Articolo
Rosella Postorino

La realtà è un luogo irraggiungibile. In conversazione con Neige Sinno

Postorino Cover

A partire da "Triste tigre" e "La Realidad", Rosella Postorino dialoga con Neige Sinno di violenza sessuale e coloniale e di strutture di potere, interrogando i limiti del linguaggio e la sua capacità di rendere visibile il reale.

Ho letto Triste tigre in francese tre anni fa, quando è uscito per P.O.L. Mi trovavo in Francia per un festival e non si parlava che di Neige Sinno, perché il suo terzo romanzo non solo stava vincendo numerosi premi – tra i tanti, ha vinto il Prix Femina, il Prix Goncourt des Lycéens, il Prix littéraire Le Monde, il Prix Les Inrockuptibles – ma stava vendendo centinaia di migliaia di copie ed era in corso di traduzione in tutto il mondo, malgrado il tema che affrontava potesse apparire “respingente”. 

Che cosa lo ha fatto amare tanto da lettrici e lettori? Io credo dipenda dal fatto che, sebbene Sinno racconti la violenza sessuale che il patrigno le ha inflitto quando lei era una bambina, il romanzo ha una misura, un equilibrio, una specie di pacatezza, di solidità tutta letteraria. Quest’autrice cerca nella letteratura – in quella degli altri, prima ancora che nella sua – una possibilità di indagine scevra da giudizi e pregiudizi, una possibilità di interrogare i rapporti di potere fra gli esseri umani in modo onesto, complesso, mai scontato. 

In Italia il libro è stato pubblicato da Neri Pozza nel 2024 con la traduzione di Luciana Cisbani e ha vinto il Premio Strega europeo. Alla fine dell’anno scorso, sempre tradotto da Cisbani, è apparso La Realidad, che mi ha confermato l’ossessione di Sinno per il potere e il suo carattere tragico – anche per chi non ha deciso di possederlo. In questo romanzo Sinno cita Le Clézio, affermando che: “per il dominante, l’Uomo Bianco di Classe Media Occidentale che non desidera essere un dominante, non esiste sulla terra nemmeno un angolino in cui potersi nascondere”. Mi pare una questione oggi non solo attuale e dolorosa, ma sempre più incandescente.

Neige Sinno è da poco venuta a Roma per il Festival Letterature. Ho dialogato con lei sul palco allestito nello stadio Palatino, ma avevo ancora molte cose da chiederle. Così abbiamo continuato a sentirci via mail per parlare di potere, identità, violenza e scrittura.   

In Triste tigre parti dall’esperienza personale degli abusi che hai subito dal tuo patrigno per riflettere su come la lingua possa raccontare una cosa che consideriamo non rappresentabile. Ne La Realidad parti da un viaggio che Necha, tuo alter ego, e la sua amica Maga fanno insieme verso il Messico nel 2003, per conoscere il subcomandante Marcos, che si dice essere in questa cittadina di nome La Realidad, appunto. Le due non arriveranno mai lì, ma il romanzo è una riflessione su che cosa sia un viaggio di formazione fatto da due bianche occidentali in un luogo che dall’Occidente è stato colonizzato. Ecco, in entrambi i casi tu rifletti sulle strutture di potere dentro la società e sulla violenza che le è insita. Non direi che in un caso si tratta di violenza privata e nell’altro di violenza collettiva, politica. Anche la violenza subita tra le pareti domestiche e il silenzio cui costringe sono frutto di una cultura, sono il risultato di un sistema collettivo. 

Sì, sembra che il potere e la violenza mi interessino molto. Ma non l’ho veramente deciso, non in maniera cosciente. È piuttosto l’esito di un lungo percorso di scrittura che mi ha portata a cercare di raccontare e capire altre cose – ma la violenza irrora tutto. Osservare il reale porta inevitabilmente a interrogarsi sulla violenza, sulle sue forme, le sue origini, la possibilità o impossibilità di aggirarla, di appropriarsene, di sfuggirla ecc. Il potere, la dominazione, il colonialismo sono parole che usiamo per nominare un insieme di fenomeni spesso complessi, strani e difficili da cogliere. Trovare termini astratti per collegare tutte queste micro e macro-strutture che costituiscono le relazioni di potere è, secondo me, quasi un miracolo. I termini astratti illuminano zone d’ombra – ma questo non avviene mai senza che ne offuschino altre, non avviene mai senza la tendenza a rendere invisibile ciò che non è nominato. Il linguaggio ha il potere di rendere visibili o invisibili le cose, è a sua volta legato a sistemi di oppressione, non è neutro. Niente è neutro, né dal punto di vista politico né dal punto di vista estetico, e questo fa sì che prendere parola, generare senso, sia sempre allo stesso tempo pericoloso ed eccitante.

Sia Triste tigre sia La Realidad hanno una struttura che supera i confini classici del romanzo o del memoir o del saggio. So che hai cominciato con la fiction tout court, ma poi sei approdata a questa forma narrativa che si consente la riflessione, la digressione, che cita altri autori quasi come se facesse analisi letteraria, che interroga il narratore stesso: che cosa fa, e perché? Alla fine, è come se indagassi, in modo metaletterario, il senso della tua scrittura e della scrittura in sé.

Non so davvero da dove ho cominciato, perché la scrittura di finzione l’ho sempre fatta in parallelo con il lavoro accademico. A lungo ho creduto di poter separare l’ambito accademico e la creazione narrativa, ma col tempo queste due attività si sono contaminate a vicenda. C’è stata una specie di fecondazione reciproca, almeno spero. Quando ci si avventura sul terreno dell’ibridazione, si auspica infatti che il risultato sia qualcosa di completamente nuovo, al di là dell’unione delle specie ibridate, una nuova forma, un nuovo organismo. È rischioso. Spesso gli ibridi falliscono, come ci insegna la biologia; un’ibridazione naturale riuscita è sempre il frutto di tempi lunghi, del caso, della combinazione di forze misteriose. Il cane-gatto è al tempo stesso un po’ cane e un po’ gatto? O è una creazione nuova a sé stante? Oppure non è né l’uno né l’altro, cioè niente, o meno di niente? Non si gioca impunemente a muoversi tra i generi, c’è sempre il pericolo del ridicolo, il pericolo della difformità, il pericolo del fallimento. A proposito dei giochi metaletterari, cerco di non abusarne, perché so che potrebbe esserci in me una sorta di mania, ereditata dalla tradizione di cui vorrei essere degna erede. Ma è comunque molto allettante e a volte molto utile. È soprattutto utile quando si ha bisogno di cambiare il ritmo, di interrompere il flusso della lettura, permettendo al lettore di uscire da questo flusso, di prenderne un po’ le distanze, prima di rituffarcisi. Nel testo si crea uno spazio, un respiro, una possibilità di assaporare l’esperienza avendo coscienza di ciò che accade. Una mise en abîme è una struttura spesso percepibile, e se il lettore la percepisce – che sia segnalata o no (mi sembra peraltro più efficace quando non è segnalata) – allora stabilisce una forma di complicità con chi scrive. È una connessione molto profonda, una connessione estetica, al di là delle divergenze che si possono avere con un testo – una connessione che io amo provare quando leggo e che a volte cerco di creare nei miei testi.

“Sono bianca, ma sono anche donna. Ho vissuto dunque sulla mia pelle l’esperienza della violenza sistemica. Sono stata violentata, la mia voce è stata messa a tacere, il mio lavoro è stato ignorato o sminuito, e tutto questo solo a causa del mio genere. Ho conosciuto dunque due tipi di vergogna: quella di essere umiliata in quanto essere inferiore, e quella di sentirmi umiliata dalla mia condizione di privilegiata”, scrivi ne La Realidad. È molto interessante questo racconto della complessità dei ruoli di potere, anche quando non sono scelti: essere fra i dominanti perché si è nati in Occidente, per esempio. In Triste tigre hai affrontato il tema della violenza sulle donne attraverso il tuo stesso corpo, testimonianza della cultura dello stupro che da sempre domina la nostra cultura. Ne La Realidad racconti di quando, vent’anni dopo il viaggio con Maga, sei tornata in Chiapas su invito delle donne zapatiste che facevano un grande incontro femminista (ricordiamo che in Messico avviene un femminicidio ogni due ore e mezza, ogni giorno sono uccise in media dieci donne). Mi pare che questo tema ti prema molto, e che in Francia lo si esplori in modi diversi: penso a Natacha Apannah, La notte nel cuore, o a Adèle Yon, Il mio vero nome è Elisabeth, per non parlare di Virginie Despentes o Christine Angot, che della violenza sulle donne scrivono da tempo. 

Non lo definirei un tema che mi sta a cuore. Non l’ho abbracciato facilmente, al contrario, mi stava a cuore aggirarlo. Non volevo affrontarlo direttamente come faccio in questi due libri. Ma è qualcosa che mi è successo, anche grazie ad alcune letture fondative (Despentes, Angot, Ernaux, ma anche Toni Morrison, Dorothy Allison, Maggie Nelson e molte altre) e da alcune guide incontrate per caso nella vita, le amiche, le compagne e le sconosciute di cui parlo ne La Realidad. Mi sono ritrovata davanti a questo muro e non potevo fare altro che scalarlo. È più facile vedere le violenze di cui si è vittime anziché quelle di cui si è artefici. Ma le relazioni di potere sono complesse e ci troviamo sempre all’incrocio di più sistemi, nei quali siamo al tempo stesso dominanti e dominati. Questa fluidità mi affascina. Fa emergere un po’ di libero arbitrio in un mondo sociale che altrimenti sarebbe molto determinato.

Postorino 2

Foto scattata al “Letterature Festival Internazionale di Roma” da Chiara Pasqualini.

Ho l’impressione, leggendo questi tuoi due libri, che tu rifletta molto sul linguaggio come limite, barriera, qualcosa che fa resistenza. Il linguaggio è inadeguato a raccontare il trauma dell’abuso, il linguaggio deve contenere la consapevolezza della violenza coloniale e cercare di raccontare l’alterità senza ridurla alla prospettiva di chi scrive, semplificandola o tradendola. Mi pare che tu parta dal presupposto che non esiste una verità definitiva. In fondo che cos’è la realidad, la realtà? Un posto irraggiungibile. Io credo che la letteratura sia proprio questa fede: il linguaggio è insufficiente, eppure mi affido a questo strumento come se ne andasse della mia vita e del mondo intero. 

Anch’io ho la sensazione di aver scelto una modalità espressiva paradossale, che si nutre delle proprie contraddizioni. Una battaglia persa in partenza, che tuttavia desideriamo combattere con forza. La nostra sete di verità è inestinguibile, mentre sappiamo benissimo che, se da qualche parte esiste, questa verità è certamente inaccessibile. Cercare di raccontare una storia, cercare di descrivere il reale con un po’ di precisione, restando fedeli a ciò che ne abbiamo percepito, è un compito impossibile, ed è tuttavia proprio quello che affascina gli scrittori.

Sei nata in Francia, hai vissuto negli Stati Uniti e in Messico, hai tradotto in francese La Realidad, che avevi scritto in spagnolo, cioè hai trattato la tua lingua madre come una lingua d’arrivo e non d’origine. In Triste tigre dici: “ho scoperto la mia identità nel momento in cui mi veniva imposta la dissimulazione. Il mio mondo interiore si è forgiato nella consapevolezza di sapermi estranea al mondo, mondo a cui non potevo rivelare chi ero realmente. Quel segreto, e sapere che gli sopravvivevo, erano la mia forza”. Mi pare che per te ci sia nell’identità un senso di estraneità di fondo: come influenza la tua scrittura? 

Credo che la sensazione di essere straniera, dissociata dal mondo, che ho provato nella mia infanzia perché vivevo una condizione che mi isolava in un’immensa solitudine, si sia trasformata a poco a poco. Ho finito per capire che molte persone la condividono, per tantissime ragioni diverse, e che forse è un’esperienza universale. Oggi trovo un po’ triste avere una sola identità, cercare di sapere chi si è e aggrapparsi a questa convinzione difendendola a ogni costo. La lettura (come l’amicizia) ci permette di uscire da noi stessi, di assaggiare la possibilità di ciò che potremmo essere o diventare. Credo di cercare da tempo luoghi che consentano una metamorfosi. Il cambiamento è ciò che ci fa sentire intensamente vivi: quando qualcosa accade, ci accade davvero. Il mio desiderio di cambiare lingua e di diventare qualcun altro in un’altra lingua fa parte di questa ricerca. Ma naturalmente le cose non sono mai così semplici come si immagina, e non c’è metamorfosi, passaggio verso un altrove, senza un certo numero di conseguenze impreviste. È vero che lo status e il posto dello straniero sono ambivalenti. Lo straniero è colui che vede ciò che gli altri non vedono o non vedono più, colui che arriva in un mondo senza condividerne i codici, con altre abitudini, altri occhi. Il viaggiatore fa sognare gli scrittori da sempre, con la promessa dell’avventura, dell’esotismo, del racconto. “Dite, che avete visto?” chiedono ansiose, assetate di storie, le voci della gente ai “viaggiatori mirabili” della poesia Il viaggio di Baudelaire. E i viaggiatori vedono sempre molte cose, che possono cercare di abbellire, se vogliono far piacere alla loro platea. Ma quando scende la notte, nell’ora della verità, della solitudine o delle confidenze, finiscono per guardare in faccia la realtà. Ciò che hanno visto è spesso miseria e orrore, la mediocrità, la viltà, e il loro ripetersi implacabile, ovunque tra gli umani. “Oasi d’orrore / al centro di un deserto di noia”. Essere stata straniera in molti contesti, a volte imposti, spesso desiderati, ha nutrito in me una certa malinconia, che probabilmente avevo già, ma che si è accentuata.

C’è un bellissimo brano sulla resilienza, in Triste tigre: parla delle vittime, che per la società non devono sentirsi vittime. Ho la sensazione, e l’ho avuta ancor più di recente ascoltando i discorsi attorno a Gisèle Pélicot, anche da parte di femministe, che si accettino le vittime solo quando sono resilienti, quando ci insegnano che la gioia e l’amore vincono su tutto, quando si rialzano, quando sono, come dici tu, superdonne e superuomini.

Ciò che trovo più rivoltante in tutto questo è che l’esistenza delle “buone vittime” (quelle che ce la fanno, che sono gioiose, che usano la loro esperienza traumatica per migliorarsi, che aiutano gli altri ecc.) presuppone quindi l’esistenza di cattive vittime (le persone che non riescono a riprendersi, quelle che si suicidano, quelle che non vedono in ciò che hanno vissuto un mezzo di superamento, quelle che parlano troppo forte, che piangono, che disturbano ecc.). È particolarmente ingiusto che le persone che soffrono di più siano ulteriormente discriminate: non solo hanno subito violenza e faticano a sopravvivere, ma vengono inoltre tacitamente accusate di non usare la violenza che hanno subito per farne qualcosa di utile. È il mondo alla rovescia. È la società a doversi rimettere in discussione, non le vittime. È questo che significa lo slogan “che la vergogna cambi campo”. Una “buona vittima” permette alla società di sentirsi meno colpevole, di non assumersi le proprie responsabilità.

Ne La Realidad scrivi: “E io non posso fare a meno di sognare insieme a Le Clézio che la letteratura possa essere una nuova versione del “cerimoniale magico di guarigione”, una messa in scena primordiale di tutto quello che ci costituisce in quanto esseri umani». Che cos’è per te la letteratura, dunque, e in che rapporto sta con il reale?

Trovo bella questa immagine che Le Clézio sviluppa in Haï, un libro poco conosciuto, dove racconta un soggiorno nel Darién con popoli indigeni che hanno un modo di vivere molto lontano dal nostro e che praticano l’arte in maniera diversa. Il canto, il racconto, la poesia, la musica, la danza sono forme di connessione con la vita, con noi stessi, con gli altri – o comunque possono esserlo, potrebbero esserlo. Potrebbero essere considerati come medicina, magia, come invenzioni che gli esseri umani hanno fatto per essere più presenti nella vita, per celebrarla, per lottare contro l’oscurità e la morte. Sogno questo per qualche minuto, seguo Le Clézio nella sua ipotesi. Poi lascio perdere. Non so che cosa sia la letteratura. Le mie idee a riguardo cambiano di continuo. Sento che ci sono forze potenti nel linguaggio, forze antiche e molteplici, e che queste forze vanno ben oltre la semplice rappresentazione della realtà, ma non saprei dire esattamente che cosa siano né come accedervi.

[I versi de Il viaggio di Charles Baudelaire sono tratti da I fiori del male, Mondadori, Milano, 2014, a cura di Gesualdo Bufalino].   

Lucy ringrazia “Letterature Festival Internazionale di Roma” e Chiara Pasqualini per la gentile concessione della foto.

Rosella Postorino

Rosella Postorino è autrice de Le assaggiatrici, da poco diventato un film di Silvio Soldini, e di molti altri libri, anche per ragazzi.

Icon Diamond Yellow

Newsletter

Le vite degli altri

Le vite degli altri è una newsletter che racconta di vite che non sono la nostra: vite straordinarie, bizzarre o comunque interessanti.

La scriviamo noi della redazione di Lucy e arriva nella tua mail la domenica, prima di pranzo o dopo il secondo caffè – dipende dalle tue abitudini.

Contenuti Correlati

lucy audio player

00:00

00:00