Articolo
Gabriele Gimmelli

Dalla parte di Willy il Coyote

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Chi meglio di Willy il Coyote rappresenta oggi la vittima di un sistema che, nel momento in cui promette di esaudire ogni desiderio, nega questa possibilità? Forse è anche per la satira che fa del presente in cui viviamo che Coyote vs. Acme è uno dei grandi successi di pubblico e critica di questa stagione cinematografica.

Il nome di Ian Frazier è ancora troppo poco noto in Italia. Benché si tratti di uno dei più assidui staff writer del «New Yorker» (ci scrive quasi ininterrottamente dal 1974), non ha ricevuto da noi l’attenzione che meritava: libri come Family (1994), esperimento di autofiction “genealogica” che il suo amico Aldo Buzzi aveva definito “una bellissima storia dell’America”, Travels to Siberia (2010) e il recente Paradise Bronx (2024) sono tutt’ora inediti in italiano. La raccolta Coyote vs.  Acme è una delle rare eccezioni: pubblicata negli Stati Uniti nel 1996, è stata prontamente tradotta nel 1998 da Damiano Abeni e Simona Fefè per Minimum Fax, anche se da allora non è più stata ristampata (la si può comunque recuperare facilmente fra i remainder o nell’usato). Chissà se ora che Coyote vs. Acme è arrivato sul grande schermo, qualche editore troverà finalmente il coraggio di portare (o riportare) l’opera di Frazier nel nostro Paese.  

Apparso per la prima volta sul «New Yorker» nel 1990 (una copia del numero, uscito in occasione del sessantacinquesimo anniversario della rivista, fa un breve “cammeo” in una scena del film) il racconto che dà il titolo alla raccolta si basa su un espediente semplicissimo ma a suo modo geniale. “L’idea”, ha spiegato Frazier in un’intervista rilasciata estate scorsa a Steven Kurutz per il «New York Times», “era quella di utilizzare il linguaggio tipico delle dichiarazioni ufficiali per raccontare qualcosa di completamente assurdo”. Il testo si presenta infatti come la trascrizione del verbale con cui Willy il Coyote, dopo aver passato anni ad acquistare per corrispondenza i marchingegni targati ACME nel vano tentativo di catturare l’uccello Beep Beep, cita in giudizio la compagnia per “danni subiti alla persona, mancato reddito, e sofferenza psicologica”, chiedendo un risarcimento complessivo di trentotto milioni e settecentocinquantamila dollari. 

Malgrado nel corso della sua carriera abbia parlato di rado (anche in Coyote vs. Acme non apre bocca, affidandosi ai cartelli), il Coyote ha la statura del personaggio letterario. L’insensatezza della sua caccia a Beep Beep – che, ricordiamo, non è uno struzzo ma un corridore della strada, volatile sconosciuto alle nostre latitudini, ma assai diffuso nei deserti del sudovest statunitense – è un modello di racconto elementare, quasi esopico nella sua radicale semplicità. Si dice che Cesare Zavattini avesse in mente di realizzare il “film comico puro”: un uomo che corre e un altro che senza motivo lo insegue. È probabile che Zavattini pensasse soprattutto alle comiche di Buster Keaton e Charlie Chaplin; ma la definizione calza benissimo anche per i cartoon del Coyote e Beep Beep.

Chuck Jones, che aveva ideato il Coyote insieme a Michael Maltese alla fine degli anni Quaranta, parlandone nella propria autobiografia – Chuck Amuck. The Life and Times of an Animated Cartoonist, inedita in Italia – citava in proposito una frase del filosofo George Santayana: “Un fanatico è qualcuno che raddoppia i suoi sforzi dopo aver perduto di vista il proprio obiettivo”. Per l’aspetto fisico del personaggio, invece, Jones spiegava d’aver tratto ispirazione da un libro di Mark Twain, In cerca di guai (1872; una traduzione italiana è tutt’ora disponibile per Adelphi). In questo resoconto di un viaggio realmente compiuto da Twain verso l’Ovest americano, compare a un certo punto la vivida descrizione di un coyote: “uno scheletro bislungo e allampanato, dall’aria afflitta e assai cagionevole […] una vivente allegoria dell’Indigenza: ha sempre fame, è sempre povero in canna, scalognato e senza un amico al mondo”. Ostinazione e sfortuna: il Coyote è già tutto qui.

Attento lettore di Twain, Frazier conosceva quella descrizione. “Nonostante cerchi di essere uno spietato predatore, c’è sempre qualcosa in lui che gli impedisce di esserlo fino in fondo”, ha spiegato lo scrittore al «New York Times». “E poi c’è quel momento di serena consapevolezza… quando precipita giù nel burrone. Il momento della presa di coscienza è sempre molto commovente”.

A dispetto delle poche pagine (meno di una decina nell’edizione italiana), il racconto Coyote vs. Acme è stato subito accolto con grande entusiasmo, e il suo successo è durato nel tempo, vincendo riconoscimenti come il prestigioso Thurber Prize, riservato alla letteratura umoristica, e raccogliendo illustri consensi: Jonathan Franzen, fan dichiarato, lo ha definito “funambolico” e un “classico nel suo genere”. Con un po’ di fatica, se ne sono accorti anche Hollywood. Dopo un primo tentativo nel 1998 a opera di Scott Rudin (oggi caduto in disgrazia, ma un tempo al timone produttivo di film come I Tenenbaum, The Hours e Non è un Paese per vecchi, ), il progetto è stato poi resuscitato nel 2015 da James Gunn, ben noto agli appassionati di cinecomic per la trilogia dei Guardiani della galassia (2014-2023). Numerose sono state poi le riscritture dello script, che hanno visto impegnati, oltre allo stesso Gunn (che figura nei titoli come coproduttore e come autore del soggetto insieme al sodale Jeremy Slater), diversi team di sceneggiatori; per approdare infine nelle mani di Samy Burch (autore per Todd Haynes del copione di May December) e del regista Dave Green. Ma la vicenda produttiva di Coyote vs. Acme fa storia a sé, e ci torneremo fra poco.

Più che tentare un adattamento del racconto, Burch e Green hanno cercato di riprenderne il tono di fondo. Nella loro versione, il Coyote decide di rivolgersi a un avvocato per far valere i propri diritti di consumatore. La scelta cade sullo sgangherato studio legale Avery, Jones & Maltese, guidato dal giovane ma già demotivato Kevin Avery (Will Forte), che si guadagna da vivere con modeste richieste di risarcimento che fruttano pochi quattrini a lui e ai suoi clienti a cartoni animati; e questo malgrado l’entusiasmo e la tenacia di sua nipote Paige (Lana Condor), che dello studio è la stagista e che continuamente cerca di scuoterlo dalla sua abulia. Una serie di stratagemmi del Coyote (che non manca di presentarsi sul biglietto da visita come “Genio”, e che possiede in effetti un suo talentaccio per il bricolage) costringono Avery non soltanto a un confronto diretto con Buddy Crane (John Cena), capo del potentissimo team legale della ACME, nonché suo ex compagno di corso a Harvard; ma anche a scoprire che dietro ai comici incidenti provocati dagli strampalati marchingegni della compagnia si nasconde una realtà assai più oscura e inquietante, che passa sotto il nome di “Progetto Sisifo”.

Gli ingredienti del court drama ci sono tutti: un avvocato stanco e sfiduciato, un avversario ricco e potente e con troppi scheletri nell’armadio, una vicenda di riscatto morale e civile. Green ha menzionato fra i suoi riferimenti alcuni classici del genere, come Insider – Dietro la verità (1999) di Michael Mann e Erin Brockovich (2000) di Steven Soderbergh. Da parte mia mi sentirei di aggiungere Il verdetto (1982) dello specialista Sidney Lumet, nel quale Paul Newman interpreta un ex avvocato di successo, ora solo e alcolizzato, che cerca una rivincita personale portando sul banco degli imputati il primario di una importante clinica privata di Boston, e che per questo deve vedersela con la sfiducia dei propri clienti, l’aperta ostilità di un giudice in odore di corruzione e la spregiudicatezza dell’avvocato rivale, interpretato da James Mason.

Coyote vs. Acme non nasconde di essere un prodotto (anche) per adulti. Lo dimostrano innanzitutto le numerosissime citazioni e i rimandi alla storia dell’animazione targata Warner. Il personaggio di Will Forte, per esempio, fa di cognome Avery, lo stesso del mitico Tex, instancabile ideatore di gag durante il periodo d’oro dei Looney Tunes (e non solo: a lui dobbiamo anche Droopy e Screwy Squirrell). Per i solutori esperti c’è poi il dottor Lorre, che altri non è se non la versione animata dell’omonimo grande attore ungherese (chi vuole può vederlo “in carne e ossa” in M, capolavoro di Fritz Lang del 1931 che la Cineteca di Bologna sta distribuendo restaurato in sala). Sotto contratto con la Warner, Lorre non è stato soltanto un volto ricorrente nel cinema hollywoodiano anni Quaranta (Il mistero del falco, Casablanca, Arsenico e vecchi merletti), ma anche una presenza incisiva, per quanto occasionale, nei cortometraggi animati, da Hollywood Steps Out (1941) di Avery a Hair-Raising Hare (1946) di Jones, a Birth of a Notion (1947) di Robert McKimson.

Ha perfettamente ragione Lorenzo Pedrazzi quando definisce il film di Green “il miglior ibrido tra cartoon e live action dai tempi di Chi ha incastrato Roger Rabbit”. D’altra parte, Coyote vs. Acme dialoga in modo estremamente interessante con l’illustre predecessore, mettendo in scena un mondo in cui la compresenza di personaggi animati e individui in carne e ossa è data per scontata; e dove i primi, per quanto alieni alle normali leggi della fisica, debbono comunque sottostare alle leggi degli Stati Uniti. Certo, qui non compaiono né salamoia, né sadici cartoon come il giudice Morton (Doom, nell’originale) interpretato da Christopher Lloyd (“Ti ricordi di me, Eddie? Quando ho ucciso tuo fratello, io avevo questa vocetta! Ricordi?”), che hanno segnato gli incubi di almeno due generazioni. Tuttavia mi pare che Coyote vs. Acme faccia un passo avanti rispetto al film di Zemeckis di 38 anni fa. Non tanto dal punto di vista tecnico (la qualità delle animazioni di Richard Williams rimane imbattibile, e anzi qua e là il film di Greene deficita un pochino), quanto da quello più strettamente politico.

Difatti, secondo la più classica ottica spielberghiana (coproduceva la Amblin, , Roger Rabbit guardava al passato: un’America placida e agreste, non ancora funestata dall’asfalto delle superstrade e dalla speculazione edilizia. Un’America di cui i cartoni, nella loro anarchica innocenza, rappresentano l’incarnazione più autentica. Il film di Green è invece del tutto immerso in un presente in cui sono le grandi corporation a dettare legge, onnipotenti e onnipresenti nelle vite di chiunque (vi ricorda qualcosa?); da sigla fittizia buona a tutti gli usi, la ACME diventa quindi un vero e proprio impero economico, prepotente e guerrafondaio (vedi il motto con cui Cena/Crane chiude la propria arringa: “Dio benedica l’America e il nostro esercito”). 

Quanto ai cartoon, qui vengono utilizzati con maggiore disinvoltura. Non attori che “interpretano” la loro parte sul set, come nel capolavoro di Zemeckis, ma veri e propri individui, a vario titolo coinvolti nella vicenda: Bugs Bunny nei panni della gola profonda, Daffy Duck nei panni del collaudatore vittima dei troppi collaudi, Taz responsabile delle pubbliche relazioni ACME (una delle trovate geniali del film), Elmer Fudd senatore del Congresso, Titti spia sotto ricatto e, sopra tutti, Foghorn Leghorn nei panni del CEO di ACME, in tutta evidenza ispirato a uno dei tanti signori delle big tech – Elon Musk in testa. 

Ma il punto è sempre il solito: i cartoni animati resistono a tutto. Più precisamente, sostiene Leghorn davanti a una commissione del Congresso, utilizzando un termine-chiave dei nostri tempi, “sono resilienti”; e proprio per questo sono strumenti perfetti nelle mani del capitale, vuoi come agenti di collaudo, vuoi come utenti ad alto consumo. Che tutto ciò sia poi cagione di sofferenza e danno, importa poco: “Il dolore”, ricorda Leghorn sicuro della propria impunità, “è una parte essenziale del progresso”. E chi meglio del Coyote – strapelato, affamato e solo al mondo – rappresenta oggi la vittima di un sistema che promette di soddisfare ogni desiderio nel momento stesso in cui lo rende impossibile?

La satira, come si vede, è puntuta e nella sua semplicità va a segno. E chissà che a qualcuno, ai piani alti della Warner, non siano fischiate le orecchie. Finito di girare nel 2022, già pronto nel 2023, Coyote vs. Acme è rimasto bloccato in un limbo per tutto il 2024. La ragione? Ufficialmente, quella di ottenere una deduzione fiscale da 30 milioni di dollari, lasciando che il film fosse una perdita secca. Una mossa degna della ACME, va detto, e che ha puntualmente sollevato una marea di polemiche, pubbliche proteste da parte di cast e troupe e commenti più o meno canzonatori da parte degli addetti ai lavori. Messa alle strette, la Warner ha dovuto abbozzare. Ha ceduto il film a Ketchup Entertainment per cinquanta milioni e ha incassato una pessima figura: malgrado la distribuzione non sempre uniforme (in Italia ha provveduto Occhipinti con la sua Lucky Red), Coyote vs. Acme sta infatti andando benissimo, come pubblico e come critica. Sembra davvero di vedere un’appendice alle vicende del Coyote.

E Frazier? Che ne pensa di tutto questo? Riservato e poco amante del clamore, è lontanissimo (anche geograficamente: vive a Montclair, nel New Jersey) dallo stereotipo dello scrittore hollywoodiano: l’unico lusso che si è concesso con il chèque della produzione è un’auto nuova. Nell’intervista di Kurutz per il «Times» spiega fra le altre cose di non andare spesso al cinema, benché nel 1995 abbia fatto un’apparizione in Blue in the Face di Paul Auster e Wayne Wang. “Per molto tempo”, ammette, “ho visto un solo film all’anno, Balle spaziali”. Ora però che il film “liberamente ispirato” al suo racconto è finalmente in sala, anche lui tradisce una certa emozione: “Sono un po’ scaramantico”, si limita a dire. “Vorrei davvero tanto che fosse un bel film”. 

Gabriele Gimmelli

Gabriele Gimmelli è ricercatore presso l’Università di Bergamo e redattore della rivista «Doppiozero». Il suo ultimo libro è American. Orson Welles, il mito, la letteratura (Quodlibet, 2024)

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