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Christian Raimo

La lite Gualtieri-Carocci spiega bene cosa non va nelle lotte per gli spazi a Roma

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La recente battaglia sul cinema Metropolitan e gli ultimi anni di discussioni sui finanziamenti per le iniziative da Comune e Regione rendono legittima una domanda: per fare cultura bisogna lavorare con le istituzioni? La storia delle occupazioni a Roma (stanotte la questura ha tra l'altro messo sotto sequestro l'Angelo Mai) dimostra che ci sono sempre altre opzioni, che oggi più che mai vanno rivendicate.

Fra un anno ci saranno le elezioni a Roma e in Italia, e la fibrillazione per fortuna non riguarda solo le leggi elettorali e i sondaggi, ma le questioni reali e i modelli politici che siano all’altezza di queste questioni. A Roma è innegabile che la giunta Gualtieri abbia messo a punto un modello politico, il racconto di una buona amministrazione che ha tolto Roma dalle secche dei decenni precedenti. Dall’altra parte questo modello sta producendo una serie di contraddizioni che stanno venendo fuori non soltanto per l’imminenza dell’occasione elettorale. 

Per esempio, a partire dal neonato Progetto civico lanciato da Alessandro Onorato, ci sarebbe da fare un approfondimento sulla storia del civismo di centro in Italia, e di come una classe politica come quella che Onorato rappresenta che ha legato tutto il suo operato ai partiti e all’amministrazione si possa presentare come novità, o come un assessore che di fatto da cinque anni ha fatto campagna elettorale avendo a disposizione i fondi e la comunicazione dei Grandi eventi della città si possa presentare come civismo. Immaginiamo un assessore che ha avuto a che fare con i trasporti di Roma come potrebbe lanciare un partito nuovo! Ma questo è un altro pezzo. 

L’agenda degli ultimi giorni invece sciorina una serie di notizie che riguardano ciò che si muoverebbe a sinistra di Gualtieri e al di là dei partiti che lo sostengono. E soprattutto c’è da registrare un dato: alcuni grandi temi stanno esplodendo. Sono quelli degli spazi, del rapporto privato/pubblico e dell’abitare. Finalmente verrebbe da dire si nomina sempre di più, nelle assemblee o sui giornali, il gigantesco elefante nella stanza: i fondi immobiliari che decidono i destini della città. 

L’ha fatto la ormai lunga battaglia contro lo studentato di lusso ai Mercati generali, l’ha fatto un lungo pezzo appena uscito su «Romatoday», e l’ha fatto persino Valerio Carocci, presidente della Fondazione Piccolo America, che ha deciso di lanciare un appello e una lista civica, per denunciare l’ostruzionismo della speculazione immobiliare sul cinema Metropolitan. Nel frattempo, la notizia della torrida notte tra il 27 e il 28 giugno è la chiusura con i sigilli dell’Angelo mai, che non avrebbe passato i controlli di sicurezza a una visita della municipale: un disastro che mostra l’accanimento su tutto ciò che produce cultura in modo autonomo in questa città. 

Autonomia, questa è la parola chiave. Ma se vogliamo capire perché occorre fare un discorso più lungo, sulla politica dal basso, la critica da sinistra, i centri sociali, il municipalismo, le occupazioni, le battaglie per lo spazio urbano… Sì, se vogliamo capire il passato remoto, prossimo, il presente e forse anche il futuro di quello che si muove a sinistra a Roma si deve risalire alla rottura genetica, ossia febbraio del 1977 quando Luciano Lama viene cacciato dall’università La Sapienza dall’autonomia operaia. Il Pci reagisce con durezza, parlando di fascismo da sinistra. Tutto quello che è accaduto a Roma e tutto il racconto di quello che accade nella politica romana a sinistra deve partire dal riconoscimento di uno scontro e di una doppia differenza. La sinistra non è solo i partiti, e l’autonomia operaia romana non è come quella industrialissima del resto d’Italia.

Sì, il ‘77 è a Roma un fenomeno sui generis rispetto al contesto nazionale. Comitati Autonomi Operai, Collettivi di via dei Volsci, le strutture che ruotano attorno alla sede storica di San Lorenzo, hanno una composizione sociale diversa: non sono operai della grande fabbrica, ma dei servizi, infermieri e portantini del Policlinico, lavoratori dell’Enel, ferrovieri, figure ritenute marginali rispetto all’interpretazione classica del conflitto capitale-lavoro. È un’anomalia determinata da Roma stessa: città senza grandi industrie, un’enorme burocrazia pubblica, periferie costruite senza servizi, una tradizione di lotte per la casa che risale all’immediato dopoguerra.

L’autonomia romana s’inventa una pratica politica a sé, che diventerà un modello per tutti i decenni successivi: allarga, rovescia, modula la dialettica tra capitale e lavoro, con quella tra lavoro e territorio, tra fabbrica e quartiere. A Centocelle, San Basilio, Tiburtino, Alberone, Garbatella i comitati autonomi operai si intrecciano con l’associazionismo, i comitati di quartiere, le lotte per la casa, le autoriduzioni delle bollette, le occupazioni degli appartamenti e degli altri spazi. L’organizzazione politica è la letterale costruzione di un contropotere diffuso che mette radici nel territorio e che prova a rispondere a bisogni reali: il diritto all’abitare, il diritto ai servizi, il diritto alla socialità. Le assemblee cittadine dei comitati operai e di quartiere diventano lo strumento di coordinamento orizzontale tra esperienze diverse, non esiste una linea centrale.

Poi ci sono l’11 marzo e il 12 maggio 1977, l’uccisione di Francesco Lorusso a Bologna e quella di Giorgiana Masi a Roma. Roma si comincia a trasformare sempre più spesso in qualcosa che assomiglia a un’insurrezione urbana: il movimento diventa incandescente e si tempra in un crogiuolo inedito nella storia postbellica della sinistra italiana. Un’onda strabordante che rivendica radicalità e rifiuto delle mediazioni istituzionali.

Il 7 novembre 1977 la questura sgombera e sigilla le sedi dei Comitati autonomi operai in via dei Volsci e in via Donna Olimpia, denunciando ottanta esponenti per costituzione di banda armata. Il movimento si spacca in quattro almeno: chi rientra in un contesto istituzionale (il Pci), chi abbraccia la lotta armata, chi rifluisce nell’eroina, nel cinismo, nel privato, chi si prova a reinventare la politica con una serie di mosse del cavallo.

La più importante è quella che verrà definita, anche senza una formulazione teorica codificata, “autonomia del sociale”, ovvero le lotte non riguardano solo la fabbrica o il partito, ma il territorio nella sua interezza: la casa, il cibo, la salute, la mobilità, la socialità, la cultura. Significa che l’autoriduzione, prendere la metro senza pagare il biglietto, non pagare la bolletta della luce, occupare un appartamento sfitto, non è soltanto un’azione economicamente difensiva ma una rivendicazione politica che afferma il primato del bisogno sulla proprietà privata. Significa che i comitati di quartiere sono forme di autogoverno territoriale che anticipano, in modo magari anche embrionale e conflittuale, ciò che si chiamerà municipalismo.

A Roma il terreno è già arato: nelle occupazioni di case del dopoguerra, nelle lotte per i servizi nelle borgate abusive degli anni Sessanta, nei movimenti dei disoccupati, nei movimenti cattolici di base. I principali nodi organizzativi dell’autonomia romana sono proprio nel settore dei servizi, sanità, trasporti, energia elettrica, scuola: è giocoforza il riflesso di una composizione di classe che nella metropoli senza industrie è diversa da quella del nord. Ma c’è anche un’altra ragione anche questa determinante. Le lotte per la casa meritano un capitolo a parte.

Negli anni Settanta la pressione demografica su Roma produce un’emergenza abitativa cronica. Lotta Continua, Avanguardia Operaia, i Comitati autonomi occupano case con un ritmo quasi quotidiano. La questione è materiale: Roma ha migliaia di appartamenti sfitti e decine di migliaia di famiglie senza casa. La risposta del movimento è l’azione diretta. La risposta della politica istituzionale è la repressione e lo sgombero. E ecco nasce la dinamica occupazione, sgombero, resistenza, trattativa, regolarizzazione parziale: il ciclo che si ripeterà infinite volte nei decenni successivi, fino alla delibera 140 del 2015 e oltre.

Fine degli anni Settanta, primi anni Ottanta sono il momento più buio per la sinistra radicale italiana. La repressione giudiziaria è feroce, il demenziale e terribile processo 7 aprile: per reprimere si conia l’equivalenza tra movimento e terrorismo armato, e poi l’eroina e il resto, con la transizione al postfordismo, la flessibilizzazione del lavoro, la crisi del sindacato.

Ma l’onda lunga della differenza romana sopravvive. I Comitati autonomi operai romani restano per tutto il decennio anni ottanta un punto di riferimento per i giovani gruppi del centro-sud, grazie a un radicamento sul territorio che non ha precedenti. Rimangono le radio, rimangono i collettivi, restano spazi assemblee reti relazioni.

Il 1985 è l’anno della svolta. Da un lato, il movimento studentesco delle scuole medie superiori porta all’occupazione di centinaia di istituti in tutta Italia, comprese molte scuole romane, dall’altro, una serie di occupazioni avviene in modo meno estemporaneo e più intenzionalmente orientato alla costruzione di spazi duraturi. L’Hai Visto Quinto, una scuola occupata a Roma, è il primo centro sociale di seconda generazione in città. Nello stesso anno, il referendum sulla scala mobile viene perso male dalla sinistra, segnando la definitiva sconfitta del modello sindacale del movimento operaio. Paradossalmente, la sconfitta libera energie: non c’è più nulla da difendere all’interno delle istituzioni, e questo spinge verso la costruzione di altro. Dal There is No Alternative al There are Many Alternatives. Il primo maggio del 1986 viene occupato il Forte Prenestino a Centocelle.

Il libro di Fabrizio C. Il cerchio e la saetta. Storie dai centri sociali romani (Fandango, 2025) restituisce dall’interno quella stagione fondativa attraverso la storia orale: interviste ai protagonisti, voci sovrapposte, il racconto del Forte Prenestino, del Sisto V, del Blitz come spazi che nascono da percorsi di militanza intrecciati con le culture giovanili – punk, skin, hip hop, rave – in una città che “offriva poco, soprattutto ai giovani”. La continuità con gli anni Settanta non è organizzativa ma biografica: molti di coloro che costruiscono i centri sociali vengono dai comitati autonomi di quartiere, da Radio Onda Rossa, dai collettivi di San Lorenzo.

La continuità tra i comitati autonomi operai degli anni Settanta e i centri sociali degli anni ottanta e Novanta non sarà di tipo organizzativo, ma di tipo culturale, di composizione sociale e di prospettiva politica. I militanti che hanno costruito le reti dell’autonomia territoriale trovano nei centri sociali una forma nuova, meno esplicitamente politica (nel senso dell’organizzazione), più ibridata con la dimensione culturale e controculturale. Il territorio resta il punto di riferimento. La pratica dell’autogestione resta il metodo preferito. Ma i contenuti cambiano: meno classe operaia, più giovanilismo; meno fabbrica, più metropoli postfordista; meno struttura quadro, più assemblea orizzontale. È una liquidità fertile o di compromesso?

Il vero salto di scala del movimento dei centri sociali romani avviene all’inizio degli anni Novanta. Nasce dall’intreccio di tre fenomeni simultanei: il movimento della Pantera, l’esplosione della scena hip hop e controculturale, e la svolta istituzionale della delibera 26 del Comune di Roma. A Roma la Sapienza viene occupata il 15 gennaio 1990, la Pantera non è il ‘68 e non è il ‘77: vuole essere qualcosa di nuovo, con linguaggi nuovi, il fax come tecnologia di coordinamento orizzontale, il logo come dispositivo di comunicazione politica, le pratiche culturali come dimensione politica. È all’intersezione tra la Pantera e i centri sociali già esistenti che nasce l’Onda Rossa Posse, uno dei primi gruppi rap italiani, la cui canzone Batti il tuo tempo diventa la colonna sonora delle occupazioni. Al Forte Prenestino nascono nel 1993 Assalti Frontali e la Cordata per l’autoproduzione. Il libro di Valerio Mattioli Novanta racconta strabene questa storia. 

Tra il 1990 e il 1995 a Roma c’è un’esplosione di nuove occupazioni: ogni quartiere della città, specialmente nelle periferie est e sud, costruisce il suo spazio. La distribuzione dei centri sociali romani riflette la composizione di classe storica della città: si concentrano nei con la più forte tradizione operaia e comunista. A Roma la rete è efficientissima nel senso della mobilitazione rapida: concerti, manifestazioni, iniziative politiche possono essere organizzati in pochissimo tempo attraverso le diramazioni informali tra i vari spazi.

Il punto di svolta istituzionale della stagione è la delibera popolare presentata nel 1992 che, caso unico nella storia del Comune di Roma, si trasforma in legge nel 1994 durante la prima giunta Rutelli. La delibera 26 consente l’utilizzo da parte di realtà sociali di spazi pubblici e privati abbandonati a fini sociali. È un riconoscimento parziale e sarà – purtroppo – molto contraddittorio: tante occupazioni ottengono preassegnazioni informali che non vengono mai convertite in assegnazioni formali. Questa precarietà giuridica strutturale sembra a molti un compromesso accettabile negli anni dell’espansione: diventerà vent’anni dopo la base giuridica per la delibera 140 di Marino e la spirale degli sgomberi. Ancora oggi è il nodo inestricabile che genera una relazione sospesa tra fragilità e ricatti tra istituzione e movimenti. 

Poi c’è lo sgombero della Torre dell’11 luglio 1995 (ricostruito in dettaglio da Fabrizio C. attraverso le testimonianze dirette di chi vi partecipa, nel Cerchio e la saetta): è il momento esatto in cui si capisce da subito che la delibera 26 avrebbe cessato di essere un’opportunità e diventa una promessa tradita. Il Comune di Rutelli dichiara l’intenzione di assegnare lo spazio attraverso quella delibera: non lo farà mai. “Ogni sgombero sarà una barricata” era scritto sui muri; e quella promessa del movimento fu mantenuta, con sei ore di guerriglia metropolitana a Casal de’ Pazzi, ottantacinque denunciati, un autoarticolato della polizia con una ruspa. Fabrizio C. lo ricorda, quella battaglia non riguarda solo la Torre: se salta La Torre il rischio era che a cascata saltassero tutti gli altri. 

Mentre i centri sociali costruiscono contro tutto la loro rete extraistituzionale, la sinistra politica organizzata subisce più forte lo scossone della caduta del Muro. Il crollo del Muro produce le lacrime di Achille Occhetto e di molti militanti, quella Cosa informissima che è il Pds, e una minoranza, guidata da Armando Cossutta e Sergio Garavini, che rifiuta lo scioglimento e fonda il Partito della Rifondazione Comunista, siamo a dicembre 1991.

Tre anni dopo quest’area politica si incrocia con l’altra che viene dai centri sociali e dall’autonomia del sociale e da un’area ancora più grande di mobilitazione controculturale. La scommessa di Bertinotti è costruire un rapporto non organico con la galassia dei centri sociali, delle Tute Bianche, dei no global: non controllare il movimento, ma dialogare con esso mantenendo l’identità partitica. È una scommessa ambiziosa, e fallisce. Ma non prima di aver prodotto alcune esperienze storicamente significative.

A Roma il nodo della rappresentanza politica della sinistra radicale si incarna in una figura che attraversa tutta la storia successiva: Sandro Medici. Nato nel 1951 a San Lorenzo, figlio di un fornaio e di una stiratrice di via Donna Olimpia, Medici porta nel proprio percorso biografico la continuità tra le generazioni della sinistra radicale romana. Studente di architettura nel ‘68, militante operaio a Mirafiori nei primi anni Settanta (la fabbrica dove Bertinotti ha costruito le sue prime esperienze sindacali), poi giornalista de il manifesto, dove entra nella redazione nel 1978 e diventa direttore dal luglio 1990 al novembre 1991 eletto dall’ala più giovane della redazione proprio nel pieno della Pantera.

Nel 1997 Medici viene eletto nel consiglio comunale di Roma come indipendente di Rifondazione Comunista. Nel 2001, nel pieno della stagione noglobal, diventa presidente del X Municipio. La sua presidenza municipale è l’esperimento più solido di sinistra municipale nella storia della città. Il caso più eclatante e più paradigmatico è quello delle requisizioni delle case sfitte o abbandonate per rispondere all’emergenza abitativa del quartiere. Medici applica alla lettera la legge: requisisce gli appartamenti sfitti e li assegna a famiglie in lista d’attesa. Viene processato per abuso d’ufficio insieme ad altri due presidenti di municipio. Nel 2012 il tribunale lo assolve, e l’esito mostra perfettamente il nodo strutturale del municipalismo radicale: nella città dei palazzinari, la legge consente interpretazioni radicali; ma il sistema istituzionale, dalla Corte dei Conti alla magistratura ordinaria, sanziona chi le applica davvero.

Il ciclo di Rifondazione a livello nazionale ha una traiettoria tragica. Dopo le elezioni del 2006, in cui ottiene il 5,8 per cento e Bertinotti viene eletto presidente della Camera, il partito entra nel governo Prodi II, e fin qui. La partecipazione governativa (tutte le contraddizioni che comporta, incluso il rifinanziamento della missione in Afghanistan) produce fratture profonde e la caduta del governo. Il 13 e 14 aprile 2008, la Sinistra Arcobaleno, la lista che dovrebbe aggregare Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani e Sinistra democratica, non supera la soglia del 4% e rimane fuori dal parlamento per la prima volta nella storia della sinistra comunista italiana. È la fine di una sperimentazione nazionale che ha avuto nell’amministrazione romana un modello chiave.

Il collasso elettorale di Rifondazione nel 2008 coincide con un cambiamento di fase nella vita dei movimenti romani. Senza più un interlocutore partitico significativo, senza l’orizzonte del movimento globale, la galassia della sinistra radicale deve reinventarsi. La risposta che emerge negli anni successivi è un ritorno al territorio, e ancora all’autonomia del sociale.

La questione abitativa diventa il terreno principale di riorganizzazione. Roma ha nel 2010 una delle crisi abitative più acute d’Europa: migliaia di famiglie senza alloggio, decine di migliaia di appartamenti sfitti, un patrimonio di case popolari Iacp che è stato progressivamente svuotato attraverso vendite e mancata manutenzione, canoni di locazione aumentati anche del 60 per cento rispetto ai primi anni duemila. E poi la mano della morte: l’ingresso dei fondi immobiliari nel patrimonio degli enti pubblici, il Fondo immobiliare di liquidità dell’Inps, i fondi delle casse previdenziali, i grandi fondi internazionali che acquistano patrimoni dismessi, trasforma il suolo urbano romano in uno strumento perfetto di estrazione finanziaria del valore.

Nascono i nuovi soggetti organizzati. Action per esempio, nel 2007, nata dal movimento dei disobbedienti e dall’incontro tra culture diverse, l’Agenzia di Consulenza e Tutela degli Inquilini e Assegnatari, come organizzazione che combina l’assistenza legale ai locatari con la mobilitazione diretta: la sua rottura rispetto al passato è spostare il bersaglio della contestazione dal solo settore pubblico anche ai grandi proprietari privati. I Blocchi Precari Metropolitani costruiscono reti di resistenza agli sgomberi nei quartieri.

I Bpm introducono una logica nuova: non più solo l’occupazione come atto politico, ma l’organizzazione sistematica di chi è minacciato di sfratto, la resistenza fisica nelle case, la costruzione di reti di solidarietà tra inquilini. I Bpm nascono dall’incontro tra un pezzo del sindacato inquilini (Asia Usb) e le pratiche dei centri sociali. Il nome Blocchi non allude al blocco degli sfratti ma alla pratica del picchetto urbano e del blocco della circolazione: il riferimento sono gli scioperi francesi di quegli anni e le mobilitazioni dell’Onda, durante le quali la città veniva completamente bloccata. (La matrice evidente sono le pratiche dei comitati di quartiere degli anni Settanta). Il momento di massima visibilità di questa stagione è lo Tsunami Tour: il 6 dicembre 2012 e il 6 aprile 2013 migliaia di persone occupano decine di stabili nella capitale (sedi dell’Inps, residence, uffici pubblici, residenze studentesche abbandonate) riportandoli a ospitare nuclei di famiglie espulse dal mercato dell’abitare.

E poi le occupazioni non abitative, dopo lo Tsunami tour. Le occupazioni del Teatro Valle occupato e il Cinema Palazzo a San Lorenzo (per non farlo diventare un casinò), inizio anni dieci, introducono nella discussione romana un frame teorico nuovo: quello dei beni comuni. Con le analisi degli urbanisti neomarxisti sulla rendita urbana e dal lavoro italiano di Stefano Rodotà, ci si propone di leggere gli spazi sociali non come proprietà illegalmente occupata ma come beni comuni sottratti alla speculazione e restituiti alla collettività. L’irruzione del linguaggio giuridico-teorico dei commons nel vocabolario del movimento cambia parzialmente i termini della battaglia pubblica: non più solo la lotta ma il diritto, alla città e all’uso collettivo dello spazio pubblico.

Arrivano le inchieste, e al posto dell’autonomia del sociale, anche su Roma sembra che a sostituire la politica arrivi purtroppo l’autonomia del giuridico, i commissariamenti, le tutele della Corte dei conti. Ma andiamo per gradi: Sandro Medici, dopo la fine della terza presidenza del X Municipio nel 2011, rilancia la sua esperienza su scala cittadina. Nel 2013 si candida a sindaco di Roma con la lista Repubblica Romana, in coalizione con Rifondazione Comunista, Comunisti italiani e Partito Pirata, esplicitamente fuori dal perimetro del centrosinistra e delle primarie. Anche i centri sociali partecipano, il più votato, Luca Blasi, non entra in consiglio solo per un cambio della legge elettorale che ha ridotto il numero dei consiglieri. 

Si spegne così di fatto il tentativo di offrire rappresentanza a quella area culturale, politica e sociale. Tutto questo capitale simbolico elettoralmente se lo prenderanno i Cinquestelle.

Il 2015 è l’anno in cui la questione degli spazi sociali romani arriva a un punto di rottura. La giunta Marino, pressata dalla Corte dei conti su presunte irregolarità nella gestione del patrimonio comunale in concessione (il caso che i giornali hanno chiamato affittopoli), approva la delibera 140 che ordina la riacquisizione di centinaia di immobili pubblici le cui concessioni erano scadute o non erano mai state formalizzate definitivamente. Tra questi immobili ci sono oltre 700 realtà: scuole di musica, associazioni di volontariato, organizzazioni di protezione civile, e soprattutto centri sociali, come Esc, Astra 19, Angelo Mai, la Torre, il Corto Circuito, l’Intifada…

È la chiusura, con un cappio al collo, del cerchio della delibera 26 del 1994. Quella delibera aveva aperto uno spazio di agibilità trasformando le occupazioni in preassegnazioni informali; questa lo chiude trasformando le preassegnazioni informali in debiti milionari verso il Comune. Il nodo giuridico è quello della precarietà strutturale: molte occupazioni erano state tollerate attraverso atti informali che non avevano mai prodotto titoli giuridici certi. Il Comune aveva incassato canoni simbolici, la Corte dei Conti ha deciso che questo costituiva un danno erariale, la giunta Marino ha scelto di rispondere con la riacquisizione invece che con la regolarizzazione.

Il commissario Tronca, durante il periodo intercommissariale con Marino azzoppato dal suo stesso partito, il Pd semicommissariato dalle inchieste interne di Fabrizio Barca, dà il via agli sgomberi. Questo disastro porta acqua al mulino dell’indignazione pentastellata. Ma l’elezione di Virginia Raggi nel 2016 è immediatamente la fine del bluff Movimento cinquestelle benecomunista. La speranza è che la nuova giunta superi la logica della delibera 140, dura pochissimo. La macchina burocratica degli sgomberi continua a girare: nel 2016 viene sgomberato il Corto Circuito, nel 2017 la protesta arriva in Campidoglio con un migliaio di persone, la sindaca non si fa vedere. 

Ma le delibere di questo periodo non si capiscono senza Mafia Capitale: l’inchiesta giudiziaria produce un effetto di shock economy istituzionale, un approccio ultralegalitario usa il rischio di danno erariale come grimaldello per attaccare sistematicamente cooperative sociali, terzo settore e centri sociali, e per piegare la gestione del patrimonio pubblico a una logica di pura valorizzazione economica.

La stagione del commissariamento di Tronca e della delibera 140 è il brodo marcio da cui scaturisce tutto il peggio che allora (e ancora oggi vediamo) a Roma: un pezzo persistente Pd e dei suoi addentellati inguardabile e prono agli interessi dei palazzinari, un populismo delle corporazioni verrebbe da dire, l’intreccio Caltagirone-Messaggero forse rende l’idea. Allora arriva un duumvirato poliziesco che amministra la città senza mandato, con la svendita degli spazi pubblici, la politica come strumento di repressione mascherata da razionalizzazione.

Ma alcune sentenze del tribunale civile danno sorprendentemente torto al Comune: alcuni degli immobili contestati non fanno parte del patrimonio indisponibile e non possono essere riacquisiti in autotutela. La delibera di giunta del 2021, che avrebbe dovuto risolvere il problema, viene accolta dai movimenti con scetticismo: un atto che viene definito tardivo e ambiguo, parole di Esc Atelier, che non scioglie il nodo del bando né riconosce il valore sociale accumulato in decenni di attività.

Però in politica i vuoti non esistono e il municipalismo si riaffaccia in delle forme leggere. Prima Massimiliano Smeriglio — cresciuto politicamente a Garbatella, a La Strada — e poi Amedeo Ciaccheri nell’VIII – ex decimo – municipio, e poi Giovanni Caudo nel terzo municipio (gli unici municipi decentrati a guida centrosinistra nella amministrazione Raggi) sembrano raccogliere molte energie provenienti dall’area dei movimenti per costruire un modello di sinistra municipale della Roma contemporanea (a Barcelona nel frattempo il municipalismo di Ada Colau è diventato un modello europeo se non planetario): sostegno all’associazionismo, attenzione all’economia del riuso, una versione del municipalismo più giovane e più radicato nell’esperienza dei centri sociali autoorganizzati di quanto non fosse quella di Medici, ma con più limiti strutturali: le risorse municipali sono esigue, il peso del debito comunale schiacciante, e soprattutto la dipendenza dalla politica capitolina è costante.

La politica praticata mette a dura prova la teoria politica che accompagna tutte queste esperienze.

L’operaismo classico degli anni sessanta, Romano Alquati, Mario Tronti, Antonio Negri, quando incontra la trasformazione postfordista degli anni Ottanta e Novanta, si trasforma nel post-operaismo: Paolo Virno, Maurizio Lazzarato, Negri e Hardt di Empire e Moltitudine. Il punto è che il capitale ora non sfrutta solo il lavoro fisico ma il lavoro cognitivo, affettivo, comunicativo, la vita intera, il tempo nel traffico, nelle file per la scuola, nel volontariato, nelle relazioni politiche, e forse persino in quell’autonomia del sociale che sembrava una risposta alla sussunzione della politica. Il general intellect marxiano diventa la base di un nuovo regime di accumulazione in cui la cooperazione sociale è direttamente produttiva. Allora come si possono trasformare i centri sociali? Devono diventare i laboratori di questa nuova composizione. Non ci sono più le fabbriche, ci sono le camere del lavoro postfordista, dove si incontrano le nuove figure produttive della metropoli, ma queste figure sono sfiancate da come il neoliberismo risucchia ogni forma di vita. Averli conquistati e mantenuti questi spazi non basta se poi non si ha il tempo e l’energia per animarli. 

Questa prospettiva ha conseguenze pratiche importanti. Il dibattito sull’autoproduzione che attraversa i centri sociali romani degli anni Novanta – È possibile costruire circuiti economici alternativi al mercato? – ha risposte non univoche: qualcuno punta all’autosufficienza economica del movimento, qualcuno difende il primato del conflitto sull’autogestione. Qualcuno cede per stanchezza, e cerca un compromesso qualunque, soprattutto economico con le economie pubbliche. Le condizioni generative dell’autonomia del sociale vengono abbattute dalla precarietà del reddito. Come faccio a fare politica se non c’ho di che campare? A quel punto sono costretto a lavorare in un’associazione che prende quattro spicci da un bando comunale o municipale. La conflittualità viene erosa letteralmente dal ricatto della fame. 

Negli anni duemila, l’influenza di David Harvey e di altri urbanisti critici entra nella riflessione dei movimenti romani. La categoria di accumulazione per depossessione, il processo attraverso cui il capitale estrae valore espropriando beni comuni precedentemente sottratti alla logica mercantile, si adatta perfettamente alla realtà di una città come Roma, dove la privatizzazione del patrimonio pubblico e l’ingresso dei fondi immobiliari nel mercato delle case stanno espellendo le classi lavoratrici dai quartieri che avevano abitato per generazioni. Il diritto alla città, non il semplice accesso ai servizi urbani, ma il diritto di trasformare la città cambiando sé stessi, di rivendicare potere collettivo sui processi di urbanizzazione, diventa per molti anche non organizzati, un orizzonte almeno culturale e alle volte programmatico. Da Quarticciolo a Tufello, da Laurentino 38 a Primavalle stiamo tutti con la stessa precarietà strutturale ma almeno con lo stesso mondo delle idee.

La riflessione sui beni comuni completa il quadro teorico. Stefano Rodotà, il lavoro di urbanisti critici sulla rendita urbana e la gentrificazione: tutti questi elementi costruiscono, nell’arco degli anni duemila, un orizzonte di senso che permette di leggere le battaglie per lo spazio urbano non come semplice occupazione illegale ma come difesa di una sfera pubblica contro la sua mercificazione.

Nella stessa stagione felice del Teatro Valle e del Cinema Palazzo, nel novembre del 2012, un gruppo di ragazzi, varia provenienza politica e non politica, tutti tra i diciotto e i trent’anni, con Valerio Carocci come figura emergente, occupa il Cinema America a Trastevere. La sala, chiusa nel 1999, era stata acquistata nel 2002 dalla società Progetto Uno Srl con l’obiettivo esplicito di demolirla e costruire al suo posto appartamenti e parcheggi. L’occupazione è motivata dalla volontà di impedire la demolizione e di restituire lo spazio alla comunità del quartiere.

L’operazione riesce, in senso tecnico. Il Ministero dei Beni Culturali appone un vincolo di tutela sull’edificio. La Progetto Uno ricorre al TAR, poi al Consiglio di Stato: nel marzo del 2023, la sesta sezione del Consiglio di Stato respinge definitivamente il ricorso, confermando che il Cinema America è “una rara testimonianza della storia della cultura degli anni Cinquanta” e non può essere demolito. Nel frattempo, sgomberato nell’estate del 2014, il gruppo si costituisce come Associazione Piccolo Cinema America e poi come Fondazione (2022), ottiene in gestione il Cinema Troisi accanto al Sacher di Moretti, che diventa nel giro di qualche anno un monosala frequentatissimo, con il festival estivo Il Cinema in Piazza, con proiezioni gratuite in piazza San Cosimato a Trastevere e in altri spazi della città.

La battaglia che Carocci conduce oggi, contro la riconversione dei cinema abbandonati romani in centri commerciali, contro la legge urbanistica regionale che consentirebbe ampi spazi alla speculazione, contro la delibera capitolina che rischia di trasformare l’ex Metropolitan di via del Corso in uno spazio quasi interamente commerciale, è una battaglia giusta, che si inserisce in una tradizione lunga e seria di difesa del patrimonio culturale urbano. Ma messa in relazione con la storia che la precede, questa vicenda rivela anche alcune tensioni e ambiguità nei modi che vale la pena nominare, soprattutto per riconoscere questa vicenda non come eccezionale, ma come sintomatica. 

La prima riguarda la composizione sociale. I centri sociali degli anni Novanta, quelli che nascevano a Centocelle, a Cinecittà, al Prenestino, alla Garbatella, erano radicati nelle periferie operaie della città. La loro composizione includeva precari, studenti, operai, giovani delle borgate, immigrati: una rappresentazione abbastanza fedele delle fasce sociali che la metropoli postfordista stava lasciando indietro. Il Cinema America nasce a Trastevere, uno dei quartieri più gentrificati di Roma, con canoni di locazione tra i più alti della città, con una popolazione sempre più sostituita in favore di professionisti, accademici, expat, turisti. La sua battaglia per lo spazio pubblico si svolge in un terreno di classe già assai diverso da quello dei centri sociali storici.

La seconda tensione riguarda il rapporto con le istituzioni. I centri sociali storici hanno sempre avuto un rapporto complicato con le istituzioni, oscillando tra il rifiuto totale e la ricerca pragmatica di agibilità. Il Piccolo Cinema America ha scelto fin dall’inizio una strategia diversa: collaborazione stretta con le istituzioni, compresi il Comune di Roma, con cui ha coorganizzato il Cinema in Piazza, e i governi di turno – all’inaugurazione di un’edizione del festival si è presentato il premier Antonio Conte, (in un’altra occasione persino Matteo Salvini, e qualche settimana fa ha letto una lettera del ministro Alessandro Giuli tra i fischi del pubblico). Ma pure Pietrangelo Buttafuoco, in chiave anti-Nanni Moretti, è stato tra i sostenitori del Troisi.

Questa scelta ha permesso però al Cinema America di costruire una visibilità e una solidità istituzionale che i centri sociali tradizionali non hanno mai avuto (e del resto i centri sociali non fanno solo rassegne cinematografiche). Ma ha anche prodotto un’endemica dipendenza dall’istituzione che si è fatta sentire quando il vento politico è cambiato: le tensioni recenti con il Comune di Gualtieri sulla questione del Metropolitan dimostrano quanto sia fragile un’autonomia costruita praticamente solo sulla collaborazione istituzionale.

La terza tensione riguarda il modello economico. Il Piccolo Cinema America è, oggi, una fondazione che gestisce un cinema commerciale (il Troisi), organizza eventi culturali, cerca investitori per acquistare il Cinema America. Carocci ha detto esplicitamente che il modello da perseguire è quello dei “terzi luoghi” parigini: spazi culturali e sociali economicamente sostenibili attraverso attività di intrattenimento, capaci di integrare la funzione pubblica con l’autosufficienza economica.

Che proposta è? Sembra porsi in continuità con la dimensione culturale e simbolica dell’autogestione dei centri sociali degli anni Novanta (ma lì l’autosufficienza economica era un problema e un dibattito aperto: si cercava di costruire circuiti alternativi al mercato, non di integrarsi nel mercato mantenendo una funzione pubblica), e in fondo vuole rischiare di essere esplicitamente dentro il mercato per contrastare la deriva fondi immobiliarista di Roma: si può fare una lobby buona per rendere sostenibile economicamente la cultura pubblica attraverso logiche di impresa? Si può tenere insieme la retorica politica della controcultura e quella della giovane imprenditoria che lavora con i soldi del pubblico? 

Il conflitto, al di là delle questioni personali è proprio questo: come si passa dall’autogestione antagonista al civic entrepreneurship culturale, dall’occupazione conflittuale al partenariato pubblico-privato, dal radicamento nelle periferie alla presenza nel centro gentrificato, dalle battaglie per il reddito di intermittenza universale a piccole concessioni per imprese pubblico-privato? È una domanda seriamente aperta.

La vicenda del Metropolitan rimette però al centro una ulteriore domanda che la storia lunga del movimento romano non ha mai smesso di porre: chi decide come si usa lo spazio urbano? La risposta del Piccolo Cinema America a questa domanda è quella di un attore istituzionale che usa gli strumenti della legge (il Tar a cui ha fatto ricorso) e della politica (adesso anche una lista civica annunciata per il 2027) per difendere il patrimonio culturale urbano. Vale? Ha forza? Sicuramente c’è un elemento che si nota. Questa città non ne può più della valanga di merda dei fondi immobiliari, se persino chi ha pensato che costruire rapporti di collaborazione tra iniziative culturali e istituzione, viene sbaragliato da un’idea di città predatoria, dagli interessi in purezza della rendita. 

La quasi fine della giunta Gualtieri (la prima?) pone due grandi questioni.

La prima è il nesso tra spazio urbano e conflitto politico. La questione di chi abita la città, di chi ha il diritto di usarne gli spazi, di chi decide le destinazioni d’uso del patrimonio pubblico: questa questione è presente nel ‘77 (con le occupazioni di case), negli anni ottanta (con le prime occupazioni dei centri sociali), negli anni Novanta (con le delibere Rutelli), negli anni duemila (con la questione abitativa e i beni comuni), nel 2015 (con la delibera 140), nel 2026 (la battaglia sul Metropolitan non è l’unica né la più importante: c’è il porto crocieristico di Fiumicino, lo studentato ai Mercati generali e tutti gli altri studentati, gli stadi, l’inceneritore a Santa Palomba… e davvero cento altre…). Del resto Roma è una città in cui la rendita urbana è sempre stata una delle principali forme di accumulazione del capitale, e dove quindi il conflitto per lo spazio ha una rilevanza che in altre città europee non ha.

La seconda questione è la tensione tra autonomia e rappresentanza. I centri sociali hanno sempre rifiutato di essere rappresentati dai partiti; i partiti della sinistra radicale hanno sempre tentato, con risultati alterni, di dialogare con i movimenti senza riuscire a stabilire un rapporto organico. Il modello Sandro Medici ha incarnato per quasi vent’anni un tentativo di sintesi, l’indipendente che usa le istituzioni municipali per fare politica radicale, con risultati concreti ma con un problema di replicabilità. La lista civica di Carocci usa quel linguaggio, ma in fondo rischiando di stravolgerne le premesse: non un partito, non un movimento, ma uno strumento elettorale costruito intorno a un tema specifico e una personalità per alcuni riconoscibile.

La terza questione è quella dell’emergenza abitativa, ancora: Roma ha oggi migliaia di famiglie senza casa e decine di migliaia di appartamenti sfitti nelle mani di proprietari che preferiscono attendere la rivalutazione. Ogni anno vengono annunciati nuovi grandi progetti di trasformazione urbana che promettono riqualificazione e producono espulsione. Quasi cinquant’anni di lotte, e la città è, per chi ci abita, più cara e più diseguale di prima.

La quarta questione è su come decliniamo l’autonomia del sociale oggi. Se cinquant’anni fa questa invenzione politica serviva per comprendere come la dimensione di classe a Roma passa per la ricomposizione di un cognitariato polverizzato, oggi la necessità è che quel mondo, legato all’autonomia e al municipalismo, deve assumersi responsabilità dirette nella gestione della città, deve avere il coraggio di unire gli opposti in sintesi di alta qualità teorica, coniugando la massima radicalità nei contenuti nelle vertenze e nell’elaborazione di un nuovo sapere urbanistico, e con il massimo pragmatismo necessario per ottenere risultati concreti, attuabili nei prossimi anni se non mesi. 

Occorre, si potrebbe dire, superare il dilemma tra sociale e politico, evitando di farsi schiacciare dalla scelta tra i due ambiti, cercando invece di rinnovare questa tradizione felice che permette di tenere queste due dimensioni legate assieme.

La quinta questione, la più importante per me, è il patto di fiducia che deve esistere in questa città tra chi fa politica, partiti, sindacati, associazioni, spazi sociali, in nome di una – non dico convergenza, o nemmeno collaborazione – ma non belligeranza. La stagione di Ignazio Marino è stata una lacerazione ancora oggi non cicatrizzata. In quel momento si era spalancata una possibilità reale di tenere insieme una politica istituzionale estranea agli interessi della rendita e gli attori dell’area extraistituzionale in splendida forma teorica e pratica.

Con la delibera 140 e poi la congiura della giunta, si è dato un doppio tradimento che oggi porta anche i suoi esiti nefasti. Il peggiore è quella che mi viene da chiamare appunto autonomia del giuridico, una gestione legalitaria della città che si pone come potere terzo tra quello amministrativo e quello sociale. I sigilli che ieri sono stati messi, per presunte irregolarità nelle norme di sicurezza, all’Angelo Mai uno spazio di livello internazionale, che ha fatto la storia culturale e politica di questa città, e ancora la fa, e che ancora aspetta, con un’agonia deprecabile, un’assegnazione stabile, è l’indice del disastro che produce quella mancata convergenza, collaborazione, nonbelligeranza. In politica i vuoti non esistono, e quando vengono riempiti dai vigili urbani, per non far rimanere lacrime e rabbia nel giorno più caldo del secolo, c’è da prendersi responsabilità all’altezza del tempo. 

Christian Raimo

Christian Raimo è insegnante, saggista, scrittore. Il suo ultimo libro si intitola L’invenzione del colore (La Nave di Teseo, 2026).

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