E lo dimostra la traccia argomentativa a partire da Frank Füredi: un testo manipolatorio e fuori contesto pensato per mettere in difficoltà gli studenti. Incuriosisce, poi, proprio la scelta di Füredi, un sociologo la cui parabola intellettuale merita di essere approfondita.
Ho amato Frank Füredivent’anni fa, e poi ne sono stato deluso, e ho pensato quanto fosse un pensatore pericoloso e controverso. Quando il ministero dell’istruzione e del merito ha scelto, per la traccia B3 della prima prova, un brano da I confini contano di Füredi, anche buona parte della stampa si è accorta della provocazione fuori davvero dai confini istituzionali che questa scelta significava.
La sua parabola biografica più che illuminante è sintomatica. Un saggio breve sarebbe da scrivere proprio su questa vita intellettuale. Sociologo ungherese-canadese, ex fondatore del Revolutionary Communist Party negli anni Settanta, oggi voce sedicente anticonformista contro la cancel culture, editorialista di Spiked: da trotzkista a sovranista, paladino dei confini, oggi Füredi dirige di fatto le attività editoriali del Mathias Corvinus Collegium, il think tank ungherese finanziato e voluto da Viktor Orbán per formare la futura classe dirigente anti-liberale d’Europa.
Questo era ovviamente ignoto agli studenti che ieri hanno fatto la maturità. In molte delle tracce proposte non si trovava alcun contesto, neanche i libri da cui erano tratti i brani. Consegnare ai maturandi poche righe “sull’arte di tracciare frontiere” senza introdurre chi è Füredi, chi era Füredi, senza un’oncia di contesto, è così spregevole, che proviamo a fare un minimo di giustizia.
Füredi ha una scrittura coinvolgente e convincente; negli ultimi anni usa questa capacità argomentativa spesso in modo manipolatorio. La prima volta che l’ho letto ho pensato che fosse uno dei primi a mettere insieme la retorica del benessere individuale con la distruzione sociale del neoliberismo. Prima di Mark Fisher o prima di Alain Ehrenberg, negli anni duemila scriveva con ostilità dichiarata del thatcherismo come matrice di una intera cultura della responsabilizzazione individuale punitiva. In Il nuovo conformismo (Feltrinelli, 2005 — il titolo originale è Therapy Culture), Füredi si dedica a smontare l’idea che quella che chiama svolta terapeutica nella vita pubblica britannica sia un fenomeno neutro o spontaneo. La sua tesi è che il governo Thatcher abbia attivamente coltivato il linguaggio della consulenza psicologica come strumento di governo dei disoccupati e di disinnesco del conflitto sociale: i corsi di counseling infilati nei programmi di formazione giovanile, l’aumento delle risorse per il sostegno psicologico ai disoccupati, tutto letto da Füredi come un dispositivo per trasformare un problema strutturale – la repressione dei sindacati, la disoccupazione di massa prodotta dalle politiche economiche conservatrici – in un problema di autostima individuale. Non esiste la società, esistono solo gli individui, del resto, e l’acronimo coniato dalla stessa Thatcher, TINA, There Is No Alternative, è proprio simbolo di un’epoca in cui la politica si è svuotata fino a diventare pura gestione tecnocratica, micropolitica priva di visione.
Si sarebbe detto un foucaultiano, ossia un intellettuale di sinistra radicale ancora capace di un’invettiva sistemica contro il neoliberismo britannico, che imputa al thatcherismo (e poi, con identica durezza, al blairismo) la responsabilità di aver psicologizzato il disagio sociale per meglio depoliticizzarlo. Sembra esattamente l’opposto del Füredi che oggi mette in guardia contro l’infantilizzazione prodotta dal welfare emotivo dei progressisti: nel 2005 il bersaglio era la destra che usava la terapia per disinnescare la rabbia di classe; oggi, per simmetria, il bersaglio è la sinistra che userebbe la stessa terapia per produrre soggetti fragili e dipendenti dallo Stato.
La manipolazione di Füredi sta nel fatto che dispositivo concettuale, ossia il sospetto verso ogni forma di intervento terapeutico sulla soggettività, resta identico. Da qui, il rossobrunismo; ma capiamolo.
Tra la fine degli anni novanta e i primi duemila Füredi ha scritto alcuni testi importanti su quella che lui stessa definisce la cultura della paura. Tra Ulrike Beck, La società del rischio, 1986, e Zygmunt Baumant, La società dell’incertezza, 1999, sta Culture of Fear (1997, poi aggiornato come How Fear Works) in cui analizza e anticipa fenomeni che stavano cominciando a esplodere: il primo è la trasformazione del rischio in categoria totalizzante dell’esperienza pubblica, la sostituzione della politica con la gestione precauzionale, l’ansia genitoriale come prodotto sociale più che psicologico (lo riprenderà in Paranoid Parenting), l’erosione dell’autorità adulta dovuta alla crisi di legittimazione delle istituzioni che un tempo la sostenevano.
È un critico di sinistra radicale anche quando scrive nel 2004 Where Have All the Intellectuals Gone? (2004), in cui denuncia l’imbarbarimento del dibattito pubblico, l’appiattimento dell’università sul modello consumista, la sostituzione del giudizio critico con il relativismo procedurale.
Ma già in questi testi, sotto la superficie della diagnosi brillante, comincia a emergere una postura che diventerà via via più marcata: l’idea che il vero pericolo per la libertà occidentale non venga più dal mercato, dalle diseguaglianze, dal potere economico del capitalismo aggressivo, ma da un blocco culturale terapeutico-progressista che infantilizzerebbe i cittadini e sostituirrebbe l’autorità con la sorveglianza emotiva. La diagnosi diventa prognosi, la critica di sistema sta covando il complottismo.
Libro dopo libro Füredi sposta il bersaglio polemico dalla destra economica thatcheriana alla sinistra culturale woke. In Wasted (2009), il suo libro dedicato ai sistemi educativi, attacca la pedagogia progressista britannica con argomenti spesso sovrapponibili a quelli della destra più tradizionalista: sembra la matrice delle posizioni rossobrune oggi invalse anche in una parte italiana di sindacalismo e di critica culturale, come per esempio quelle del documentario D’istruzione pubblica ma anche di quelle contro la pedagogia democratica del libro a cura di Mimmo Cangiano, Contro la scuola neoliberale. Il rischio di avercela con i difetti della sinistra è proprio a lungo andare quello di poi di prendere posizioni indistinguibili dalla destra.
Democracy Under Siege (2020) e La guerra contro il passato (2024, Fazi 2025) si muovono già dentro una grammatica pienamente identitaria: la guerra alla storia condotta da studi postcoloniali e cancel culture, la democrazia assediata non dal potere oligarchico ma dalle élite tecnocratiche progressiste, la necessità di riscoprire un canone occidentale minacciato. Quanto miele per le orecchie del ministero!
Perché i confini contano (2021), prefazione dell’intellettuale di riferimento della galassia rossobruna, Andrea Zhok, il libro da cui è tratto il brano per la maturità, è il punto di approdo di questa parabola: una difesa dei confini nazionali come architrave della sovranità democratica che, pur rivestita di lessico sociologico e di riferimenti alla filosofia politica classica, finisce per offrire una cornice teorica sofisticata a posizioni sovraniste che normalmente si esprimono con strumenti molto più rozzi.
Füredi costruisce un’equivalenza tra critica ai confini e ostilità alla democrazia (sic!), definendo la denazionalizzazione della cittadinanza (un tempo l’avremmo chiamato internazionalismo, universalismo) “letteralmente la fine” della politica mondiale (sic!). Usa Agamben per squalificare l’intera area pro-migranti, deride come patologizzazione gli oppositori di Brexit e Trump (citando casi clinici reali per costruire la sua argomentazione), accosta l’autoidentificazione di genere alla stessa “ideologia senza confini” del cosmopolitismo (sic!!!), e difende quella che chiama l’omogeneità culturale liquidando come mistificazione l’accusa di razzismo (sigh!). E ancora: l’espansione dei diritti umani internazionali è un’erosione della sovranità nazionale; ogni aspetto (migrazione, genere, diritto) segue lo stesso schema apertura/chiusura, con la critica sempre patologizzata: è esattamente la grammatica concettuale del sovranismo contemporaneo, in forma accademica.
Sarebbe del resto strano il contrario, se dal 2021 Füredi è direttore degli affari esecutivi del Mathias Corvinus Collegium, il colosso educativo e editoriale creato dal governo ungherese (finanziamenti pubblici per centinaia di milioni di euro) esplicitamente per formare quadri intellettuali anti-liberali da esportare in tutta Europa, lo strumento con cui Orbán ha tentato di farsi una specie di egemonia culturale continentale, aprendo sedi a Bruxelles, Vienna, New York.
È andata purtroppo così. Questo sarebbe stato da scrivere nel tema. Che l’autore di un manifesto contro il “conformismo terapeutico” della sinistra anni Duemila sia oggi organico a un progetto politico che usa fondi statali per costruire una comunità intellettuale identitaria di destra non è una contraddizione casuale, scaturita da qualche eterogenesi dei fini, ma è l’esito purtroppo prevedibile di una traiettoria che, partita dal sospetto verso ogni forma di potere “morbido” (terapeutico, pedagogico, culturale) esercitato dalle élite, è approdata al sostegno di un potere “duro”, perché dichiaratamente sovranista e nazionale. Il rossobrunismo, in purezza.
Vale la pena elencare alcuni dei terreni su cui Füredi si è esposto per evitare dubbi sulla collocazione attuale. Sulla pandemia ha firmato per il media libertarian Spiked una serie di interventi tra i più netti del fronte anti-lockdown europeo, descrivendo le misure di contenimento come l’apice di quella stessa cultura della paura che aveva teorizzato anni prima. Sul multiculturalismo britannico ha più volte ripreso, in Spiked ma anche altrove, la tesi secondo cui le politiche di riconoscimento delle identità minoritarie producano segregazione anziché integrazione. Lo stesso che dice Vannacci.
Ma arriviamo al vero nodo. Il brano scelto per la maturità, la riflessione sull’importanza dei confini, sull’adultescenza come incapacità contemporanea di tracciare limiti generazionali, morali, geografici, è scritto in una prosa pacata, da sociologo accademico, priva di accenti polemici riconoscibili. È esattamente il tipo di testo che, decontestualizzato, funziona come un cavallo di Troia argomentativo: la tesi (i confini sono necessari, la fluidità totale produce disorientamento) viene presentata come buon senso, senza che lo studente abbia gli strumenti per sapere che quella tesi si inserisce in un edificio polemico molto più ampio e molto più schierato, che va dalla critica della cancel culture al sostegno organico a un progetto politico identitario europeo.
È il metodo con cui Charlie Kirk costruiva i suoi meme, attraverso frasi isolate, selezionate e private del contesto argomentativo, proprio perché producano per induzione una conclusione politica che l’ascoltatore crede di aver raggiunto da solo. Ed è lo stesso metodo con cui certi ambienti rossobruni italiani, dove si mescolano critica del globalismo, sovranismo identitario e lessico pseudo-marxista contro le élite cosmopolite pescano da Christopher Lasch, lo stesso Füredi, Pasolini, Foucault, tutto decontestualizzato.
La cosa davvero orrenda è che una traccia di tipologia B chiede allo studente di “sviluppare un percorso argomentativo” su una mistificazione: il presupposto implicito è che il testo dato sia, appunto, un punto di partenza neutro, non già esso stesso una posizione precostituita dentro un campo di battaglia culturale.
Quando il ministero sceglie come testi-spunto un discorso di Saragat alla Costituente lo studente si spera che abbia gli strumenti per collocare storicamente; quando sceglie poche righe di Füredi del 2021 senza nota critica, senza l’indicazione delle opere precedenti, senza il minimo cenno alla sua attuale collocazione politica, chiede implicitamente allo studente di trattare come buon senso sociologico l’ultima tappa di una parabola politica paradigmatica e controversa. È un problema di onestà intellettuale e istituzionale nella costruzione del materiale didattico: se si sceglie di portare in un’aula d’esame un autore controverso, si deve agli studenti il rispetto di presentarlo. Ma questo molti adulti che hanno l’insincerità e l’infantilizzazione non lo sanno fare.