Voltaire ha a lungo riflettuto sul problema del male e della felicità, che è al cuore della sua filosofia. Le riflessioni su questo tema non finiscono tuttavia mai in un trattato, bensì, in generi molto diversi, come l’epistolario e il racconto. Secondo il filosofo c’è infatti qualcosa di sfuggente nella felicità che gli impedisce di confinarla in una rigida definizione.
Il 1° novembre del 1755, giorno di Ognissanti, uno spaventoso terremoto investì Lisbona, distruggendola quasi completamente e massacrando, in circa sei minuti, fra le trentamila e le sessantamila persone, quasi la metà della sua popolazione. Pari al nono grado della scala Richter, il sisma venne accompagnato da un immane maremoto La notizia suscitò scalpore in tutta Europa, ma come è stato osservato in quello stesso periodo sciagure simili, se non più gravi, avevano già colpito l’opinione pubblica: basti pensare che, nel 1699, un terremoto in Cina uccise 400.000 persone, mentre un altro, nel 1750, distrusse quasi tutta la città di Fiume. Ciò che rese tanto celebre la catastrofe portoghese furono i versi tempestivamente redatti da Voltaire: il Poema sul disastro di Lisbona, o dell’esame dell’assioma “Tutto è bene”. A partire da quest’opera, si sviluppò in Europa una sistematica riflessione sul problema del male, sulla “filosofia del disastro”.
In realtà si trattò di una reazione verso il pensiero del secolo passato, dominato da autori pervasi di ottimismo religioso a cominciare da Leibniz, capace di proclamare che tutto è bene in questo nostro mondo, tanto da definirlo come il “migliore dei mondi possibili”. Avendo già attaccato simili posizioni (rifacendosi a Pierre Bayle, all’empirismo inglese e alla critica ai dogmi teologico-metafisici), Voltaire vide nella calamità del 1755 la riprova del suo pessimismo, più tardi approfondito in maniera satirica dal racconto Candide, o l’ottimismo (1759).
Il Poema sul disastro di Lisbona, uscito nel 1756, contava nella versione finale 234 versi, con una prefazione e varie note. Come una specie di proclama contro i sostenitori delle teorie giustificazioniste e consolatorie sui mali del mondo, il testo si scagliava appunto contro i fautori delle teodicee tradizionali. Nella Prefazione, Voltaire si dipingeva così: “L’autore si erge contro gli abusi che si sono potuti fare dell’antico assioma tutto è bene. Egli adotta questa triste e più antica verità, riconosciuta da tutti, che c’è del male sulla terra e confessa che l’espressione tutto è bene, presa in un senso assoluto e senza la speranza di un futuro, è solo un insulto ai dolori della nostra vita”. Rifacendosi apertamente al suo maestro, l’autore scrive:
“Bayle ne sa più di tutti: lo vado a consultare:
bilancia alla mano, Bayle insegna a dubitare;
saggio e grande abbastanza per non aver sistemi,
li ha tutti distrutti, mettendo in discussione anche sé stesso”.
Di fatto, però, Bayle non tende a trovare una soluzione al problema del male, ma si limita e confutare le tesi di Leibniz, mostrando l’insolubilità della questione. Come giustificare le sofferenze degli innocenti, oppure quelle dei fanciulli e delle bestie, privi di coscienza morale e quindi di colpa?
[…] come concepire un Dio, la bontà stessa,
che prodigò i suoi beni alle creature amate,
che poi versò su loro i mali a piene mani?
E ancora:
Dall’Essere Perfetto il mal non poté nascere;
Non può venir da altri, poiché solo Dio è Padrone.
Eppure esiste. O tristi verità!
O strano intreccio di contraddizioni!
Fino alla più aperta ammissione di sconcerto:
Confessiamolo pure, il male è sulla terra:
la ragione profonda è sconosciuta.
Dall’autor d’ogni ben provenne il male?
Oltretutto, si chiede poi Voltaire, perché tanto arbitrio nella punizione, perché una città e non un’altra? “Lisbona è distrutta e a Parigi si balla”. Insomma, come ha sottolineato Francesco Tanini, il Poema sul disastro di Lisbona, con la sua immensa fortuna, segnò l’inizio del pensiero moderno sul problema del male, in quanto la polemica coinvolgeva in blocco tutta la teodicea e in special modo la problematica compatibilità fra l’esistenza di Dio e quella del male nel mondo.
Dopo la sua pubblicazione, si moltiplicarono risposte di ogni genere, tra le quali uno scritto del giovane Kant. Più singolare, però, fu il contributo di Rousseau, secondo cui il terremoto di Lisbona non avrebbe fatto tante vittime se gli uomini avessero continuato a vivere in piccole abitazioni campestri e non si fossero ammassati nelle città in case a più piani. Portando acqua al proprio mulino, il filosofo di Ginevra ribadisce la bontà dello stato di natura, denunciando i danni provocati dal progresso e la responsabilità dell’uomo civilizzato. Alcuni decenni più tardi sarà la volta di Leopardi, anch’egli impressionato dal terremoto di Lisbona, che affiderà parte delle sue riflessioni alla Ginestra.
Questa lunga premessa sul problema del male in Voltaire ci conduce ora a affrontare il concetto di felicità. Nel saggio Le vie della felicità in Voltaire (Mimesis, 2014), Enzo Cocco spiega che il pensatore francese esprime un’immagine di felicità lontana da ogni ideale assoluto (“sapendo che la felicità pura / non fu mai permessa all’umana natura”) e vicina piuttosto a una dimensione di perfettibilità intessuta di piccole gioie e di fugaci istanti. Autore della voce Heureux (ossia “felice”) dell’Encyclopédie, egli non affida le proprie riflessioni su questo tema a un trattato, bensì a generi ben diversi, dall’epistolario al racconto. Per lui, chiarisce Debora Sicco (cui si deve Voltaire: la politica come azione, 2021, Mimesis), la felicità è un concetto troppo indeterminato e sfuggente per essere materia di un esame sistematico.
Particolarmente interessante risulta per la studiosa il rapporto che lo scrittore instaura tra felicità e ragione: sono compatibili o meno, si rafforzano o si escludono a vicenda? Tali interrogativi emergono con forza nella Storia di un buon bramino, un brevissimo racconto del 1759 che ha per protagonista un bramino la cui frustrante insoddisfazione è tale da fargli desiderare di non essere mai nato, benché non gli manchino né i beni dello spirito né quelli materiali.
Sapienza, saggezza, ricchezza, una bella casa con ampi giardini, tre mogli affascinanti non sono tuttavia sufficienti a renderlo felice, mentre la sua anziana vicina di casa, sciocca, bigotta e povera, vive in una condizione di beata spensieratezza. Da qui il dubbio che, almeno su questo punto, la stupidità sia preferibile all’intelligenza. Anche se così fosse, commenta il narratore, nessuno sarebbe disposto a diventare imbecille per essere contento… Ad ogni modo, Zadig, protagonista dell’omonimo racconto, imparerà a proprie spese “quanto talvolta sia pericoloso essere troppo sapienti”.
Ancora più esemplare, conclude Sicco, la vicenda narrata in Memnon, o la saggezza umana. Nel tentativo di conquistare la perfetta saggezza, Memnon diventa infatti irrimediabilmente guercio e infelice. Cosa dedurre da tutti questi esempi? Che affidarsi esclusivamente alla ragione può rivelarsi controproducente. Se abdicare ad essa è fuori discussione, anche abusarne è sconsigliato: la lezione di Voltaire è innanzitutto una lezione di misura e di moderazione. Dobbiamo imparare a accettare i nostri limiti e accontentarci, ovvero smettere di cercare la felicità dove non è possibile trovarla. Così, dopo tanti viaggi e tante prove, Candide capisce che “bisogna coltivare il nostro giardino”. Analogamente, nel racconto in versi Thélème e Macare, l’eroe cerca perdutamente una donna ambitissima, allegoria di quella felicità cui tutti anelano, per poi trovarla a casa propria e scoprire che è possibile conservarla, a patto di non pretendere troppo e non vantarsi di possederla.
Fin qui abbiamo trattato la grande svolta tre Sette e Ottocento. Voltaire muore poco prima della Rivoluzione francese, con l’ateismo al potere, il culto della Dea Ragione, la persecuzione dei religiosi, l’annessione dei beni ecclesiastici allo Stato. Eppure, l’intellettuale illuminista e deista non arrivò mai a rinnegare la fede nell’Essere superiore. La tragedia di Lisbona lo obbliga a chiedersi come sia possibile che “dall’autor d’ogni ben” provenga il male, ma si tratta di una domanda retorica, la cui risposta è un prevedibile no. A questo punto, resta una curiosità: malgrado divieti, censure, inquisizioni, possibile che nessuno abbia mai fatto due più due, affermando cioè che il male del mondo sia semplicemente il prodotto di un dio malvagio?
Certo, lo hanno sostenuto gli gnostici, preoccupandosi però di affiancargli un dio benigno. Certo, lo ha suggerito Cartesio, ma solo in via ipotetica – come un severo monito, le ceneri di Giordano Bruno aleggiavano ancora su Campo de’ Fiori… Che io sappia, tra i pochissimi a dichiararlo chiaro e tondo è stato John Stuart Mill nel saggio La natura, apparso postumo nel 1874. Il filosofo utilitarista concluse infatti che, se la natura e l’universo sono opera di un Creatore, questi non può essere dotato contemporaneamente di infinita bontà e di onnipotenza. L’enorme quantità di sofferenza presente nel mondo implica o che egli si sia limitato nelle sue capacità, o che sia stato eticamente indifferente al male. Giudizio coraggioso, occorre tuttavia tenere conto che l’Europa, nel XIX secolo, non ospitava più roghi cristiano…
L’evocazione di Stuart Mill non è casuale, in quanto si deve a lui una originale indagine sul tema della felicità. Tutto verte sul suo famoso paradosso, secondo cui “chiedetevi se siete felici, e cesserete di esserlo.” Chi si comporta in tal modo, spiega il filosofo, si allontana dallo spontaneo scorrere dell’esperienza, interrompendolo. La felicità è fragilissima, vive di equilibri inconsapevoli, e scrutarla troppo da vicino equivale a distruggerla. Dunque non la si può cercare direttamente, attraverso un’analisi razionale, pena il dissolversi della sua stessa essenza. Essa si manifesta come condizione derivata, come effetto collaterale di azioni e interessi rivolti a qualcos’altro (Patrizio Lo Votrico). Chiedersi se si è felici, porta così alla perdita della felicità, perché sposta l’attenzione dall’attività che genera gioia, al suo risultato. Il che porta Stuart Mill a un’interessante conclusione: “È meglio essere una creatura umana inappagata che un maiale appagato; meglio essere un Socrate insoddisfatto, che uno sciocco soddisfatto”. Ma su quest’ultimo assunto, almeno personalmente, avrei molto da ridire.