È stato il fotografo personale di Padre Pio per vent'anni, e l’autore di scatti che hanno plasmato la devozione di milioni di fedeli. Eppure oggi il novantunenne Elia Stelluto vive in povertà, senza alcun diritto sulle sue foto famosissime. In quest’intervista esclusiva racconta il suo rapporto col Santo. Il quale, dice, non aveva bisogno del flash, perché “emanava luce”.
Tra i tanti fenomeni straordinari che accompagnarono la vita di Padre Pio c’è senza alcun dubbio la bilocazione. Capacità rara, persino tra i santi. Pur non uscendo per interi anni dal monastero di San Giovanni Rotondo, sapeva apparire contemporaneamente anche nel raggio di parecchi chilometri. Si materializzò in varie camere da letto per dare conforto ai sofferenti; celebrò messa, comparendo in diverse cappelle sia in Italia che all’estero; si presentò in volo accanto ai caccia americani pregando i piloti di non bombardare. Una suora raccontò di averlo frequentato per un mese a Roma: non c’era mai andato, ma lei assicurò che fosse lui. E qualche testimonianza ci dice che, anche nel monastero stesso, poteva succedere di incontrare più di un Padre Pio, presente in stanze differenti.
Chi si recasse oggi a San Giovanni Rotondo non potrà avere garantito il miracolo, ma potrà assistere a una versione più laica, all’onnipresenza del santo nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Perché Padre Pio è letteralmente dovunque. È nel Santuario costruito dall’archistar Renzo Piano. È nella cripta sotterranea, completamente ricoperta in oro (forse in leggera contraddizione con i dettami francescani, va detto), dove i mosaici ne raccontano la vita. È nella Casa Sollievo della Sofferenza, l’enorme ospedale su cui campeggia il suo ritratto. Come nei vari monumenti, nei modernissimi studi di Radio Padre Pio e Padre Pio TV. È nelle insegne delle attività: Hotel San Pio, Padre Pio Bookshop… Così nelle case, nei negozi, l’immagine del frate di Pietrelcina è costantemente riprodotta. Forse perché, per Padre Pio, l’immagine ha un ruolo irrinunciabile.
Esistono santi che ci danno un esempio, danno un modello da seguire: nel nostro piccolo, volendo, potremmo lasciare le ricchezze e dedicarci anche noi ai poveri come ha fatto San Francesco. Con tanta buona volontà, potremmo immolarci per la fede, come hanno fatto i santi martiri. Padre Pio no, è un santo diverso: riproducibile in figura, è totalmente inimitabile. Essenzialmente lo si prega perché operava, e ancora opera, miracoli (una facoltà difficilmente replicabile da noi comuni fedeli). E quel suo corpo – sofferente, con le stimmate, ubiquo – era una testimonianza diretta, e anche un mezzo, dei prodigi. Riconoscibile immediatamente, è riprodotto anche a livello industriale da tutte le fabbriche di santini, calamite, souvenir, ed è qualcosa che, a livelli tali, di solito non succede ai santi, ma casomai al Cristo, alla Madonna, o tutt’al più a Ganesh nelle case indiane. Perché, proprio come loro, Padre Pio è un’icona. È una figura, un’immagine da venerare.
Per questo può sembrare strano che in pochi, in fondo, si domandino chi ci sia dietro tutto questo. Chi sia l’autore di alcuni degli scatti più diffusi della Chiesa cattolica. E non solo: l’autore di foto così iconiche (appunto) che possono essere paragonate, a livello di impatto sull’immaginario comune, al ritratto del “Che” di Alberto Korda, o a quello di Einstein con linguaccia realizzato da Arthur Sasse. Altri che hanno immortalato divi e giganti del Novecento hanno ottenuto onore e fama. L’uomo che ha reso Padre Pio un volto virale, invece, no. Ha novantun anni, vive tuttora a San Giovanni Rotondo e ha uno studiolo al piano terra in cui sono esposte le sue opere. Il nome, ignorato dai manuali di storia della fotografia, è Elia Stelluto, e convive a suo agio con i molteplici sguardi di San Pio che benedice, sorride, celebra messa, riflette o sta a letto dalle cornici alle pareti.
“Quante ne avrà scattate, in tutto?”
“Eh, migliaia!”
“Come fotografo ne sarà orgoglioso.”
“Mah, sai…”
“Sono foto che tutti abbiamo visto, che sono appese nelle case, riprodotte nei libri, vendute… Ha contribuito alla diffusione del culto!”
“Magari sì.”
“Ne è contento?”
“Così.”
“Non ne è fiero?”
“Come fotografo non mi importa niente.” Ci riflette. “M’importa di essere stato amico di Padre Pio.”
Stelluto non mente: è un fotografo anomalo. Le decine di foto che occupano la stanza sono incontrovertibilmente belle: a volte primi piani intensi, altre più quotidiane (Padre Pio spunta da una porta, Padre Pio sorride nell’atto di spiegare qualcosa…). Sicuramente c’è il soggetto che aiuta: nella sua semplicità e nell’aria bonaria, il frate ha sempre un carisma innegabile, una profondità nello sguardo che cattura l’attenzione. Ma per nessuna Elia Stelluto prova l’orgoglio dell’artista. Per lui, devotissimo, quelle foto non sono né belle, né brutte. Sono la testimonianza dell’incontro cruciale della sua vita.
Racconta di aver iniziato a dodici anni. Poi ha lavorato per i rotocalchi, ha venduto i suoi scatti di costume e attualità ai principali settimanali italiani. Ma Padre Pio ubiquo appeso ai muri sembra star lì per ricordargli che lo scopo della sua esistenza è stato catturare precisamente quel volto, e nient’altro. La sua missione si esaurì quasi sessant’anni fa, il 23 settembre 1968, il giorno in cui il suo soggetto più celebre abbandonò questo mondo mortale. In quel momento, Stelluto aveva già avuto modo di stargli accanto e ritrarlo per la bellezza di vent’anni.
“E come mai l’aveva scelta?”
“Ma perché ero un ragazzino, educato, carino…”
“Un ragazzino, sì, che aveva il permesso di fotografarlo! Un’esclusiva del genere! Perché lei?”
Quante risposte ci potrebbero essere? “Mi voleva bene.”
Mentre la guerra aveva chiuso le scuole, nel ’42, il piccolo Elia e i suoi compagni avevano preso ad aggirarsi intorno al convento dei cappuccini per raccogliere mandorle dagli alberi. “E lì arriva un frate che ci dà il pane con lo zucchero. Dice: ‘Ma fate i chierichetti!’, ‘Io? Mica so servire messa!’ E lui: ‘Ma vi insegno io!’ Che poi questo frate non sapevamo chi era, lo chiamavamo ‘Zi’ Mò’.” Ma era Padre Agostino da San Marco in Lamis. “Il padre spirituale di Padre Pio. Ed ecco com’è che l’ho incontrato.”
“E diventò chierichetto per Padre Pio. Emozionante?”
“Beh, insomma, sai: due ore di messa. Lì, dalle quattro alle sei, sempre inginocchiati. In latino. E però noi sopportavamo.” A quel tempo, molto più che il Verbo, contava la carne. “Avevamo fame.”
E per fame, d’altra parte, Elia Stelluto diventò fotografo.
“Un giorno al convento non ci stava niente, e siamo andati a raccogliere le mandorle accanto alla bottega del fotografo di San Giovanni Rotondo, il mio maestro. Dice: ‘Ma che state rubando?’ Dico: ‘No, noi stiamo mangiando’. Così mi prende a lavorare da lui. Io gli facevo commissioni. Ma ero bravo, imparavo tutto al volo. Prima mi porta in camera oscura, poi un anno dopo mi compro la prima macchinetta. Costava 500 lire, una Condoretta.”
Fu a questo punto che iniziò l’avventura. Elia Stelluto ha avuto, forse inconsciamente, un privilegio assolutamente epocale: è stato un pioniere di quella strana branca della fotografia che consiste nell’arte di immortalare i santi. Arte del tutto contemporanea, ovviamente: la Storia ci dice che il primo santo fissato su lastra è San Giovanni Bosco, con quarantadue scatti tra il 1861 e il 1888. Ma, in anticipo sui santi ipermediatici come Giovanni Paolo II, Padre Pio è stato senza dubbio il primo a ricevere interi servizi fotografici. Ad accettare di essere ritratto e riprodotto migliaia di volte per diventare, oltre a santo, santino. Il tutto grazie a Elia Stelluto, che ha affrontato questo compito completamente a digiuno non solo di iconografia, ma anche di fotografia professionale. Se incominciò a fotografare uno dei santi più venerati d’Italia fu solo perché ci stava accanto.
“Un giorno mi vede con la macchina e fa: ‘Ragazzì, che ci fai con quel coso?’ Dico: ‘Beh, le fotografie’. E lui: ‘Ma su, mica sei capace! Che ci capisci tu?’ Non ci credeva che sapevo scattare. Così provai.” Un po’ per sfida. “Perché le fedeli le volevano: il mio maestro le metteva in vendita e andavano a ruba. E continuai. Io però mica guadagnavo: prendeva tutto il mio maestro.”
Fatto sta che un ragazzo alle prime armi si ritrovò ad affrontare un problema estetico madornale: come si rappresenta un santo? Un santo di oggi, chiaramente, un santo vivo. Un santo che sa di essere santo, e di venir rappresentato. Meglio rappresentarlo ieratico, in estasi, sorridente, quotidiano…?
“Lui si metteva in posa e io scattavo.”
“Gli piaceva essere fotografato?”
“Beh, non lo so se gli piaceva. M’avesse mai fatto un complimento. M’avesse mai detto: ‘Bella questa!’”
“Ma come?”
“No. Le guardava e mi diceva: ‘Brutto! M’hai fatto veramente brutto!’. Andavano tutti pazzi per le mie foto, tranne lui. ‘Non capisci niente, mi fai uscire sempre brutto!’”
“Non sarà stato vanitoso?”
“Secondo me lo faceva per spronarmi, non so: non me ne ha mai reso merito. Allora gli ho detto: ‘Padre Pio, scusa, è colpa tua: ti metti così, che pari ‘nu carabiniere!’”
“Cioè, si metteva un po’ impettito?”
“Eh, dico: ‘Se stai tutto rigido, che vuoi da me?’ Quindi ho provato di sorpresa. E solo io ci potevo riuscire. Sapevo in che posizioni si metteva quando faceva le benedizioni, le consacrazioni, da che stanze passava… Scattavo le foto senza dirglielo, e allora sì che veniva bello.”
“E Padre Pio in quel caso apprezzava?”
“Mai un complimento in vita sua. Ma vabbè: lui scherzava sempre. Era per ridere.”
Rideva molto, Padre Pio, ma come soggetto era ambiguo. Fotografarlo era una sfida: Stelluto lo capiva a pelle. L’ultimo santo di un tipo un po’ antico, medioevale: era taumaturgo, lottava contro il diavolo… Eppure era immerso nel dopoguerra e nel boom. Di lui si occupavano i giornali, mentre incontrava i vip del tempo, da Gino Bartali a Giovanni Leone a Totò. Stelluto intuì, sostanzialmente, che non bisognava fargli ritratti ufficiali, in posa mistica o seriosa, ma (sia concesso) agire da paparazzo in convento. Rubare soltanto scatti al volo. E in quel contrasto, tra la spontaneità del momento e il saio così fuori dal tempo, sarebbe spiccata la sua vera natura.
Naturalmente, anche in campo fotografico, Padre Pio faceva miracoli. Come quello del “mastrillo”.
“Che sarebbe…?”
“Eh, lo chiamava così, lui. Il flash: trenta chili di trabiccolo. A lui non serviva neanche al buio.”
“Cioè Padre Pio non aveva bisogno di flash?”
Certo che no. “Emanava luce.”
Le cose andarono così: era la fine del ’48, e all’improvviso ci si rese conto che non esisteva neanche una foto del santo benedicente in cui si vedessero le stimmate. “E quelle, sai, erano importanti.” Erano il segno più evidente della sua comunicazione col Cristo, dell’assunzione della Sua sofferenza. Erano ciò che accomunava il frate di Pietrelcina a San Francesco, e su cui il Vaticano, all’epoca, aveva espresso più riserve. “Lui, Padre Pio, ce le faceva baciare.”
“A chi?”
“A noi ragazzi, prima e dopo la messa.”
“Vi faceva baciare le stimmate?”
“Agli altri faceva un po’ impressione. Perché sanguinava ogni mattina, erano fresche. E quindi, sai, insomma, ci sporcavamo tutta la bocca di sangue, ci rimanevano le crosticine sulle labbra…”
“Capisco.”
“Eh, però a me faceva piacere.” Fatto sta che mancava quella foto. “Padre Pio dice: ‘Ti do 5000 lire se me ne porti una’. E capirai! Io ero tutto contento: chi le aveva mai viste 5000 lire? Però qui toccava prepararsi.” Prima di tutto, bisognava piazzarsi in prima fila a messa, cosa difficilissima perché le Pie Donne, le fedeli più accese di Padre Pio, arrivavano fin dalla notte per pregare davanti alla porta del santo e quindi occupare tutti i posti migliori. Da buon paparazzo, Elia, in qualche modo, riuscì a trovare un accordo con le devote. E poi c’era il “mastrillo”, quel lampo improvviso di magnesio che andava sparato proprio in chiesa. “E insomma: io sto lì in prima fila a messa, lui alza la mano per benedire, sparo il flash e lui inizia a urlare: ‘Aiuto, aiuto!’ A momenti cadeva dall’altare. ‘Chi è stato! Chiamate i carabinieri! Fatelo arrestare!’ Volevo morire, altro che 5000 lire!”
Per fortuna il sant’uomo si calmò, e permise a Stelluto di scattare di nuovo. Però sempre e solo senza flash. “Io mi rassegno. Scatto otto foto, ma penso che non verrà fuori niente: lì al buio, al lume di candela… Quando poi vado a sviluppare, dico: ‘Ma che ho sbagliato rullino?’ Tutte perfette! Parevano fatte in pieno giorno! Non ho più usato il mio ‘mastrillo’. La luce la portava lui.”
L’identica luce che Stelluto percepì nel ’53 quando abbracciò Padre Pio prima di partire per l’Argentina, per raggiungere il papà emigrante. La stessa serenità, insieme al suo tipico profumo di rose, che avvertì a Buenos Aires il giorno in cui ebbe un incidente cadendo dal tram. “Ci vediamo presto”, gli aveva detto al momento della partenza. E Stelluto capì di dover tornare a San Giovanni, di dover stare accanto a Padre Pio fino alla morte, perché se qualcuno gli aveva donato il talento del fotografo era perché, in ogni storia di santi, c’è sempre bisogno di uno sguardo esterno, un inviato (letteralmente, un “apostolo”), un testimone per il mondo. Un reporter.
“Eh. Mo’ sto qui.”
“Non si è più mosso?”
“Mi sono sposato. Mia moglie è morta nell’82. Per dodici anni ho pregato Padre Pio perché lei soffrisse un po’ di meno.”
Attraverso i suoi scatti, il santo lo guarda e benedice da tutta San Giovanni Rotondo.
“Ma vive ancora dei diritti?”
“Macché, no.” Elia era soltanto un ragazzino, e la gran parte delle foto sono finite negli archivi di quello che chiama il suo maestro, che poi le ha vendute senza dargli niente. “Le altre le do in beneficenza. Due anni fa ne ho messe dieci a disposizione del Vaticano, senza chiedere una lira. Le hanno diffuse dappertutto.”
“E come vive?”
“Ho una pensione di 650 euro al mese, più 200 di reversibilità di mia moglie. Qui ho fatto un piccolo museo. I pellegrini ci passano, però non chiedo mica soldi. Ho fatto mostre in tutto il mondo, ma è lo stesso: le fondazioni non pagano.”
“Stelluto, ma scusi, non è giusto: le sue foto sono utilizzate ovunque! La gente prega Padre Pio davanti alle immagini che ha realizzato lei!”
“E che posso farci? Sono loro che dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza e dire: ‘Elia, vivi in povertà… tieni!’ Ma Padre Pio di nemici ne ha tanti, pure in Vaticano.”
“Che però l’ha canonizzato.”
“Sì? E come mai non l’hanno fatto dottore della Chiesa? Con quello che ha fatto per i malati, per i poveri… Perché dà fastidio a tutti quanti. E vorrei tanto capire come mai.”
“Però lei è un fotografo che ha inciso, che ha lasciato un segno nell’immaginario di tutti. Almeno lo sa che le sue sono opere importanti?”
“Io penso solo che sono stato importante nella vita di Padre Pio. Di questo sì, sono orgoglioso. Ma del resto…” Esita, cerca le parole. E forse pensa a quest’ultimo miracolo, a un santo che aveva a portata di mano, vivo, simpatico, esigente, scontroso, che attraverso i suoi scatti si è non soltanto bilocato, ma replicato, moltiplicato. È diventato migliaia di volti, e santini, e magneti, a cui tutti parlano come ci parlava lui. Si è diffuso capillarmente nelle camere da letto, nelle cucine, nei bar. Si è liberato dal corpo e si è tramutato in un’immagine. Di cui nessuno ha più i diritti.
Padre Pio tutti lo conoscono. In pochi ricordano Stelluto. “Ma io non ho fatto proprio niente.” E qui forse trova le parole: “Il vero fotografo era lui.” Ma, in tempi in cui tutti sono ubiqui, farsi da parte e scomparire a beneficio della riproducibilità di un amico non è un miracolo da poco. Non è un prodigio meno degno, e commovente, e modesto, per ritrovare un po’ di luce. In attesa del lampo di magnesio dal Cielo.