Articolo
Bertram Niessen

Spazi occupati e terzi luoghi devono allearsi per resistere all’epoca della crudeltà

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Oggi che le città sono spesso inique, servono nuove alleanze tra realtà che spesso non sono in dialogo tra loro: spazi occupati, centri sociali e terzi luoghi. Una riflessione a partire dal pezzo di Christian Raimo uscito su Lucy qualche giorno fa.

Il bell’articolo di Christian Raimo sulla lotta per gli spazi sociali a Roma ripercorre la storia delle occupazioni romane e del movimento per l’autogestione, evidenziando il bisogno di alternative autonome per contrastare le crescenti disuguaglianze urbane. Lo fa a partire dalla polemica tra il sindaco Gualtieri e Valerio Carocci, presidente della Fondazione Piccolo America, che ha deciso di lanciare un appello e una lista civica, per denunciare l’ostruzionismo della speculazione immobiliare sul cinema Metropolitan. E tocca anche – inevitabilmente – il sequestro dell’Angelo Mai. 

Nel pezzo, Raimo solleva alcune domande cruciali sul rapporto tra spazi (fisici e simbolici) di movimento e trasformazioni urbane. Per quello che posso capire da persona che abita a centinaia di chilometri di distanza – e che nonostante questo frequenta Roma ogni volta che è possibile – sono tutte domande “giuste”, nel senso che mettono in evidenza le linee di frattura politica delle trasformazioni urbane contemporanee di Roma e una serie di urgenze politiche locali, a partire dalla delibere del Comune sulle assegnazioni.

Nel suo articolo, Raimo delinea una contrapposizione tra centri sociali e terzi luoghi: i primi inquadrati come luoghi della “autonomia del sociale” (spazi di elaborazione politica , sociale e culturale che interessano i territori nel loro complesso), i secondi come spazi dove “si passa dall’autogestione antagonista al civic entrepreneurship culturale, dall’occupazione conflittuale al partenariato pubblico-privato, dal radicamento nelle periferie alla presenza nel centro gentrificato, dalle battaglie per il reddito di intermittenza universale a piccole concessioni per imprese pubblico-privato”. Quello che  vorrei fare qui è articolare un discorso più articolato attorno ai terzi luoghi.  

In Italia, negli anni ‘90, i centri sociali sono proliferati su una serie di vuoti. Quello materiale, portato dalla deindustrializzazione. Quello politico, innescato dalla frammentazione della sinistra istituzionale nella crisi della Seconda Repubblica e dall’ibridazione tra controculture e movimenti; quello culturale, che ha permesso l’attivazione in contesti underground di sperimentazioni di linguaggi che erano negati altrove. Nella maggior parte d’Italia quell’onda ha subito un riflusso pesantissimo nella seconda metà degli anni 2000, con il contraccolpo del dopo Genova e con la deriva generazionale di implosione nel privato portata dalla crisi finanziaria del 2007 e dal precariato. Molti centri sociali sono stati sgomberati, e non ci sono state energie sufficienti per impedirlo. Altri hanno visto frenate la loro capacità aggregativa e la loro spinta propulsiva, divenendo spazi soprattutto resistenziali, frequentati da un pubblico sempre più anziano e sempre meno in contatto con i cambiamenti del mondo esterno. Alcuni sono stati in grado di rinnovare costantemente la loro formula originale, coinvolgendo una generazione dopo l’altra di giovani leve che hanno interpretato a modo loro l’identità dei luoghi. Altri ancora hanno sviluppato formule inedite, che hanno saputo dialogare in modo innovativo con le tensioni sociali, culturali e politiche che attraversano i territori. Altri, infine,  si sono inseriti in percorsi di istituzionalizzazione sotto forma di concessione e affitto da parte dei comuni. In generale, il numero degli spazi e dei loro frequentatori in giro per l’Italia è crollato drasticamente nel giro di pochi anni, segnando una brusca discontinuità nei percorsi di formazione culturale e politica delle nuove generazioni.

Osservato da questa prospettiva, il movimento dei beni comuni e dei teatri occupati che ha portato alla nascita di spazi come il Valle Occupato a Roma, Macao a Milano, l’Ex Filangeri a Napoli è parzialmente collegato a questa traiettoria e parzialmente in discontinuità. Se i Centri Sociali Autogestiti possono essere letti come una mutazione dei Circoli del Proletariato Giovanile del ‘77 e dell’autonomia, dell’anarchismo e delle controculture degli anni ‘80, i teatri occupati nascono dai movimenti dei lavoratori della cultura e dello spettacolo, in un’atmosfera che dialogava molto più immediatamente con le conseguenze di Occupy Wall Street e degli Indignados. Non è un caso che le collaborazioni tra questi spazi e quelli più tradizionali legati ai movimenti ”siano frequenti ma raramente continuative, e che le sperimentazioni vadano nella direzione di tentativi di riconoscimento  – anche legale – decisamente eretici rispetto ai decenni precedenti. Ne sono un esempio l’istituzione della Fondazione Teatro Valle Bene Comune (istituita nel 2013 e sciolta nel 2022) e il Regolamento dei Beni Comuni adottato dal Comune di Napoli nel 2011, che ha disciplinato tra le altre cose il regime giuridico dell’Ex-Filangeri e del Santa Fede Liberata.

E i terzi luoghi? Il concetto è stato introdotto dal sociologo Ray Oldenburg nel libro del 1989 “The Great Good Place” e indica gli spazi di aggregazione oltre a casa (primo luogo) e lavoro o scuola (secondo luogo): caffé, pub, parchi, aree pedonali, centri comunitari caratterizzati da un alto tasso di accessibilità e di “publicness”, la capacità di favorire l’interazione spontanea, la socialità e il senso di comunità. Come è chiaro dalla lista di esempi, Oldenburg si riferiva soprattutto al mondo statunitense e alle tipologie di spazi aperti al pubblico che potremmo in qualche modo definire come “tipicamente europei”, tradizionalmente più scarsi in quella società. Oggi, quando in Italia e in Europa ci si riferisce ai Terzi Luoghi lo si fa però guardando a altri modelli, decisamente più europei. In Francia, la rete dei tiers-lieux raccoglie luoghi ibridi – dai fablab ai caffè culturali fino ai laboratori artistici indipendenti – che spesso affondano le proprie radici storiche nella tradizione del mutualismo e dell’economia sociale e solidale. Fondati sulla cooperazione, sulla gestione dei beni comuni e sul principio del soccorso reciproco tra cittadini, hanno un ruolo centrale nelle forme di autorganizzazione in risposta alla precarizzazione, alle crisi economiche e alla necessità della transizione ecologica. Sebbene il fenomeno si sia progressivamente istituzionalizzato tramite l’agenzia France Tiers-Lieux, una parte importante della rete resta legata all’attivismo politico e sociale, a movimenti come quello dei sans-papiers e ai progetti agricoli comunitari.

In Italia non esiste una definizione ufficiale di terzo luogo, e per fortuna. Vengono chiamati in molti modi diversi, ed è anche per questo che è difficile contarli. laCall – una ricerca effettuata da cheFare tra il 2020 e il 2021 – ha identificato 720 nuovi centri culturali. Essere Moltitudine – una ricerca sui Centri Culturali di Comunità condotta di ARCI e cheFare in due edizioni nel 2023 e 2024 – ne ha mappati 417, solo parzialmente sovrapposti ai precedenti.

Sono spazi che ospitano attività sociali e culturali, nati prevalentemente in risposta alla crisi del 2008, alla precarietà strutturale del lavoro dei settori creativi e sociali e alla necessità di infrastrutturare forme di civismo attivo. La maggior parte dei terzi luoghi sono, infatti, l’espressione di traiettorie biografiche e professionali di chi ha cercato risposte collettive all’iper-precarizzazione del lavoro, soprattutto nei settori del sociale e della cultura. Allo stesso tempo, in molti casi chi li ha costruiti ha alle spalle – o sta vivendo parallelamente – percorsi di militanza politica più tradizionale,  i cui  confini possono essere più o meno porosi (mentre scrivo queste righe, vedo che il Leoncavallo il 2 Luglio 2026 sarà ospite del ristorante sociale Rob de Matt a  Milano, per fare il punto sul proprio percorso dopo lo sgombero).

I terzi luoghi sono spazi come Via Baltea a Torino, Nòva a Novara, Terzo Paesaggio a Milano, Manifatture Knos a Lecce, che cercano costantemente la sostenibilità economica in puzzle in continua trasformazione, dove si mescolano caffetterie e attività di cucina, spettacoli dal vivo e rassegne cinematografiche, partecipazione a bandi e donazioni. Hanno un’estrema varietà  di forme giuridiche e organizzative, dai comitati informali alle fondazioni, passando per le associazioni culturali, le cooperative e le SRL. Non si tratta solo di una questione tecnica. Al contrario, le scelte in proposito evidenziano logiche anche distantissime tra loro nel rapporto tra lavoro, profitto, attivismo civico e ricerca culturale. Le conseguenze di queste scelte portano alcune organizzazioni verso direzioni  principalmente imprenditoriali. Alcuni terzi luoghi sono soprattutto locali commerciali, che svolgono attività ibride ma che hanno comunque come obiettivo la massimizzazione dei profitti. Molti altri, invece, utilizzano gli strumenti economici come modo per organizzare iniziative sociali e culturali non orientate al guadagno. Contano molto, in questo senso, le diverse economie urbane e le traiettorie sociali e culturali delle diverse città.

Ma quindi, si riduce tutto a questa dicotomia? Centri sociali occupati da una parte e terzi luoghi che dipendono dalle istituzioni dall’altra?. Le cose sono più complesse di così e la divisione meno netta. 

Il caso più evidente è quello dei circoli ARCI. Nati nel 1957 come rete fortemente collegata a PCI e PSI, integrano in giro per l’Italia  forme di socialità ereditate dalle Società Operaie di Mutuo Soccorso e dalle Case del Popolo della fine dell’800. Se per lungo tempo molti circoli ARCI – pur in una sostanziale indipendenza – risentono fortemente  di questa vicinanza ai partiti della sinistra, nel corso dei decenni sviluppano una natura sempre più autonoma e una capacità sempre maggiore di dialogare con movimenti e sottoculture. Oggi molti circoli sono spazi di socialità diffusa attraversati dai quartieri in cui operano, che sviluppano percorsi di mutualismo e alternativa culturale territoriale e partecipano a campagne nazionali di solidarietà come No Kings Italia. Ne sono un esempio iper-contemporaneo molti circoli romani – dal Fanfulla al Trenta Formiche, passando dallAngelo Mai appena messo sotto sigilli – o luoghi come il Porco Rosso di Palermo o il Banfo di Torino. O spazi pubblici liberati come l’Estate al Torrione a Roma o la Montagnola Republic a Bologna. 

Un altro caso che complica il discorso è quello delle librerie indipendenti. Anche se la definizione “tecnica” riguarda quelle librerie che non fanno parte di catene come Feltrinelli o Mondadori (e che quindi hanno libertà di assortimento e un protagonismo del libraio completamente diverso), nella pratica in moltissime città le librerie indipendenti sono divenute terzi luoghi a tutti gli effetti che ospitano avanti dibattiti, laboratori, concerti e riunioni di collettivi, e si sostengono attraverso formule ibride che integrano bar, corsi e partecipazione a bandi con la vendita di libri in ottica strettamente di mercato. Sono, per fortuna, tantissime: dalla Nuova Libreria Rinascita a Brescia a Prinz Zaum a Bari, passando da VolumeBK a Milano  e Tuba a Roma.

C’è poi il caso delle otto Case del Quartiere di Torino, nate nel 2007 come evoluzione di un percorso di laboratori urbani, in sinergia tra Comune, Compagnia di San Paolo e terzo settore. Le Case sono terzi luoghi a tutti gli effetti che promuovono l’inclusione sociale, la partecipazione civica e l’attivismo culturale dal basso, offrendo servizi e spazi di aggregazione. La governance si basa sulla sussidiarietà orizzontale e sui patti di collaborazione: il Comune affida la gestione degli spazi a raggruppamenti di organizzazioni del terzo settore; le decisioni operative sono decentrate, aperte ai cittadini e coordinate dalla Rete delle Case. Per il discorso che stiamo facendo qui, le Case del Quartiere di Torino sono cruciali per almeno tre motivi. Innanzitutto, perché garantiscono presìdi di socialità e cultura 365 giorni all’anno per ogni tipo di persona; qui giovani, anziani, vecchi abitanti, migranti e persone in condizioni di fragilità abitano gli stessi spazi. In secondo luogo, perché innvervano i quartieri in cui sono insediate con reti di solidarietà e mutuo-aiuto. In terzo luogo, perché mettono in discussione le istanze securitarie di gestione dello spazio pubblico, costruendo percorsi di socializzazione di sicurezza dal basso degli spazi pubblici basati sul coinvolgimento di tutti gli abitanti, compresi quelli marginalizzati.

L’elenco potrebbe continuare con le migliaia di orti urbani condivisi e gli altri spazi pubblici gestiti dai cittadini in molte città d’Italia, con l’isola di Poveglia a Venezia. Con le Redazioni di Scomodo a Roma, Milano e Empoli, ognuna frutto di un percorso completamente diverso. Con le centinaia di artist run spaces e spazi artistici indipendenti, che negli ultimi anni sono in prima fila nella decolonizzazione delle istituzioni culturali tradizionali. Con i micro-club clandestini, con le residenze per il teatro e l’arte performativa. Con gli spazi di sperimentazione nelle aree interne che resistono allo spopolamento e cercano nuovi abitanti.

Se si vuole considerare nella sua complessità come si articola il rapporto tra le tante tipologie di spazi che attivano energie sociali, culturali e politiche i temi sul tavolo sono tantissimi.

Il primo è quello, cruciale, del ruolo che i terzi luoghi possono svolgere nei processi di finanziarizzazione urbana, i quali hanno ottimizzato i processi estrattivi al punto da utilizzare ormai i luoghi della cittadinanza attiva come moltiplicatori del proprio valore. È sempre più comune, ormai, vedere le foto di orti condivisi o di spazi civici negli annunci di case in vendita a prezzi altissimi: un tema che evidentemente è legato a doppio filo con quello del diritto all’abitare e alla città. Sono sempre di più i terzi luoghi, gli spazi civici e le cooperative di abitanti che cercano di capire come svolgere un ruolo di contrasto a queste tendenze.. È un tema che, d’altro canto, in passato ha riguardato spesso anche i centri sociali, che in alcune stagioni sono stati oggetto degli stessi meccanismi di gentrificazione.  Come è successo, ad esempio, alla fine degli anni ‘00 nel quartiere Isola di  Milano, dove l’atmosfera underground prodotta da spazi come il Garigliano, la Stecca o il Pergola ha attirato giovani creativi benestanti da tutta Italia, i cui investimenti immobiliari hanno creato le premesse per la scomparsa di quegli spazi. Ed è la stessa cosa successa a Friedrichshain e Kreuzberg a Berlino e in molti altri quartieri in giro per l’Europa.

Il secondo tema è quello del rapporto tra terzo settore e politica, e che chiede fortemente una ri-politicizzazione del terzo settore. Una parte del terzo settore nel tempo ha interiorizzato passivamente la funzione di sussidiarietà rispetto al settore pubblico, appiattendosi sull’erogazione dei servizi e lasciando indietro gli elementi di mutualismo e solidarietà. Questo è accaduto in un regime di starvation cycle (“ciclo di affamamento”), per cui i finanziamenti coprono ricevuti i costi di progetto ma non quelli di infrastrutturazione, mantenendo così le organizzazioni in un affanno costante e in uno stato di dipendenza cronica dai finanziatori, a cui è inevitabilmente collegata una diminuita autonomia politica e culturale. Allo stesso tempo, negli ultimi 15 anni il terzo settore è stato il bersaglio di un’ambigua ideologia bipartisan (che mette assieme alla bisogna il “Pandoro Gate” della Ferragni, le “ONG taxi del mare” e l’”associazionismo servo della gentrificazione”) che vede in ogni tentativo di costruzione di sostenibilità economica per il lavoro sociale e culturale un potenziale elemento di corruzione. 

Il terzo tema è quello del rapporto tra lavoro, reddito, rendita e attivismo, che si sviluppa su almeno due fronti. Il primo è quello degli stipendi bassi e del lavoro precario nel terzo settore, che si radica soprattutto in una cultura organizzativa che ha interiorizzato la vocazione al martirio e che scarica sul burnout di soci e dipendenti squilibri di cui si dovrebbe chiedere conto a committenti ed erogatori. Il secondo è quello di chi può permettersi di criticare la mancanza di autonomia da una posizione di privilegio di ceto e di classe, e che chiede scelte votate al sacrificio partendo da patrimoni e reti familiari e amicali. Un paradosso, questo, che ha avuto un ruolo enorme nel riflusso dei movimenti della seconda metà degli anni 2000 – quando precariato e crisi economica hanno spinto masse di attivisti verso l’estero, alla ricerca di lavoro – e che si ripropone oggi con poche variazioni rispetto al civismo attivo.

Il quarto tema è quello della relazione tra spazi di movimento e terzi luoghi dal punto di vista della legittimazione – o condanna – delle pratiche illegali come le occupazioni. Favorire i terzi luoghi vuol dire necessariamente immaginare che tutte le occupazioni debbano trasformarsi in centri civici? Anche in questo caso, si tratta di una dicotomia fragile, perché è difficile definire il confine che non andrebbe superato. Quello dell’occupazione completamente illegale? Quello dell’occupazione divenuta legale tramite assegnazione? O il superamento di un determinato importo economico per l’affitto? E dove si collocano da questo punto di vista le occupazioni che hanno acquistato l’immobile, diventando proprietarie? E tutti quei percorsi di istituzionalizzazione che, in Italia e all’estero, costruiscono piattaforme economiche e giuridiche per trasformare le occupazioni in nuove istituzioni, dalla sottoscrizione popolare al Mietshäuser Syndikat, passando per i regolamenti dei beni comuni?

Non bisogna dimenticare che l’associazionismo – anche quello più organizzato –  ha avuto un ruolo di primo piano nelle iniziative a favore dello sgombero del Leoncavallo a Milano e dell’Askatasuna a Torino. Ogni ecosistema cittadino è tenuto a trovare, nel mutare dei tempi e dei rapporti di forza, nuovi equilibri tra spazi sociali e culturali diversi, equilibri propri.

Il quinto punto, infine, ha a che fare con la percezione dell’innovazione sociale, che assume significati profondamente diversi a seconda che venga analizzato da una prospettiva orientata al policy-making e all’efficienza dei servizi o da una matrice sociologica e critica legata ai territori. Semplificando, nell’approccio manageriale (di cui sono stati alfieri l’imprenditore civico Geoff Mulgan e il centro inglese per l’innovazione NESTA), l’innovazione sociale è definita principalmente come lo sviluppo di nuove idee, sotto forma di prodotti, servizi e modelli, che soddisfano bisogni sociali e allo stesso tempo creano nuove relazioni o collaborazioni. In questa visione, l’attenzione è rivolta a ciò che funziona per trovare soluzioni a sfide complesse, solitamente in un’ottica di contrazione di ruolo e funzioni dello stato e spesso nell’ibridazione tra istituzioni pubbliche, imprese sociali, grandi corporation e tecnologia.

Al contrario, la scuola sociologica europea guidata da Frank Moulaert e Serena Vicari Haddock rifiuta la logica puramente manageriale e interpreta l’innovazione sociale come un processo di trasformazione delle relazioni socio-politiche ed economiche locali. È un approccio territoriale fondato sulla soddisfazione dei bisogni umani fondamentali dei gruppi più vulnerabili, sulla modifica dei rapporti di potere attraverso l’emancipazione dei soggetti esclusi e sull’aumento della capacità di azione collettiva. 

In questo senso, c’è un dibattito ancora tutto da sviluppare all’interno dei mondi dell’innovazione sociale sul rapporto tra tecnica, politica e policies.

Questi temi – e molti altri – sono tutti sul tavolo. Stiamo vivendo un’epoca di nuova crudeltà, i cui effetti si riversano sulle vite di tutte e tutti e sulle città in cui viviamo, trasformate in campi di saccheggio per la finanza globale. Credo che per trovare risposte ci sia bisogno di costruire nuove alleanze larghe – politiche e teoriche – tra soggetti che tradizionalmente non siedono agli stessi tavoli. Ne sono un buon esempio la rete No Kings Italy contro i riarmi e le derive autoritarie, o il Social Forum Abitare che mette in rete le esperienze locali per il diritto alla casa e la città pubblica. In entrambi i casi si tratta di alleanze ampie che uniscono centri sociali, circoli, reti di cooperazione, collettivi e sindacati (molti dei quali sarebbe stato impensabile vedere agli stessi tavoli solo pochi anni fa) per incidere sul dibattito politico e sulla costruzione di immaginari.

Anche per quello che riguarda gli spazi che agiscono sui territori, forse ha senso concentrarsi più su cosa si può costruire di nuovo e necessario piuttosto che su quali nuovi confini dobbiamo erigere.

Bertram Niessen

Bertram Niessen si occupa di società, cultura e territori. Nel 2012 co-fondatore del Premio cheFare, dal 2014 è Presidente e Direttore Scientifico dell’omonima agenzia. Si occupa di progettazione culturale, curatela, advisory per le istituzioni e le organizzazioni.  Collabora con radio e riviste, ed è autore di numerosi articoli in riviste specializzate e capitoli in opere collettive; il suo ultimo libro è Abitare il Vortice (UTET, 2023).

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