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Giovanni Maccari

La felicità assoluta non esiste: ce lo insegna la letteratura

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Felicità

Da sempre la letteratura ha provato a occuparsi del nostro desiderio di felicità. A volte ne ha raccontato la ricerca, a volte l’impossibilità o il suo stato d’eccezione. A ben vedere però ogni romanzo riuscito sembra consegnarci una sottile lezione: è bene tenere questo sentimento fuori dalla storia.

Le persone comuni tendono a percepire la felicità come uno stato d’eccezione nel tessuto dell’esistenza, normalmente composto da un intreccio di fatti positivi e negativi in cui è un buon risultato quando si può registrare una certa prevalenza dei primi sui secondi. Un istinto ancestrale, quasi un oscuro avvertimento, mette in guardia al contempo dalla felicità completa, la «felicità raggiunta» di una celebre poesia di Montale, per la quale “si cammina sul fil di lama”. Nel romanzo di John Fante, Aspetta primavera Bandini, quando a Svevo Bandini, muratore abruzzese senza un soldo, si offre una donna americana molto bella e molto ricca, la vedova Hildegarde – la sua prima reazione è di incredulità e diffidenza: “No, lei non intendeva quello. Aveva troppi soldi. La sua ricchezza gli ostruiva l’immaginazione. Certe cose non succedono”. Le fortune inaspettate e gli stati di felicità, quando eccedono una certa misura, incutono timore perché infrangono l’ordine delle cose e hanno l’aria di esporre chi ne gode a una vendetta dall’alto: della sorte, degli dei, di un qualche ente malefico e nemico delle più belle aspirazioni umane. A questa forza malevola che più o meno chiunque riconosce nel fondo superstizioso della propria coscienza, è meglio dunque non segnalarsi quando le cose vanno bene, mentre nel caso opposto, quando vanno male, è più facile chiamarla per nome e coprirla d’insulti e d’invettive.

È una reazione antagonistica e quasi una rivendicazione sindacale, dato che in questo caso è lei a commettere un eccesso, rivelando tutta la sua malevolenza e ostilità preconcetta. Nella famosa lettera di Machiavelli a Francesco Vettori c’è un passo molto vivido da questo punto di vista: dopo aver raccontato con il suo italiano meraviglioso di come “s’ingaglioffa” nelle sue giornate in esilio, con la gente di paese, a proposito di un suo bosco che vuole far tagliare; di come gioca a trich-trach (una specie di dama) con “un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai», e che per quanto si giochino «un quattrino, siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano”, conclude il paragrafo con queste considerazioni: “Così rinvolto in tra questi pidocchi traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi”. Al lettore di oggi forse non sono chiare tutte le parole, ma il senso complessivo e la rivendicazione sarcastica sono evidenti: sta dicendo che ci gode che la sorte lo schiacci e sfoghi tutta la sua malignità contro di lui, per vedere se alla fine arriverà a vergognarsi.

Quindi alla percezione della felicità come fenomeno anormale si accompagna il sospetto che ci sia qualcosa che sorveglia affinché il meglio non si realizzi mai del tutto e le cose, per gli umani, vadano appunto come vanno, entro un ordine medio o più precisamente neutro, una vita quotidiana fatta con le occorrenze e le persone con cui si entra in contatto. Per farsi un’idea documentata sull’origine di questi sentimenti si può leggere un libro appassionante del filologo Dino Baldi, È pericoloso essere felici. L’invidia degli dei in Grecia, dove si tratta del minaccioso concetto dello phthonos theon, l’invidia degli dei del sottotitolo, anche se l’espressione viene poi discussa e precisata nel corso del testo. Nella sua forma tipica questa concezione è attestata in autori come Pindaro, Eschilo ed Erodoto in un arco di tempo relativamente breve, dall’inizio del V al principio del IV secolo a.C., ma bisogna pensare che appartenga a un fondo arcaico e popolare della sensibilità greca che Baldi chiama «originario» e che verrà screditato solo quando Platone, «che segna la vera discontinuità nello sviluppo culturale ellenico, insegnò ai Greci che non si deve aver paura degli dei». 

La questione essenziale in ogni caso è quella della misura, ossia del limite prescritto alle ambizioni umane dal capriccio insindacabile e spesso imprevedibile degli dei, che puniscono con efferata crudeltà chiunque provi a superarlo. Un caso esemplare è la vicenda di Policrate, il tiranno di Samo, raccontata da Erodoto nel terzo libro delle Storie. Un bel giorno Policrate riceve una lettera da Amasi faraone d’Egitto che lo mette in guardia contro il suo eccesso di fortuna: è ricco, potente, felice, tutto quello che fa si risolve in un successo. Gli dei sono invidiosi, non si è mai visto un uomo fortunato in tutto che non sia finito male. Gli consiglia perciò di disfarsi di qualcosa a cui tiene moltissimo, in modo che gli dispiaccia, per compensare almeno in parte lo squilibrio. Policrate accetta il consiglio, si fa portare al largo su una barca e getta in mare con un certo rimpianto un anello pregiato, opera di un artista. Ma qualche giorno dopo l’anello è ritrovato nello stomaco di un pesce e restituito al tiranno. È il segno della rovina. Policrate ne scrive ad Amasi, che si affretta a rompere il vincolo dell’ospitalità per schivare la sventura che si abbatterà su di lui. E difatti qualche tempo più tardi Policrate cade nella trappola del satrapo persiano Orete, che lo fa impalare e lascia il suo corpo a marcire sulla terra. Samo diventa persiana e lo resterà per oltre un secolo.

Come si vede lo sciagurato tiranno non ha infranto alcuna legge né si è mostrato irrispettoso o intenzionato in qualche modo a fare il male, anzi ha provato a negoziare e, come dice Leopardi in un appunto dello Zibaldone, ha compiuto una “penitenza” procurandosi da solo una sventura. Ma la forza che lo abbatte (lo phthonos theon) non sente ragioni e non tiene alcun conto di meriti e colpe, è “la reazione di rigetto dell’universo rispetto a uno stato anormale dell’esistenza umana, e il vivere una vita felice è il più eccezionale fra i casi che possano capitare a un uomo”.

Che la felicità assoluta non sia di questo mondo d’altra parte è un’esperienza condivisa dagli uomini e donne di tutte le epoche e di tutte le culture. In tempi a noi più vicini, nell’Ottocento, il discorso ottimistico ufficiale prometteva a tutti gli uomini assennati e provvisti di un lavoro onorevole (i cittadini) una vita felice e confortata dall’approvazione dei pari. Non per nulla il diritto alla “ricerca della felicità” era stato proclamato (nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, 1776) fra i diritti inalienabili dell’uomo. Felicità significava quindi integrazione, e innumerevoli romanzi sentimentali o d’avventura avevano come filo questo tendere verso, l’accanita ricerca di una strada per entrare nella cerchia beata delle persone perbene. Il lieto fine allora consisteva nel matrimonio, nel successo finanziario, oppure nell’agnizione come in Oliver Twist, quando cioè si scopre che il ragazzo è figlio di un uomo ricco, amico del signor Brownlow, e che gli spetta una cospicua eredità. Il lieto fine però non concludeva nulla, cioè si limitava a creare le condizioni. Dopo iniziava la vita e la vera o presunta felicità, che rimaneva fuori dal racconto. L’esempio più classico per noi sono I promessi sposi di Manzoni, che si fermano proprio sulla soglia dopo che anche gli ultimi piccoli imbrogli si sono aggiustati – la famosa questione della “bellezza” di Lucia. Dopo di che il narratore si congeda con la solita ironica (e apparente) bonomia: “fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili; di maniera che, se ve l’avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte”. 

Una vita felice in effetti è una vita noiosa, almeno dal punto di vista romanzesco, per il semplice fatto che qualunque racconto dopotutto è la storia di un problema, e una vita risolta di per sé non offre appigli all’immaginazione. È ciò che dice Lev Tolstoj in una delle sue formule divenute proverbiali, ossia che “tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. È la frase iniziale di Anna Karenina, che difatti racconta la storia di varie famiglie aristocratiche e in particolare di una donna orribilmente infelice a causa della sua espulsione dalla cerchia della gente rispettabile, in questo caso l’alta nobiltà, ma il discorso non sarebbe diverso a un livello sociale sottostante. Il fatto è che nel corso del tempo diventa sempre più chiaro che proprio quella società, diciamo la società capitalistica borghese, che promette la felicità universale, in realtà è congegnata in un modo che ne rende sostanzialmente impossibile l’esperienza.

Troppe contraddizioni, troppe falsità, una distanza abissale da qualunque impulso spontaneo e naturale. Nello stesso Tolstoj questa coscienza, che diventa un tormento dopo la cosiddetta crisi spirituale alla fine degli anni settanta, genera da una parte l’utopia rurale e pauperistica delle sue opere “confessionali”, dall’altra una serie di racconti e di romanzi brevi dal tono terribilmente accusatorio, scritti con tutti i mezzi della sua magnifica arte della rappresentazione. La felicità familiare era stata un suo mito ai tempi di Guerra e pace e della vita patriarcale nella tenuta avita di Jasnaja Poljana. Ora la moglie lo costringe a stare a Mosca per consentire ai figli per l’appunto di vivere in società, e quello che viene fuori è La morte di Ivan Il’ič, dove attraverso la vicenda di quest’uomo medio, integrato, formalmente felice, si dimostra che in effetti la famiglia borghese è una specie di macchina costruita per l’infelicità. Con le sue convenzioni, ipocrisie, cerimonie che mimano con freddezza meccanica i sentimenti autentici allo scopo di sterilizzarli. È il regno del comme il faut, dove tutto si fa «non per vivere, ma perché così fa la gente». Ivan Il’ič muore odiando la moglie, la figlia, i medici, i colleghi del tribunale e tutto il sistema che collabora all’orrendo complotto architettato per nascondere il fatto così indelicato che lui sta morendo. E non c’è via d’uscita in quel sistema, niente vita, niente felicità, solo un’imitazione squallida, tarocca, delle forme esteriori della vita e della felicità.

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Tutto questo per dire che la letteratura “seria” dell’età moderna si è dedicata essenzialmente alla critica e demolizione del discorso ottimistico ufficiale e delle varie storture, falsità, esclusioni, discriminazioni della società che ne deriva. Gli scrittori sono per così dire passati quasi in blocco all’opposizione e in questo quadro militante il problema della felicità diventa secondario, perché il punto focale è la denuncia, l’analisi, il disvelamento delle condizioni che impediscono all’uomo moderno di vivere con soddisfazione. È un’attitudine di fondo che rimane costante e arriva fino a oggi, irrigidendosi a tratti in una sorta di retorica del dolore o “ideologia della vittima”, come l’ha definita il critico Daniele Giglioli (Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, 2014), che suddivide il mondo in carnefici e vittime, colpevoli e innocenti. In sostanza prevale il tono grave, e la ricerca della felicità diventa una pratica da sempliciotti, o da arrivisti, oppure da irresponsabili del tutto avulsi dallo spirito del tempo. E in effetti è tra le file degli spiriti irregolari e insofferenti alle ideologie del loro tempo che si trovano le eccezioni alla regola, ovvero capita di imbattersi in attestazioni libere e franche di felicità. A uno sguardo rapsodico sul nostro Novecento salta agli occhi per esempio la figura di Aldo Palazzeschi, a metà fra il sempliciotto e l’irresponsabile, affiliato al futurismo ma libero dal ciarpame bellicoso e nazionalistico dei suoi compagni di strada. Il manifesto con cui contribuisce a schiaffeggiare il gusto della borghesia si intitola Il controdolore, e la più celebre delle sue “canzonette”, E lasciatemi divertire, recita: “Il poeta si diverte,/ pazzamente,/ smisuratamente./ Non lo state a insolentire,/ lasciatelo divertire/ poveretto,/ queste piccole corbellerie/ sono il suo diletto”. La cifra di Palazzeschi è la leggerezza, ovvero l’indifferenza alle questioni gravi, alle tematiche profonde: “Essi per essere profondi dicono delle cose stupide, ma bisogna invece dire delle cose stupide per essere profondi”, così un personaggio del “romanzo futurista” Il codice di Perelà (1911), dove si narra la parabola bislacca di un “uomo di fumo” che all’inizio è accolto e festeggiato nella città degli uomini in quanto individuo eccezionale e poi sbattuto in prigione quando viene alla luce il suo cinismo. Il testo porta una dedica che in sé è un piccolo capolavoro di grazia e impertinenza: “Affettuosamente dedico: al pubblico! Quel pubblico che ci ricopre di fischi, di frutti e di verdure, noi lo ricopriremo di deliziose opere d’arte”.

Andando avanti si incontrano qua e là altri autori che si mettono fuori con un certo gusto dalla corrente principale e rinunciando alla consegna della serietà mostrano una tendenza al gioco, all’euforia, al guizzo dell’immaginazione o dell’intelligenza, o alla celebrazione della vita nella sua insensatezza. Molti appartengono alla classe dei cosiddetti irregolari del primo e secondo Novecento, come Alberto Savinio, Giorgio Manganelli, Ennio Flaiano, Goffredo Parise. Ma per fare un esempio che ci porta nella letteratura corrente si può citare il libro d’esordio di Ugo Cornia, Sulla felicità a oltranza (1999), che racconta tre lutti in rapida successione – una zia e i due genitori – e mette in scena qualcosa come il processo di elaborazione di queste disgrazie. Ma è un processo senza simboli e senza psicologia, cioè raccontato e basta, sbriciolato nei fatti nei ricordi nelle cose che passano nel tempo. C’è una resa totale alla vita, tutto va come va ed “è giusto così perché va così e basta. Non c’è un altro posto dove non va così”. E grazie a questa rinuncia all’interpretazione resta solo la vita nella sua grande bellezza e atrocità, con le cose comuni di tutti gli esseri umani come andarsene in macchina o baciare una donna o seppellire la madre nel cimitero di Guzzano. È un racconto di cose e stranamente di viaggio, cioè di spostamenti, di vedute improvvise che destano stupore. Quando si chiude il libro resta negli occhi un vago luccichio che forse un po’ somiglia alla felicità.

Giovanni Maccari

Giovanni Maccari è docente ed esperto di letteratura italiana e russa. Il suo ultimo libro è Nikolaj Gogol’ nei ricordi di chi l’ha conosciuto (Quodlibet, 2022).

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