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Francesco Avallone

Come si aiuta chi si fa del male?

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Felicità

Quando qualcuno che amiamo si fa del male, l’istinto è salvarlo. Ma prendersene cura significa anche accettare il limite del nostro controllo.

Un giorno, quando vivevo a Los Angeles, un milionario che lavorava come broker a Wall Street mi ha portato fuori a pranzo. Avevo intuito il suo orientamento politico (e naturalmente quello sessuale) prima ancora che iniziassimo a parlare. Era repubblicano, per cui sosteneva ciò che sostengono i repubblicani: il governo deve entrare il meno possibile nella vita delle persone; ciascuno è responsabile delle proprie scelte e via dicendo.

Quando gli ho chiesto cosa pensasse della sanità pubblica, prevedibilmente mi ha risposto che tutti dovrebbero avere un’assicurazione privata; perché mai dovremmo pagare per i comportamenti sbagliati degli altri? Ho obiettato dicendo che, in quanto membri di una società, dovremmo accettare che tutti “sbagliamo”, che prima o poi potremmo avere bisogno di cure, e che per questo vale la pena pagare anche per chi non si è “comportato bene”. È rimasto fermo sulle sue posizioni: disprezzava chi non si prendeva cura di sé. Dopo tutto, chi non lo fa è artefice del proprio destino, modellato da scelte sbagliate. 

La retorica della cura di sé è affascinante e irritante allo stesso tempo. Forse è prima di tutto ipocrita: nel caso del broker, l’insistenza sulla disciplina e sulla responsabilità personale mal si sposava con alcuni suoi comportamenti. Non si stava forse facendo del male anche lui inseguendo un ragazzo molto più giovane con la moglie e i cinque figli a casa, ignari delle sue inclinazioni? 

Ma è molto comune giudicare moralmente gli altri in base ai comportamenti dannosi che mettono in atto, anche e soprattutto verso sé stessi. Del resto, raramente i comportamenti autodistruttivi danneggiano solo chi ne è causa: nella spirale finiscono tutti coloro che si trovano nelle vicinanze. 

Ma perché ci si fa male? E fino a che punto possiamo, o dobbiamo, intervenire nella vita di chi amiamo e si fa del male?

I modi di Farsi male, come si legge nel saggio omonimo dello psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi, “sono infiniti: […] uomini in età che si espongono a rischi fisici e sociali per inseguire giovani amanti; persone ridotte in miseria dal gioco d’azzardo […] fumatori accaniti, guidatori spericolati. Farsi male è anche stare alla larga dai dottori: non eseguire accertamenti quando necessari, non assumere le terapie, pensare ‘a me non capita’.” 

Per Lingiardi, il masochismo è un tratto di personalità che implica scegliere persone o situazioni che finiscono per procurare “delusioni, fallimenti, maltrattamenti”, rifiutando l’aiuto degli altri, allontanando opportunità gratificanti e faticando a riconoscere o godere dei propri successi. 

È difficile non pensare che ci sia una forma di egoismo dietro certi comportamenti autodistruttivi: quando non ci prendiamo cura di noi stessi, in un modo o nell’altro, finiamo per avere un impatto anche sulle persone che ci stanno accanto. 

Penso alla mia amica A. che mi ha parlato di suo fratello. Ha una quarantina d’anni, vive con il padre ottantenne in un monolocale, ha una dipendenza da crack, la sua vita è un ciclo infinito di ingressi e uscite dalle cliniche di riabilitazione. È lei stessa a dirmi che, a suo avviso, la dipendenza da sostanze è un esempio di scelta egoistica; che non prendersi cura di sé in questo senso significa lasciare che sia qualcun altro a pagarne le conseguenze. Istintivamente ero d’accordo con lei; capivo che tutte le teorie psicologiche e sociologiche che avevo studiato, le spiegazioni basate sui traumi, l’automedicazione ecc. vengono meno nel momento in cui ci si ritrova in prima persona a dover sopportare i comportamenti autodistruttivi di qualcuno a cui si è legati. 

L’eccesso di disprezzo verso chi non si prende cura di sé è rappresentato in Se7en di David Fincher. John Doe, interpretato da Kevin Spacey, è un serial killer che seleziona le sue vittime in base ai peccati capitali, dando una giustificazione morale alla violenza.

Tale disprezzo è esemplificato dalla scena in cui John Doe, dopo essere stato arrestato, dice agli investigatori: 

“Solo in un mondo così marcio e putrido si può considerare innocente certa gente. […] Un uomo grasso, obeso… talmente disgustoso che lo si incontra per strada e lo si deride. […] E poi un narcotrafficante e una prostituta malata. Tutte persone che la società ritiene innocenti. Ma non è così.”

John Doe rappresenta quindi una versione estrema e mostruosa di un’idea molto umana, secondo cui è colpa nostra se ci roviniamo la vita. 

Ma la verità è che abbiamo un rapporto ambiguo con la cura di sé e con i comportamenti autodistruttivi. Come dice Bryan Johnson nel suo documentario Don’t Die, la mente è lo strumento più potente che abbiamo per risolvere i problemi, ma anche la più grande fonte della nostra autodistruzione.

Johnson è un multimilionario che vuole bloccare o invertire il suo processo di invecchiamento. Ha creato il cosiddetto Project Blueprint, un regime quotidiano che prevede una dieta vegana, un’ora di allenamento tutte le mattine, esami medici continui, e centinaia di pillole e integratori al giorno. 

È facile deriderlo – e in effetti su internet Johnson è una figura controversa e divisiva – ma si può rispettare il fatto che, dopo un lungo periodo di depressione e pensieri suicidari, Johnson abbia trovato, grazie al suo progetto, un significato e una ragione di vita.

Da un lato, quindi, c’è chi si “lascia andare”, nelle dipendenze, nelle relazioni sbagliate, nelle cattive abitudini. Dall’altro chi fa della cura di sé un’ossessione totalizzante. In entrambi i casi, l’effetto collaterale può essere una profonda alienazione dalla propria comunità. Uno dei fattori associati alla salute e alla longevità è proprio la qualità delle nostre relazioni, avere una comunità solida e tanto supporto sociale. Pur riuscendo ad attirare gruppi di fan, lo stile di vita di Johnson è molto solitario. C’è da chiedersi se l’ossessione per la salute possa essere un modo sofisticato di allontanarsi dalla vita, un’altra faccia del masochismo. Che senso ha vivere più a lungo, se poi di quel tempo in più non si può godere? 

Ma torniamo al farsi male. Cosa spiega questi comportamenti autodistruttivi? Traumi, predisposizioni genetiche ai disturbi mentali, stili di attaccamento? Lingiardi, in chiave psicoanalitica, ci dice che quando cresciamo in un ambiente che non riesce a vederci davvero, costruiamo una versione di noi stessi che funziona (un “falso sé”) per compiacere, per adattarsi alle aspettative altrui. Tendiamo poi a ripetere ciò che ci ha feriti (la coazione a ripetere freudiana): se abbiamo imparato a sentirci amati dentro relazioni svalutanti, quella è la forma d’amore che continueremo a cercare. A questo si aggiunge il sabotatore interno, quella voce che abbiamo interiorizzato e che ci dice che non valiamo, che non ce la faremo, che non meritiamo di meglio, che ci spinge a boicottare le occasioni in cui potremmo effettivamente stare bene. Soffrire, paradossalmente, può essere una forma di sicurezza.

Sono ipotesi affascinanti, ma la psicoanalisi, notoriamente, predilige un’attenzione al “profondo”, quando a volte le spiegazioni più semplici possono essere altrettanto giuste. Inseguiamo la gratificazione immediata (delle droghe, delle relazioni ambivalenti), cerchiamo strategie per affrontare lo stress, non siamo lungimiranti abbastanza da vedere i danni a lungo termine. Non ogni comportamento autodistruttivo nasconde un trauma da elaborare. A volte ci sono solo questioni semplici e umane come il timore di andare dal dottore, la pigrizia, il piacere del momento, la tendenza a scegliere “inferni familiari piuttosto che paradisi sconosciuti”.

In Euphoria, Rue è un’adolescente dipendente dagli oppiacei. Il suo comportamento distrugge sé stessa e le persone che le stanno intorno — la sua ragazza, sua sorella, sua madre. Quando queste ultime cercano di aiutarla, buttandole via le droghe, Rue ha una crisi, si sente alienata dalle persone che ama, la madre le dice che è una brutta persona. Il desiderio di cambiare verrà poi da dentro di sé, quando subentra in lei un atteggiamento meno oppositivo e più morale: “Il pensiero di poter essere, forse, una brava persona, è ciò che mi porta a voler essere una brava persona.”

Rue riesce a decidere per sé, ma la questione più difficile riguarda gli altri: cosa facciamo quando è qualcun altro a farsi del male, qualcuno che amiamo e che non riesce o non vuole smettere?

Il libro Casa Blu racconta l’esperienza delle operatrici di un centro antiviolenza e casa rifugio in un paesino dell’Abruzzo. Alla presentazione del testo, le operatrici raccontavano che non è raro che le donne accolte nella struttura tornino dal partner maltrattante, e che era impossibile impedirglielo. Sostenevano che un approccio davvero rispettoso non è salvifico a tutti i costi, ma consiste piuttosto in un accompagnamento verso l’autonomia. Capita però che questa autonomia si traduca in scelte con cui non si è d’accordo.

A prima vista può sembrare un discorso sconvolgente: come si può permettere a delle donne abusate di tornare dai partner maltrattanti? È frustrante pensarci, perché bisogna fare i conti con l’impossibilità di imporre una cura. 

Potremmo dirci che abbiamo solo la possibilità di stare vicino a qualcuno senza pretendere di sapere cosa è giusto per lui. Il broker di Wall Street pensava di saperlo, così come spesso crediamo di saperlo anche noi guardando chi ci è accanto. Ma lo sappiamo davvero? E riusciamo ad applicare questo sguardo anche nei confronti di noi stessi? 

Forse dovremmo dirci che l’unica cosa che possiamo fare è accettare che il cambiamento non può essere imposto, e che in ogni caso richiede tempo, che non è obbligatorio essere felici e in salute. Questo discorso implica abbandonare il nostro senso di controllo nei confronti degli altri. Abbandonare l’idea di poter cambiare l’altro, o di doverlo fare, fa sì che sia più facile stargli accanto senza suscitare sensi di colpa o angoscia eccessiva. Il che non cancellerebbe il disaccordo e la frustrazione davanti al percorso di qualcuno che lo porta verso ciò che riteniamo dannoso, ma per lo meno il bisogno di controllo verrebbe sostituito dal senso di responsabilità che richiede solo di essere presenti e pronti a tendere una mano, senza imporsi.

Una delle psicologhe di Casa Blu, dopo aver sentito dalle altre operatrici che una delle donne aveva deciso di tornare dal suo compagno maltrattante, le ha letto le sue testimonianze iniziali, in cui raccontava le violenze subite. “Questo ti sembra amore?” le ha chiesto la psicologa. La donna ha ascoltato, e alla fine se n’è andata comunque. 

Francesco Avallone

Francesco Avallone è ricercatore e dottorando in Family Medicine alla McGill University di Montreal.

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