metro vicina, per forza i prezzi salgono.”: una di quelle frasi che risuonavano come una sentenza della Cassazione. Non c’era replica, e se anche tentavo di opporre qualche obiezione, mi si ripeteva: “La metro è la metro. Fuori Roma le case costano meno, vai fuori Roma.”
Andai a visitare un paio di case: una a pochi passi da dove abitavo (a Marranella) e un’altra al Pigneto. Stavo cercando di non sradicarmi di nuovo, era ormai un anno che abitavo lì, ne apprezzavo l’umanità, la rete sociale, (mi rendo conto di ripetere in loop queste parole, ma i quartieri senza anima sono dormitori). Una di queste case veniva presentata come “arredata” e sembrava un tugurio in cui sarebbe potuto essere nascosto un ostaggio. Scale disconnesse, buie, fili a penzoloni all’interno: pareva ci fosse stato un incendio. Novecento euro, spese escluse, per 45 metri quadrati (“Così ci paghiamo il mutuo e ci avanza anche qualche euro”. “Ma perché, voi dove abitate?” “A [inserisci nome di quartiere blasonato o “finto popolare ormai gentrificato” a piacimento], ma questa casa l’abbiamo tanto amata, ci siamo così affezionati. Io, se potessi, tornerei qui”).
L’altro appartamento aveva il bagno in camera da letto. No, non nel senso del comfort: bisognava passare per il bagno per accedere all’ingresso della casa e la cucina era separata dalla stanza solo da un separé in carta di riso. Novecentocinquanta euro, spese escluse, per circa 40 metri quadrati.
Piazza Malatesta: ottocentocinquanta euro per 45 metri quadrati, una camera da letto, niente cucina, bagno, angolo cottura.
Eppure, trovare casa lì era ancora possibile. Non per me, ma era possibile. Quegli affitti, invece di far gridare vendetta al cielo, erano considerati giusti. Erano considerati in linea con il mercato.
Passarono gli anni e altri traslochi.
Poi ecco profilarsi all’orizzonte la Grande Occasione. Il Sogno Italiano.
Il Giubileo del 2025, in nome del Papa Re.
Le agenzie arrivarono persino a telefonare ai proprietari di immobili per chiedergli se per caso non volessero mettere a reddito la loro casa e trasformarla in un Bed and Breakfast. Anche mettere a reddito è un’espressione che ha conosciuto (e sta conoscendo) una grande popolarità, come C’è la metro vicina, per forza i prezzi salgono. Molti accettarono e si trasferirono nella seconda casa – al mare, in campagna – per aumentare le entrate. L’invasione dei Bed and Breakfast e delle case vacanze, a Roma, dal 2023 in avanti, ha praticamente azzerato la disponibilità di case in affitto a lungo termine per i residenti, e i proprietari dei pochi immobili rimasti si sono adeguati al mercato, proponendo affitti inaccessibili alla maggior parte di noi. E, con questo noi, intendo gente che lavora – o che, come nel mio caso, di lavori ne ha più di uno – e che non riesce più a garantirsi una casa in locazione solo con uno stipendio.
Quando cercavo disperatamente un alloggio, proprio alla vigilia del Giubileo – e le mie tasche di insegnante mi consentivano di visitare perlopiù seminterrati o piani ammezzati -, mi sono sentita dire in più di un’occasione: Fuori Roma le case costano meno. Vai fuori Roma.
Cosa stavano cercando di dirmi queste persone, consapevolmente o meno? Che la mia città era diventata, o stava diventando, una città solo per persone il cui reddito le qualificava tra benestanti e ricche. Quindi io me ne dovevo andare dalla mia città perché non avevo – non ho – abbastanza soldi. Quindi che Roma è una città che non accoglie. Anzi, che respinge chiunque rischi di diventare povero.
Cosa stavano cercando di dirmi queste persone? Che c’è una differenza, un confine, una linea di demarcazione netta al di là della quale ci sono i poveri e chiunque rischi di diventarlo – sia dal punto di vista relativo che da quello assoluto, e cioè la casa di proprietà.
Sono tante le persone che hanno un lavoro e dormono in macchina. I numeri li ho citati prima, ma i censimenti non sono mai del tutto esaurienti: spesso ci si nasconde, per vergogna, per pudore, perché si hanno dei figli, per motivi che non è nemmeno giusto indagare.
La differenza la fa la casa, anche per i giovani. Se si hanno genitori che possono garantire un alloggio di proprietà o che siano in grado di permettersi un affitto in una città lontana dal luogo di residenza, la vita diventa più semplice, più normale. Altrimenti non resta che il tour de force del pendolarismo studentesco o, peggio ancora, la rinuncia. E’ libertà, questa? La povertà è una prigione? Esiste la libertà senza la giustizia sociale? La risposta è talmente evidente da essere amara.
Dopo la corsa all’affare-Giubileo – che poi tanto affare non è stato – a Roma i Bed and Breakfast hanno cominciato a riconvertirsi in affitti a lungo termine. Certo, sempre a prezzi di mercato.
Spesso le famiglie, o le singole persone, che mettono a reddito la casa di proprietà hanno bisogno di quell’entrata, vogliono garantire ai figli una maggiore sicurezza o vogliono assicurare a se stessi una vita più dignitosa. Non c’è niente di male, lo capisco.
Ma molto spesso, molto più spesso, ci sono persone che non hanno niente, nemmeno una casa da dare in affitto, nemmeno una sicurezza, nemmeno un punto di riferimento, nemmeno una famiglia e rischiano di andare a dormire per la strada. No, non è una guerra tra poveri. Innanzi tutto perché non è una guerra – guerra, come povertà, come ti capisco, è una parola abusata, anzi, usata in modo sbagliato e manipolatorio – e poi perché i veri poveri una casa non ce l’hanno.
Non ho una soluzione, non spetta a me trovarla. La mia è solo una fotografia, spero il più precisa possibile, della situazione: un po’ perché mi ha riguardato e ha lasciato parecchi segni, un po’ perché conosco bene il tema dell’emergenza abitativa.
Io una casa di proprietà non l’avrò mai, ma con questa certezza ho fatto pace. Mi basta condurre una vita dignitosa, e se per dignitosa si intende fare quattro lavori, bene, mi considero fortunata. Mi considero fortunata ad avere un lavoro. Anche questa frase dovrebbe essere oggetto di una riflessione, anche il lavoro culturale – e i relativi compensi, le tempistiche, le tariffe, lo sfruttamento – dovrebbe essere oggetto di riflessione.
È una fotografia, dicevo, in parte paradigmatica di certe dinamiche autodistruttive di alcune grandi città.
Vorrei poter scrivere che le persone che lavorano – la classe media con un affitto sulle spalle, sprovvista di proprietà immobiliari e di risparmi grazie ai quali possa pensare al futuro con serenità, e che, di conseguenza, sta sempre più spesso lambendo i confini della povertà – riescano ancora a garantirsi un tetto sulla testa, ma non è così. Vorrei poter sperare che torniamo ad avere la possibilità di esercitare il diritto alla casa, di sceglierci una casa. È utopia tutto questo?
Può darsi. Ma io lavoro anche con le parole e “i poveri ci sono sempre stati” non è più una frase accettabile perché la giustizia sociale è anche questione di come si usano le parole. E di chi le usa.