Tra schede di lettura pensate per il marketing, corsi per editor, service e promesse di pubblicazione, la qualità letteraria sembra essere diventata un difetto; non perché manchino libri buoni, ma perché cresce l’idea che ogni testo debba essere semplificato per essere subito accessibile a dei lettori che, evidentemente, sono considerati scemi.
“E un’adeguatina oggi, e un’adeguatina domani, e l’uomo di qualità ci prende gusto e tac! Una abbassatina. Poi c’è un altro che si abbassa più di lui e tac, tac, un’altra abbassatina. Ogni giorno si abbassa di cinque centimetri”.
La democrazia di Giorgio Gaber compie trent’anni e ha previsto molte cose che riguardano certamente la politica e la società, anche se all’epoca era difficile immaginare cosa sarebbe diventata la nascente Internet, o cosa sarebbe accaduto dopo il G8 di Genova, il Vaffa Day e tutto quello che ci ha portati dove siamo.Però, dal momento che la letteratura, volente o no, è portatrice dello spirito del tempo, il testo di Gaber riguarda anche quello che scrive e si legge. A partire dal suo incipit:
“La democrazia non è nemica della qualità. È la qualità che è nemica della democrazia. Mettiamo come paradosso che un politico sia un uomo di qualità. Mettiamo anche che si voglia mantenere a livelli alti. Quanti lo potranno seguire? Pochi, ma buoni? Eh no, in democrazia ci vogliono i numeri, e che numeri! Bisogna allargare il consenso, bisogna scendere alla portata di tutti, bisogna adeguarsi”. E tac.
Ora, il rischio che si corre a parlare dell’adeguatina in letteratura è di apparire populisti, o di unirsi alla mai spenta schiera di coloro che ripetono disgustati che un tempo era tutta campagna, e in quella campagna nascevano e sbocciavano Morante, Ortese, Calvino, insomma i grandi della letteratura (forse Morante l’avrebbero messa al terzo posto e Ortese non l’avrebbero neanche nominata, ma fingiamo che sia così). Bene, la premessa è che non è vero, lo svolgimento è che la letteratura italiana continua a offrire, anno dopo anno e mese dopo mese, testi pregiatissimi per lingua, intuizione, visione, complessità.
Eppure, il rischio è di perdere quella qualità, che si ritiene nemica della presunta democrazia di chi legge (ho il diritto di capire subito un testo, così viene detto dei lettori e delle lettrici): e non per esclusiva responsabilità delle case editrici e dei loro editor, che fanno quello che possono, ma dell’altra crescente schiera, quella dei valutatori e dei lettori, spesso affiliati ad agenzie grandi, piccole e medie, e ai service editoriali, a volte improvvisati su Instagram.
Mi è dunque capitato di leggere una scheda di valutazione su un testo che conoscevo, fornita da una grande agenzia: una scheda molto lunga e dettagliata, peraltro (ci mancherebbe: i costi non sono affatto bassi). Quello che non riesco a togliermi dalla testa, confesso, nel leggere le motivazioni del rifiuto, è il continuo riferimento alla incapacità generale di capire un testo: il lettore si disorienta, il lettore non comprende, il lettore si distrae, il lettore vuole una narrazione lineare.
La controargomentazione facile sarebbe: e allora Anima di Wajdi Mouawad? E 4321 di Paul Auster? E Diluvio di Stephen Markley? E, andando indietro, Rayuela di Julio Cortàzar? E Virginia Woolf? E Arbasino? Il punto è che con ogni probabilità molti di coloro che valutano non pensano ai modelli alti della letteratura, ma a quelli della vendibilità, ed è evidente che nella categoria di ciò che vende non entra Manganelli e non entrano moltissimi degli autori e delle autrici che anche oggi fanno letteratura. Ma cosa deve definire una valutazione, il valore del testo o la possibilità che quel testo ha di entrare in classifica? E, di nuovo, anche in un romanzo di successo disorientarsi non è forse indispensabile? Senza citare Il nome della rosa, evidentemente, anche fra i candidati allo Strega 2026 ci sono romanzi “non lineari” o comunque non semplici, da Lo sbilico di Alcide Pierantozzi ad Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda passando per Platone di Matteo Nucci.
Pensare che una descrizione, o un flashback, o un flusso di coscienza disorientino chi legge è pericoloso quanto lo è l’affidarsi a un’AI per scrivere un romanzo (ci sono studi recenti, negli Stati Uniti, che dimostrano che il linguaggio si semplifica man mano che l’AI medesima apprende a sua volta da testi di altre AI). E a proposito.
E tac! Una abbassatina
Solo per capire a che punto siamo, sui social appare da qualche tempo un nuovo tipo di offerta. Prima i post a pagamento erano di editor o sedicenti tali che invitavano il passante a farsi revisionare il testo, perché solo con i loro suggerimenti si sarebbe raggiunto il successo. Parentesi: bisognerebbe ragionare molto a lungo sull’idea di successo e di performance legati alla scrittura, e questo ragionamento ci porterebbe a riflettere sull’ostensione del corpo dello scrittore come idolo che da ultimo quasi sostituisce il testo, e infine arriveremmo al capitalismo e a Mark Fisher e questo non sarebbe un articolo, ma un saggio. Chiusa parentesi: da ultimo, insomma, appaiono post sponsorizzati di questo tipo:
“Ha ancora senso diventare editor oggi?”
“L’intelligenza artificiale sostituirà questo lavoro?”
“È ancora possibile entrare nel mondo dell’editoria senza conoscenze?”
La risposta alle domande è l’invito a seguire un corso per diventare editor professionista ai tempi dell’AI, e con ogni probabilità rivedere testi generati dalla medesima, e magari, vai a capire, sarà davvero la professione del futuro.
Ma qui bisogna fare una distinzione fra gli editor professionisti veri, che sono tanti e pure sottopagati, e molto sottovalutati anche dall’opinione comune, e i valutatori che, insieme al giudizio, forniscono consigli di editing. Intanto: come alcuni vecchi amici mi raccontano, molto spesso le schede di lettura sono un’esca per quegli autori che l’agenzia non ha alcuna intenzione di rappresentare, ma che vengono ammaliati con la proposta di una scheda, e infine scagliati nel tunnel dei “servizi di editing”.
Non è sempre così, ma è spesso così. E, almeno in numerosi casi, si diventa editor a pagamento dopo aver frequentato i corsi per editor e per agente, magari senza aver mai messo piede in una casa editrice. E in molti di quei casi ci si propone comunque come i detentori della verità assoluta su punti di vista, incipit ed explicit, dialoghi, scalette o non scalette, creazione dei personaggi e tutto quel che si suppone debba sapere uno scrittore o una scrittrice: tranne la ricerca e la cura della voce di chi scrive, che poi dovrebbe essere la cosa più importante.
Ma è una guerra fra poveri, intendiamoci: da quando questi servizi sono stati esternalizzati quei valutatori prendono trenta o quaranta euro circa a lettura, visto che se c’è un service di mezzo i soldi che arrivano vengono in gran parte trattenuti dai proprietari del service, e dunque non c’è da stupirsi se spesso la lettura venga affidata a studenti di scuole di scrittura. Che magari sono talentuosi assai, ma non possiedono (perché non è automatico) l’esperienza di lunga data sulla lettura medesima. Perché per leggere un testo altrui ci vuole attenzione, preparazione, conoscenza, della letteratura ma anche della saggistica del Novecento: come dice Fabrizio Patriarca, “impari moltissimo sul ‘leggere’ leggendo anche solo una pagina di Cesare Garboli su Elsa Morante”, mentre da ultimo sembra bastare aver imparato qualche regola e citare almeno una volta lo show don’t tell. Anche perché le regole possono essere infrante, a meno, ovviamente, di non voler davvero scrivere ma semplicemente pubblicare qualcosa sulla scia dei successi del momento: ma per quello, davvero, c’è Claude.
Se queste sono le premesse, mi dice un’amica che fa questo lavoro, come facciamo a pretendere che un libro sia buono? Anche considerando che, vista la mole delle pubblicazioni, neanche i critici possono leggere tutto quello che si pubblica, e quindi quel libro, ammesso che trovi un editore, passerà inosservato, o al più verrà recensito sui social. E anche qui: vale davvero la pena che le case editrici affidino la promozione di un testo a un o una bookblogger/toker/grammer? Sia detto con il massimo rispetto, ovviamente, ma dovrebbe essere chiaro che diecimila follower non equivalgono a diecimila copie vendute: e dovrebbe essere chiaro da vent’anni a questa parte.
Vi chiederete dunque cosa deve fare l’autore o autrice esordiente che cerca un editor, un agente, un editore, e che schiva con destrezza, spesso, case editrici a pagamento e quelle più o meno (che forse sono pure peggio: intendo quelle che per pubblicarti vogliono che tu faccia una campagna di preordine fra centinaia di amici tuoi, che sempre pubblicare a pagamento è). Avere pazienza, probabilmente. Provare a difendersi, quando ne valga la pena e quando si è sinceri con sé stessi, da chi ti dice che il testo è troppo di nicchia, troppo bidimensionale, troppo Sally Rooney, troppo poco Sally Rooney, troppo messaggio, troppo poco messaggio, troppo personale, troppo poco personale. E via così.
Avere pazienza e sapere che quel che conta è trovare la propria voce, e scrivere, non pubblicare: o meglio arrivare alla pubblicazione quando si è convinti di ciò che si è scritto, perché al momento la strada per la terza bozza è piena di venditori in agguato che in moltissimi casi cercano di riprodurre il modello dell’ultimo successo, che sia oggi il romantasy o ieri il memoir, ma che, per favore, non distragga chi legge, perché la qualità è nemica della democrazia, come diceva Gaber.
Quel suo testo, a proposito, finiva in questo modo:
“E così, quando saremo tutti scemi allo stesso modo, la democrazia sarà perfetta”.
Anche l’editoria, temo.