Cosa può insegnarci la musica? In questa lectio magistralis, tenuta in occasione del conferimento del Premio alla Carriera - Premio Sila ’49, il musicista Paolo Fresu parla, come in una improvvisazione jazz, della Sardegna, del presente in cui viviamo, di strumenti musicali antichi e della bellezza di suonare in gruppo.
Credo di non aver mai ricevuto un premio alla carriera e, in realtà, ne sono felice, perché spero che la mia carriera sia ancora lunga. Sono altrettanto felice di riceverlo qui, in questo luogo in cui avverto un’idea precisa di società, quasi un’architettura sociale fondata sulla resistenza e sulla resilienza.
Resilienza è una parola che oggi sembra non si usi più. Forse perché è stata abusata, forse perché è diventata desueta. Eppure dovremmo tornare ad abusare delle parole che non utilizziamo più, di quelle che a volte sembrano proibite, nascoste, accantonate. Sono spesso proprio quelle parole a ricordarci ciò che conta.
Non ho voluto scrivere questa lectio magistralis. Sono un improvvisatore, un musicista jazz, e desideravo che le parole ascoltate degli altri, ascoltate prima di salire sul palco, poco fa potessero già diventare una motivazione, un suggerimento, una traccia importante da seguire.
Si è parlato di semplicità. Prima di raccontarvi qualcosa del mio percorso, vorrei partire proprio da qui: dal fatto che, in questo momento storico, non si parla quasi mai delle storie normali. Si parla sempre delle cose anormali. Sui giornali finiscono soprattutto gli eventi eccezionali, traumatici, fuori misura. Quando qualcuno fa compie qualcosa una cosa di importante, sembra quasi che ci sia sempre bisogno di giustificarlo attraverso un elemento anomalo, attraverso una ferita, una frattura, una stranezza.
Accade nel cinema, accade talvolta nei libri, accade anche nelle storie dei musicisti jazz. Penso a Charlie Parker, penso a Miles Davis. Sembra che ciò che noi definiamo genio debba necessariamente nascere da una condizione fuori dall’ordinario, da una qualche forma di irregolarità, di eccesso, di tormento.
E invece io credo che ci sia una grande forza anche nelle storie normali. Nelle vite semplici. Nei percorsi costruiti giorno dopo giorno, senza clamore, senza bisogno di essere deformati per apparire più interessanti. La normalità non è assenza di profondità. Può essere, al contrario, il luogo in cui si formano le radici più solide. Quelle da cui, un giorno, si può anche spiccare il volo.
Ogni tanto i giornali italiani mi propongono delle lunghe interviste. Prima di accettare, spesso vado a leggere quelle le interviste precedenti, quelle già pubblicate. In genere sono ritratti, spesso costruiti nel periodo estivo, quando apparentemente c’è meno da raccontare.
E mi accorgo che molte volte sono storie di persone considerate fuori dall’ordinario: persone che hanno affrontato una malattia, che hanno dovuto superare un trauma, che hanno attraversato un dramma. Allora rispondo sempre con sincerità: sono volentieri disponibile a fare l’intervista, sappiate che io sono una persona normale. Pertanto non so quanto valga la pena raccontarmi.
Poi, però, accetto. Perché credo sia necessario raccontare anche la normalità. Le persone normali sono molte di più di quelle che finiscono sui giornali per i motivi più disparati, spesso non per quelli migliori. Sono molte di più di quelle che fanno rumore, di quelle più agguerrite, di quelle che sembrano voler distruggere ciò che altri provano a costruire.
La società che appare più visibile non è sempre la società reale. C’è una parte del mondo che grida, occupa spazio, impone la propria voce. E c’è una parte molto più ampia, silenziosa e tenace, fatta di persone che costruiscono, che edificano, che abbattono i muri invece di alzarli. Fortunatamente, queste persone sono molte, molte di più.
Credo che sia proprio questo a darci ancora la spinta per continuare. Anche attraverso un soffio. Attraverso una nota lunga. Attraverso un suono capace di raccontare un afflato, una poesia, una memoria che ci riporta indietro nel tempo e ci aiuta a guardare il presente.
Non so se tutto questo basti a cambiare il momento così difficile che stiamo vivendo. So però che continuare a costruire, continuare a suonare, continuare a cercare bellezza e relazione è già una forma di resistenza.
Penso che l’afflato, il respiro, il battito del cuore di ciascuno di noi, il respiro di ciascuno, il battito del cuore di ognuno, al di là di ciò che si dice, siano uguali in ogni parte del mondo. E penso che proprio da questa uguaglianza profonda possa nascere una straordinaria sinfonia, forse capace davvero di cambiare questo pianeta.
Che cos’è il soffio? È quella nota lunga che ho suonato prima di queste parole, quella nota che sembra non cambiare, che resta apparentemente sempre uguale. Naturalmente io prendevo fiato in un altro modo, con una tecnica diversa. Eppure quella nota dimostra una cosa: il suono è una delle parti più importanti delle nostre vite.
Senza suono non c’è vita.
Spesso abbiamo paura del silenzio assoluto, perché quando il suono viene meno si apre il buio, si avverte qualcosa che assomiglia alla morte. Non so se qualcuna o qualcuno di voi sia mai entrato in una camera anecoica, uno di quei luoghi costruiti per cancellare ogni rumore. Ce n’è una a Ferrara, una nel Massachusetts, una a Parigi presso l’IRCAM, sotto la Place Igor-Stravinsky a due passi dal Centro Pompidou. Sono spazi in cui non arriva nessun suono dall’esterno.
E che cosa sentiamo, allora, in quei luoghi? Sentiamo soltanto noi stessi. Sentiamo il sangue che scorre nelle vene, il battito del cuore, il movimento del corpo, forse persino il rumore dei pensieri.
Non possiamo restare a lungo in quei luoghi. Dopo pochi minuti arriva una sensazione claustrofobica, una forma di paura profonda. Perché quando il suono scompare del tutto, abbiamo l’impressione di avvicinarci a qualcosa che non appartiene più alla vita.
Il suono, allora, non è soltanto musica. È presenza. È relazione. È la prova che siamo vivi, che respiriamo, che siamo dentro il mondo insieme agli altri.
Il suono racconta la genesi non soltanto delle nostre vite, ma anche delle vite di coloro che sono venuti prima di noi. Ci sono luoghi estremamente sonori, luoghi in cui il suono custodisce memoria, identità, appartenenza.
Oggi esiste anche il boato delle guerre. Anche quello è un suono. È un suono non modulato, un suono che trascina altrove, che non costruisce relazione, che porta distruzione. Esiste il suono di una tromba usata nelle battaglie, per chiamare allo scontro. Ed esiste un’altra tromba, la mia, come quella di Chet Baker, capace invece di disegnare qualcosa di profondamente poetico, di emozionare, di costruire ancora una volta invece di distruggere.
Esistono poi, idealmente, luoghi del nostro Mediterraneo in cui il suono diventa la rappresentazione di un mistero profondo. Questo Mediterraneo così complesso, oggi spesso luogo di morte silenziosa, silenziosa almeno per noi che restiamo a guardare da lontano. Non lo è per chi quei momenti li vive, né per le persone che ogni giorno provano a salvare vite in mare.
Uno di questi luoghi è la Sardegna.
Il suono che ho eseguito prima l’ho appreso dai suonatori di launeddas. Le launeddas sono lo strumento polifonico più antico del Mediterraneo: hanno circa tremilacinquecento anni. Sono formate da tre canne e, pur nella loro apparente semplicità, riescono a creare quasi un’orchestra.
È uno strumento primitivo, arcaico, e allo stesso tempo straordinariamente complesso. Produce una grande architettura sonora attraverso il bordone, un suono lungo, continuo, intorno al quale nascono le fioriture melodiche.
Le launeddas si suonano con la tecnica della respirazione continua, la stessa che ho utilizzato poco fa mentre eseguivo quella nota lunga. Naturalmente prendevo fiato. Una volta, in Canada, durante uno spettacolo con Gianmaria Testa, una giornalista gli chiese: “Ma come fa Fresu a suonare senza mai smettere?”. E lui rispose: “Ha delle pile, delle batterie”. Naturalmente non era così.
È una tecnica precisa: si prende aria dal naso e, contemporaneamente, si spinge fuori l’aria dalla bocca. In quel momento il corpo diventa una sorta di cornamusa, uno strumento che conoscete bene anche in questi territori e che appartiene profondamente anche alla Sardegna.
Poi c’è un altro luogo, dall’altra parte del mondo. Se dalla Sardegna si potesse scavare un buco diretto verso il lato opposto del pianeta, si arriverebbe in Australia, nella terra degli aborigeni e dei suonatori di didgeridoo. Anche quello è uno strumento arcaico, un grande tubo sonoro, suonato con la stessa tecnica della respirazione continua.
Questa lezione ha un titolo: Le radici e le ali. È un titolo che mi è sempre piaciuto molto.
Ci sono molti libri che portano questo titolo, Le radici e le ali. C’è una citazione attribuita a Goethe. C’è stata anche una trasmissione molto popolare in Francia, credo alla fine degli anni Novanta, che parlava di territorio, di cultura, di appartenenze, di radici precise.
Le radici e le ali sembra quasi un ossimoro.
Le radici rimandano all’attaccamento, alla cura del passato, ai valori, alla lingua, alla musica, a tutto ciò che rappresenta una cultura. Sono ciò che ci è stato consegnato dai nostri genitori, dai nostri avi, dalle comunità da cui proveniamo.
Le ali, invece, sembrerebbero spingerci altrove. Sembrerebbero chiederci di andare avanti, di correre, di lasciarci qualcosa alle spalle. E quando si corre, a volte, si rischia di dimenticare. Alcuni corrono proprio per questo: per tagliare ogni legame con il passato, per cancellare ciò che è stato.
Io credo, invece, che memoria e futuro siano profondamente legati. Solo se restano insieme possiamo ambire a un futuro diverso da quello che stiamo vivendo e da quello che rischiamo di consegnare ai nostri figli. E questa è una responsabilità enorme.
Mio figlio ha compiuto diciotto anni il 19 gennaio. Sui social non amo parlare di me stesso, né di ciò che faccio. Preferisco condividere pensieri, temi, questioni che considero più importanti. Quel giorno, però, mia moglie, senza dirmi nulla, aveva scritto un post per i diciotto anni di nostro figlio.
Mi sono chiesto: che cosa faccio adesso? Resto in silenzio? Rischio di fare una figuraccia?
Allora ho scritto anch’io un post per lui. E quel post cominciava con una parola semplice: scusa.
Gli ho scritto: Andrea, la prima cosa che devo fare è chiederti scusa per il mondo che ti stiamo lasciando. Poi ti farò gli auguri per il futuro, un futuro che spero sia prospero, luminoso, lungo, pieno di possibilità. Prima, però, sentivo il bisogno di chiederti scusa.
Perché credo che oggi la nostra responsabilità sia proprio questa: consegnare al futuro un mondo diverso da quello che stiamo vivendo. E possiamo farlo solo se non dimentichiamo ciò che siamo stati e ciò che siamo.
Io sono figlio di un pastore. Mio padre faceva il pastore e il contadino, come accadeva spesso anche qui: uomini abituati alla terra, agli animali, alla fatica quotidiana. Aveva un gregge di pecore e, quando potevo, quando non andavo a scuola, lo aiutavo a mungerle.
Era un uomo con un suo punto di vista sul mondo preciso. Aveva fatto soltanto la terza elementare, perché non aveva avuto la possibilità di studiare. Una volta, durante il festival jazz che organizzo nel mio paese ormai da trentanove anni, arrivò un giornalista importante del «Corriere della Sera», Luigi Offeddu. Fece anche un’intervista a mio padre, senza che io lo sapessi.
Il giorno dopo uscì un grande articolo sul «Corriere della Sera». Il giornalista raccontava l’incontro con quest’uomo straordinario, a suo modo, e scriveva che aveva fatto la seconda elementare. Lessi l’articolo e lo portai con orgoglio a mio padre.
Lui lo lesse con attenzione, poi mi disse: “Paolo, non va bene. Devi dire al giornalista di cambiare l’articolo”.
Gli risposi: “Papà, non si può cambiare. Ormai è uscito”.
E lui: “Sì, ma qui c’è scritto che ho fatto la seconda elementare. Io ho fatto la terza”.
Allora prese una penna e, semplicemente, corresse quella parola.
Era un uomo saggio, molto saggio, come spesso lo sono gli uomini della terra. Ed è per questo che la mia lezione, Le radici e le ali, porta con sé anche un sottotitolo: perché non si può volare se non si parte dalla terra.
La Sardegna è un luogo di terra. Non è soltanto un luogo di mare. O meglio: è insieme luogo di mare e luogo di terra. Non ci sarebbe terra, del resto, se non ci fosse il mare a disegnarla, a contenerla, quasi a tracciarne il perimetro con un dito.
Mio padre scriveva poesie in sardo. Il sardo è stata la prima lingua che ho appreso e ancora oggi continuo a parlarlo. Con mia madre, che ha cent’anni, parlo in sardo. Parlo in sardo con mio fratello, con molte delle persone con cui mantengo relazioni profonde in Sardegna.
Mio padre scriveva poesie in sardo e raccoglieva parole desuete, parole che stavano scomparendo. Le annotava su piccoli foglietti di carta. Ne aveva sempre tanti in tasca, insieme a un lapis, come lo chiamava lui.
Quando una parola gli tornava in mente, magari mentre zappava nella vigna o nell’orto, o mentre mungeva le pecore, prendeva uno di quei foglietti, scriveva la parola, ne segnava il significato in italiano e poi riponeva tutto dentro una grande busta di plastica.
Era il suo modo di salvare la memoria. Di impedire che una lingua, e con essa un mondo intero, scivolasse via senza lasciare traccia.
In seguito presi tutte quelle parole e le trasferii sul mio computer. Un giorno decisi di stamparle, in modo molto artigianale, e di farne un piccolo libro, molto artigianale. Glielo regalai a Natale.
Lui lo guardò e mi disse: “Non è possibile. Tutte le parole che ho scritto non possono stare dentro un computer”.
Gli risposi: “Papà, è un computer. Dentro possono starci molte più cose di queste”.
La cosa più bella di lui, però, era il metodo che aveva elaborato per suo modo di non perdere le parole. Quando era nella vigna e gli veniva in mente una parola che rischiava di dimenticare, se non aveva nulla su cui appuntarla, con cui scriverla prendeva un pezzo di vite e la tracciava per terra. Il giorno dopo, se non aveva piovuto, tornava lì, la ritrovava e la trascriveva su uno dei suoi foglietti. Poi, a casa, la inseriva in quel piccolo dizionario artigianale che stava costruendo giorno dopo giorno.
Quando comprai la mia prima casa, con i soldi guadagnati da trombettista jazz, era il 1988. Ne ero molto fiero. Dai miei genitori avevo ricevuto moltissimo, davvero moltissimo, ma certamente non denaro, perché in casa non ce n’era. C’era però una tromba. Quella sì. Me l’avevano data loro, e poi vi racconterò come andò.
Quella casa la comprai sull’Appennino tosco-emiliano, perché era l’unico luogo in cui potevo permettermela. A Bologna, naturalmente, sarebbe stato impossibile.
Era una casa in campagna, con un piccolo pezzo di terra. Andai a prendere i miei genitori a Civitavecchia, in macchina, per portarli a visitare quel luogo che avevo acquistato.
Facemmo tutto il viaggio, poi imboccammo un vialetto, una strada sterrata, e arrivammo nel piazzale davanti alla casa. Io ero piuttosto teso. Non sapevo se ai miei genitori sarebbe piaciuta, se avrebbero capito quella scelta, se l’avrebbero sentita giusta.
Mia madre entrò subito in casa. Era una donna concreta., una donna di fatti. Cominciò a guardare la cucina, le camere da letto, gli infissi, tutte quelle cose che per lei contavano davvero.
Mio padre, invece, rimase fuori. Restò vicino alla macchina, in silenzio, guardandosi intorno. Io lo osservavo dalla porta di casa e mi chiedevo: gli piacerà? Non gli piacerà? Avrò fatto l’acquisto giusto?
Dopo dieci minuti presi coraggio, mi avvicinai e gli chiesi: “Allora, che ne pensi di questo posto?”
Lui mi rispose: “Bravo. Hai più alberi di me”.
In quel momento ho capito l’importanza della terra. La terra da cui si parte, da cui ci si muove, attraverso la quale si può anche imparare a volare.
Poi, da bambino, ho incontrato la musica.
Ricordo bene con precisione la prima volta. Ero piccolissimo. Forse i miei genitori o qualche amico di famiglia, mi avevano regalato un’armonica a bocca. Io suonavo quel piccolo strumento, avrò avuto quattro anni.
Abitavamo in cantina. Nei piani alti della casa non si andava quasi mai, perché erano considerati il luogo buono, quello da preservare. Non ho mai capito fino in fondo perché, ma allora funzionava così: la vita quotidiana si svolgeva sotto, negli spazi più semplici, più vissuti, più vicini alla terra.
Abitavamo in cantina, dunque. Lì c’erano mio padre, mia madre, gli amici di mio padre e di mia madre, anche loro pastori e contadini. A Carnevale ballavano su un pavimento pieno di stelle filanti, mentre io suonavo la mia armonica a bocca.
Poi arrivò il primo vero incontro con la musica. Passava la banda del paese, una banda che esiste ancora oggi e nella quale continuo a suonare quando sono a Berchidda. Io non vedevo l’ora di sentirla arrivare. Uscivo persino in pigiama e mi infilavo in mezzo ai musicisti.
In casa avevamo una tromba. I miei genitori l’avevano comprata di quarta o quinta mano, perché più di così non potevano permettersi. L’avevano presa per mio fratello, più grande di me di cinque anni. Poi lui smise di suonare e i miei pensarono bene di sistemare quella tromba nella parte più alta della libreria. Io ero piccolo e avevano paura che potessi toccarla, magari romperla.
Da bambino avevo un solo sogno: riuscire a toccare quella tromba.
Non c’era nient’altro. Non c’era internet, non c’era la televisione, non c’erano molti libri. Pensate di quale tempo stiamo parlando. Quella tromba, per me, era un mondo intero.
Quando mi chiedono che cos’è la musica, io rispondo che la musica è l’odore dell’olio dei pistoni della tromba. È quell’odore preciso. preciso, concreto, fisico. L’odore dell’olio con cui bisogna lubrificare quei tre pistoni, perché altrimenti si fermano. È da lì che per me tutto è cominciato: da un suono desiderato prima ancora di essere suonato, da uno strumento guardato dal basso, come qualcosa di irraggiungibile, e poi diventato parte della mia vita.
Era un odore acre, simile a quello dell’olio delle vecchie macchine da cucire. Forse qualcuno di voi lo ricorda. Io ricordo benissimo quella custodia della tromba: era di legno nero, foderata all’interno con un velluto rosso. Aprirla, per me, era come toccare il cielo con un dito.
Ogni volta che sollevavo il coperchio venivo investito da quell’odore: l’olio dei pistoni, il metallo, la tromba. Era un profumo forte, concreto, indimenticabile. Ancora oggi, quando penso alla musica, penso anche a quell’odore.
Poi sono entrato nella banda “Bernardo Demuro”. Poi ho suonato musica leggera, fino a quando ho incontrato il jazz. Prima ancora, però, avevo incontrato il suono. Proprio quel suono che avete ascoltato poco fa.
Suonavo nella banda del paese e avevo una grande fortuna: condividere la musica con gli altri. Si potrebbe pensare che la musica sia sempre condivisione, eppure non accade così spesso. Ci sono musicisti che non hanno mai davvero l’opportunità di confrontarsi con altri, magari perché vivono in luoghi dove non ci sono altri musicisti. Anche nei Conservatori, per esempio, molti pianisti studiano per anni da soli, senza mettere subito il proprio suono al servizio di un insieme.
Io, invece, a undici anni entrai in banda e fin dal primo giorno condivisi il mio respiro, il mio suono, con quello di altri cinquanta musicisti.
Lo ricordo come fosse ieri. Indossavo la divisa con i lustrini e la lira disegnata. Ero fierissimo, emozionato, agitatissimo. Dovevamo suonare durante una processione, probabilmente il Venerdì Santo. o qualcosa di simile. Bisognava stare attenti a tutto: alla musica, ovviamente, al passo, al piede giusto da mettere avanti insieme agli altri.
Era già una scuola di vita. Perché nella banda impari subito che il tuo suono conta, ma conta ancora di più il modo in cui entra in relazione con quello degli altri.
Nella banda bisogna partire sempre tutti insieme, con lo stesso piede. È quello che in musica si chiama downbeat: il primo battito, il punto da cui tutto comincia.
A un certo punto avevamo sistemato sulla lira della tromba una marcetta molto conosciuta in paese. Si chiamava Topolino. Era una melodia molto orecchiabile, molto amata, la conoscevano tutti.
Cominciammo a suonarla. Dietro di me c’era un altro trombettista, molto più grande di me e molto più esperto. Si chiamava Giancarlo. A un certo punto mi accorsi che lui stava suonando qualcosa di diverso rispetto a me.
Io guardavo la mia parte e pensavo: com’è possibile? Io ho questa musica davanti. Lui dovrebbe avere la stessa. Eppure sta suonando altro.
In realtà Giancarlo stava semplicemente trasformando un po’ la musica. Stava “svisando”, come si dice nel linguaggio della musica leggera. Era, in qualche modo, una primitiva forma di jazz prima ancora che io sapessi davvero cosa fosse il jazz. Lui prendeva la melodia, la spostava, la arricchiva, la faceva diventare altro.
Quel giorno ho compreso la bellezza della condivisione musicale. Che poi è la stessa bellezza della condivisione delle nostre vite, di ciò che siamo e di ciò che facciamo. Ho capito la ricchezza della differenza: il fatto che una voce possa partire da una melodia comune e poi trovare una strada propria, senza rompere l’insieme, anzi rendendolo più vivo.
È questo che il jazz insegna. La musica come dialogo, come relazione, come interplay, per usare una parola che nel jazz amiamo molto. La capacità di dire qualcosa e poi lasciare che quella cosa maturi, cresca, passi in un’altra bocca, in un altro pensiero, in un altro strumento.
La musica diventa così un luogo in cui nessuno resta solo. Ognuno porta il proprio suono, la propria differenza, la propria deviazione. E proprio da quella differenza nasce qualcosa di più grande.
Ed è così che nasce la musica.
Pensate a un’orchestra classica che suona Beethoven, Mozart o Mahler. Pensate ai Berliner Philharmoniker, ai Wiener Philharmoniker, all’Orchestra della Scala di Milano. Sono orchestre diverse, ciascuna con un proprio suono. Un suono riconoscibile, indipendentemente dal repertorio che eseguono e, in parte, anche dal direttore che in quel momento le guida.
In un’orchestra ci sono venti violini, quindici viole. Per eseguire la Sinfonia n. 9 di Gustav Mahler servono, credo, nove contrabbassi. È una delle scritture più incredibili dal punto di vista della strumentazione. Ci sono trombe, tromboni, fagotti, corni, flauti, percussioni, una quantità enorme di strumenti.
Uno potrebbe chiedersi: perché venti violini? Non ne bastavano due, cinque, dieci? Perché nove contrabbassi?
Certo, c’è anche una ragione di volume, di equilibrio sonoro. La vera ricchezza, però, nasce da un’altra cosa: tante voci apparentemente uguali, che in realtà sono tutte diverse. È quella somma di differenze a creare il suono vero.
Ed è quello che dovremmo fare ogni giorno, costruendo il nostro presente e la nostra società. Mettere insieme pensieri vicini, affini, capaci di riconoscersi, e allo stesso tempo pensieri leggermente diversi, capaci di aggiungere sfumature, profondità, movimento.
Venti violini che suonano lo stesso passaggio non sono mai una voce sola. Sono venti personalità, venti storie, venti modi diversi di respirare, ascoltare, vibrare. Si sommano e diventano un’unica voce, più potente, più originale, più riconoscibile.
È questo che fa sì che un’orchestra abbia una propria identità, che suoni in modo diverso da un’altra, che la sua voce non sia mai anonima. Perché anche quando tutti leggono la stessa partitura, ciascuno porta dentro quel suono la propria storia.
Questa, secondo me, è una delle metafore più importanti che la musica possa offrirci. Perché racconta quanto le diversità siano capaci di creare bellezza, forza, possibilità. Racconta quanto, insieme, possiamo modificare ciò che abbiamo davanti e provare davvero a cambiarlo.
Quel suono originario da cui sono partito oggi, quella nota unica che vi ho fatto ascoltare, almeno per me rappresentava proprio questo. Non so cosa abbiate percepito voi, forse anche lo stupore di vedere qualcuno che apparentemente non respira. Eppure quella nota era, di fatto, la rappresentazione di un pensiero.
Un pensiero che appartiene a tutti.
Nel momento in cui quella nota viene depositata in questo luogo, comincia a muoversi nell’aria e tocca le corde di ciascuno e di ciascuna. La musica arriva in modi diversi: ad alcuni attraverso lo stomaco, ad altri attraverso il cuore, ad altri ancora attraverso la mente. Dipende da come ci apriamo alla musica, da come ci disponiamo davanti a una forma artistica, da quanto siamo pronti a lasciarci attraversare.
Quella nota, mentre vibra nello spazio, raggiunge tutte le persone presenti. E l’emozione, proprio per questo, si amplifica.
È come quando si va al cinema. Guardare un film a casa è una cosa, vederlo in sala è un’altra. A casa si ride, a casa si piange. Al cinema, però, si ride di più e si piange di più. Forse perché l’emozione degli altri diventa anche la nostra. Forse perché in una sala buia, insieme a sconosciuti che stanno vivendo la stessa storia, ci si vergogna meno di ridere, di commuoversi, di lasciarsi andare.
La musica fa qualcosa di simile. Trasforma un’emozione individuale in un’esperienza collettiva. Prende un suono solo e lo consegna a tutti, facendo di quel suono uno spazio comune.
È questa l’idea di società che la bellezza può contribuire a costruire: una società capace di unirsi, di rafforzarsi, di riconoscersi.
Da questo punto di vista, credo che la riflessione di oggi su ciò che l’arte può dare in un momento così complesso sia estremamente importante. Spesso pensiamo all’arte come a qualcosa di effimero. Consideriamo effimero tutto ciò che non si vede, tutto ciò che non si tocca, tutto ciò che non ha un valore immediatamente misurabile.
La telecamera che ora mi sta riprendendo, per esempio, non è effimera: ha un costo preciso. Anche questo microfono ha un valore materiale. Ma quella nota che ho suonato poco fa ha un prezzo? Io credo di no. Ed è proprio per questo che spesso tendiamo a collocare le cose in un ordine sbagliato, a costruire gerarchie che non corrispondono davvero ai bisogni più profondi delle nostre vite.
Nelle società di oggi esistono cose considerate prioritarie, perché visibili, concrete, quantificabili. E poi esistono altre cose che sembrano accessorie, come se, in fondo, potessero anche mancare. La musica, i libri, le fotografie, le mostre, la poesia, l’emozione davanti a un’opera d’arte finiscono spesso in questa seconda categoria.
Eppure credo che proprio da questa rimozione nascano molte delle ferite del nostro tempo.
Se ciascuno di noi fosse più attento, più capace di ascoltare, di approfondire, di sentire davvero la musica, di leggere un libro, di entrare in una mostra, di guardare una fotografia, di emozionarsi davanti alla bellezza, forse il mondo sarebbe diverso. Forse saremmo meno disposti ad accettare l’orrore, la violenza, la distruzione, tutto ciò che oggi attraversa il nostro tempo e ferisce i nostri simili.
Perché davanti agli altri esseri umani non possiamo ragionare come se fossero numeri, distanze, immagini lontane. Non possiamo restare indifferenti. Non possiamo continuare a fare ciò che facciamo come se non ci riguardasse.
L’arte non salva il mondo da sola. Però può educarci a sentire. Può ricordarci che l’altro esiste, che il dolore dell’altro ci riguarda, che la bellezza non è un lusso: è una forma di responsabilità.
La bellezza della musica, la bellezza dell’arte, dovrebbero tornare a raccontare un’idea di umanesimo. Anche questa, forse, è una parola diventata desueta. Eppure è una parola necessaria.
Umanesimo significa capacità di riconoscere l’altro come persona. Semplicemente. Al di là del luogo in cui vive, della sua condizione sociale, della sua condizione economica, della religione, del colore della pelle, della lingua che parla.
Dovremmo imparare a guardarci dentro un mondo rotondo, abitato non soltanto da noi esseri umani, ma anche dagli animali, dalle piante, da tutto ciò che vive e che dovrebbe avere un ruolo, un rispetto, una dignità.
Da questo punto di vista la Sardegna, la terra che mi ha forgiato e mi ha insegnato molte cose, è un luogo rotondo. Lo è prima di tutto perché è perimetrata dal mare. Lo è perché assomiglia quasi a un continente.
C’è un bellissimo libro degli anni Sessanta di Marcello Serra che si intitola proprio Sardegna quasi un continente. In quel libro Serra racconta come, attraversando l’isola da Porto Torres fino a Cagliari, si incontrino persone diverse, volti diversi, storie diverse. Si incontrano nuraghi, domus de janas, tracce puniche e fenicie, basiliche romanico-pisane, paesaggi che cambiano, memorie che si sovrappongono.
Si incontrano anche lingue diverse.
La Sardegna è un’isola linguisticamente forte, profondamente identitaria. Io parlo il logudorese, la lingua che si parla nel nord dell’isola. Se mi sposto verso Cagliari, già nel centro della Sardegna incontro una lingua molto diversa dalla mia. Spesso le parole si assomigliano, ma vengono pronunciate in modo differente, portano un altro suono, un’altra cadenza, un’altra storia.
E poi c’è il catalano di Alghero, il genovese di Carloforte… Dentro la stessa isola convivono mondi diversi, radici diverse, memorie diverse. Ed è proprio questa pluralità a renderla così ricca, così viva, così capace di insegnarci che l’identità non è mai chiusura: è relazione.
Ci sono poi il campidanese, il gallurese, il sassarese e molte altre varianti. Per questo la Sardegna è davvero quasi un continente. È un luogo in cui il cerchio si chiude, come accade nelle isole: piccoli mondi compiuti, circondati dal mare, capaci di custodire dentro di sé una straordinaria varietà.
Mi piace pensare alla Sardegna come a un sasso gettato nel Mediterraneo. La Sardegna, la Sicilia, tutte le nostre isole, grandi e piccole, sono come pietre lanciate nell’acqua.
Quando un sasso cade nel mare, genera cerchi concentrici. Quei cerchi si allargano, si muovono, raggiungono ostacoli, lambiscono coste più o meno vicine. E allora mi piace immaginare che la Sardegna sia proprio questo: un sasso gettato nel Mediterraneo, capace di toccare tutto ciò che quel mare contiene e disegna.
L’Africa del Nord, la Grecia, il Peloponneso, il Libano, la Catalogna, la Spagna, la Francia: ogni riva, ogni approdo, ogni storia che si affaccia su quel mare viene in qualche modo raggiunta da quei cerchi.
Questo significa anche assumersi una responsabilità. Perché tutto ciò che facciamo si propaga. Oggi più che mai, nel mondo contemporaneo, ogni gesto, ogni parola, ogni scelta può viaggiare lontano e toccare qualcosa o qualcuno.
Le nostre azioni non restano mai ferme. Ciò che diciamo qui, adesso, ciò che facciamo in questo momento, può arrivare molto lontano. Può produrre qualcosa di buono, può generare consapevolezza, relazione, bellezza. Talvolta può anche produrre qualcosa di negativo, se non siamo attenti alla responsabilità delle nostre parole e dei nostri gesti.
In questo senso, la Sardegna è anche un luogo di trasmissione. Un server naturale, potremmo dire oggi: un punto da cui partono segnali, memorie, suoni, lingue, storie, destinati a raggiungere altre rive.
I primi esperimenti legati a Internet, in Italia, sono stati fatti anche in Sardegna. Ricorderete Tiscali, naturalmente, ma ancora prima nacquero piccole società, progetti che oggi chiameremmo start up, anche se allora questa parola non esisteva ancora. Erano esperienze nate in Sardegna prima che altrove.
A prima vista può sembrare strano, eppure ha un significato profondo. Un’isola viene spesso percepita come un luogo chiuso, un luogo da cui è difficile uscire. Essere isolani, nell’immaginario comune, significa talvolta essere imbrigliati in qualcosa che blocca, che ferma, che riduce le opportunità.
Io, invece, ho sempre pensato che l’isola potesse essere uno straordinario strumento di connessione con il mondo.
Quando eravamo ragazzi e ci ritrovavamo nelle case degli amici o nei bar, parlavamo spesso di insularità. Se ne parlava quasi sempre come di una piaga, come di una condizione sfavorevole, come di una barriera. Bisognava prendere la nave, bisognava prendere l’aereo quando era possibile, soprattutto bisognava attraversare il mare.
Io, invece, ho sempre sentito che quell’isola, proprio perché così forte, così ricca, così diversa, poteva diventare una straordinaria opportunità di dialogo e di scambio con gli altri.
Per me è stato davvero così.
Sono nato come musicista jazz in Sardegna, da autodidatta. Non ho studiato jazz in modo accademico. Ascoltavo i dischi di Miles Davis, di Chet Baker, cercavo di trascrivere nota per nota quello che sentivo. Provavo a capire quel linguaggio, a farlo mio, a portarlo dentro la mia storia.
E forse proprio l’isola mi ha insegnato questo: che una radice profonda non ti impedisce di partire. Al contrario, può diventare il punto esatto da cui cominciare a guardare il mondo.
Quando poi sono arrivato a Roma e a Milano, mi accorgevo che gli altri riconoscevano in me una diversità, un’originalità di fondo. Credo dipendesse dal fatto che avevo appreso quel linguaggio attraverso l’ascolto, più che dentro una scuola.
Dipendeva anche dal fatto che, evidentemente, nel suono della mia tromba c’era il suono del maestrale. C’era la terra che conoscevo bene e che continuo a conoscere. C’erano le fronde degli alberi, il belato delle pecore, il respiro dei paesaggi in cui ero cresciuto. Tutte cose che, alla fine, entrano nel tuo bagaglio, diventano parte di te e del modo in cui ti esprimi.
Per questo mi piace pensare all’isola come a un server. Un luogo da cui le cose possono partire e, allo stesso tempo, un luogo in cui le cose possono tornare.
L’isola, a mio avviso, va letta sempre in questa direzione: non come spazio chiuso, non come limite, ma come punto di partenza e di ritorno. Un luogo dal quale le idee, i suoni, le esperienze possono muoversi verso il mondo, portando con sé ciò che di buono quell’isola custodisce. Portando con sé anche le domande, le inquietudini, le questioni che nascono dall’insularità.
Anche la Calabria, per certi versi, è un’isola, pur in una forma diversa. È una terra che conosce il senso della distanza, dell’appartenenza, dell’attraversamento. E proprio per questo può diventare anch’essa un luogo di partenza, di ritorno, di trasformazione.
Da trentanove anni organizzo un festival nel mio paese. In quel festival facciamo accadere molte cose. Alcune nascono lì e poi le portiamo fuori, nel mondo. Altre arrivano dall’esterno e, una volta entrate in quel luogo, vengono lavorate, trasformate, alterate, modificate. Diventano qualcosa di diverso da ciò che erano all’inizio.
Ed è questo il punto: quando una cultura è viva, non si limita a conservare. Accoglie, trasforma, restituisce. Non ripete semplicemente ciò che il mercato propone, ma lo attraversa, lo rielabora, lo rende altro.
Da questo punto di vista, dunque, l’isola ha un certo significato preciso.
Se la guardiamo dall’alto, tutto appare ancora più chiaro. Mi è capitato una volta di partire da Parigi per andare in Tunisia. A un certo punto il comandante annunciò di allacciare le cinture perché stavamo per atterrare. Guardai sotto di me e vidi Cagliari. Era lì, dietro l’angolo.
Guardare la Sardegna dall’alto, guardare il mondo dall’alto, rende ancora più evidente quella sua dimensione quasi continentale. Ti fa capire che un’isola non è soltanto un luogo separato dal mare. È un luogo da cui le cose possono partire, in cui le cose possono tornare e, soprattutto, un luogo di confronto.
Lo capivo anche attraverso mia madre.
Quando veniva a trovarmi nella casa sull’Appennino, quella dove mio padre mi disse che avevo più alberi di lui, restava quindici giorni e cominciava a preparare di tutto. Faceva le seadas, i dolci, la pasta fresca, le cose di casa. Poi mi riempiva il freezer per un anno e mezzo. Io, naturalmente, ero felicissimo.
La cosa più curiosa è che portava con sé anche lo zucchero e il sale.
Le dicevo: “Mamma, perché ti porti lo zucchero e il sale da Berchidda? Non ci sono zucchero e sale qui, a Bologna?”.
E lei rispondeva: «Sì, ma non sono la stessa cosa».
Era un pensiero da madre, un pensiero attento, affettuoso, pieno di cura. E raccontava anche qualcosa di più profondo: in un’isola ci sono persone convinte che ciò che hanno sia comunque migliore di ciò che possono trovare altrove.
È un sentimento tenero, a volte buffo, a volte limitante. È il segno di un’appartenenza forte, di un legame profondo con la propria terra. Quella stessa appartenenza che può diventare chiusura, se non la si attraversa, e che può diventare ricchezza se la si mette in dialogo con il mondo.
Molti sardi pensano che non esista al mondo una salsiccia come la nostra, che non esista un vino come il nostro. Così partono con le valigie piene di salsicce, olio, vino, acquavite, formaggi. Soprattutto formaggi. Perché sono convinti che nel mondo non ci sia nulla di più buono di ciò che hanno a casa.
Possiamo anche sorridere di questo, naturalmente. Eppure, dentro quel pensiero apparentemente semplice, ce n’è uno più profondo. Chi pensa che tutto ciò che possiede sia migliore di ciò che hanno gli altri rischia, senza accorgersene, di pensare anche di essere migliore degli altri.
Poi ci sono i sardi che ragionano al contrario: quelli convinti che tutto ciò che arriva da fuori sia sempre meglio. Non parlo necessariamente dei formaggi o delle salsicce, perché quelle sarde sono davvero molto buone, come lo sono le vostre. Parlo di un atteggiamento più generale: l’idea che ciò che viene da fuori abbia automaticamente più valore di ciò che abbiamo noi.
Io credo, invece, che l’insularità possa essere un insegnamento preziosissimo. Può ricordarci che dobbiamo stare semplicemente ad armi pari.
Noi abbiamo cose straordinarie che gli altri non hanno. Gli altri hanno cose altrettanto straordinarie che noi non abbiamo. E possiamo capire davvero il valore di ciò che possediamo solo guardando gli altri, solo muovendoci, viaggiando, cercando di comprendere il prossimo, restando in ascolto.
Esattamente come fanno i musicisti jazz.
Perché il jazz insegna questo: nessuno deve rinunciare alla propria voce, nessuno deve pensare che la propria voce sia l’unica possibile. Bisogna ascoltare, rispondere, accogliere ciò che arriva dagli altri e lasciare che, dall’incontro, nasca qualcosa di nuovo.
È ciò che accade nel mondo della musica. Quando questo accade, quell’isola, quel sasso gettato in mezzo a un mare tutto sommato piccolo come il nostro Mediterraneo, diventa davvero un luogo prezioso. Un luogo da cui partire, da cui muoversi, a cui ritornare.
Qualche anno fa si parlava molto di globale e locale, di glocal. Oggi se ne parla meno. Cambiano i tempi, cambiano le parole, cambiano i linguaggi. Rimane però una questione fondamentale: che cosa possiamo costruire nei piccoli centri? Come possiamo contrastarne lo spopolamento? Come possiamo restituire senso, vita, futuro ai luoghi che sembrano periferici e che invece possono diventare centrali?
A Berchidda, da trentanove anni, portiamo avanti un grande progetto culturale e sociale: la costruzione di un festival. Io sono profondamente convinto che quel festival, che dirigo dal 1988 e che oggi è diventato una delle manifestazioni più importanti del panorama non solo italiano, abbia successo proprio perché si svolge lì.
Nonostante tutte le difficoltà, funziona perché nasce in quel luogo, dentro quella comunità, dentro quella particolare geografia umana e sociale.
Lo stesso festival, con gli stessi artisti e con la stessa formula, realizzato in una grande città o in una città di medie dimensioni, probabilmente non avrebbe lo stesso significato, né lo stesso risultato. Perché a Berchidda esiste un’architettura sociale che permette a tutti, in qualche modo, di contribuire.
Il festival diventa così la cosa più importante di quel luogo. Non un evento calato dall’alto, non un appuntamento estraneo alla comunità, ma qualcosa che appartiene a tutti. Un’esperienza condivisa, costruita insieme, capace di trasformare un piccolo centro in un punto di incontro, di ascolto, di relazione con il mondo.
Le persone si parlano, le persone si ascoltano. La musica diventa così un collante, non solo per la comunità che vive quel luogo tutto l’anno, ma anche per quella comunità più ampia che, in quei giorni, cresce enormemente, fatta di migliaia e migliaia di persone.
La musica diventa un buon motivo per continuare a pensare a quel luogo come a un posto in cui si può vivere, in cui si può restare, in cui si può ancora costruire qualcosa.
Molti anni fa chiamai a Berchidda un grande scultore sardo, Pinuccio Sciola. Forse molti di voi lo conoscono. Lavorava grandi pietre di basalto e trachite, le incideva con una sega elettrica e da quelle ferite faceva nascere suoni. Aveva inventato quelle che poi sono state chiamate sculture sonore: grandi totem di pietra che, toccati con le mani o sfregati con altre pietre, producevano vibrazioni, risonanze, timbri inattesi.
Lo invitai al festival per portare alcune di quelle sculture sul palco. Quell’anno il festival era dedicato alle percussioni. Erano opere molto alte, molto pesanti. Arrivarono con un grande camion e servì un argano per sollevarle e trasferirle sul palco.
Naturalmente non avevamo pensato subito a un dettaglio fondamentale: il palco avrebbe retto il peso di quelle sculture? A un certo punto ce lo chiedemmo. Per fortuna, il palco resse. ce la facemmo.
Ricordo ancora quel pomeriggio. Era agosto, a Berchidda, verso le tre. A quell’ora ci sono quarantasei gradi all’ombra. Eppure, nonostante il caldo, c’era un piccolo gruppo di anziani seduti lì, a guardare.
Osservavano in silenzio quel grande camion, l’argano che sollevava una pietra alla volta, le sculture che venivano adagiate sul palco. Seguivano ogni movimento senza dire una parola.
Era una scena bellissima: la pietra, il suono, il lavoro, la comunità. Tutto sembrava stare insieme in quel silenzio attento.
A un certo punto, dopo quarantacinque minuti di silenzio assoluto, uno di quei signori si girò verso gli altri e disse, in sardo: “No che ndh’aiat de pedra in biddha, b’aiat bisondzu de l’attire dai fora” (“Ma non c’erano pietre a Berchidda? C’era bisogno di portarle da fuori?”).
Letteralmente: possibile che non ci fossero pietre a Berchidda, un paese circondato dal granito, tanto da doverle far arrivare da un altro luogo?
Ho riflettuto molto su quella frase. Perché, dentro quella battuta, c’era qualcosa di più profondo. C’era la rappresentazione di come le cose nuove entrino lentamente in una comunità. Di come all’inizio possano sembrare strane, inutili, persino fuori posto. Poi, piano piano, trovano spazio, vengono comprese, accolte, trasformate in qualcosa che appartiene a tutti.
Quei signori oggi probabilmente non ci sono più, perché parliamo di venticinque anni fa. Eppure al loro posto ci sono altre persone, altre generazioni, altri sguardi.
Mi è capitato di vedere pastori rientrare dalla campagna, entrare al bar e ritrovarsi al bancone con Ornette Coleman. Non so in quale lingua parlassero i pastori di Berchidda con “Ornetto”, come lo chiamarono alcuni. Forse non era necessario saperlo.
C’è però una verità: Ornette Coleman, a Berchidda, non soltanto fece un concerto straordinario. Suonò anche con i pastori del paese.
Ricordo che, prima del concerto, mi spostai dietro il palco perché dovevo presentare la serata. A un certo punto vidi Ornette Coleman entusiasta, insieme a tre ragazzi di Berchidda che conoscevo bene. Erano giovani, vestiti come per la Prima Comunione, con il filo dello strumento che scendeva da una parte.
Uno di loro era Domenico e oggi dirige la banda. Degli altri, sinceramente, non ricordo i nomi. A un certo punto chiesi loro: “Scusate, ma che cosa state facendo?”
E loro mi risposero: “Possiamo dirlo?” Scoprii solo dopo che Ornette Coleman, arrivando a Berchidda, aveva chiesto tre bodyguard. Noi, a Berchidda, non sapevamo bene cosa fossero i bodyguard. Allora improvvisammo: prendemmo tre ragazzi del paese, li vestimmo come se dovessero fare la Prima Comunione, mettemmo loro un filo finto all’orecchio e li sistemammo accanto a Ornette.
Lui era in estasi. Appena faceva due passi, loro si muovevano con lui. Se andava da una parte, lo seguivano. Se cambiava direzione, cambiavano direzione anche loro. Una scena meravigliosa.
Io cercai di tenere nascosta questa storia per un paio di giorni. Naturalmente venne fuori in modo plateale. Dopo una settimana parlavano tutti dei tre bodyguard di Berchidda che avevano accompagnato “Ornetto” Coleman.
Questo per dire che, in una piccola comunità, ogni gesto può diventare straordinario. Ogni gesto può diventare prezioso. Ogni gesto, a proposito di scuola e di pietre, può aggiungere un sasso, una pietra più o meno grande, alla costruzione di una comunità.
Come quel grande sasso gettato nel Mediterraneo, anche un piccolo gesto può modificare la struttura sociale di un paese. Può cambiare il modo in cui una comunità guarda sé stessa, il modo in cui si apre agli altri, il modo in cui immagina il proprio futuro.
Credo che oggi sia questo l’unico modo che abbiamo per dare senso ai nostri piccoli luoghi, alle vostre piccole o grandi città, e soprattutto a noi stessi.
Perché se io faccio musica soltanto per suonare una nota lunga, sapendo magari che quella nota vi colpirà, poi stasera andrò a letto e mi chiederò: va bene, ma che cosa rimane?
Quello che deve rimanere, a mio avviso, è la costruzione. La possibilità di edificare qualcosa attraverso ciò che abbiamo. Anche attraverso un suono, che in quel momento diventa davvero potente.
Un suono capace di costruire. Capace di abbattere i muri. Capace di navigare nel nostro Mediterraneo. Capace, a volte, di restituire forza alle parole che usiamo, di farle diventare parole necessarie.
Sono le parole a contare. Non quelle dell’ignavia, non quelle del voltarsi dall’altra parte quando vediamo qualcosa che non amiamo o che non possiamo accettare. Contano le parole che abbiamo il coraggio di dire.
Io provo a farlo attraverso il mio strumento. Lo faccio perché, da questo punto di vista, mi sento forte. Sento il bisogno di farlo e sento che, dietro un suono lungo come quello che ho utilizzato oggi, quelle parole diventano non solo necessarie, ma anche potenti. Capaci di muovere le cose, di smuoverle, di portarle in una direzione diversa.
Tutto questo fa sì che il cerchio che si è aperto possa, in qualche modo, richiudersi. Che quella nota diventi essa stessa un cerchio. E che l’isola da cui tutto è partito, la mia Sardegna, una delle tante isole possibili, possa trasformarsi in qualcosa di più grande.
Esistono isole circondate dal mare. Esistono anche isole che non sono circondate dall’acqua, eppure restano isole: luoghi appartati, marginali, distanti, talvolta dimenticati.
L’isola che posso circumnavigare con un dito non deve essere il luogo della difesa, né quello della chiusura. Deve diventare il luogo dell’apertura. Un luogo capace di dare senso non soltanto a ciò che faccio io, ma a ciò che tutti noi, ogni giorno, dovremmo provare a fare.
Aprire. Ascoltare. Costruire. Trovare, dentro le nostre radici, la forza per muoverci verso gli altri.
La redazione di Lucy ringrazia il Premio Sila per la gentile concessione di questa lectio.