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Mario Luongo

Un esercizio di falegnameria sonora. Intervista a Mac DeMarco

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Dalla recente passione per la carpenteria e il riparare oggetti a quella, più datata, per le chitarre dai suoni sporchi; dall’ultima sigaretta alle prossime date del tour (memorabile quella in un ristorante di pollo fritto) che ora approda anche in Italia: una conversazione con il “re dello slacker rock” che delle etichette pensa: “qualunque sia il modo in cui la gente vuole incartare il pacco, a me sta bene”.

Mac DeMarco, canadese classe 1990, è uno dei pochi artisti di successo della sua generazione che riesce a incarnare con coerenza il concetto di indie, sia nell’accezione originaria di indipendente – dal 2019 pubblica con la sua etichetta, la Mac’s Record Label, oltre a comporre, suonare e registrare quasi tutto da solo – sia dal punto di vista delle sonorità, tra i synth gommosi e i riff di chitarra sghembi degli esordi, l’approccio lo-fi,  una scrittura semplice ma efficace, le influenze musicali tra Pavement, Steely Dan, Beatles, Jonathan Richman e così via.

Con l’album di esordio 2 e il successivo Salad Days, DeMarco è stato incoronato “re degli slacker” per il piglio divertente, rilassato e la voglia di non prendersi troppo sul serio, ma a guardare bene la varietà dei suoi lavori negli anni e la spinta creativa alla loro base, c’è molto di più.

Attraverso i suoi album si può percepire un’idea di crescita non solo come artista, ma come persona: l’energia svaccata degli inizi, la malinconia di This Old Dog legata al rapporto complicato con il padre, il percorso terapeutico dello strumentale Five Easy Hot Dogs nato in viaggio, il caos creativo di One Wayne G con ben 199 brani e infine la matura essenzialità dell’ultimo Guitar. Forse è anche per questo che il suo pubblico gli è così affezionato: Mac risulta umano, imperfetto, fragile, oltre che un simpatico cazzone, è facile immedesimarsi in lui.

Oggi DeMarco ha 36 anni, è sobrio, ha smesso di fumare e ha sostituito i party distruttivi degli esordi con la ristrutturazione della casa materna in Canada, la riparazione di vecchi motori e una cura quasi monacale per gli oggetti tangibili.

La sua parabola artistica sembra la colonna sonora di una transizione: quella dall’anarchia confusa della giovinezza alla ricerca profonda di una qualche pace nel presente. Lo abbiamo raggiunto su Zoom, in una breve pausa del suo tour mondiale che lo porterà dopo tanti anni anche in Italia –  27 giugno a Bologna, 28 giugno a Roma, 30 giugno a Milano – per farci raccontare questo nuovo capitolo della sua vita. 

Come ci si sente a essere di nuovo sulla strada dopo tanto tempo? Il viaggio riesce ancora a essere una fonte di ispirazione per te?

Sì, e a dire il vero in questo momento sono un po’ stanco (ride). Siamo in tour da un sacco di tempo quest’anno, e proprio adesso ci troviamo a metà di una maratona di tre mesi filati, che è una cosa folle. Però lo adoro. Ovviamente ci sono delle difficoltà, ci sono giorni in cui non ti senti al massimo, ma poi ti guardi indietro e pensi: “Cazzo, si è bellissimo”. Mi sto divertendo molto, i concerti mi stanno dando una grande soddisfazione e spero che la gente sia felice di averci in giro. Amo viaggiare, ed è una grande fonte di ispirazione, certo. Sono molto ricettivo verso i luoghi in cui mi trovo; i posti lasciano su di me una specie di impronta energetica o vibrazionale. Adesso ad esempio siamo in Polonia, e c’è una sensazione molto specifica qui, in questo angolo d’Europa. Credo sia fantastico il fatto che quando ti metti letteralmente in un posto diverso, quel posto ti fa sentire diverso.»

A proposito del tuo stile di vita attuale, hai raccontato che passi molto tempo ad aggiustare cose, a fare lavori manuali. Mi ricorda molto un classico della letteratura americana, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig. Ti ritrovi in questa visione? 

Sì, ho letto quel libro quando ero più giovane. Credo ci sia una componente quasi metafisica nel lavorare con le mani o nel saper apprezzare le cose vecchie, rimetterle in sesto. Certo, nel mio caso è interessante perché la vita che faccio mi permette il lusso di “dilettarmi” con la carpenteria o con l’idraulica di casa mia: per me è una cosa persino piacevole, ma non è il mio lavoro. Ho molti amici che costruiscono case per vivere. Sono sicuro che amino farlo, ma se mi guardano all’opera mi dicono: Ok, amico, va bene tutto, ma prova a farlo quando la casa non è la tua, poi ne riparliamo (ride). Però, non so, mi attira molto. Non è solo il lavoro manuale in sé: mi piace lavorare sui motori, mi piace semplicemente imparare cose concrete, tattiche, pratiche. Forse non mi troverai molto spesso in biblioteca, ma mi troverai sicuramente da Home Depot (la catena di bricolage americana, ndr). E per la musica vale lo stesso. Mi piace riparare la strumentazione da studio, mi piace costruire oggetti che poi posso usare per registrare. Mi arricchisce. O forse sto solo cercando di distrarmi da una specie di angoscia o senso di vuoto esistenziale… ma ehi, finora sta funzionando, quindi nessun problema!

Il tuo ultimo album, Guitar, sembra quasi un esercizio di “falegnameria sonora”, così caldo, ruvido, artigianale. Credi in qualche modo sia legato a questa nuova attitudine?

Sì, Guitar è nato proprio nel bel mezzo di tutto questo flusso. Ero stato in Canada, poi ero tornato a Los Angeles per un periodo di tempo limitato, e poi ero ripartito per il Canada per ristrutturare la casa di mia madre. Quel disco è totalmente immerso nel nuovo stile di vita che conduco ora. Chiaramente adesso che sono in tour non faccio nulla di tutto ciò e la mia vita è cambiata di nuovo, ma sto cercando di portare quell’ethos anche nei concerti: essere in grado di riparare da solo qualsiasi cosa si rompa durante il tour. È una nuova versione del DIY (Do It Yourself) che sto cercando di implementare anche on the road.

In una vecchia intervista hai usato un’espressione bellissima: “muscle songwriting”, la scrittura intesa come un muscolo allenato, spesso inconsapevole. Come funziona oggi il tuo processo creativo? Come gestisci l’armonia, preferisci partire dalle parole o dalla musica? E soprattutto, come concepisci la struttura e la forma di un album, visto che sei passato dai 199 brani di One Wayne G all’essenzialità di Guitar? Quando decidi che un disco è chiuso?

È vero, questo processo creativo è cambiato molto negli anni e cambia continuamente. Un tempo cominciavo con la musica e poi cercavo di incastrarci le parole, magari avendo in mente un’idea vaga di ciò di cui volevo parlare. Oggi, specialmente con Guitar, voglio che le cose si sentano complete, intere, come se fossero semplicemente nate o arrivate da sole nello stesso momento. Mi dà molta più soddisfazione, anche se magari il pubblico non ci fa caso. Con Guitar mi sedevo, prendevo la chitarra acustica, cantavo contemporaneamente e tutto usciva fuori insieme. Fortunatamente ha funzionato: scrivevo una canzone al giorno. Credo che Holy sia stata l’ultima che ho scritto, anche se non è l’ultima nella tracklist dell’album. È stato un processo molto organico e naturale. Non so spiegarlo davvero, ma è bello quando le cose accadono così.

Hai suonato in grandi festival come il Primavera Sound ma anche in posti minuscoli e assurdi, come un ristorante di pollo fritto o su una barca – e allo stesso tempo in studio sei molto presente, suoni e produci tutto da solo. Preferisci la dimensione live o l’isolamento dello studio?

Li amo entrambi, ma appartengono a stati mentali molto diversi. Al momento sono totalmente immerso nell’headspace del live perché stiamo suonando tantissimo, ma anche tra una tappa e l’altra sto registrando un sacco, quindi le due dimensioni oggi sono più vicine di quanto non lo siano state per anni. Dal punto di vista musicale, sul palco stiamo riuscendo a fare qualcosa di molto vicino a quello che vorrei fare in studio. Ovviamente lo show non suonerà mai esattamente come il disco, ed è meglio così: dal vivo ha senso espandere i brani, renderli vivi per quella situazione. Però fa tutto parte dello stesso approccio.

Ad esempio, io non vado mai nei grandi studi commerciali; registro ovunque mi trovi, ovunque stia vivendo in quel momento, usando la strumentazione che c’è. Spesso l’acustica delle stanze è folle, ma mi piace l’idea di creare qualcosa partendo dagli strumenti che hai a disposizione in quel preciso istante. Insomma, dipingi quello che puoi, con la vernice che hai nel tuo barattolo (in inglese you paint what you can, with the paint in your can). E dal vivo è lo stesso: che tu sia su un grande palco o in un piccolo ristorante, per me è fondamentale essere malleabili. Mi piace sapermi adattare a circostanze diverse, è un approccio che mantiene le cose sempre vive, fresche. Oggi la tecnologia musicale ti permette, e in certo senso ti impone, di avere standard professionali, ed è fantastico perché voglio che tutto suoni al meglio, ma voglio anche mantenere sempre la capacità di salire su un palco e fare qualsiasi cosa con quello che c’è.

“Un tempo cominciavo con la musica e poi cercavo di incastrarci le parole, magari avendo in mente un’idea vaga di ciò di cui volevo parlare. Oggi, specialmente con ‘Guitar’, voglio che le cose si sentano complete, intere, come se fossero semplicemente nate o arrivate da sole nello stesso momento”.

Possiamo dire che in questi anni, in un certo senso, il tuo pubblico sia cresciuto insieme a te. Guardandoti indietro, cosa ti spinge a fare musica oggi, rispetto a quando eri un ragazzo?

È interessante, perché una parte dei fan è sicuramente cresciuta con me, ma ai concerti vedo anche tantissimi giovani che si sono avvicinati alla mia musica magari a 10 o 15 anni. A volte è strano cantare i pezzi che ho scritto quando avevo vent’anni; mi ci rivedo ancora, mi sembrano ancora attuali, ma fa un effetto curioso. Ci sono state tante ragioni diverse per cui ho fatto musica negli anni. Quando ero molto giovane c’erano motivi decisamente puerili: volevo fare colpo sulle ragazze, volevo guadagnarmi il rispetto di mio padre o della mia famiglia, volevo che si accorgessero di me. Poi è diventata una scusa per fare festa, suonare, e soprattutto viaggiare.

Molte di queste ragioni sono ancora vere: il motivo per cui sono di nuovo in tour è che voglio stare là fuori, vedere il mondo. Il tour in fondo è solo un viaggio in cui ti pagano (ride). A volte tutto questo si perde un po’ nel frastuono dell’industria, ma la verità è che quando le persone vengono da me dopo lo show e mi dicono che si sono commosse, o che quella canzone le ha rese felici, io rimango senza parole. Per quante volte io me lo senta dire, non riesco a dimenticare quanto tutto questo sia fottutamente strano. Ho scritto una canzone nella mia camera da letto quindici anni fa, e oggi c’è un ragazzino di sedici anni dall’altra parte del mondo che dice: Mi ci rivedo perfettamente. È assurdo, è bellissimo. Se quei ragazzini vogliono che io continui a presentarmi sul palco, io continuerò a farlo. Questa è la vera forza motrice oggi. Probabilmente gonfia il mio ego come una cazzo di mongolfiera, ma c’è qualcosa di incredibilmente puro in tutto questo, e io posso solo ringraziarli.

In Italia abbiamo un romanzo molto famoso, La coscienza di Zeno di Italo Svevo, in cui il protagonista è ossessionato dal concetto di “ultima sigaretta”, che continua a rimandare per tutta la vita. Tu hai smesso di fumare e bere dopo tanti anni, hai anche dedicato una canzone alle sigarette, Ode to Viceroy: come è stato l’addio definitivo? Ha cambiato la voce o il modo di stare sul palco?

(Ride) Beh, sicuramente ha cambiato la mia voce, nel senso che non la perdo quasi più. È diventato tutto più facile, ci sono note che prima erano difficilissime e che ora prendo con meno problemi. Cerco di prendermi cura di me stesso, anche se ogni tanto la voce cede comunque, ma negli ultimi mesi sta andando bene. Per quanto riguarda il fumo… all’epoca stavo usando la sigaretta elettronica, avevo già abbandonato il tabacco. Ho deciso di dare il taglio definitivo mentre stavo attraversando l’America in macchina, da solo. Partivo da New York ed ero diretto a Salt Lake City. Ho posato la svapo e ho guidato. È stato fottutamente orribile. Davvero, davvero tremendo. Sono state due settimane di totale confusione, nausea costante, e intanto dovevo guidare per ore e ore. È stato completamente folle, non riuscivo nemmeno a comunicare con le persone. È stato così brutto che sono sicuro che non ci ricascherò mai più.

Ma al di là dei benefici per la salute o per il canto, ero entrato in una fase della mia vita in cui volevo semplicemente avere il controllo. Non volevo più essere dipendente o subordinato alle cose. Volevo eliminare tutto il superfluo. E questo ti regala una libertà incredibile. Ora posso sedermi in un cinema e guardare un intero film senza pensare: “Oh mio dio, devo uscire a fumare”, o prendere un volo aereo senza impazzire. Lo stesso vale per l’alcol: bere ti mette spesso in situazioni in cui non vorresti trovarti. Oggi posso ancora uscire, andare al bar, stare in mezzo alla gente e divertirmi, ma il premio finale è che la mattina dopo mi sveglio alle otto e ho un’intera giornata davanti a me da vivere. Non mi piace fare la morale su queste cose, non mi importa cosa fa la gente del proprio tempo o della propria vita finché non fa del male a nessuno, ma per quanto mi riguarda, finora sta funzionando alla grande.

Per anni i media ti hanno incoronato come il “re dello slacker rock”, l’icona indolente della cultura indie. Ma a conti fatti sembri tutto tranne che un fannullone. Quell’etichetta non ti è mai stata un po’ stretta?

L’ho sempre trovata una cosa piuttosto divertente, ma in un certo senso la capisco. Eravamo spettinati, un po’ rozzi, sul palco ci ubriacavamo e la nostra musica non suonava propriamente “ripulita”. Ci sta. Mi va benissimo essere il principe o il re di quella roba lì, mi sta bene tutto. Io ho sempre saputo di lavorare sodo, ma va bene così: qualunque sia il modo in cui la gente vuole incartare il pacco, a me sta bene.

Quindi possiamo dire che sei uno “slacker professionista”.

Assolutamente sì!

Mario Luongo

Giornalista professionista, editor e content manager. Collabora a diverse testate online e cartacee.

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