Per chi è barese, Igor Protti è stato molto più di un calciatore. Anche fuori dal campo, infatti, era dotato di qualità uniche. Qualità che gli hanno permesso di farsi amare dai tifosi di tutte le squadre in cui ha giocato.
“Ti dirò la verità: quando giochi a calcio, non sei quasi mai in te. Quando segni, poi, ti sembra di galleggiare sulla Luna, di sfuggire alla legge di gravità. Tutto diventa sfocato e senti solo suoni ovattati, mentre vedi i compagni che ti corrono incontro, al ralenti, raggianti di gioia. O almeno, così l’ho sempre vissuta io”.
Così mi parlò Igor Protti (morto ieri dopo una lunga malattia) in un tiepido pomeriggio di ottobre di una decina d’anni fa. Con il pretesto di un documentario Rai dedicato a Livorno ero riuscito a carpirne l’immediata disponibilità, strappandogli un appuntamento sugli spalti dell’Ardenza, stadio in cui aveva furoreggiato per anni. Per me conoscerlo era una questione sentimentale, coronare il sogno di un adolescente cresciuto nella Bari degli anni Novanta. Lo ricordo arrivare in biancorosso nel 1992, in una squadra da poco brutalmente ridimensionata nelle sue aspirazioni europee da una retrocessione in serie B, nonostante la disponibilità in organico di oggetti di lusso come David Platt e Zvonimir Boban. Precipitato negli inferi della serie cadetta, il popolo barese ha bisogno di nuovi idoli a cui aggrapparsi e nelle sue prime stagioni in biancorosso, quel ragazzo riminese, arrivato dal Messina con pedigree da goleador, mostra già una sua aura.
Non segna subito moltissimo, eppure incanta tutti, dal primo momento. Perché, in ogni apparizione, brilla di una passionalità inequivocabile.
Glielo si legge subito in faccia, negli occhi rapaci, nel volto tirato, nel fremere nervoso e scattante, ai bordi dell’area avversaria, che sputerà l’anima, sul prato.
Quando parte dalla panchina, il suo ingresso in campo, da atteso deus ex machina, viene propiziato dalla curva nord barese con un ritmico rullo di tamburi, chiuso da un ruggito barbarico: tum tutùmtum tum tutùmtum, tumtutùntum tùm: I-gòr!!!, con l’accento sulla o. Il mantra perfetto, per uno che gioca ogni istante di partita col sangue all’occhio e il cuore in mano. Animato dalla determinazione visionaria di chi ha già deciso di scolpire il suo nome nella storia cittadina.
Bari, dall’inizio del Novecento, vanta una Chiesa russa dalle cupole di verde smeraldino, incastonata in un quartiere popolare. Un luogo sacro dedicato a San Nicola, come lo stadio barese: a questo gemellaggio culturale con gli ortodossi russi, a questa osmosi tra rappresentazioni sacre, tra calcio e religione, e al suo nome di battesimo, Igor (dallo slavo ‘Ingvarr’), Protti ha sempre attribuito le origini del soprannome che la tifoseria biancorossa gli ha affibbiato.
“A Bari, dal primo momento, tutti mi hanno chiamato lo Zar”. Ironico per un comunista di antica tradizione familiare riminese. Però in fondo l’ha sempre trovata un’investitura lusinghiera, un riconoscimento al suo dominio sulle partite.
“Certo, non è che gli zar abbiano fatto tante cose buone” prosegue con un sorriso scettico ma e consapevole. Confessandomi che leggere avidamente testi storici è sempre stato, per lui, un esercizio di meditazione. “Era il mio metodo per distendere i nervi nelle vigilie più tese, prima dei match più duri”. Conoscere la storia lo fa sentire parte del consesso umano: di ogni squadra per cui ha militato conosce minuziosamente fondazione, palmares, tappe cruciali, rapporto con la città d’appartenenza. Lo ha sempre aiutato a sentirsi addosso tutto il peso della maglia che indossa, a vivere in pieno un senso di responsabilità che non lo abbandonerà mai. Del Livorno che lo svezza al professionismo, da ragazzo, si è innamorato subito. Gli è bastato entrare al Picchi e vedere, in una grande foto, le facce da fanti della prima guerra mondiale dei giocatori del Livorno del 1915, prima formazione labronica, e quella della squadra che arrivò seconda in serie A, nel 1943.
“Quando scendiamo in campo non ci mettiamo mica addosso una maglietta per andare in spiaggia”, dice calcando sull’inflessione riminese, lui che il mare della sua infanzia lo ha sempre cercato come sfondo, nelle peregrinazioni da calciatore. Forse più da navigatore che da bagnante, come se fosse l’orizzonte di un’altra impresa da compiere, virando verso i mari del sud caldi di tifo, Messina, Bari, Napoli, per riapprodare nella Livorno dei suoi esordi calcistici.
“I livornesi mi hanno adottato subito, quando ero solo un ragazzo. Mi chiamavano bimbo, felici dei miei primi gol, rispettosi del suo impegno, dell’attaccamento alla maglia, del senso di appartenenza. Del mio dare tutto senza non tirarmi mai indietro, in partite in cui per farti fischiare fallo dovevi portare la lastra all’arbitro.
A Livorno mi hanno accolto calorosamente, come da tradizione cittadina. Qui, a fine Cinquecento, con le leggi livornine, arrivarono esuli di ogni etnia, e galeotti amnistiati per ripopolare questa città. Vennero tutti qui, a rifarsi una vita, costruita con le loro mani. Questo ha inciso molto sul carattere dei livornesi di oggi, sul loro essere un po’ fuori dalle regole, anarchici, ma anche accoglienti. Antirazzisti, con un’apertura verso qualsiasi tipo di persona. Ecco dove nasce, l’anima libera di questa città, quella che oggi cerco di trasmettere ai giovani della squadra”.
Anche a Bari per tradizione nessuno è straniero, e infatti a Bari Igor si sente subito a casa. Eppure, nei primi tempi, a rubargli un po’ la scena nell’attacco biancorosso è il Cobra di Pomezia, Sandro Tovalieri. Serpente d’area dall’apparenza indolente, Tovalieri diventa letale nei suoi scatti sul breve, lampi di opportunismo sul filo del fuorigioco. Tra lui e Igor si crea un’immediata complicità priva di invidie e rivalità, dentro e fuori dal campo. Diventano subito amici fraterni, lo saranno a vita. Protti sarà pure un po’ meno prolifico, del suo compagno di reparto, eppure ruba i cuori quanto il Cobra, perché ha una grafia tutta sua nell’andare a rete. Ariosa e mai banale, violenta ed elegante allo stesso tempo. Impreziosita da acrobazie memorabili, da rovesciate sontuose, da Fuga per la vittoria. In anni in cui non si gioca ancora con i palloni leggeri da pallavolo, e quelli col tritolo nei piedi spiccano nel mucchio, Protti fulmina i portieri con bolidi curvi e potenti, carichi di un effetto molto personale. Sa anche leggere le traiettorie dei cross e incunearsi in area al tempo giusto, con il suo metro e settantuno, per svettare di prepotenza tra difensori rocciosi, producendosi in torsioni di testa forti come scudisciate.
L’efficacia di una zampata sporca, lo scippo beffardo al difensore lento o distratto, appartiene al repertorio di Tovalieri. Protti è tutt’altro: incarna il gol come volontà e rappresentazione.
Quando prende palla, spesso dalla fascia sinistra, sulla trequarti di campo, come dicono all’epoca gli oratori radiofonici di Tutto il calcio minuto per minuto senza ancora sentirsi fuori dal tempo, il suo avanzare sembra l’ouverture di un crescendo.
Igor punta i difensori ed è come se cominciasse un infervorato discorso pubblico. Tutti vibrano, sugli spalti, sentendosi istintivamente chiamati a testimoniare una flagranza. Il gorgoglìo di massa sale di intensità a ogni falcata palla al piede. Lasciato sul posto il primo avversario, il rombo si intensifica. Segue, in rapida sequenza, lo spostamento del pallone, da sinistra a destra, le finte che sbilanciano l’ultimo ingombro difensivo, aprendo uno spiraglio. Poi la gamba si lancia fulmineamente all’indietro, a prendere forza. Quando il tiro parte, il tonfo sordo di cuoio sembra rimbombare magicamente nelle orecchie di tutti, nonostante la bolgia. La rete si scuote, liberando un urlo selvaggio.
I-gòr, lo zar del popolo agita il pugno verso l’alto, con la faccia rabbiosa che sembra sporca di fango, anche se non piove. Trasfigurato dall’esultanza, mentre corre sotto la Curva Nord viene avvolto dal fumo, tra le esplosioni di petardi bellici. Un gol così lo ricordo fotogramma per fotogramma: gliel’ho visto fare più di trent’anni fa contro la Lazio di Zeman, in un tre a tre da ottovolante. Con il tabellone del San Nicola che al fischio finale refertava una tripletta, Protti Protti Protti. Eppure, nel condensarsi della memoria, mi sembra che fosse una sua dinamica ricorrente. Lo stesso gol ripetuto all’infinito, sempre uguale e sempre diverso, nel suo climax ascendente.
Nelle interviste d’epoca, a match concluso, dopo una doccia calda nel ventre del San Nicola e un colpo di phon, la zazzera lustra e piratesca di Protti diventa vaporosa e l’occhio assassino si illanguidisce. La voce diventa una nenia dolce, musicalmente riminese. Ai limiti dell’eloquio felliniano, coi congiuntivi in ordine e l’umiltà sorridente di un ragazzo felice. Un po’ sembra intimidirlo, l’idolatria che scatena in una città incline a sentirsi rappresentata dalla visceralità di quel Mister Hyde che Igor mostra solo nella trance agonistica.
“Quando prende palla, spesso dalla fascia sinistra, sulla trequarti di campo, come dicono all’epoca gli oratori radiofonici di ‘Tutto il calcio minuto’ per minuto senza ancora sentirsi fuori dal tempo, il suo avanzare sembra l’ouverture di un crescendo”.
“Nella vita sono una persona molto tranquilla. In campo tiravo fuori la parte peggiore di me. Quella che però combatteva con tutto sé stesso, dando il massimo, per soddisfare le esigenze di chi veniva a vedermi”.
L’Igor Protti che sto intervistando, sugli spalti dell’Armando Picchi, è un idolo che non delude, nemmeno un po’. Ha quasi cinquant’anni, l’aria serena e il carisma integro, senza aver acquisito un filo di supponenza. Il timbro di voce si è fatto più adulto, riscaldato dalla saggezza e la giacca gialla a righine è da poeta cubano, esule e accolto nella congeniale Livorno. Il pizzo e la chioma filiformi, quasi disegnati, ne acuiscono l’aria anacronistica, struggente. Da eroe di un altro secolo, del tutto privo di retorica, contagiato il giusto dal disincanto dissacrante di Livorno. Eppure, sempre serio nel portare a compimento il suo percorso.
Protti, a suo dire, è tutto nella caparbietà sublime e surreale del suo gol contro la Cremonese. Nella primavera del 1996, sta guidando la classifica dei cannonieri, ma il suo Bari, per assurdo, appare già spacciato, condannato alla serie B. Al San Nicola i grigiorossi passano addirittura in vantaggio. Igor pareggia e riporta con rabbia il pallone a centrocampo. Bisogna vincere per mantenere un filo di speranza, ma il campo è zuppo di pioggia, pesante come il pallone. A quindici minuti dalla fine Igor, calciando, perde l’equilibrio. Il portiere grigiorosso respinge il tiro di piede. Protti si rialza velocemente, recupera il pallone, lo sposta sulla destra per eludere l’intera difesa cremonese schierata in area e crearsi un varco minimo. Poi si incurva, riesce a liberare un destro violento, che picchia sulla traversa ed entra, suggellando una vittoria tanto epica quanto inutile. Protti, con l’enormità dei suoi ventiquattro gol, non salverà il Bari dalla retrocessione, ma diventerà capocannoniere della serie A, a pari merito con Beppe Signori. Qualche anno dopo, tornando a Livorno, più maturo, riuscirà a compiere un’autentica impresa. Rinunciando a ingaggi sontuosi riporterà a suon di gol la squadra, dopo un’eternità, finalmente fuori dalle secche della serie C. In combutta con un altro gemello, Cristiano Lucarelli, vincerà anche il campionato di serie B, guadagnandosi un’altra promozione storica ed un’ultima passerella in serie A, a trentotto anni.
Senza troppi rimpianti, ma con qualche malinconia: il calcio, dopo il suo ritiro, gli è parso sempre più uno spazio iper-tattico, in cui ai ragazzini vengono dati compiti troppo precisi e stringenti, come l’imposizione del gioco a due tocchi. Finendo così per inibirne l’anarchia dell’estro, la vocazione al dribbling e privandoli del gusto difficile di rischiare, di provare giocate audaci. Quelli che fanno vibrare il pubblico sugli spalti. Diventando progressivamente pedine banali, tutte uguali, intercambiabili, senza personalità. Paradossalmente, inserite in un approccio al calcio che a Protti appariva sempre più individualista e sempre meno umano, troppo freddo e calcolato.
“Oggi i calciatori guadagnano molto di più, ma noi abbiamo visto e vissuto un calcio più bello. Quando entravi all’interno dello spogliatoio, ti sentivi parte integrante di un gruppo, di una città, di una storia, di una società, di una tifoseria. È stata un’emozione impagabile. E la vita, senza emozioni, non ha molto senso”.