A volte per essere felici bastano alcuni piccoli accorgimenti: ascoltare davvero chi si ha davanti, non dare per scontato di conoscere le persone – anche le più intime –, bloccare chiunque ti faccia sentire debole o impotente, consolare qualcuno finché non si sente al sicuro. Sono pratiche che richiedono energie, è vero, ma queste energie vengono sottratte da un sistema che ci fa sentire spesso piuttosto infelici.
Il mio primo modo per essere felice lo pratico da dodici anni e consiste nel lasciar parlare una persona finché non si è spiegata e mi dice che si sente di essersi spiegata. È una pratica che ho elaborato per risolvere l’ordalia di una relazione dove sembrava impossibile capirsi. Nelle litigate non si arrivava mai a un punto. Un giorno ho pensato: bisogna mettere un punto prima o poi – potrei ascoltare questa persona finché non ritiene di aver detto tutto sull’argomento che la agita.
Funziona sempre nelle relazioni strette, dove, se lascio la precedenza all’altra persona, non affiorano troppe questioni di orgoglio come succede (almeno a me) con le persone non intime.
Un vantaggio di questa pratica è che posso vedere contenta una persona che amo. Un altro è che se smetto di interrompere capisco cosa vuole. Un terzo vantaggio è che tutte le volte che faccio resistenza e vorrei interromperla – e mi trattengo – mi accorgo che i punti in cui voglio interromperla non sono quelli su cui non sono d’accordo, ma quelli che mi toccano più profondamente. Così questa pratica mi regala una mappa della mia fragilità. Ed è una pratica che non elimina il conflitto, al contrario lo rende più visibile perché in assenza di quello scroll che sono i litigi senza fine, mi diventano più chiari i veri interessi in conflitto fra me e la persona a cui voglio bene. A volte mi sento percorso da un improvviso, doloroso: “Ah…” quando finalmente arrivo a vedere la vera distanza tra me e chi amo, che un battibecco cronico riesce a nascondere.
Un’altra pratica per essere felice. Penso deliberatamente che le persone che amo siano in realtà degli sconosciuti di cui non conosco le intenzioni. Negli anni di un rapporto – di parentela, amicizia, amore, affinità – si arriva a convincersi di capire al volo. Quando una persona che amo si trova in una certa situazione, mi verrebbe di pensare che avrà un comportamento fisso e deterministico “tipico di lei”. Ma le persone sono altrettanto capaci di nuove reazioni, a volte si adatterebbero al futuro che incombe con comportamenti nuovi, e la nostra previsione le limita, le convince sottilmente a fare sempre le stesse cose.
A volte mi rende felice la possibilità che una persona amata abbia stretto rapporti con persone che ignoro, e quei rapporti stiano suscitando in lei comportamenti nuovi che io non saprei prevedere.
Un’altra cosa che faccio regolarmente solo da qualche anno: penso alle persone che mi stanno facendo male e prego il grande occhio che tutto vede di liberarle dalla mia influenza. Di impedire che i miei pensieri ossessivi li soffochino. Dico a mente: “Siete liberi, non vi tengo prigionieri”. Dedico questa pratica alle persone da cui dipendo per la sussistenza e che approfittano della loro posizione di potere o di controllo su di me; vale anche per i conoscenti ambigui che si considerano amici ma non si comportano come tali. Che si liberino dalla stretta invisibile del mio rancore. Il pensiero magico mi convince che si occuperanno meno di controllarmi se li libero dai miei sentimenti più oscuri. Forse io, pensandoli sempre, li metto in questo spazio in cui si identificano completamente – senza saperlo – con il loro ruolo di controllori crudeli. (Una variante positiva di questa pratica è pregare l’essere supremo di lasciare libere da me le persone che amo.)
Un’altra pratica molto simile a questa. La faccio da sette anni. Ho iniziato d’istinto e ho visto che funziona. Quando racconto ad amici confidenti cosa mi ha fatto una persona che mi sta tormentando, evito attentamente di fare una cosa che fanno molte mie amiche: l’imitazione della voce del tormentatore. Se imitiamo in modo grottesco la voce del nostro tormentatore stiamo ingigantendo la sua forza. (Funziona anche in politica. Ora che si comincia a fare il verso a Vannacci si sta ingigantendo la sua forza.) Di solito funziona così: la persona ferita ricostruisce un dialogo nel quale si attribuisce la parlata di una persona sana di mente, mentre quella del tormentatore suona caricaturale. (“E non sai lui come mi ha risposto!” Segue imitazione della voce più egoista e stupida mai sentita.) Nonostante la caricatura sia l’altro e non chi parla, a rafforzarsi è proprio il nemico. Questo delle voci è un rito di magia nera che compiamo ai nostri danni. È un rito con cui il potere della persona che ci tormenta cresce e non può mai smettere di crescere e di dominarci. È meglio evitare di imitare le voci di madri e dei padri crudeli, dei capi e delle cape, delle amiche e degli amici molto ricchi.
Quest’altra pratica l’ho pensata un anno fa e sta funzionando. Quando voglio smettere per sempre di fare una cosa, ed è nelle mie facoltà smettere ma non riesco a decidermi, scrivo sulla mia agenda perché quella cosa mi fa male o non mi rende felice. Di solito, dopo averlo scritto, non ci penso più in modo ossessivo. Non so perché. Poi in molti casi smetto di fare la cosa che voglio smettere di fare. La scrittura è un incantesimo.
Uso questo incantesimo anche sulle cose positive. Quando voglio fare un’esperienza nuova lo scrivo sulla mia agenda.
Forse è meglio se scrivo cosa intendo per “essere felice”.
Esistono delle attività che mi portano insieme la fine di un’angoscia o di un problema fisico e la prospettiva di un cambiamento di vita. Faccio un esempio: nei due anni in cui ho preso uno psicofarmaco contro il disturbo d’ansia generalizzato, la pasticca mi risolveva il problema ma da sola non portava anche novità nella mia vita. Non rischiavo più di schiantarmi in macchina ma rimanevo infelice. Raggiungevo lo zero e mi fermavo lì.
Queste pratiche invece hanno due parti, quella che diminuisce il dolore e quella che rende disponibile un potenziale creativo e affettivo. Costruiscono una specie di linguaggio del piacere, dove il corpo entra come in un solco, prendendo un passo di vita che non equivale più solamente alla sopravvivenza.
Nella mia vita funzionano le pratiche fatte regolarmente, come una regola, o con una disciplina.
Mi piace, ogni due tre mesi, fare un ordine completo di uno solo degli aspetti della mia casa, e portarlo a termine senza giudicare i miei comportamenti che hanno portato al disordine. Altra accortezza fondamentale è non parlarne in termini negativi da social come “sai sono OCD quindi ho fatto ordine”. Preferisco trattare l’ordine come una cosa d’oro. Come fossero i topolini di Cenerentola ad aver fatto ordine per me.
Cose simili al fare ordine: consolare per ore una persona che sta male finché non si sente al sicuro. Aspettare quella sensazione fisica dell’altra persona, quando le cade il petto, si ammorbidiscono le spalle perché si sente al sicuro. E anche: eliminare di punto in bianco un modo di dire o un tono di voce perché mi porta sempre nello stesso vicolo cieco. (Quali modi e frasi eliminare me lo suggeriscono le reazioni delle persone che amo.)
Mi capita di parlare di queste pratiche con le amiche. Una reazione negativa che ottengo è questa: “Servono troppe energie per fare queste cose”. Il problema delle energie è il punto centrale.
Io sento il problema in questo modo. La vita umana è un insieme limitato di bisogni fondamentali intorno ai quali la società funziona elaborando delle immagini di come le nostre attività quotidiane possano prendere senso. “Ci raccontiamo storie per vivere”. La storia che si è raccontata l’umanità con il cristianesimo e poi con la sua evoluzione più coerente – il capitalismo – è che per dimostrare di avere una vita degna dobbiamo circondarci di elementi oggettivi, estrinseci, di feticci. Vivere è trattenere risorse da reinvestire in un bene ideale futuro di cui non arriveremo mai davvero a godere, perché sarà sempre reinvestito in altro futuro, senza passare mai per il presente. Per vivere una vita degna in pratica dobbiamo non vivere.
La vita in questa società non è (anche se il consumismo lo fa sembrare) soddisfazione dei bisogni e discernimento dei desideri, ma gestione di questi feticci: l’auto, la casa, i mutui, la bella relazione, la bella famiglia, il lavoro. Parlo ovviamente della visione imposta dagli eletti, ossia la borghesia, che ancora sopravvive sotto forma di aspirazioni materiali e immateriali. Tutte le nostre energie servono a perseguire l’immagine di questi obiettivi. È un investimento perenne in qualcosa di intangibile: nella reputazione. Chi non ha le risorse per inseguire il sogno lo paga doppiamente sentendosi per sempre difettoso e spesso lo dichiara sui social, confermando i valori della società.
Le pratiche di cui parlo richiedono troppa energia per essere attività che non portano nessun vantaggio ai feticci. Infatti sono solo forme di attenzione monacale sul presente. Sono azioni tutte spese nel piacere che danno nel momento in cui vengono eseguite. E ancora più piacere danno nella misura in cui ti distraggono dal completare altri task funzionali alle aspirazioni.
Si potrebbe dire che quelle energie le hanno i privilegiati. Nella mia vita, però, tra le persone più in possesso di quelle energie c’è una serie di bariste e baristi che preparano caffè e tramezzini dalla mattina alla notte. Stranamente, pur lavorando anche più degli altri – e a volte avendo figli – le sei sette persone che ho in mente hanno quelle energie di cui ho scritto, e hanno delle loro pratiche dell’attenzione con cui si rendono felici. Forse avere le energie non è un privilegio di casta ma la conseguenza di una scelta rispetto ai mondi che succhiano energie?
Le pratiche che ho raccontato hanno spesso a che fare con la ricerca della vera distanza tra noi e le altre persone, tra noi e le cose. L’inseguimento dei feticci, invece, è tutto basato sull’offuscamento di quelle distanze, che devono solo essere superate per raggiungere gli obiettivi del trimestre.
Oltre ai feticci, il grande succhia-energia è internet. Il quale, d’altra parte, è anche il posto dove mezzo millennio di propaganda ideologica per una vita di feticci ha concentrato oggi la sua potenza. Il più grande succhia-energia è quindi il telefono, che noi portiamo fin dentro al letto, da dove poi lui, come un parroco col Pos in mano, ci fa la predica su quanto desiderare (la tua amica già ce l’ha) e su come comprarlo e quindi esibirlo.
A questo punto io penso una cosa che dovrei far dire a un personaggio, o a uno pseudonimo, come facevano Kierkegaard e Pessoa. In quest’epoca di confessioni noi diciamo sempre le cose in prima persona. Facciamo come se l’identità esistesse davvero, mentre non è che un’illusione. Una maschera, ovviamente, una performance. Insomma non so se la prossima cosa la sto dicendo io o il personaggio del santone che mi porto dentro per una serie di motivi che non sto a dire qui.
Per recuperare energie affettive in quantità sufficiente a permetterti di cercare la felicità attraverso pratiche che richiedono concentrazione e attenzione, il personaggio del santone ti proporrebbe la soluzione seguente.
Oggi, dopo aver letto questo paragrafo, prendi i social e blocca (o nascondi) tutti gli account di persone o aziende o media che ti fanno soffrire.
Definiamo cos’è sofferenza in questo contesto: tutto è sofferenza, blocca tutto.
Blocca tutto ciò che ti fa sentire inferiore, sbagliato, impotente e brutto.
Blocca chiunque, dai tuoi colleghi ai tuoi nemici, agli amici belli e ricchi dei tuoi amici, fino al tuo partner e ai tuoi amici, perché anche loro ti stanno usando per le proprie aspirazioni, la tua invidia serve a sostenerli, e anche la tua paura di essere cacciato nel deserto per mancanza di soldi e di capitale sociale.
Blocca i media da cui vuoi sapere le brutte notizie ma non ogni momento e non con titoli che ti fanno sentire un tuffo al cuore prima di dormire o appena sveglio.
Blocca tutte le persone che quando ti vedono ti parlano del tuo profilo. Io tengo bloccata sui social da sei anni una persona che mi piace molto e che incontro quasi quotidianamente nei posti che frequento (lavora nei due che frequento di più). Ci parlo più o meno sempre quando la vedo, ma la trovo insopportabile sui social perché mi spia e poi come mi vede commenta tutto quello che ho detto e fatto. Quando invece siamo di persona si comporta in un altro modo. Mi racconta le sue sofferenze e le sue letture e mi aggiorna sulle persone che abbiamo in comune.
A mia moglie dieci anni fa tolsi l’amicizia su Facebook. Era molto rilassante non sentire più i suoi commenti orali ai miei commenti scritti: “Oh ma che hai postato stamattina?”. Ed ero libero di non guardare con chi interagiva tutto il giorno. Non sentivo il bisogno di ritrovare su ogni schermo la persona che avevo appena salutato uscendo dalla mia camera da letto. Rivederla senza averla mai persa di vista non mi piaceva. Per anni sono riuscito a non farmi imporre di ridiventare amici – ho ceduto, alla fine, ma la tengo silenziata, non so cosa posta, non voglio vedere la mia vita riflessa nelle sue transazioni simboliche con altre persone.
Durante la pandemia ho silenziato tutti i miei amici di Facebook. Ci ho messo tre giorni. Ho nascosto cinquemila persone una per volta e la pagina del feed si è svuotata. Dopo quei tre giorni, al centro c’era una scritta che mi invitava a farmi degli amici per seguire le loro vite.
Il periodo in cui non c’era nessuno sulla home è stato molto bello. Potevo cercare singole persone che mi interessavano e vedere cosa facevano. Nessuno mi veniva imposto. Poi ho iniziato a scegliere cinque persone da seguire per un periodo, e se aprivo il feed vedevo solo loro.
Pochi anni dopo, Facebook ha iniziato a mostrarci nel feed anche profili e pagine che non seguiamo. Allora ho smesso di scrollarlo.
Levare dalla propria vita le manifestazioni peggiori – e più religiosamente capitaliste – di centinaia di persone che conosci porta una freschezza profonda alla mente e allo spirito.
Il santone non sta rifiutando gli altri. Sta rifiutando l’aspetto cristiano capitalista aspirazionale degli altri, e questo gli lascia libere molte energie per dedicarsi alle relazioni. Come con la mia amica che ho bloccato sui social ma che di solito mi siedo al bancone ad ascoltare, le sere in cui lavora, e la ascolto finché non ha finito di sfogarsi.
Non può esistere una visione di felicità che permetta un rapporto sereno con il telefono. È l’invenzione umana in cui si è concentrata definitivamente ogni violenza della cultura cristiana e capitalista. Il mondo, dice il mio santone, va rifiutato per essere ricompreso e riaccettato in un altro modo.
La mattina mentre preparo il caffè faccio cento saltelli sul posto. Ci vuole meno di un minuto. Non ho ancora preso il caffè ma il mio corpo sente il sangue andare in circolo. Le caviglie non sono abituate a essere sollecitate prima del caffè. Nel minuto scarso in cui finisco di contare, il cervello si è svegliato. Il mio cervello ormai sa che a svegliarmi non è una droga scoperta nei paesi colonizzati dall’Europa: è il sangue pompato dalle ginocchia verso il cuore.
Ho cominciato il due gennaio pensando di farlo per un anno intero ogni mattina. I saltelli all’inizio mi facevano venire un accenno di fiatone. Non era fiatone, era il mio corpo che si stupiva di essere stato chiamato ad accendersi prima del telefono, del computer e del cervello.
Con questo sistema attivo la circolazione prima di leggere di droni e scuole bombardate. Questo cambiamento ha modificato alcune mie opinioni. Ora penso che, se non voglio ricadere nel disturbo d’ansia generalizzato, il mio corpo e il mio cervello debbano vivere e intendersi per un momento fra di loro, la mattina, prima che le ragioni dell’informazione e della politica mi spingano a consumare content su piattaforme inventate dai più servizievoli alleati dei signori della guerra. Il mio desiderio di sapere, infatti, veniva soddisfatto non tanto di giorno, con la lettura deliberata, ma nelle ore liminali, grazie ai servizi gratuiti delle persone peggiori della storia. Quelle che distorcono la comunicazione politica, distruggono il giornalismo, inquinano l’acqua, vendono cani-robot alla polizia e all’esercito, annientano la domanda di lavoro.
Nella ridefinizione del mondo che porta una nuova pratica, adesso sento che leggere della guerra a letto, il corpo ancora inerte, serve ad accettare la guerra. Il senso di catastrofe che coglie un corpo ancora semi addormentato serve a togliergli un senso di integrità e abituarlo a subire e accettare.
Bisogna smettere di accettare. Bisogna bloccare tutto.