Articolo
Giovanni Maccari

La Russia ha dissipato i suoi poeti

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Tra le promesse mancate nel corso della storia poche si sono rivelate scottanti come quelle che hanno subito gli scrittori russi durante la Rivoluzione. Non si tratta, tanto, degli autori emigré come Bunin e Nabokov che dalla Russia sono presto fuggiti, ma di chi è restato per provare a mettere la propria arte in relazione (anche problematica) con un’idea.

A distanza di oltre un secolo è facile leggere l’atteggiamento degli scrittori russi davanti alla Rivoluzione come una gigantesca cantonata rispetto alle promesse che credevano di assolvere. Ovviamente si parla degli scrittori che sono rimasti: gli emigré più o meno famosi come Ivan Bunin, Vladimir Nabokov e molti altri erano portatori di un’estraneità intellettuale e/o antropologica dal bolscevismo che ha permesso loro di intuire fin da subito la torsione autoritaria del regime che si stava installando. Questi scrittori, in Europa e in America, hanno creato una specie di letteratura russa alternativa, segnata dalla singolarità di non poter essere letta dai parlanti della loro lingua – e che insieme alle opere bandite in Unione sovietica (per esempio Il maestro e Margherita di Michajl Bulgakov e Il dottor Živago di Boris Pasternak) è stata a volte considerata come la “vera” letteratura russa del Novecento in contrasto con quella prodotta sotto le direttive dello Stato e, dagli anni trenta in avanti, del famigerato “realismo socialista”, capaci di ammazzare qualunque impulso creativo originale.

È una visione, per quanto sommaria, con certe ragioni comprensibili, in particolare da un punto di vista diciamo parziale come poteva essere quello di chi viveva dentro quel sistema oppressivo nella sua tarda stagione; quando (dagli anni Sessanta, mentre in Occidente soffiavano venti di liberazione individuale) nei circoli letterari e fra i giovani “arrabbiati” di Mosca e Leningrado si dava per scontato che nessuna opera autentica – letteraria artistica musicale – potesse essere pubblicata dai canali ufficiali, in sostanza le edizioni e i vari apparati dello Stato, e che le cose vere circolassero solo in samizdat e tamizdat: le edizioni clandestine rispettivamente autoprodotte (sam) o pubblicate fuori dalla Russia (tam). Era il tempo in cui ormai era venuto in chiaro che le promesse della Rivoluzione erano state tradite. Le due principali promesse: il benessere materiale e la trasformazione dell’uomo dall’interno in vista della realizzazione di una società senza classi.

Al loro posto c’erano l’onnipotenza del controllo e un’umiliante condizione di povertà diffusa, un generale dissesto delle strutture e delle istituzioni. La dissonanza fra il discorso ufficiale e la realtà delle cose era così smaccata da risultare grottesca e generare un senso persino festoso della totale insensatezza del sistema. È il clima che si respira per esempio nei libri di Sergej Dovlatov, emigrato in America con la “terza ondata”, cioè negli anni settanta (nel 1978 per la precisione). Come dice lui stesso, terminati gli studi sapeva già tutto, cioè “che nei giornali scrivevano menzogne. Che all’estero la gente semplice viveva con più mezzi e più allegria. Che essere comunista era ignominioso ma conveniente”. In questo quadro la vita dell’uomo sovietico, vero o presunto, era fondata sul Compromesso che dà il titolo a una raccolta di testi esilaranti e scombinati in cui Dovlatov racconta la propria attività di cronista presso la «Sovetskaja Estonija» e altri giornali simili, tutti diretti da integerrimi funzionari culturali assolutamente in linea col partito.

Lo schema è semplice: si esibiscono i pezzi pubblicati, “dei fogli ingialliti. Dieci anni di menzogne e falsità”, e nelle pagine successive si racconta il backstage che ha portato alla stesura dell’articolo. Si percorre in sostanza l’arduo tragitto “dalla Verità alla verità”, ovvero dalla stolida propaganda alla realtà effettuale. Così la descrizione delle corse di cavalli all’ippodromo di Tallin, che compie cinquant’anni, si intitola I rivali del vento e procede su un tono cosiffatto: “I fantini più noti, idoli del pubblico, sono innanzitutto degli esperti zootecnici che, con dedizione e pazienza, perfezionano la razza, sviluppano nei loro ‘pupilli’ preziosi caratteri ereditari. Inoltre, essi sono atleti altamente qualificati che, una volta alla settimana, rendono conto dei loro successi dinanzi all’esigente pubblico di Tallin”. Eccetera. Dopo uno stacco e il cambio di corpo tipografico la parola passa al narratore: “L’ippodromo di Tallin costituisce di per sé uno scenario piuttosto pietoso. Pavimento discretamente sporco, tribune sghimbesce. Il terreno è disseminato di biglietti usati. Una folla eccitata e chiassosa si muove circolarmente dal bar alla barriera della pista”. Il narratore, è chiaro, si è fatto assegnare la corrispondenza perché spera di alzare qualche rublo con le scommesse. E subito si mette d’accordo con il collega Tolja Ivanov per un fruttuoso maneggio con gli allibratori. Ci guadagnano discretamente per qualche settimana, dopo di che Ivanov si rompe una gamba e due clavicole: “Ma i cavalli non c’entravano. Era caduto ubriaco da un taxi”.

In effetti per questi giovani intellettuali debosciati, consacrati alla vodka e alla letteratura, non si trattava più neanche di una dissidenza politica sul genere mettiamo di un Solženicyn, ma di un’opposizione radicale, generazionale, dopotutto non troppo diversa da quella dei loro coetanei occidentali, di Berkeley o di Parigi. Solo che qui non c’era alternativa e neppure esisteva la società dello spettacolo, con le sue fughe fittizie, ma attraenti. Le speranze di una vita più autentica e sensata si riversavano tutte, paradossalmente, sulla letteratura. Josif Brodskij, il futuro premio Nobel, che negli anni sessanta a Leningrado frequentava Dovlatov e la sua compagnia di individui “barbuti, enigmatici e tetri”, ha scritto nelle sue memorie che quella generazione “è stata fra le più libresche della storia russa […]. I libri diventavano la realtà prima e unica, mentre la realtà stessa era considerata qualcosa di assurdo o di molesto”. E a proposito di deboscia ostentata come una bandiera, Brodskij ha subito nel 1964 un processo per «parassitismo sociale» e si è preso cinque anni di confino, poi per fortuna ridotti a un anno e mezzo.

Ma tutto questo appunto avveniva alla fine dell’impero, dopo che le illusioni rivoluzionarie si erano spente in una serie di slogan che non promettevano più niente a nessuno e scoraggiavano qualunque velleità di collaborazione. Se torniamo all’inizio e cioè alla fase ascendente della Rivoluzione, poi della costruzione dello stato socialista, il dialogo fra intellettuali e potere si fa molto più vario, più acceso. Il gioco è tanto più complesso perché i ruoli non si sono del tutto definiti, o meglio la direzione è chiara ma (è la grande cantonata di cui parlavo all’inizio) le speranze di poter negoziare sono ancora vive, come pure sono vive alcune delle promesse degli esordi.

Nella storia di questi rapporti ci sono vari momenti che offrono agli scrittori la possibilità di aprire gli occhi sulla reale natura del mondo in cui stanno vivendo e lavorando. Uno di questi senza dubbio è il suicidio di Majakovski il 14 aprile 1930, che destò enorme impressione sia per la fama del poeta sia per la connessione evidente del suo gesto – sebbene ufficialmente motivato da ragioni sentimentali – con le violente pressioni subite da parte dell’ambiente letterario ortodosso, incarnato dalla temibile associazione degli scrittori proletari (Rapp). Majakovskij aveva nel proprio Dna poetico e umano la rivoluzione; era iscritto al partito bolscevico fin dal 1908 e tutta la sua attività prerivoluzionaria era stata all’insegna dello «schiaffo al gusto corrente», ovvero al filisteismo artistico e morale della società borghese. Con la sua sagoma gigantesca, la testa rasata, la famosa blusa gialla con cui amava andare in giro per spaventare i benpensanti, era un simbolo del connubio fra l’arte d’avanguardia e la grande esplosione del 1917: «Io mi sento / una fabbrica sovietica, / che produce felicità» scriveva nella poesia Domoj (A casa), con i suoi celebri versi «a scalino» che è un peccato qui non poter riprodurre. “Voglio […] / che come sulla ghisa / e la lavorazione dell’acciaio, / sul lavoro dei versi, / a nome del Politbjuro, / faccia rapporto Stalin”. Razionale e irrazionale si fondevano in un unico slancio: l’alto livello della tecnica e la costruzione pianificata erano buone cose solo se “l’occhio semiaperto del futuro sprizza autentico amore terrestre”.

Sennonché la politica concreta di Stalin aveva poche orecchie per simili fantasie e lo spazio dell’utopia era sempre più conteso dalla forza mefitica del byt, una parola russa difficilmente traducibile che designa la vita quotidiana (è l’infinito del verbo essere) nel suo aspetto più squallido e ripetitivo. «La barca dell’amore si è spezzata contro il byt» lasciò scritto Majakovskij nella sua lettera di commiato, oltre alla nota esortazione a «non fare pettegolezzi» perché il defunto non poteva sopportarli. Pettegolezzi politici, non solo sentimentali, sulla sua vita privata tempestosa (il ménage a troi con Lili e Osip Brik) come sulla presunta involuzione “borghese” della sua poesia.

Al suicidio di Majakovskij ha dedicato un libro scritto a caldo, subito dopo i fatti, il grande linguista Roman Jakobson, che l’aveva frequentato fin dai tempi delle “battaglie” futuriste. A posteriori si può dire che il titolo è un efficace compendio della situazione a quell’altezza cronologica (il 1930) e una fosca profezia per gli anni a venire. Una generazione che ha dissipato i suoi poeti è quella che Jakobson vede alle proprie spalle: la generazione di chi era entrato nella Rivoluzione con una propria fisionomia già in parte formata e che ha dovuto scontrarsi con la terribile durezza dei tempi: “La fucilazione di Gumilëv(1886-1921), la lunga agonia spirituale, gli insopportabili tormenti fisici e la fine di Blok (1880-1921), le crudeli privazioni e la morte fra sofferenze inumane di Chlebnikov (1885-1922), i meditati suicidi di Esenin (1895-1925) e di Majakovskij (1893-1930)”. Tutti giovani fra i trenta e i quarant’anni falcidiati nel pieno della loro attività dalla brutalità del clima se non direttamente (a parte il primo) dal governo. Presto le cose si sarebbero evolute, e non in meglio. Il mestiere dell’arte nelle sue varie forme si avviava a diventare fra i più pericolosi, in un processo però graduale, che sembrava applicarsi caso per caso e soltanto alla fine si è rivelato come un progetto complessivo, una semplice forma di decimazione.

Nel corso degli anni Trenta si svolge così una miriade di storie individuali che finiscono circa nello stesso modo (la punizione dell’artista) ma sono tutte diverse e rispecchiano il carattere, la posizione, l’adesione sincera simulata o formale dell’artista di turno. Nasce una specie di “genere letterario” che è la lettera a Stalin (o in subordine a Gorkij, che era a capo dell’Unione degli scrittori sovietici) per impetrare la revoca o la mitigazione dei provvedimenti di censura, esclusione, emarginazione dalla vita letteraria e conseguente impossibilità di vivere. Bulgakov ne ha scritte diverse, molto belle e onorevoli, in cui rivendicava la propria identità di scrittore satirico pur professandosi leale verso il governo sovietico. Queste lettere a volte ottenevano qualcosa, come nel caso di Bulgakov, ma più spesso non servivano a niente e restano come documenti dell’eterna impotenza del singolo davanti allo Stato. È in questo decennio terribile in cui il terrore raggiunge il suo culmine – mentre l’effige di Stalin riprodotta in innumerevoli statue, manifesti, gigantografie distribuiti in ogni angolo del paese garantisce che le attese sono a un passo dal compiersi e che “vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro” –  che vengono cancellate o deturpate crudelmente anche opere per così dire intenzionate al “bene” ovvero all’esaltazione, ovviamente problematica, delle utopie comuniste. La lista di questi relitti recuperati in tutto o in parte a distanza di decenni è consistente e produce uno strano stringimento al pensiero che il paese, la gente, l’orizzonte ideale e culturale ai quali si rivolgevano non esistono più, e che il loro discorso è destinato almeno in parte – l’unica che contava, in fondo, per gli autori – a restare una volta per tutte sospeso nel vuoto. 

È il caso, insieme a molti altri, di un libro conturbante e bellissimo come Mosca felice di Andrej Platonov, scritto fra il 1932 e il 1936 e rimasto incompiuto oltre che inedito in Russia fino al 1991. In Italia è uscito nel 1996 nell’impeccabile traduzione di Serena Vitale e Ornella Discacciati. Il romanzo racconta la vita vagabonda di Mosca Čestnova (ovvero Mosca “l’onesta”) una ragazza orfana, “figlia della Rivoluzione” come milioni di altri besprizornye (bambini abbandonati) prodotti dagli sconvolgimenti di quegli anni e gradualmente assorbiti dallo Stato. Mosca è priva di ogni legame col passato, vede solo il presente e l’immediato futuro del comunismo in costruzione. Si muove in mezzo a una generazione che «pensa e agisce sinceramente sul piano dell’ortodossia», ovvero intende disfarsi del retaggio borghese e istintuale per entrare in un mondo interamente scientifico dove tutto è in funzione del bene comune. È uno strano miscuglio di utopia e distopia: questi tecnici e ingegneri, insegnanti, attivisti, membri di comitati e associazioni proletarie, soffrono intimamente, come di un male fisiologico le convulsioni di questa metamorfosi, e tuttavia vanno avanti con la solida forza della convinzione.

Nei tredici capitoli che ci sono rimasti Mosca si imbatte casualmente in alcuni di loro, ci si accoppia, vive per qualche tempo nel loro appartamento e poi se ne va da un’altra parte, sente dire che in un kolchoz cercano persone, oppure in una miniera. È una donna potente come una forza naturale: il “geometra e urbanista” Božko sente che il battito del suo cuore «era così regolare, elastico e sicuro che se fosse stato possibile collegare a quel cuore la terra intera, esso avrebbe potuto regolare il corso degli eventi». Questa forza è una tortura micidiale per quelli che la incontrano, perché subito li soggioga e destruttura le loro credenze più profonde. “Io sono un semplice ingegnere e un razionalista, ti rinnego, come rinnego la donna e l’amore!… Adorerò piuttosto la polvere degli atomi e l’elettrone!”. È da notare che non sono battute ma espressioni serie, tormentate, tutto il romanzo ha un tono serio e struggente e questa strana distorsione della prospettiva, perché parla di un mondo che anche all’epoca era una proiezione, e di cui oggi si fatica a immaginare i contorni. Forse Platonov intendeva dire che la Ricerca di una terra felice (è il titolo di un altro suo racconto) è un obiettivo magari “necessario” ma mostruosamente difficile, con un prezzo tremendo da pagare, sia per i singoli che per le moltitudini. Mosca prosegue nel suo nomadismo senza trovare dove mettere la sua energia, negli ultimi capitoli ha perso una gamba e gliene hanno messa una artificiale – come un’affermazione della tecnica sulla “natura”. E poi in realtà non sappiamo cosa succede dopo, perché il manoscritto si interrompe a metà di un capitolo sulla seguente frase: “Se tutta l’umanità giacesse addormentata, dal suo volto sarebbe impossibile conoscerne la vera indole e si potrebbe essere tratti in inganno”.

Giovanni Maccari

Giovanni Maccari è docente ed esperto di letteratura italiana e russa. Tra i suoi ultimi libri la traduzione di Storia della mia colombaia di Isaak Babel’ e la raccolta di racconti Vita con gli animali (metilene edizioni, 2025).

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