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Benedetta Fallucchi

Gpa: il divieto di diventare genitori e il destino di chi ancora ci sta provando

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Dal 2024 la Gpa è perseguibile in Italia anche quando viene praticata in un paese in cui è legale. Ma che cosa accade a chi aveva già iniziato un percorso, e a chi decide di andare avanti nonostante tutto?

Una pietra sopra. È quello che dal 2024 si trova davanti chiunque, in Italia, prenda in considerazione la gestazione per altri. La strada è sbarrata, la vista intralciata: cartelli minacciosi recitano “reato universale”, gente che grida contro “il supermarket dei bambini”, contro lo sfruttamento. 

Mentre cercavo, con fatica, di abbozzare questo pezzo, mi sono chiesta più volte se riflessioni e testimonianze potessero almeno rendere quella chiusura meno compatta, introdurvi qualche crepa.

Che non significa argomentare tout court che la gestazione per altri è cosa semplice, che va bene sempre e comunque. Ma, piuttosto, che forse se ne deve discutere ancora; se non altro perché averla criminalizzata – in Italia e all’estero – non significa averla eliminata come possibilità. Il ventaglio è ampio: in molti paesi del mondo la pratica è vietata (vale per molti stati europei), in altri non è esplicitamente regolata, in altri è ammessa nella sola forma solidaristica, mentre in altri ancora prevede un compenso per la gestante (il sito dell’associazione Coscioni fornisce una mappa, per chi fosse interessato). 

Nella gestazione per altri – anche detta maternità surrogata, o, dispregiativamente, “utero in affitto” – una donna, la madre surrogata, porta avanti la gravidanza per i cosiddetti genitori intenzionali, senza avere alcun legame genetico con il nascituro. 

L’Italia ha vietato la Gpa con la legge 40 del 2004, che prevede una multa da 600.000 a un milione di euro e la reclusione da tre mesi a due anni. Fin dal suo insediamento, però, l’attuale governo ha scelto di fare di quel divieto uno dei terreni simbolici della propria politica, intervenendo su una pratica già illegale per estenderne ulteriormente la portata.

È questo il senso della legge Varchi, entrata in vigore il 3 dicembre 2024: rendere perseguibili in Italia anche coloro che hanno fatto ricorso alla Gpa in un paese in cui è legale. Il provvedimento applica così alla pratica un principio di extraterritorialità previsto per reati come i crimini di guerra, il genocidio, la tortura, la schiavitù e i crimini contro l’umanità.

Ma come si arriva a una condanna così netta, inappellabile? 

Secondo un sondaggio Eurispes del 2025, la maggioranza degli italiani è contraria alla Gpa (il 64,5%), mentre il 59,7% è favorevole alla fecondazione eterologa. Ma c’è stato un momento, circa vent’anni fa, in cui era la proprio la Procreazione medicalmente assistita – specie se eterologa, cioè con donazione di uno o entrambi i gameti – l’argomento controverso. Fu allora che l’antico principio mater semper certa est cominciò a perdere la propria evidenza. Presupponeva infatti una coincidenza tra madre genetica e madre biologica che già all’epoca non poteva più essere data per scontata: la prima procreazione medicalmente assistita eterologa con donazione di ovociti avviene nel 1983 (anche se il primo nato con l’uso di questa tecnica è dell’anno seguente, il 1984). Ma i progressi tecnico-scientifici sono una cosa e le società sono un’altra. In Italia fino al 2004 vigeva il vuoto normativo: chi voleva ricorrere alle tecniche procreative procedeva a tentoni, tra circolari ministeriali, codici deontologici e pareri dei tribunali. 

La legge di quell’anno, la 40 appunto, si proponeva  di disciplinare in modo articolato il fenomeno e da subito divenne oggetto di dibattiti etici e giuridici per via delle forti restrizioni che imponeva. Superò il referendum del 2005 ma non i ripetuti esami della Corte Costituzionale che ne modificarono significativamente l’impianto. Venne ammessa per esempio la Pma eterologa (sentenza 162 del 2014 della Corte Costituzionale) – però, si noti bene, esclusivamente per le coppie eterosessuali. 

Questa parziale apertura consentì una ripresa delle nascite tramite Pma nel nostro paese (secondo l’ultima relazione si tratta del 25% sul totale dei nati da Pma), ma obbliga ancora oggi single e coppie omosessuali ad andare all’estero, foraggiando il cosiddetto “turismo riproduttivo” (sempre l’Associazione Coscioni di recente ha promosso una proposta di legge per eliminare le ultime discriminazioni nell’accesso alla Pma). 

Il divieto a single e coppie omosessuali mostra con chiarezza che il nodo problematico non era, e non è, costituito solo dalla possibilità di disgiungere, almeno parzialmente, i genitori biologici da quelli sociali, ma anche e soprattutto dal rischio di “slabbrare” la parola famiglia, rendendola capace di accogliere i nuclei difformi dal modello “standard”.  

Le coppie di donne che hanno fatto ricorso alla Pma hanno dovuto attendere anni perché fosse riconosciuta la genitorialità di entrambe. Solo nel maggio 2025, con la sentenza 68, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 8 della legge 40 nella parte in cui non consentiva anche alla madre intenzionale di riconoscere alla nascita il figlio nato in Italia, concepito all’estero attraverso la Pma con il consenso di entrambe. La Corte ha stabilito che, nell’interesse del minore, il legame giuridico debba essere riconosciuto fin dalla nascita sia con la madre biologica sia con quella intenzionale.

Delle coppie di padri, si capisce, torneremo a parlare a proposito di Gpa. 

Quindi, ricapitolando: in Italia, sulla base delle leggi esistenti, single e coppie omosessuali non possono accedere alla Pma, così come non possono adottare, salvo ricorrere all’“adozione in casi particolari”. Poi, certo, a sanare le contraddizioni e a tutelare l’interesse dei minori, che non hanno alcun dubbio rispetto a chi siano i propri genitori, arrivano le decisioni dei tribunali. Chiusa la parentesi sulla Pma, che però è il viatico per capire tutto quello che è successo dopo. 

Anche la Gpa esiste come tecnica dalla fine degli anni Ottanta ma in Italia se ne inizia a parlare con preoccupazione molti anni dopo. 

L’aspetto controverso risiede nel fatto che alla madre genetica e a quella biologica si aggiunge la madre surrogata. Detto in altre parole: la donna che partorisce è diversa da quella che ha donato l’ovocita e diversa ancora da quella che poi sarà la madre sociale. Quest’ultima, inoltre, non è necessariamente una donna. Fatalmente, per alcuni. Specie per i sostenitori della “famiglia tradizionale” – qualunque cosa significhi – tra cui si annoverano gli esponenti dell’attuale governo. Come dimenticare Giorgia Meloni che tuonava a favore della famiglia naturale e contro la lobby Lgbt e l’ideologia gender; o Matteo Salvini che nella veste di Ministro dell’Interno osteggiava la dicitura “genitore” al posto di madre o padre sui documenti (ma non l’ha spuntata), o, più di recente,  sempre rimanendo nel medesimo orizzonte culturale di riferimento anche se fuori dall’esecutivo, le esternazioni del generale Vannacci?

Ma  sulla Gpa il femminismo stesso si è spaccato, perché la gravidanza surrogata va ben oltre la stimolazione ovarica e il successivo prelievo cui si sottopongono le donatrici di gamet. La Gpa implica la messa a disposizione del corpo di una donna per un periodo prolungato, con uno sforzo significativo e con i rischi collegati a una gestazione – per menzionare solo il piano strettamente fisico. E chi sono queste donne che si prestano a un simile gesto? Lo fanno da una condizione di povertà oppure come atto estremo di solidarietà? Nel mondo non sono mancati casi di costrizione e sfruttamento raccontati dai media e perseguiti legalmente, così come articoli che descrivevano relazioni positive tra le varie figure coinvolte. 

Al centro del confronto c’è, per entrambe le parti, il principio di autodeterminazione: chi difende la Gpa lo invoca per rivendicare la libertà di scelta delle persone coinvolte; chi vi si oppone ne contesta invece la possibilità stessa, sostenendo che quella libertà sia condizionata o si eserciti a discapito di altri.

Come si fa a stabilire se una donna  è libera  quando compie la scelta  di diventare madre surrogata? Al contempo: verificata l’assenza di obbligo e di grave indigenza, chi può dire con certezza che una donna non sia libera e dunque impedirle di diventare madre surrogata? Non vale per molte delle scelte che già si possono compiere (posso decidere se abortire o se dare in adozione un figlio dopo averlo partorito, le leggi me lo consentono, ma non posso decidere di portare avanti la gravidanza per un’altra persona)? Per quali fini è lecito e accettabile offrire parti del proprio corpo? Come la mettiamo con le balie, allora, che prestavano il loro seno? E con il la prostituzione? Una madre surrogata che riceve denaro va guardata con costernazione e disgusto? Va bene solo se lo fa per una sorella o per un’amica senza ricevere compensi (ah, il prezzo del sacrificio)?  

Gli interrogativi sono molti, e abbastanza rilevanti da richiedere un confronto aperto, anziché una chiusura pregiudiziale.

Regolamentare significa tentare di articolare preventivamente delle risposte a delle domande: per quanto difficile, per quanto quasi sicuramente foriero di errori e lacune, perché la casistica teorica mai corrisponde alle storie vere. L’assenza di regolamentazione è proprio ciò che può produrre maggiori distorsioni, non il contrario (ci ricordiamo quando l’aborto era illegale?). Il punto non è, come ha detto Chiara Lalli, essere pro o contro la Gpa, ma essere a favore “della possibilità di scegliere”. Fare della Gpa un reato universale è oscurantismo (era meglio quando volavano gli stracci pure tra le femministe, almeno se ne discuteva). 

Ed eccoci all’utilità delle testimonianze. Proprio quando sembra che non ci sia più niente da dire e che il destino della Gpa sia compiuto, almeno in Italia, c’è qualcuno che alza la mano: vi sbagliate, argomenta, c’è ancora da ragionare, sentite la mia storia.

Lo ha fatto Chiara Tagliaferri con Arkansas (Mondadori 2026): un romanzo-memoir che ripercorre  il viaggio, emotivo e materiale, di una coppia che ha scelto la Gpa. Il racconto, portato avanti con gusto del paradosso e ironia, si snoda con un’apparente lievità dietro cui si percepisce il magma del desiderio che sobbolle e a volte confligge con sé stesso. Ci sono le riflessioni sul femminile e sulla possibilità di scalzare la biologia e si muove sotto il nume tutelare di Michela Murgia, amica e collaboratrice di Tagliaferri. 

Nel libro trovano posto i tentativi di Pma falliti, gli incontri carbonari su Skype con la donna che in Europa fa da ponte per la Gpa negli Stati Uniti, la fase di sospensione del Covid, la scelta della donatrice prima e della gestante poi, la stipula dell’assicurazione, il rientro in Italia carico di  di incertezza e rischi. È qui che il futuro della famiglia finisce per dipendere dalla trascrizione del certificato di nascita.

Per le coppie eterosessuali restano alcuni margini di manovra.  Lo racconta Tagliaferri quando, tornati a casa, un’amica li rassicura dicendo: “Molti Comuni si rifiutano di trascrivere l’atto di nascita straniero integralmente, soprattutto se ci sono due padri. Per voi dovrebbe essere più facile. Padre e madre sul certificato di nascita. Siete nel limbo perfetto. Stiracchiatevi dentro quell’ambiguità. È fragile, ma funziona”. In fondo, una coppia formata da uomo e donna non è tenuta a raccontare, se non magari alle persone più strette, come è nata la loro figlia. Certo, può essere imbarazzante presentarsi d’emblée nella vita di prima con un infante in braccio, ma si può anche sgusciare nell’intercapedine molle tra il non detto e non il esplicitamente richiesto. Non vale per Tagliaferri, che decide di esporsi. Non solo sottraendosi alla dimensione del segreto nella sfera privata, ma consegnando la sua storia alla visibilità pubblica. 

Poco dopo Arkansas è uscito Mothers: un documentario che giustappone storie diverse in controluce con il tema della Gpa. 

La regista, Alice Tomassini, mi dice subito: “Mothers non è un film di propaganda, non vuole convincere nessuno; vuole parlare di Gpa in modo differente, problematizzandola e scendendo un po’ più in profondità, con l’obiettivo di tornare a un dibattito sano”. 

Il film inizia dalle testimonianze di alcune donne cambogiane: dal 2016 la Cambogia, che stava diventando una meta popolare per questo tipo di servizio, ha reso illegale la Gpa avvalendosi della pre-esistente legislazione sulla tratta di esseri umani. Tre di loro raccontano di come sono state incarcerate, obbligate a partorire in prigione e poi messe di fronte a un aut aut: o tieni il bambino o la galera. Tomassini dice di essere rimasta spiazzata: “Mi aspettavo delle vittime invece mi sono trovata di fronte delle donne resilienti, fortissime, senza alcun senso di colpa, arrabbiate perché ingiustamente incriminate”. A distanza di cinque anni dal loro arresto, queste madri si chiedono ancora cosa ci fosse di sbagliato nel voler aiutare, loro che di figli già ne avevano, chi non poteva averne. “Come potevamo essere prima le vittime e poi quelle da condannare?”, è una delle domande che attraversano il  film e che rimangono impresse nella mente dello spettatore. Dopo il segmento cambogiana, Mothers torna in Italia e raccoglie  le testimonianze di altre tre donne: due hanno già avuto figli grazie alla Gpa, una è nel pieno del percorso). Sono tutte eterosessuali e, per ragioni diverse, non da ultimo l’impossibilità di adottare, hanno deciso di intraprendere questa strada. Infine, c’è la toccante testimonianza di Lia, figlia di due padri italiani, che rappresenta il punto di vista di chi è nato tramite Gpa e non sente che questa circostanza lo definisca.  se ne sente determinato. In fondo, come veniamo al mondo è assai meno cruciale dell’ambiente in cui nasciamo, e Lia  racconta  proprio della sicurezza e dell’affetto che l’hanno sempre circondata e che l’hanno resa la persona che è oggi. 

È paradossale che la Cambogia obblighi alcune donne a essere madri loro malgrado   –  il governo le controlla fino al compimento della maggiore età dei figli –  mentre l’Italia impedisca in tutti i modi la realizzazione di una genitorialità, anche se tutelata da leggi straniere.  

Tomassini mi spiega che, mentre è stato facile trovare persone disposte a parlare in Cambogia, la ricerca in Italia è stata lunghissima, soprattutto perché lei voleva parlare con coppie eterosessuali. 

Si sottolinea sempre poco, infatti, che la maggior parte delle coppie interessate alla Gpa sono coppie etero. Non esistono dati ufficiali, ma secondo stime ufficiose in questi anni sono state queste ultime  a fare ricorso in maniera più massiccia alla maternità surrogata (un articolo del «Corriere della Sera» del 2023 proponeva la stima empirica di 250 coppie all’anno, di cui il 90% etero). “Il titolo Mothers era ovviamente una provocazione. Intorno alla maternità esiste ancora oggi una mistica ma quello che a me interessava davvero raccontare erano le nuove famiglie”, dice Tomassini. 

Provando a raccogliere testimonianze di chi si è trovato nel mezzo del percorso dopo l’approvazione della legge Varchi o di chi non si è rassegnato, si incontrano molti silenzi. Se era difficile metterci la faccia prima, dopo il dicembre 2024 sembra impossibile. O quasi. 

Una coppia di uomini acconsente a raccontarmi la loro storia. 

Si chiamano Marco e Andrea (i nomi sono di fantasia) e hanno iniziato concretamente a ragionare sulla Gpa nel 2021. Hanno preso in considerazione i paesi in cui questi percorsi sono regolamentati in modo più collaudato e strutturato, sul piano sia etico sia legale: il Canada,dove la Gpa è ammessa solo nella forma altruistica, e gli Stati Uniti. Il Canada è stata la loro prima scelta. Sono andati una prima volta nel 2023 e lì, attraverso la fecondazione degli ovociti di una donatrice con il seme di uno dei due, sono stati creati gli embrioni, che si trovano tuttora depositati nel paese. Però da un anno e mezzo si sono rivolti a un’agenzia negli Stati Uniti per cercare una madre surrogata. È chiaro, mi spiegano, che dove c’è la Gpa altruistica ci sono in percentuale meno donne disponibili a intraprendere questa strada. “La legge Varchi ha ulteriormente peggiorato le cose per la nostra comunità, nel senso che ora, per le coppie omogenitoriali che decidono di andare avanti nonostante il divieto, è tutto più silenzioso e rischioso. Noi abbiamo paura: a parlare con chiunque, a mandare una mail, a fare qualsiasi cosa”. Ci sono stati anche i primi tentennamenti, i primi dubbi oltreoceano, benché non  esplicitamente come conseguenza dell’inasprimento della legislazione italiana. 

Il nodo è sempre il certificato con cui si rientra nel nostro Paese. Nel caso di una coppia di due uomini per l’Italia serve un certificato in cui sia indicato solo il padre biologico: non tutti gli stati americani lo rilasciano, oppure, per ottenerlo, bisogna andare davanti a un giudice americano, spiegare perché uno dei due padri rinuncia alla potestà genitoriale, spiegare anche che le unioni civili in Italia non prevedono la dimensione genitoriale… insomma, problemi  su problemi. 

Restano inoltre diversi aspetti da chiarire, che rendono complessa l’applicazione della legge Varchi. Per acquisire i documenti conservati dalle cliniche o dalle agenzie straniere, infatti, l’Italia dovrebbe ricorrere a una rogatoria internazionale, cioè chiedere la collaborazione dell’autorità giudiziaria del paese interessato. Colpisce che uno strumento di cooperazione giudiziaria impiegato nelle indagini transnazionali possa essere attivato per perseguire due uomini che hanno cercato di diventare padri. 

“Comunque il governo è riuscito nel suo intento primario: dissuadere”, dicono Andrea e Marco, che sono in contatto con altre persone che volevano fare il medesimo percorso. Molti aspiranti padri hanno già rinunciato o rimandato a quando ci sarà un’eventuale abrogazione della legge, o a quando si apriranno nuove possibilità, come le adozioni. 

Per quanto riguarda loro due, hanno deciso di andare avanti nel loro atto di disubbidienza civile, ben consapevoli dei rischi che corrono esponendosi – e, mi dicono, farebbero volentieri a meno della visibilità: sono le mancate tutele che li obbligano a prendersela!

Forse non è un caso che ci sia più propensione a parlare di Gpa nel mondo LGBTQIA+. Alessia Crocini, presidente di Famiglie Arcobaleno, lo spiega così: “I percorsi di Pma e di Gpa sono molto diversi per le coppie etero e per quelle omosessuali. Per noi è un punto di arrivo, qualcosa raggiunto faticosamente, dopo molte altre battaglie. Per una donna etero che deve ricorrere alla Pma o alla Gpa invece il primo sentimento è quello della sconfitta, del fallimento, della macchia da nascondere, perché è così che la fa sentire la società”. Tornare in Italia con un figlio nato tramite Gpa è molto diverso a seconda che si sia una coppia eterosessuale o una coppia dello stesso sesso. Nel primo caso, il ricorso alla surrogazione può restare invisibile; nel secondo, la composizione della famiglia lo rende immediatamente riconoscibile, esponendo i genitori al sospetto e all’attenzione dell’ufficiale di stato civile. Per Crocini questo significa anche che, come nel caso di Lia in Mothers, “per i figli di coppie omogenitoriali il segreto non è mai un’opzione, anzi: il racconto di come questi bambini vengono al mondo fa parte della loro crescita e della loro educazione. Spesso mi fa sorridere quando qualcuno per attaccarci ci dice: ‘Poi voglio vedere un giorno che cosa gli racconterete a questi figli!’, come se io, genitore di un bambino che ha due mamme, non abbia raccontato, sempre e comunque, a seconda dell’età, con parole differenti, con gradi di profondità diversi come è venuto al mondo”. “Mentre sulle donne etero c’è un’enorme pressione rispetto al tema della maternità”, continua Crocini, “quando si tratta di  una coppia gay o una coppia lesbica, nessuno si aspetta da te che farai il genitore, anzi è meglio se eviti, e se lo fai stai andando contro la tradizione, contro la legge, contro il senso comune. I punti di partenza sono molto diversissimi: noi andiamo come i salmoni, controcorrente”. 

Secondo Crocini, la Gpa è diventata controversa anche e proprio perché si è intrecciata saldamente al tema della famiglia “tradizionale”, già messa in discussione con le unioni civili, da alcuni considerate prodromiche proprio alla surrogazione. C’è stata una fase, invece, in cui di Gpa si parlava e con altri toni, persino nel salotto di Vespa: siamo nel 1995, e si affronta la vicenda di Novella Esposito, una giovane donna cui era stato asportato l’utero e la cui madre si era offerta come surrogata. Il dibattito era acceso, si affrontavano temi etici, è ovvio, ma, nei confronti delle due donne, madre e figlia, c’era capacità di ascolto, non solo riprovazione. 

Come detto, è impossibile risalire a dei dati credibili sulla Gpa. È difficile farsi un’idea del fenomeno, prima e dopo la Varchi: “un’assenza che è già un fatto politico”, dice Crocini, “I dati non possono esserci per quanto riguarda le coppie dello stesso sesso se non permetti loro di riconoscere i figli all’anagrafe con tutti i crismi come a tutti altri”. Gli unici dati di cui disponiamo sono quelli relativi alla Pma in Italia, quindi validi per le tecniche consentite e solo per le coppie eterosessuali. Nessun dato vuol dire cancellare le altre famiglie, le storie non contemplate dal “canone”. 

L’Associazione Coscioni già dal 2016 ha avanzato una proposta di legge per disciplinare la gravidanza solidale in Italia. Domando a loro a che punto siamo. Filomena Gallo (avvocata e segretario nazionale dell’associazione) mi dice che, al momento del passaggio della legge Varchi, erano circa una trentina le coppie che avevano richiesto assistenza legale. “Ma si trattava di coppie che avevano avuto accesso alla procedura prima dell’entrata in vigore della legge: alcune sono rientrate in Italia e hanno ottenuto la trascrizione dei certificati di nascita senza problemi e ci sono stati decreti di archiviazione, mentre altre sono incappate nella mancata trascrizione, e con loro siamo nei tribunali”. E ora? Il quadro è incerto: “Con la legge Varchi non si comprende quale sia il momento di commissione del reato: durante la fecondazione assistita o quando nasce il bambino. Non avendo avuto nessun caso successivo alla legge Varchi non saprei nemmeno dire come vengano condotte le indagini”. Non si capisce neppure, se in caso di condanna, potrebbe esserci decadenza della potestà genitoriale: e di chi, poi? Di entrambi o di solo uno dei due genitori, se c’è un legame genetico?

L’Associazione Nazione Italiana Sindrome di Mayer Rokitansky Küster Hauser riunisce le persone affette dalla sindrome MRKH (circa 1 su 4.500 al mondo), una malattia rara che implica uno sviluppo incorretto dell’apparato genitale ed è dunque causa di infertilità. La Presidente Maria Laura Catalogna mi dice che per le donne che ne soffrono la Gpa rappresenta un’ opzione importante, anche se i costi sono proibitivi per molte famiglie. Da quando c’è la Legge Varchi, Catalogna ha notato che la Gpa è diventata un tabù: se prima qualche donna chiedeva spiegazioni, cercava informazioni, ora non se ne fa più neppure menzione. 

Alla fine di questo tentativo di capire in che direzione stiano andando le cose, mi chiedo se il governo, con il coup de théâtre del reato universale, non abbia ottenuto un effetto forse involontario: coalizzare coppie eterosessuali, coppie omosessuali e persone single che avevano già intrapreso un percorso di Gpa o desideravano farlo. La nuova legge li espone tutti allo stesso rischio, indipendentemente dal paese in cui il bambino è nato.

Le differenze, naturalmente, restano. Una coppia formata da un uomo e una donna può ancora sperare che il ricorso alla Gpa non emerga al momento della trascrizione del certificato di nascita, anche se oggi questo margine è più ristretto. Eppure proprio l’inasprimento del divieto potrebbe produrre un effetto paradossale: rendere più difficile continuare a proteggersi attraverso omissioni e segreti.

In molte storie familiari questi silenzi nascono ancora dallo stigma che circonda la sterilità e l’infertilità, e da una vergogna che non dovrebbe esistere. Non c’è alcun giudizio verso chi sceglie di tacere: anche qui, semmai, “la vergogna deve cambiare lato”. Ma è proprio per questo che occorre riaprire la discussione e continuare a esporsi. Perciò va ringraziato chi ha deciso di farlo e chi continuerà a farlo, nonostante il divieto. 

Benedetta Fallucchi

Benedetta Fallucchi è giornalista, scrittrice e lavora nella sede di corrispondenza romana del maggiore tra i quotidiani giapponesi. Il suo primo libro è L’oro è giallo (Hacca, 2023).

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