Articolo
La redazione di Lucy

Qualche consiglio per le letture estive

Cover Libri Estate

Ma anche per le altre stagioni, volendo. Li consigliamo noi della redazione di Lucy, tra novità, classici, titoli da riscoprire e riedizioni. Buona lettura.

12

Emiliano Ceresi: Tre poesie di Hannah Sullivan (Crocetti. Traduzione di Riccardo Frolloni e Carmen Gallo)

Un poeta recentemente mi ha detto che il congedo è uno stato di grazia per comporre.

Senz’altro ciò è vero per Hannah Sullivan, poeta inglese di cui Crocetti ha finalmente portato in Italia l’apprezzata raccolta d’esordio, Tre poesie, tradotta, dopo lungo e meticoloso lavorio, da altri due poeti: Riccardo Frolloni e Carmen Gallo.

Al centro del libro sta la tranche vie di una figura femminile che ripercorre, secondo ritmi e forme diverse, la propria esistenza dall’arrivo a New York in gioventù fino al ritorno in Inghilterra con la nascita poi di un figlio, evento che coincide con il simmetrico seppellimento del padre.

Nel presentare la sua raccolta a Roma la poeta ha assimilato i diversi attraversamenti che fendono il volume a quelli che un pedone deve compiere in certe metropoli per farsi notare dalle auto: il braccio teso in alto nell’entropia di un traffico spietato.

La raccolta si apre, appunto, con l’approdo in una New York stordente “come una fiera” in cui la giovane autrice si ritrova condannata a ripetere inerzialmente le stesse esperienze come congelata in un tempo tanto vulnerante quanto ripetitivo.

Sottofondo di un io che alterna senso di sperdimento (“la mia vita è a una certa distanza dalla mia vita”) all’ossessiva autoascultazione del proprio corpo (l’eterna “stretta della tonsilla sulla tonsilla”), è il vacuo birignao della classe colta newyorkese, ovvero gli odierni “hipster testa d’angelo” di Ginsberg, di cui la poeta riesce con umori satirici – Orazio e Larkin sono tra i suoi modelli – a infilzare la bêtise in versi chirurgici: “Grazie, team…facciamo che sia per tutti una win win;”; oppure: “è ora di shortare questo cazzo di mercato” detto da speculatori finanziari per giunta mentre “piluccano come piccioni la coda del croissant del mattino” da Starbucks (banalità del male, sembrerebbe).

All’altro polo di questo costante overlapping sta la playlist con cui la poeta scandisce la propria vicenda lungo l’arco dell’intera raccolta con più o meno espliciti riferimenti a brani musicali (fra cui Bowie e The Killers) che Gallo registra, assieme alle altre fonti, nel bel saggio alle soglie del volume.

A fissare lo scorrere di un tempo che appare inarginabile, più di tutto, restano però i segni sulla carne su cui Sullivan insiste con una minuzia anatomica che è tutt’uno con uno stile che va volentieri al punto. Così la fitta quando qualcuno si ritrae da un ti amo “non è sgradita come l’afta sotto la lingua”; laddove le tracce della veemenza sessuale lasciano lividi giallastri da contemplare per settimane, senza dire dei giorni adulti che imbruniscono i denti assieme al caffè.  

Non meno cruda, la sezione successiva, per l’autrice quella del ritorno a casa in Inghilterra per un momento ritardato nel nulla dell’aeroporto carezzando le bottiglie del duty-free forse nella consapevolezza di ritrovare, una volta valicata la dogana, un’altra terra devastata ad attenderla.

D’altronde se “A Mission, donne versano latte su cereali Kashi per / uomini incontrati su Tinder, / chiedendosi se non sono venute per i Last Word o per la / sertalina”, nondimeno, “anche Tenderloin è stato gentrificato / gli hipster indossano Panama di paglia”.

Ma oltre a ciò, in questa parte l’autrice elabora, in capo a ogni testo, una teoria estetica nuova sui mezzi e le forme davvero in un montare costante che prepara alla successiva: la terza folgorante sezione (la più riuscita e dolente del libro) è infatti il superamento dialettico delle precedenti ante. E del resto la stagione sfrenata della gioventù, quella cioè dei giorni “in cui si compenetrava agli altri”, ormai è alle spalle, e Sullivan stavolta affronta quella de “la nascita e la morte” che per lei “accadono in reparti adiacenti”.

Il racconto riesce qui toccante senza però che la descrizione si conceda mai alla retorica, anzi, la bocca del feto scatta “come quella di un Pac-Man” e nel ventre si gonfia “come un tappo di vino lasciato sul balcone”, mentre implora latte il neonato schiude le labbra “come una cozza aperta a fatica” e alla fine del parto si presenta “viola” e “coi capelli strapazzati come uova”. La somiglianza col nonno, piuttosto, è nel sentimento “comune” che ingenera alla madre: “il nostro leggero imbarazzo l’una con l’altra”. Il dolore per la condizione del padre ben occultato in un’analogia con l’ultima mattina di vita trascorsa “senza fargli visita, vagando fra un caffè e l’altro, / cercando uova fritte non in camicia, / come non era più lui”.

Sullivan è semmai esilarante, in questo caso, nel prendere in giro soprattutto sé stessa assieme alle pratiche (decisamente) new age cui si sottopone per attenuare le doglie pre-parto (“Prova l’ananas, prova la riflessologia a Kilburn”), certo col consueto gusto cronenberghiano della fisiologia o per i dettagli squallidi che presto, sotto il suo sguardo, ingrandiscono a correlativi incongrui: “piccioni impilati come Tupperware” fuori dalla finestra del reparto o la “bottiglia sgasata e calda di San Pellegrino” sul comodino.   

Da ultimo, nel ridotto spazio di un consiglio di lettura dove si spera di aver dato conto di uno sguardo nuovo sulle cose, resta almeno da rimarcare come il talento di questa poeta, docente a Oxford di letteratura inglese, autrice di affondi filologici sul modernismo, nonché vincitrice dell’ambito T.S. Eliot Prize For Poetry, consista anche nel non far avvertire neppure per un attimo l’ingombro di una tradizione (classica non meno che britannica) che pure si intuisce presentissima dietro ogni suo a capo: la stessa che le permette, senza che sembri un paradosso, di accogliere, con dizione precisa, la contemporaneità così spesso aborrita da tanta lirica attardata, e specie qui da noi. In un verso che pare un manifesto l’autrice non per caso appunta: “Non si può dire qualcosa di nuovo in una nuova forma”.

A fine lettura si staglia, insomma, nitida la convinzione che questo libro proceda spedito secondo ambo le direzioni che ogni moderna traduzione dovrebbe prefiggersi: agli autori offre un nuovo modello di scrittura finalmente percorribile in versi mentre ai lettori suscita, e sin dal precipizio dell’incipit, la gioia incredula di confrontarsi con una voce originale che rischiava altrimenti di perdersi nel viavai del traffico – qualcosa come “il cruccio di una citazione perduta / in un libro che non riesci a trovare”. Fortuna che ha alzato la mano “in un abito verde lime”.

10

Nicola H. Cosentino: In mezzo al mare di Mattia Torre (Mondadori)

Di poche cose rido ancora come la prima volta che le ho viste, lette o sentite. Una di queste è l’infinita lista di tipicità gastronomiche italiane contenuta in “Gola” di Mattia Torre. Non ho modo di spiegarvi il perché: se riporto l’estratto per intero, occupo tutto lo spazio a disposizione; se lo taglio, lo rovino. Fate prima a cercarvelo da soli. Coordinate: “Gola” è uno dei sette atti comici di cui è composto In mezzo al mare, la raccolta di testi teatrali e racconti di Mattia Torre pubblicata da Mondadori nel 2013 e poi, con delle aggiunte, nel 2019. Contiene fra gli altri “I figli invecchiano”, “Perfetta” e “Migliore”, che sono tre dei suoi monologhi più famosi (dal primo hanno tratto un film, Figli, diretto da Giuseppe Bonito). Mattia Torre, scomparso nel 2019 a 47 anni, aveva almeno due superpoteri. Il primo: un umorismo popolare e raffinato insieme, sorretto da un prodigioso intuito per la poesia, il ritmo, il suono delle parole (tanto che la voce di chi ne interpreta i monologhi – penso soprattutto a Valerio Aprea e a Valerio Mastandrea – sembra generata dalla sua prosa). Il secondo: l’efficacia nel descrivere praticamente ogni circostanza e ogni sentimento della vita umana comune, con frasi e immagini e intuizioni narrative che sembrano emergere direttamente dal nostro inconscio. Quella di Mattia Torre, insomma, è la voce di uno che percepisci come identico a te, solo molto più bravo a dire le cose. Un fratello maggiore, senza cui si fa un po’ più fatica a esprimersi, a capirsi, a ridere di sé.

13

Lorenzo Gramatica: La casa dell’eternità di Piero Camporesi (Il Saggiatore)

“Le mappe dell’inferno sono ormai inservibili” scrive Piero Camporesi nell’avviso ai lettori che apre il suo La casa dell’eternità, piccolo classico del 1987, ripubblicato qualche anno fa dal Saggiatore, insieme a buona parte della sua opera. Non si sa più come raggiungerlo, l’inferno, e nemmeno è dato sapere se esiste ancora. Sopravvive nel linguaggio, ma come un logoro reperto del passato o un ricordo che, pur evocato di continuo, fatichiamo a visualizzare con chiarezza. 

Per Camporesi, filologo dalla splendida prosa barocca e immaginifica che si è occupato soprattutto della cultura folklorica e alimentare del Seicento e del Settecento, l’inferno era ormai in terra, “alla portata di tutte le borse”, e la sua graduale ma ineluttabile scomparsa dall’immaginario popolare coincideva con la fine del più banale paradiso, non potendo l’uno esistere senza l’altro. “La casa dell’eternità” è stata per secoli ossessione dell’uomo comune e spauracchio dei più alteri signori. Dell’inferno si è cercato di misurare la superficie, la circonferenza, di descriverne e disegnarne gli anfratti, i cunicoli, i gironi, come in una planimetria che, nel corso dei secoli, si è aggiornata alle “mode” e alle esigenze del tempo. 

Camporesi tratta l’inferno come una grande macchina di persuasione e spavento che la Chiesa – e i gesuiti meglio di tutti – ha utilizzato con particolare abilità; per questo l’Inferno secentesco, un inferno “laido e cloacale”, era mirato a deprimere i ricchi e i privilegiati, i gentiluomini e i porporati, abituati a godere dei piaceri del gusto, dell’olfatto, della vista, del tatto e dell’udito. Un inferno di mortificazione sensoriale, insomma, disegnato da un sadico urbanista come una città olezzosa e claustrofobica. E in questa città terribile, nel sensualismo dell’età barocca, la condanna peggiore inflitta al ricco è quella di dover condividere l’eternità con i poveri e i loro miasmi, in spazi angusti, calpestato e soffocato da queste immonde masse di plebaglia dannata. Ma molto prima di essere organizzato verticalmente, tra alto e basso, l’inferno era una distesa orizzontale di lande sterminate, familiari alle peripezie delle genti gaeliche. Solo a partire dal Duecento l’inferno si urbanizza, riflettendo il paesaggio cittadino dell’età comunale italiana, e le paure di chi, per ceto, era abituato a vivere in grandi spazi, lontano dalla gente comune. L’inferno allora, posto non a caso sotto terra, diventa lo sterminato condotto fognario della civiltà umana, una infima metropoli speculare e deformata rispetto alle architetture in superficie, dove le classi sociali non contano più. 

Se nel corso dei secoli l’inferno muta, facendosi interprete della cultura e degli scopi di chi lo immagina, a partire dal Settecento viene relegato dall’illuminismo a un ruolo sempre più marginale. Che cos’è l’inferno per una cultura come la nostra, incapace di immaginare l’eternità se non sotto forma di utopismi clepto-tecnologici? Evocato di continuo come orizzonte metaforico nella cronaca, ogni settimana c’è un nuovo inferno: una guerra, una catastrofe ambientale, umanitaria o, più ridicolmente, una situazione nella quale ci troviamo a disagio. Ancorati a un immaginario che non ci parla davvero più, replichiamo nel linguaggio un automatismo; la metafora usurata non allude più a nulla, e certo la promessa dei supplizi infernali non può atterrirci più di quanto non faccia la realtà di cui l’inferno si fa, inutilmente, iperbole. Siamo d’altronde, e da anni, nel post-inferno, dice Camporesi. 

La seconda parte del libro è dedicata allo strumento di salvezza dall’inferno per eccellenza, l’ostia, cibo misterioso e taumaturgico, e oggetto di trafugamenti, riti magici, pratiche occulte e altre picaresche avventure.

7

Irene Graziosi: You Won’t Get Free of It: Stories of Mothers and Daughters di Rachel Aviv (Random House)

Le storie che Rachel Aviv sceglie di raccontare nei suoi reportage narrativi per il «New Yorker» sono sempre innescate da una situazione estrema: una figlia abusata dalla madre e non creduta dalla sua università, un’infermiera accusata di uccidere i neonati di un ospedale inglese, le fughe dissociative di una giovane insegnante che finisce per svanire nel nulla. Si inizia così a leggerla sfiorando gli orli di ciò che si ritiene normale; eppure, dopo qualche pagina, le vite di queste persone, spesso tristemente eccezionali, cominciano a riecheggiare qualcosa che vive dentro di noi, in luoghi remoti che evitiamo di frequentare e che pure, da qualche parte, ci chiamano. È uscita negli Stati Uniti una raccolta di reportage di Aviv – che spero verrà presto tradotta in Italia, magari sempre da Claudia Durastanti per Iperborea, che aveva meritoriamente pubblicato il magnifico Stranieri a noi stessi – accomunati da un tema su cui l’autrice torna spesso: il rapporto madre e figlia. A notare l’assenza di una mitologia che riguarda questa relazione era stata già Adrienne Rich in Nato di donna, in cui faceva notare come a essere codificato – anche per esempio a livelli iconografico – fosse soprattutto il legame tra madre e figlio, che richiama poi il legame romantico con l’uomo in età adulta. E invece ciò che avviene nel rapporto tra madri e figlie è ancora oggi avvolto nel mistero, privo di una mitologia sedimentata nel tempo. Con le sue storie Aviv rivela soprattutto gli aspetti più oscuri di questo legame, illuminando ciò che viene tramandato dalla madre alla figlia e ciò che il risultato di questo movimento può produrre molti anni dopo. Non a caso, la raccolta si chiama You Can’t Get Free Of It – Non te ne puoi liberare. È il titolo del reportage (uscito sul New Yorker nel 2024 con il titolo Alice Munro’s Passive Voice) su Alice Munro e sua figlia Andrea Robin Skinner, abusata dal patrigno quando aveva nove anni e mai difesa dalla madre, che ha deciso fino alla fine di stare con il suo uomo, consegnando la verità della violenza alle pagine dei suoi racconti. La cosa interessante, spiegata nella prefazione dall’autrice stessa, è che molti dei testi contenuti nella raccolta erano stati scritti prima che Aviv stessa diventasse madre, e dunque la sua attenzione era focalizzata in particolar modo sulle figlie; le madri erano più opache, le loro motivazioni meno chiare. In occasione di questa raccolta, Aviv è tornata sulle sue storie approfondendo le madri e di conseguenza le relazioni narrate, e si è resa conto di cose a cui, a ventotto o ventinove anni, non aveva dato peso: aborti, lutti, coincidenze temporali tra azioni delle figlie e traumi delle madri. La lingua di Aviv è trasparente e limpida, semplice solo in apparenza: non invade mai le storie, e proprio per questo permette alle loro ambivalenze di emergere. Leggerla in originale è un piacere.

Nicola Lagioia

Più che le mie letture estive, un piccolo percorso di libri che di recente mi è capitato di collegare tra loro.

2

Storia notturna di Carlo Ginzburg (Adelphi)

Questo libro – come I benandanti o Il formaggio e i vermi – è esemplare non solo per ciò che racconta (il sabba come stratificazione di due livelli, quello inquisitorio e quello folklorico con il suo nucleo di miti, riti e credenze popolari) ma per come lo fa, unendo l’analisi microstorica al metodo comparativo, integrando la storiografia con l’antropologia. Una rivoluzione al momento dell’uscita, Storia notturna continua a essere una lettura affascinante e piena di sorprese.

3

La storia di Elsa Morante (Einaudi)

È il libro che rileggo quasi ogni anno. Ci sono assonanze con il lavoro di Ginzburg (raccontare non chi la Storia la “produce”, ma chi la subisce, elevare le vittime a protagonisti non per pietismo ma quasi con furore filologico: chi porta le stimmate del proprio tempo ne è il testimone più attendibile), nonché continue fughe tumultuose in una dimensione del racconto (cupa e ctonia) che sembra appartenere solo a questa scrittrice.

4
5

Iliade, il poema della forza di Simone Weil (Asterios. Traduzione di Francesca Rubini) e Esecuzioni a distanza di William Langewiesche (Adelphi. Traduzione di Matteo Codignola)

Come non tornare a questa lettura, oggi che intorno a noi il mondo brucia? La violenza su larga scala come forma di possessione, capace di annullare tanto chi la perpetra che chi la subisce. Da integrare con un altro piccolo prezioso libro (quello di Langewiesche) che oltre dieci anni fa si interrogava su come la rivoluzione tecnologica stesse cambiando la nostra specie, ormai capace di esercitare la violenza bellica “a distanza”: cose ne è dell’umanità quando, nella guerra, i corpi in gioco sono solo quelli di chi viene ammazzato e non di chi uccide?

6

K-Hole, come la ketamina ha inventato il futuro di Carlo Mazza Galanti (NERO)

Viviamo nella società più tossicomane e tossicofila che sia mai esistita (basti pensare a come viene incoraggiato l’uso di psicofarmaci, sonniferi, sedativi) e al tempo stesso diffidiamo degli stati alterati di coscienza che non abbiano ricevuto un imprimatur istituzionale. Carlo Mazza Galanti mette la sua esperienza di critico letterario al servizio di un tema imprevedibile, e si addentra nella fenomenologia e nel significato culturale della più ambigua e forse più contemporanea delle droghe. Non è solo ciò che lo stupefacente fa a chi lo assume, ma cosa racconta del mondo.

9

Irene Moro: Gentiluomo in mare di Herbert Clyde Lewis (Adelphi. Traduzione di Marco Rossari)

“Cadere da una nave era molto peggio che rovesciare il vassoio di una cameriera o calpestare lo strascico di una signora”. Affermazione su cui siamo tutti d’accordo, credo, ma forse non per le stesse ragioni del protagonista di Gentiluomo in mare, splendida novella di Herbert Clyde Lewis, tradotta per Adelphi da Marco Rossari.

Henry Preston Standish, agente di Borsa di New York, uomo per bene, che fa “tutte le cose giuste, ma senza entusiasmo” si è imbarcato sull’Arabella per risvegliarsi dall’apatia, dal grigiume della sua vita, “spinto da una vaga irrequietezza”, la stessa che lo fa alzare in piena notte, lo fa indossare un abito elegante (l’unica divisa che conosce) e osservare l’oceano Pacifico dal ponte della nave. “Scialbo come una tela grigia”,ma forse solo quando è schiacciato dal peso dell’inerzia, di dover essere un gentleman. Quando si trova a contemplare l’oceano, ciò a cui pensa è “l’enorme divario tra l’alba e il tramonto”.

Malgrado il proprio cognome (“colui che resta saldo, che vacilla”), Standish cade. Così come è precipitato nella vita, sprofondando dall’alto delle aspettative che ha creato e partendo senza spiegazioni, in preda a un impeto che né lui né le persone a lui care si spiegano, scivola su una macchia d’unto sul pontile e si trova in mare: il suo decoro gli impedisce di scomporsi per urlare aiuto, sbracciandosi sgualcirebbe il suo completo marrone ancor più dell’acqua salata, ancor più del pericolo di morte: “Gli uomini di classe come Henry Preston Standish non cascavano dalle navi nel bel mezzo dell’oceano; non si faceva, tutto qui”.

Un goffo tuffo diventa il pretesto per seguire i pensieri di un uomo a mollo nell’oceano, con una buona dose di ironia e un’arguta critica alla società borghese della New York degli anni Trenta – ma il tempo non sembra essere passato – solcata dalle convenzioni, che assegna ruoli e non fornisce vie di fuga che non siano un lento annegare. Tra annaspante irrazionalità e lucido cinismo – fino all’ultimo non sappiamo chi, tra i due, avrà la meglio – il protagonista ondeggia tra ricordi, aneddoti, prospettive future, attraverso le quali impariamo a conoscere di più della sua vita prima dell’imbarco. 

Un solo pensiero permane, incrollabile: la meraviglia del giorno in cui la sua storia verrà finalmente raccontata. Sono trascorsi ottant’anni da quando questa novella è stata pubblicata: nel 1937 usciva, infatti, il primo breve romanzo di Herbert Clyde Lewis. Come spiega Marco Rossari nella postfazione al testo, né il libro né il suo autore ebbero fortuna: entrambi furono presto dimenticati, e lo scrittore morì poco più che quarantenne, forse suicida. Ma Gentiluomo in mare sarebbe stato ripescato: un autore argentino lo ripubblica nel 2010, a sessant’anni dalla scomparsa di Lewis: è la prima di molteplici traduzioni. 

Un racconto estivo non solo perché c’è un viaggio e c’è dell’acqua salata, ma soprattutto perché il mio augurio per queste settimane è di essere capaci di guardare la nave dell’inerzia quotidiana farsi sempre più piccola all’orizzonte, e di spogliarci lentamente, uno a uno, dei nostri indumenti, di tutto ciò che ci tira verso il basso, che compromette il nostro galleggiare. 

11

Elena Sbordoni: Il cornetto acustico di Leonora Carrington (Adelphi. Traduzione di Ginevra Bompiani)

Leonora Carrington è stata un’artista e scrittrice straordinaria legata al movimento surrealista. Nata a Lancaster, inizia la sua formazione artistica a  Firenze, per poi ritornare in Inghilterra, a Londra. Qui, in occasione della Esposizione internazionale surrealista, conosce il movimento e ne rimane visceralmente attratta. Tra i capolavori di Dalí, Miró, Hans Arp e molti altri, Carrington è stregata dalle opere di Max Ernst.

Lo stesso anno, nel 1936, grazie a un giro di conoscenze riesce a incontrare l’artista e i due si innamorano nonostante la grande differenza d’età (lei ha 19 anni, lui 46). Insieme si trasferiscono a Saint-Martin-d’Ardèche dove vivono in una casa di campagna che decorano dipingendo muri, porte e finestre come se la casa in sé fosse una grande tela a disposizione della loro arte. È qui che Leonora inizia a scrivere i primi racconti, anche se la maggior parte della sua produzione avverrà in Messico. 

Leonora Carrington alterna nella scrittura tre lingue: l’inglese, la sua lingua madre, il francese e lo spagnolo. In ciascuna di queste riesce sempre a far emergere con chiarezza il suo immaginario, fatto di autobiografismo, animali e creature surreali, inseriti in tempi e luoghi che si deformano continuamente.

Il cornetto acustico, del 1974, è uno dei suoi quattro libri tradotti in italiano, nonostante la produzione superi le venti opere (oltre a questo vorrei consigliarvi Giù in fondo, un resoconto dal manicomio dove è stata internata dopo la reclusione di Max Ernst per la seconda volta nei campi di concentramento).

Tradotto da Ginevra Bompiani per Adelphi, con in copertina un quadro della stessa autrice (Corsa di ermellini, 1950-1951), il romanzo racconta le assurde vicende di Marion Letharby, un’arzilla signora di 99 anni. Si potrebbe quasi dire sia una giovane anziana, considerando che anche sua madre è in vita e in questo universo l’età media si è enormemente allungata. 

Dopo anni trascorsi a vivere insieme al bisnipote e la sua famiglia, ormai quasi del tutto sorda, Marion viene mandata in una casa di riposo sui generis, La confraternita del Pozzo di Luce. Insieme al suo imponente cornetto acustico tempestato di argento e madreperla, è costretta a trasferirsi, abbandonando i due gatti e una bizzarra gallina rossa. Case a forma di torta di compleanno, fungo, torre, orologio a cucù in questo luogo lo scorrere del tempo si dilata e le vicende delle anziane signore costruiscono un labirinto di avventure fantasmagoriche. “Un sinistro Paese delle Meraviglie, abitato non già da elfi e gnomi, ma da alcune vegliarde piuttosto facinorose”. Tra quadri che sembrano prendere vita e una misteriosa morte, la vita delle anziane non potrebbe essere più movimentata.

8

Mattia Venturi: Giorni futuri di Gabriella Dal Lago (Einaudi)

Giorni futuri è un romanzo fatto di distanze: ci sono i chilometri che mettiamo talvolta tra noi e il luogo in cui siamo cresciuti (andata); c’è la distanza tra il ricordo che abbiamo di quei luoghi nel passato mitico dell’infanzia e dell’adolescenza e lo straniamento del presente (ritorno); ci sono poi le distanze che si creano, crescendo, con gli amici di sempre; e c’è infine la distanza tra ciò che si era sognato di diventare e ciò che si scopre di essere.

Irene e Ottavia si conoscono fin da bambine, si sono amate come ci si ama a sedici anni – cioè senza sapere come si chiama – e poi hanno smesso di parlarsi. Non per un litigio, più per accumulo. Il romanzo si apre su un ritorno: Irene lascia New York, un uomo e la promessa di una vita insieme, e rientra a Torino perché sua madre si è ammalata. Scopre che con Ottavia sua madre ha continuato a sentirsi. In mezzo c’è Pietro, il ragazzo irraggiungibile del liceo. Vent’anni, tre voci, mezza Europa. 

La seconda parte si intitola Le bugie ed è anche la parte in cui il libro trova il suo scandaglio più profondo: le bugie che si raccontano agli altri e quelle che raccontiamo a noi stessi, che insieme danno la misura delle distanze che abbiamo accumulato. 

La muta non è solo quella dei protagonisti, ma è quella del romanzo stesso: cambia punto di vista, si contraddice, rimette tutto in discussione. Dal Lago trova una voce unica: distesa dove gli altri sono ellittici, tenera dove gli altri sono ironici. Fatto quest’ultimo che rende Giorni futuri un libro coraggiosissimo.

La redazione di Lucy

La redazione di Lucy è composta dalle persone che lavorano nella redazione di Lucy.

Icon Diamond Yellow

Newsletter

Le vite degli altri

Le vite degli altri è una newsletter che racconta di vite che non sono la nostra: vite straordinarie, bizzarre o comunque interessanti.

La scriviamo noi della redazione di Lucy e arriva nella tua mail la domenica, prima di pranzo o dopo il secondo caffè – dipende dalle tue abitudini.

Contenuti Correlati

lucy audio player

00:00

00:00