Articolo
Dario Morgante

La Flamingo Revolution e il futuro dell’Albania

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Nata per fermare i progetti di costruzione turistica sulla costa, la Flamingo Revolution si è trasformata in una contestazione permanente contro il governo di Edi Rama. Dalle spiagge di Zvërnec alle piazze di Tirana, la mobilitazione denuncia la svendita del territorio e il ritiro dei diritti, portando in piazza anime diverse – dagli ambientalisti ai nazionalisti – unite dal rifiuto di un Paese messo a profitto per i grandi capitali.

Clara indossa una maglietta a righe bianche e nere. Sul petto, due fenicotteri rosa stanno in equilibrio su una zampa sola, uno di fronte all’altro. Parla poggiando i piedi sulla sabbia rovente di Zvërnec. Alle sue spalle, oltre la laguna di Narta, l’isola di Sazan è ben visibile. È da questo tratto di costa albanese che, a maggio, ha avuto origine la Flamingo Revolution. Cominciata come protesta contro la trasformazione turistica dell’area naturale, è diventata, nel giro di pochi mesi, uno stato di agitazione permanente, tuttora in corso, contro il governo di Edi Rama, al suo quarto mandato dalle elezioni del 2013.

“Sono nata in Italia, ma sono figlia della diaspora degli anni ’90”, racconta. Clara fa parte di Mesdhe, collettivo decoloniale italo-albanese. Il nome significa sia Mediterraneo sia “terra di mezzo”. In un comunicato diffuso quest’estate, il gruppo scrive: “Dall’Albania alla Grecia, fino alle coste italiane, riconosciamo una stessa logica: territori da mettere a profitto e interessi economici che vengono prima delle comunità che li abitano”. Da qui il collegamento con la questione palestinese e con il tema del colonialismo: “La colonizzazione non comincia quando una terra è già stata distrutta. Comincia molto prima: quando qualcuno decide che quella terra può essere comprata, occupata, sfruttata; quando gli interessi di chi ha denaro e potere iniziano a valere più della volontà di chi quella terra la abita”.

“In questa protesta ho trovato molte risposte alle domande che facevo a mio padre: perché sei andato via? Perché sei diventato migrante?” confida Clara. Suo padre, nel 1994, ha lasciato l’Albania su un gommone, attraversando l’Adriatico e sbarcando sulle coste pugliesi tra Brindisi e Ostuni, prima di trasferirsi a Locorotondo.  Lei, invece, è arrivata al porto di Valona insieme a una cinquantina di attivisti della Global Sumud Flotilla, movimento solidale alla causa palestinese, e dei collettivi italo-albanesi. I manifestanti si sono divisi tra il traghetto e tre imbarcazioni a vela e motore della Flotilla, recuperate dalle precedenti missioni verso Gaza. L’obiettivo è quello di unirsi, per qualche giorno, ai cortei e sit-in di fine agosto della Flamingo.

A Zvërnec le automobili arrivano fin quasi al mare. Sono soprattutto 4×4, parcheggiate sulla sabbia. Dai tetti vengono tirati fuori grandi teli che, con l’ausilio di due pali, in legno o plastica, permettono di costruire un rettangolo d’ombra sotto cui ripararsi. Poco più in là comincia la laguna di Narta, una distesa d’acqua bassa e canneti dove si fermano i fenicotteri. Sazan appare nitida all’orizzonte: ex base militare, ancora piena di bunker e fortini, è stata per settimane al centro dell’attenzione internazionale per il progetto promosso da Jared Kushner, genero di Donald Trump. Il miliardario, marito di Ivanka Trump, punta alla realizzazione di un grande complesso turistico di lusso dal valore di circa 1 miliardo e mezzo di euro.

Il governo ha difeso il progetto fin dall’inizio come un investimento capace di portare l’Albania nel circuito del turismo internazionale di lusso. Nel 2024 Edi Rama riferisce al «Financial Times» che il Paese ha bisogno di investimenti stranieri nel settore “come un deserto ha bisogno d’acqua”, definendo il progetto di Kushner un’occasione in grado di generare “profitti straordinari” per l’Albania. Con l’esplosione delle proteste, però, il premier dichiara a più riprese di non aver venduto e di non voler vendere  l’isola di Sazan, aggiungendo che il progetto è cambiato, con “molto poche costruzioni” e un profilo più culturale e artistico. Il risultato finale, promette, dovrà rispettare “gli standard più elevati” dell’Unione europea e diventare “un motivo di orgoglio per l’Albania e l’Europa”.

Ma in questa zona non sono solo gli interessi edili a preoccupare. A pochi chilometri, nella baia di Valona, da anni Lavdosh Ferruni conduce una battaglia contro le infrastrutture energetiche. Ferruni è un ambientalista di lunga esperienza, cofondatore e direttore esecutivo della Organic Agriculture Association, impegnata nella tutela ambientale e nello sviluppo sostenibile. “L’ambizione delle società del petrolio e del gas è prendere quest’area e installare lì un hub energetico, per produrre elettricità e poi venderla nel sud, a est, nei Balcani” denuncia. “Nella baia esistono già una centrale costruita nel 2009 e due centrali galleggianti, arrivate dal Bangladesh nel 2022 e ribattezzate Tigri 1 e Tigri 3”. È il meccanismo degli investimenti strategici, secondo Ferruni, a collegare vecchie e nuove ambizioni estrattiviste: “Zvërnec è per un resort di lusso, qui si parla di energia. Ma c’è una connessione: tutto ciò che riguarda l’Albania sembra essere messo a disposizione delle corporation e dei grandi miliardari”.

Valona dista circa centocinquanta chilometri da Tirana che, in assenza di una rete ferroviaria in tutto il Paese, possono significare, nelle ore di punta, tre ore di macchina o di furgon. Nella capitale, i manifestanti della Flamingo si ritrovano ogni sera, alle 19 o, nelle giornate più calde, alle 20. Il punto d’incontro è Piazza Skanderbeg, una grande distesa pedonale di pietra nel centro della città, dove si trova il monumento equestre dedicato a Gjergj Kastrioti Skënderbeu, eroe nazionale. 

Appoggiata sulle spalle, disegnata sui cartelli, legata alle aste o intorno alla vita, compare, infinite volte, la bandiera albanese. Anche i fenicotteri assumono svariate forme e materiali, talvolta ritagliati nel cartone o costruiti con cartapesta, altre volte sotto forma di salvagenti gonfiabili. Poi, ogni tanto, compaiono le stelle e strisce americane. A tenerle alte sono soprattutto uomini adulti, custodi di una certa tradizionale riconoscenza verso il Paese che, come spiegano diversi manifestanti, “ha salvato i cugini kosovari”, riferendosi all’intervento militare della NATO nella guerra del Kosovo del 1998-99.

“Gli Stati Uniti sono stati uno dei Paesi che hanno aiutato l’Albania nel percorso verso la democrazia. E non solo l’Albania, anche il Kosovo” sostiene Enkeleda, docente di diritto romano alla facoltà di legge di Tirana e presente in piazza l’ultimo venerdì di agosto. Poi ripercorre l’evoluzione della Flamingo: “È iniziata per la protezione dell’area naturale”, dice. “Ma giorno dopo giorno le persone hanno capito che ci sono altri problemi per cui bisogna protestare. Non è più soltanto per la protezione della terra, dell’area naturale, ma per la protezione dei nostri diritti come cittadini albanesi”.

Albi, invece, ha quasi trent’anni. A parte i primi quattro giorni di protesta, è sceso in piazza quotidianamente.“La corruzione in questo Paese è ai limiti del tradimento”, spiega. Poi sottolinea: “Questa non è una piazza né di destra né di sinistra. I problemi per cui protestiamo impattano tutti”. Come molti suoi coetanei, parla un ottimo italiano, imparato grazie ai primi cartoni animati stranieri arrivati nel Paese dopo la caduta del regime comunista nel 1991. 

L’Italia, in realtà, è entrata nelle case albanesi già attraverso la televisione ufficiale del governo comunista: negli anni Ottanta, la tv di Stato trasmette il telegiornale di Rai 1 alle 20, prima del notiziario albanese delle 20.30. Poi, dal 1991 tutto cambia, compreso il paesaggio di Tirana, improvvisamente affollato da migliaia di antenne, capaci di captare i segnali televisivi stranieri. Molte famiglie raccontano di averle nascoste durante il regime, sui balconi, nei camini o dietro le tende, per evitare problemi con le autorità.

Nel frattempo il corteo è finito e prendono il via i consueti interventi conclusivi. Il palco è una struttura improvvisata, allestita davanti alla sede del governo. Poco più di una pedana circondata da casse, microfoni e striscioni, adornata da due grandi fenicotteri rosa. Una ragazza con una bandiera albanese drappeggiata sulle spalle e il qeleshe, tradizionale copricapo bianco, prende la parola. Mentre il suo intervento prosegue, dalla piazza cresce un borbottio che si trasforma prima in fischi e grida di disapprovazione e poi in un lancio di acqua e bottigliette.

“La ragazza ha detto che fa parte della comunità LGBTQ”, spiega Albi. E aggiunge: “Gli interventi sono gestiti dai gruppi più di destra che non vogliono che la protesta venga utilizzata per altre propagande”. Un’impostazione che, pur con qualche riserva, condivide: “A me è dispiaciuto come l’hanno trattata, ma anche lei non aveva bisogno di introdurre discorsi divisivi. Dobbiamo essere uniti nel chiedere le dimissioni di Rama senza parlare di ciò che facciamo nel privato”.

In piazza, peraltro, non mancano cartelli e striscioni dedicati a motti e slogan delle componenti più nazionaliste e antiglobaliste della protesta. Uno dei bersagli ricorrenti è George Soros, le cui fondazioni, presenti in Albania dagli anni Novanta, hanno finanziato progetti nel campo della società civile, dell’istruzione e delle riforme istituzionali. Un’attività che, per i suoi oppositori, è diventata il simbolo di una malvoluta ingerenza straniera nella politica albanese. “Soros mafia nongrata!”, (“Soros, mafia non gradita”), recita un volantino attaccato a un tronco con la firma dell’Anti-Soros Movement. Su un enorme striscione rettangolare una scritta rossa e nera sembra urlare “Poshtë Sorosianët!” (“Abbasso i sorosiani”).

Anche la Global Sumud Flotilla non è rimasta immune da questa propaganda, fomentata soprattutto sui social dai tanti fabbricanti di fake news. Nei giorni precedenti all’arrivo della missione, infatti, è iniziata a circolare sui social la “notizia” secondo cui la Flotilla e sui suoi partecipanti sarebbero “pagati da Soros”. Quando il 22 agosto la delegazione è arrivata nel porto di Valona, ad attenderla c’erano anche la vice ministra della Cultura e del Turismo Marinela Prifti e la direttrice generale dell’Agenzia nazionale del turismo, Jola Hysaj, che ha accusato i membri della Flotilla di essere arrivati in Albania con un “verdetto” già scritto su Sazan. Rama ha rilanciato il video della funzionaria sulla sua pagina Facebook, definendo i partecipanti “i rivoluzionari delle menzogne”.

“Queste sono le fake news diffuse dal governo per dividerci” commenta Bora, la ragazza poco prima fischiata da alcuni manifestanti mentre parlava sul palchetto. Vive in Canada, ha due figli, ed è tornata in Albania durante l’estate per partecipare alla protesta. “Non vogliono che le proteste continuino a settembre, quando gli studenti tornano a Tirana e la piazza tornerà ad avere una maggioranza progressista”. Poi chiude con quella che, per lei, è la condizione per allargare e tenere insieme la protesta: “Dobbiamo portare avanti l’idea di intersezionalità delle lotte. Non basta chiedere la testa di Rama se non costruiamo un’idea di mondo alternativa”.

Dario Morgante

Dario Morgante è laureato in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e ambientale. Da giornalista freelance si occupa di repressione, questione palestinese e giustizia sociale.

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