Assediata da visite di Capi di Stato, auto blu, concertoni, maratone, sfilate di auto d’epoca, Roma andrebbe solo lasciata in pace.
Qualche giorno fa sono riuscito a prendere il treno. Se fossi dovuto partire il giorno prima, non avrei potuto. Infatti, nello stesso giorno, Roma ha visto la visita di un Capo di Stato e la sfilata delle macchine d’epoca (macchine d’epoca: sono stato a lungo incerto su dove collocare i principali nidi di mitragliatrici). Insomma, gli abitanti di questa metropoli sono in balia di manifestazioni d’ogni tipo, il cui scopo comune consiste nel sottrarre ai cittadini la possibilità di spostarsi. Abbiamo per esempio maratone, giri d’Italia, sagre varie, concertoni, momenti musicali (meglio sarebbe dire “presidi”) e chi più ne ha, più ne metta. Il mio dermatologo, situato all’altra parte della città, mi aveva dato appuntamento dopo tre mesi dalla prima visita: ne sono passati già sei e ancora non l’ho visto. Certo, è molto richiesto, ma io ho mancato ben tre appuntamenti. La prima volta, in modo assai banale, c’era stato uno sciopero dei mezzi. La seconda volta è arrivato in città, paralizzandola, il vicepresidente degli Stati Uniti. La terza volta… Non me lo ricordo! E questo spiega la gravità della situazione: non so nemmeno più per quale motivo ho dovuto mancare un appuntamento!
A Roma, io non guido la macchina: anche perché mettere un sapiens al volante significa sturarne l’apparato fognario, sollecitando la sua più intima natura predatoria. A partire da Edipo, che uccide suo padre in una lite per il diritto di precedenza, il traffico ha sempre espresso il peggio dell’uomo. In tal senso, il pirata della strada rappresenta la logica conseguenza di un atteggiamento sistematicamente basato sull’abuso e sul sopruso. Unica fiammella di speranza, i futuri dispositivi a guida autonoma, che finalmente impediranno alla nostra specie di provocare danni.
Ma purtroppo con i mezzi pubblici non va tanto meglio: la questione implicherebbe una più ampia disamina di quella figura professionale che io indico come “de-designer”, vero e proprio flagello dell’umanità. De-designer è colui che progetta qualcosa senza verificare il risultato. Pensate ai cruscotti di molte auto, inclinati per far cadere gli oggetti, o a certi spremiagrumi, che versano solo la fibra per fare perdete il succo. L’elenco, purtroppo, sarebbe lunghissimo. Questi imbecilli hanno colonizzato mezzo mondo. Ebbene, da qualche tempo, in autobus, sono stati introdotti dei sedili inutilmente enormi, col risultato di dimezzare i posti a sedere. Davanti a queste performance, lo ammetto, io vedrei bene la reintroduzione delle pene corporali.
Ora, il pensiero corre allo splendido Vallone dei Puzzilli, una profonda valle glaciale situata nel cuore del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, in Abruzzo. Questa incisione naturale separa le sommità della Costa del Monte e del Monte Lungo dalla linea di cresta del massiccio del Monte Sirente. Perché non ve ne andate laggiù, Capi di Stato, illustri autorità d’ogni ordine e grado? Davanti ai vostri ospiti, farete un figurone, ma soprattutto smetterete di molestare qualche milione di innocenti abitanti dell’Urbe. Eccoci al punto: i servitori dello Stato dimenticano bellamente che il loro ruolo consiste, per l’appunto, nel “servire”, e servire chi? Proprio lui: il popolo sovrano. È il popolo, il sovrano, ossia quei poveri pezzenti stipati dentro autobus immobili, o costretti a inforcare monopattini e bici elettriche, a rischio proprio e altrui, pur di sopravvivere. Di fatto, noi serviamo i servitori – il che, peraltro, è anche un’ottima definizione della burocrazia nel suo complesso.
Maratoneti, il Vallone dei Puzzilli vi aspetta! Giri d’Italia, girate alla larga! Pedalare! Concertoni, perché volete insediarvi nel Circo Massimo, quando potete disporre dei vasti territori prossimi a Ovindoli? Loro risponderanno: “Ma stare a Roma è più bello”. Non c’è dubbio, ma si dà il caso che i suoi quartieri non siano ancora di vostra proprietà. Dunque, non li potete requisire, come ha fatto tempo fa una coppia di Vip americani impossessandosi di Venezia per le sue cerimonie nuziali. L’orologio della Storia è andato indietro, retrocedendo fino all’Ancien Régime. La Rivoluzione Francese non ha mai avuto luogo. Sì, la Liberté, almeno di un certo tipo, è ancora rimasta, e la Fraternité non si nega a nessuno (sul genere dell’Isola dei Famosi). Quella davvero sparita, quella che fa davvero paura, è l’Egalité. Il mondo politico scorrazza per le strade di Roma a sirene spiegate. Fermi tutti: tocca a noi, tanto, che avrete mai da fare? E la plebe ammassata mugugna nei mezzi pubblici. Ma di quale uguaglianza parliamo, quando, come se non bastasse tutto il resto, il ristorante parlamentare e la buvette di Montecitorio offrono, ai loro privilegiati clienti, prodotti a prezzi irrisori…
Ho parlato del Vallone dei Puzzilli, ma esisterebbero molte alternative. Una fra tutte, la Tenuta Presidenziale di Castelporziano, a 25 chilometri dalla capitale. È un vasto spazio, splendido, il cui impiego non disturberebbe nessuno. Qui, però, mi sorge un dubbio: non sarà forse che proprio la mancanza di un disturbo arrecato ad altri costituirebbe, in realtà, la più grave controindicazione? Eppure è ovvio! Dov’è il potere, se non lo vedo all’opera? Cos’è il potere, se non si tramuta in sopruso visibile, in vessazione teatrale? Com’è il potere, se non viene sbandierato? Perché il potere, se non ho sotto gli occhi chi è costretto a subirlo? Prendiamone atto. In effetti Castelporziano non consentirebbe di far partecipare allo spettacolo la plebe sottomessa. E se non vedo nessuno protestare, se non vedo nessuno danneggiato da un potere ingiusto e arbitrario, beh, allora non c’è gusto. Sarebbe come sfilare in un deserto. Peccato perché oltretutto, una volta allontanate dai cittadini, le autorità statali finirebbero per essere addirittura meno odiate.
Le frequenti, abusive e sistematiche paralisi del traffico, dipendono quindi dalla necessità di offrire agli eredi del Marchese del Grillo l’immagine dei sudditi angariati. Sarebbe facile citare Giuseppe Gioachino Belli, ma preferisco invece rivolgermi a Patrizia Cavalli, una poetessa che, morta da qualche anno, abitò a Roma cogliendone le caratteristiche più “lugubri” (per usare una sua parola). Penso in particolare a Aria pubblica, apparso nella raccolta La Guardiana (Nottetempo, 2005):
L’aria è di tutti, non è di tutti l’aria?
Così è una piazza, spazio di città.
Pubblico spazio ossia pubblica aria
che se è di tutti non può essere occupata
perché diventerebbe aria privata.
Ma se una piazza insieme alla sua aria
è in modo irrevocabile ingombrata
da stabili e lucrose attività,
questa non è più piazza e la sua aria
non è che mercantile aria privata.
Tutti giocati sulla contrapposizione tra pubblico e privato, ossia su quel nodo drammaticamente rimosso dalla pressoché intera classe dirigente, questi versi mostrano come la rapacità di pochi, porti a cancellare uno spazio ideato per appartenere a tutti. È questo che rappresentano i ricevimenti e le cerimonie di Stato, le auto blu, le sfilate delle macchine d’epoca, le maratone, i giri d’Italia, le sagre, i concertoni o i momenti musicali: una minoranza che lede la maggioranza, imponendole con prepotenza i suoi interessi. Privilegio allo stato puro: il Quirinale come Versailles. D’altronde, non si sono proposte gare automobilistiche all’Eur? Non è stato avanzato il progetto di istituire corse di bighe al Circo Massimo? E non si sta cercando di trasformare il Colosseo in un’arena rock? Fate vivere la città, sentiamo dire, fatela respirare, fatela crescere. L’affermazione, tuttavia, ricorda gli imbonitori che vogliono “piazzare” i loro prodotti. Ma leggiamo la fine della composizione:
Dunque una piazza va lasciata in pace,
non è merce da farne propaganda.
Ci pensa lei da sola ad animarsi,
quello che importa è che sia pubblica piazza.
Si vuota si riempie e poi si vuota,
accoglie chi sta fuori e lo contiene
finché sta fuori, che prima o poi dovrà
tornare dentro. E se non è così
non è più piazza, è privata terrazza
o lugubre infinito lunapark.
Davvero, non si potrebbe dire meglio: una città va lasciata in pace. Oggi Roma non è una città viva o vivace, ma soltanto drogata di eventi, un povero organismo tossico, stremato. Morale, nel vostro e nel nostro bene, auto blu, macchine d’epoca, maratoneti, ciclisti d’Italia, sagre, concertoni o momenti musicali, fateci questo beneamato piacere: andatevene via. Cessate di disturbare l’esistenza di chi lavora o magari, guarda te le stranezze, vuole solo passeggiare in santa pace – sì, perché la pace è santa, e la vostra intrusione, diabolica. Andate altrove a fare la coda di pavone. Voi siete come la gramigna che infetta i terreni in cui cresce. Non sto invocando una rivoluzione, bensì un trasloco. Correte, su! Il Vallone dei Puzzilli, o la Tenuta Presidenziale di Castelporziano, vi aspettano!