E quindi un certo tipo di romanticismo, forse perché tutto il resto è troppo problematico.
Quando, dopo il loro primo incontro, l’attore Dylan Sprouse ha scritto un DM su Instagram alla modella Barbara Palvin, ha aspettato una risposta per sei mesi. Un semestre di silenzio, che probabilmente chiunque altro avrebbe interpretato come il più classico dei tentativi di ghosting, e che invece l’attore, in una recente intervista rilasciata al Not Skinny but not Fat podcast, ha fatto passare come niente più che un tempo fisiologico, di quelli in cui vale la pena indugiare per nutrire l’aspettativa. Se è sempre servita un’attesa prima di risvegliare le principesse da lunghi sonni incantati, perché non dovrebbe valere lo stesso per il ripescaggio di una conversazione dalle richieste di messaggi – soprattutto in una casella affollata come dev’essere quella di un angelo di Victoria’s Secret?
Nella narrazione dell’attore, l’attesa della risposta di Palvin sembra aver rappresentato una sorta di prologo della “Rom-Com in real life” che oggi, da sposati, stanno vivendo insieme. Ma in realtà tutta la loro storia, prima e dopo il matrimonio, è stata raccontata pubblicamente da Sprouse nei toni dell’idillio da romanzo harmony, come accade sempre più di frequente sui profili social delle celebrità, in particolare per quanto riguarda giovani mariti fieramente innamorati, che si vantano del loro rapporto con la moglie. L’elenco degli uomini famosi che fanno sfoggio di un sentimento di adorazione nei confronti delle proprie compagne altrettanto famose è infatti sempre più lungo: dall’accordo prematrimoniale strappalacrime che Tom Holland ha scritto per Zendaya – impegnandosi, per esempio, nella promessa di interrompere qualsiasi contratto lavorativo in caso di una gravidanza, così da poterla vivere insieme –, alle parole scelte da Damiano David per chiedere alla sua Dove Cameron di sposarlo – e che la cantante ha anche deciso di citare nel suo ultimo singolo –, passando per l’orgoglio di Travis Kelce nel mostrare la fede che lo lega a Taylor Swift, tenendola sempre a favor di camera. E ancor più evidente è l’entusiasmo con cui queste esternazioni romantiche vengono accolte sui social, tra ovazioni e commenti sognanti, che si chiedono come mai, di uomini così, pare ne esistano sempre meno. L’impressione, dunque, è che non abbiamo ancora smesso di sognare il principe azzurro, anche se la neolingua di internet ci ha insegnato a chiamarlo wife guy.
Il termine wife guy ha iniziato a prendere piede sui social nel corso della prima amministrazione Trump, quando sull’allora Twitter veniva utilizzato con accezione negativa per definire uomini noti la cui immagine pubblica gravitava in buona parte attorno al matrimonio o ai successi della moglie. La figura del wife guy era generalmente tacciata di opportunismo e ipocrisia, sottolineando come oltre a una strategia di personal branding, costruita ad hoc per sembrare più affidabili e rassicuranti agli occhi del pubblico, si nascondessero in realtà relazioni con le mogli tutt’altro che rispettose o paritarie.
Di recente, invece, il modo esplicitamente romantico di raccontare la propria storia d’amore – che alcuni tra i più famosi attori, cantanti e sportivi hanno reso una cifra comunicativa – è stato rivalutato. Da un lato, questo ribaltamento di percezione si lega alla frizione che i wife guys creano con il modello di mascolinità dominante: osservare l’attenzione con cui Tom Holland aspetta che Zendaya si sistemi il vestito su red carpet evitandole un momento di imbarazzo – offre l’immagine di un uomo che palesa la propria sensibilità, e che si dedica alla persona che ha a fianco con sincero coinvolgimento, senza apparenti ricadute sul proprio ego. Dall’altro lato, però, il ritorno in auge dei wife guys si lega anche a una generale nostalgia nei confronti del romanticismo in senso tradizionale, la cui crisi, nei dieci anni trascorsi da quando il termine è stato coniato, si è decisamente aggravata – facendoli apparire come gli ultimi romantici, una specie in via d’estinzione.
Nonostante le vie del dating tendano ormai all’infinito, trovare un partner fisso è sempre più faticoso. Lo dimostrano in primis i dati: secondo uno studio globale condotto nel 2023 da CNBC, attualmente 9 persone su 10 vivrebbero in un Paese con tassi di matrimonio in calo. In Italia, a questo proposito, le statistiche raccolte dall’ISTAT nel 2025 prevedono che entro il 2050 il 41% delle famiglie nel nostro Paese saranno mononucleari. Questi numeri riflettono senz’altro un turning point esistenziale verso cui la nostra società si sta muovendo da decenni: quello in cui il matrimonio non è un prerequisito per la sopravvivenza sociale o economica, dunque ci sono molti modi diversi di vivere una buona vita – anche da single, se lo si desidera. Ma il declino dei codici della coppia tradizionale, seppur accompagnati da un ampliamento della libertà di scelta nella dimensione affettiva – e da una crescente tutela del diritto di autodeterminazione, soprattutto femminile –, pare non portare necessariamente con sé un maggiore appagamento e senso di realizzazione individuale.
Anche se il fatto di non volere un rapporto sentimentale stabile è ormai ampiamente sdoganato, per esempio, l’essere single rimane ancora uno status percepito come qualcosa di assolutamente normale, ma spesso anche di del tutto indesiderato. Lo scorso anno la rivista «Evolutionary Psychology» pubblicava un’analisi secondo cui i single “involontari” a livello globale sarebbero circa 1 su 3. Nello stesso periodo, sull’«Economist» usciva un articolo in cui si stimava che tra il 60 e il 73% delle persone single nel mondo desidererebbe avere una persona al proprio fianco, invece di stare sola. Il punto, quindi, non è che abbiamo perso interesse per l’amore, ma che per una serie di motivi facciamo sempre più fatica a trovarlo. Per questo un numero crescente di persone si trova divisa tra l’infelicità di essere single, e l’apparente impossibilità di trovare la persona adatta con cui condividere la vita di coppia, finendo per sentirsi orfana di un romanticismo perduto.
Nel testo Il normale caos dell’amore del 2024, la coppia di sociologi tedeschi Elisabeth Beck-Gernsheim e Ulrich Beck ha descritto questo sentimento di divisione, che fa sentire molte persone intrappolate in un limbo emotivo – infelici da soli, o affaticati dal sopravvivere in coppia? Secondo i due studiosi il disordine che dobbiamo affrontare nella nostra vita affettiva deriva proprio dal vuoto lasciato dalle regole del romanticismo, che stiamo progressivamente provando ad abbandonare per dedicarci a una relazionalità basata sui nostri valori, credenze, priorità personali. Un’evoluzione in termini di libertà, che ci concede un pressoché totale potere decisionale – nei limiti del rispetto dell’altro – su che fare dei nostri sentimenti e delle nostre relazioni, ma molto difficile da tenere in piedi, perché appunto dipende interamente dai nostri desideri e non ha punti di riferimento pregressi a cui rifarsi. Lo studioso britannico Anthony Giddens aveva già parlato di “relazione pura” come massima aspirazione dell’amore moderno: un legame intimo fondato esclusivamente sulla parità emotiva, sessuale e sentimentale. è instabile di per sé, dato che viene mantenuto solo finché offre soddisfazione a entrambi i partner – al contrario della relazione romantica tradizionale, che reggendosi su codici sociali ben definiti, perdura fino a che essi vengono rispettati, almeno di facciata, anche a discapito della felicità individuale.
Ciò a cui spesso non si pensa, però, è che oggi inserire l’amore tra le nostre priorità significa trovargli spazio in un complesso incastro che deve comprendere la vita professionale, familiare, il tempo dedicato alle amicizie, allo sport e la cura di sé, alle passioni – per chi ha modo di coltivarle. Elementi di un equilibrio a cui spesso non vogliamo rinunciare, e che per questo hanno attribuito alle unioni moderne un prezzo che si paga in termini di energia, salute mentale, denaro e ore, e che non tutti sentono di potersi permettere. Anche perché esso diventa ingente soprattutto se l’aspettativa è quella di trovare l’amore, la relazione pura, quindi un legame in cui speriamo di riconoscerci e che va costruito con un enorme investimento emotivo, a partire dalle regole che lo reggono. Questo costo, inoltre, pesa maggiormente sulle donne, che oltre a dover colmare uno svantaggio sociale che spesso si misura in obblighi – assottigliando ulteriormente la porzione di tempo ed energie che riusciamo a dedicare a noi stesse rispetto agli uomini –, sono anche quelle decisamente più coinvolte dai pregiudizi che il romanticismo tradizionale ci ha lasciato in eredità, sia per quanto riguarda le aspettative sul comportamento maschile, sia per la diffidenza con cui ancora vengono guardate la libertà emotiva e sessuale femminile.
Il prezzo dell’amore rischia quindi di sembrarci insostenibile, soprattutto vivendo una vita che spesso ci fa sentire esauste, e che per questo diventa incompatibile con la relazione fiabesca che molte di noi si sono raccontate di volere per anni. D’altro canto, chi ha il tempo di aspettare una risposta in DM per sei mesi? O l’energia per seguire il proprio partner in tutti gli eventi rilevanti della sua vita, come fosse il The Eras Tour? Da qui il ritrovato fascino del wife guy, un uomo che in qualche modo si occupi di noi, compensando la nostra mancanza di tempo o energie, e mettendoci davanti a un amore preconfezionato ma pronto, carico di un romanticismo apparentemente spontaneo a cui è impossibile dire di no.
La crisi del romanticismo è il prodotto di tendenze culturali e sociali ampie e concatenate, tra cui il deterioramento dei rapporti di genere, un’economia trasformata, crescenti disuguaglianze nel progresso sociale e una ormai innegabile dipendenza dell’occidente da una tecnologia che ci connette e al contempo ci isola. Ma ai fattori strutturali, oggi, si sommano una serie di dubbi individuali, con cui scandagliamo ogni eventuale partner o relazione per capire se in qualche modo ci corrisponde. Pare che quindi non abbiamo più a che fare con il normale caos dell’amore, ma con una situazione tanto complessa e interlacciata da toccare l’eccezionalità, l’anormalità.
Attraversare un periodo di transizione come quello presente, in cui le persone sono consapevoli di poter fare a meno del romanticismo, pur non sapendo con cosa sostituirlo – la carriera?, le amicizie?, la consacrazione della libertà sessuale?, il ritiro a vita privata? –, finisce quindi per far sorgere in molti la stessa stanca nostalgia: quella degli incontri combinati, del corteggiamento, della cavalleria e delle norme di genere, creando uno scenario in cui si desiderano apertamente più regole e meno scelte. L’immagine di uomini come i wife guys, che non solo hanno accettato queste regole, ma sembrano amarle profondamente, appare allora come un enorme conforto, uno di quei miraggi che non solo fa desiderare, da single, di essere in coppia; ma che può far traballare anche eventuali relazioni felici – spingendoci magari a chiederci, del nostro compagno: “Perchè anche tu non sei un po’ più così?”. Con il filtro dello schermo, poi, è facile dimenticare quanto di quello che le celebrità fanno sui social sia parte di una precisa strategia di comunicazione. O quanto il tempo e i mezzi di cui dispongono, anche per investirli in una relazione, siano tutt’altro che comuni.
In un mondo che vira sempre più profondamente verso un tradizionalismo destrofilo, soprattutto tra le giovani generazioni, il pericolo è che la consolazione che cerchiamo nel romanticismo e nella più recente versione dei principi azzurri ci riavvicini ad abitudini da cui abbiamo fatto faticato a liberarci, nascondendo i limiti imposti da un conservatorismo maschilista, dietro alle norme della galanteria. Diverso, invece, è chiedere – sia da donne che da uomini – che le nostre relazioni assomiglino a uno spazio che ci concede una tregua da ciò che nella vita ci fa sentire esausti, desiderando, di regola, partner che si occupino attivamente di aiutarci in questo sforzo di autoconservazione, un po’ come sembrano fare i wife guys con le loro adorate compagne. A ben guardare, sono infatti molti i gesti che anche nella vita normale potrebbero sollevarci da momenti di imbarazzo, disagio, malessere, al pari della mano tesa di Tom Holland verso Zendaya, su uno dei loro tanti red carpet.