Articolo
Mariachiara Rafaiani

Ho smesso di combattere la mia paura di volare, e va bene così

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Tutto sommato, rinunciare all’aereo non è una tragedia, e può trasformarsi in un modo diverso, e più intimo, di scoprire il mondo.

A volte sogno di trovarmi sdraiata su un’amaca, a leggere un libro, nel caldo asfissiante del primo pomeriggio in un sobborgo di Bogotà, sentendomi dentro un racconto di Gabriel García Márquez. Altre volte mi dico mollo tutto, mi trasferisco a Buenos Aires, mi perdo in quella città infinita, mi lascio andare lì da qualche parte, tra Plaza de Mayo e Puerto Madero. Voglio dimenticarmi i treni, gli impegni, gli aperitivi, le aule asettiche dell’università, voglio dimenticarmi soprattutto lo squallore che a volte definisce Milano, il suo essere grigia, normata, costosa. Penso che potrei impazzire per quelle luci, per quei colori del Sudamerica che non ho mai visto, sento come di appartenergli. Se mi dicessero che sono stata adottata, che vengo da lì, penserei che allora tutto si spiega. Che tutto ha molto più senso di quanto ne abbia ora, qui, in questa realtà del presente dove in fondo non faccio altro che sentirmi un’estranea. Penso che solo in quei luoghi potrei scrivere davvero, amare davvero, vivere davvero. Che la mia ricerca, il mio tentativo di trasformare il mondo in un’affermazione lirica, potrebbe avere qualche speranza di senso in più se fossi lì, e non qui, in questi luoghi che chiamo casa. Sogno di trascorrere le mie giornate sulle spiagge di Bahia, imparare a surfare, bere nei locali di Baixo Gávea a Rio de Janeiro, perdermi sempre, lasciar andare. Affrontare in quei luoghi una completa dissoluzione del mio Io per come si è definito finora per accogliere il mio Io più vero.

Ma so che non posso farlo, che quei posti non li vedrò neanche per qualche settimana di vacanza, a meno di una improvvisa e rapidissima evoluzione di nuove tecnologie di viaggio (treni ultrasonici, teletrasporto, navi velocissime o che ne so). Perché io mai, mai, mai e poi mai salirò volontariamente su un aereo. Da dieci anni il solo pensiero di volare mi terrorizza. Inizialmente compravo i voli e poi restavo bloccata in aeroporto, ora non ci provo neanche più. E mi dico: va bene così, non bisogna essere troppo affamati nei confronti del mondo. Va bene così.

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Il desiderio di volare accompagna gli esseri umani da quando esistono testimonianze scritte. I greci lo raccontavano attraverso il mito di Dedalo e Icaro: un artigiano geniale che costruisce ali di piume e cera per fuggire da Creta e un figlio che, usandole, vola troppo vicino al sole e precipita in mare. Per secoli l’idea di volare è rimasta confinata ai miti e alle leggende. Il primo grande tentativo di affrontare il problema in modo sistematico si ha con Leonardo da Vinci, che fece del volo la sua ossessione. Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento riempì quaderni di osservazioni sul volo degli uccelli e progettò macchine che oggi sembrano uscite da un romanzo di fantascienza: ali battenti, alianti, perfino una sorta di antenato dell’elicottero.

Dopo di lui passarono altri tre secoli di tentativi, esperimenti e fallimenti. Nel Settecento arrivarono le mongolfiere dei fratelli Montgolfier, che per la prima volta permisero agli esseri umani di sollevarsi in aria con controllo. Nell’Ottocento comparvero i dirigibili e i primi studi scientifici sull’aerodinamica. Poi, nel 1903, i fratelli Wright riuscirono a far decollare in North Carolina un velivolo più pesante dell’aria, motorizzato e controllabile. Il loro primo volo durò appena dodici secondi e coprì una distanza inferiore a quella di molti campi da calcio, ma segnò l’inizio di una rivoluzione. Oggi il sogno di Dedalo, gli schizzi di Leonardo e gli esperimenti dei pionieri dell’aviazione sono diventati viaggi low cost alla portata di tutti. Milioni di persone salgono su un aereo senza pensarci troppo, senza neanche rimanere troppo estasiati dalla meraviglia di ciò che significa poterlo fare. 

Io invece continuo a guardare queste macchine volanti con lo stesso misto di stupore e diffidenza che probabilmente avrebbe avuto un uomo del Medioevo. E, soprattutto, con terrore.

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Nonostante questo, come per gli astronauti nella stazione spaziale del romanzo Orbital di Samantha Harvey, “a volte c’è il desiderio di vedere una cosa in particolare: le piramidi o i fiordi della Nuova Zelanda o un deserto di dune di un arancione vivace del tutto astratto”. Anche io a volte vorrei vedere le aurore boreali, la barriera corallina, la Muraglia Cinese. Eppure di posti se ne possono vedere e tanti ne ho visti da quando ho smesso di volare. Credo di ricordarli meglio di quelli che ho visto quando volavo: ne ricordo dettagli più irrilevanti, zone più marginali. Cose che non vedresti se andassi dritto dall’aeroporto della tua città all’aeroporto della città che vuoi visitare. Gli aeroporti inoltre sono dei non luoghi, tutti uguali, asettici (non riesco a distinguere nella mia memoria i caratteri peculiari degli aeroporti in cui sono stata, mi ricordo solo grandi vetrate, piste di atterraggio, cabine per i fumatori). Le stazioni invece sono tutte diverse. Distinguo perfettamente nella memoria Parigi Gare du Nord (per andare a Londra) da Parigi Gare de Lyon (per andare a Milano), London King’s Cross (da cui si parte per la Scozia) e St Pancras International (che collega la città con Parigi, Bruxelles, Amsterdam). Ricordo perfettamente la stazione di Marsiglia, che si staglia alta sopra la città e appena esci la vedi tutta, la città, stendersi sotto di te. La stazione di Colonia subito sotto i pinnacoli anneriti della cattedrale, e la stazione di Amsterdam, che placidamente sonnecchia davanti al Damrak, canale che collega la stazione a Piazza Dam. E cosa dev’essere per gli stranieri, come lo è per noi, arrivare alla stazione di Venezia Santa Lucia? Continua ed eterna meraviglia.

Non mi sarei mai fermata sulle sponde grigie del Lago di Balaton se non avessi costretto i miei genitori ad andare a Budapest in macchina. Quel luogo così poco turistico, così fuori dalle rotte ufficiali, così casuale, così insignificante, mi è rimasto dentro più di qualsiasi gettonatissima piazza, museo o cattedrale. Non mi ha lasciato nulla, in confronto, il fotografatissimo Parlamento di Budapest. Come l’alba vista dalla cuccetta del treno che mi portava a Vienna, mentre spalmavo dell’ottimo burro salato sul pane caldo e osservavo fuori dal finestrino le vette innevate, è rimasta nella mia memoria molto più del Museo di Belvedere. Vienna per me è quella cuccetta, quella luce sbiancata dalla neve, le ossa rotte dalla notte scomoda. Così come la Sicilia è per me l’alba sullo Stretto di Messina nel traghetto che ha appena caricato l’Intercity notturno, mentre mangi un arancino sul ponte e guardi il mare. Parigi invece mi è diventata familiare come Milano dato che è la capitale più facilmente raggiungibile in treno (sei ore da Centrale). Una confidenza che probabilmente non avrei mai raggiunto se fossi stata continuamente esposta alle infinite possibilità dei miei fine settimana. A volte penso che questa paura di volare è un desiderio inconscio di definire il mondo, di ridurre il range delle proprie possibilità. La sindrome del pianista di Novecento.

Quindi non ho volato, è vero, ma non vuol dire che io non abbia viaggiato, ho fatto semplicemente un tipo di viaggio che chi vola probabilmente non fa mai.

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Quando, seduta a un tavolo di un ristorante, o al bar, o in piedi in strada con in mano un calice di vino, durante un picnic al parco o una festa in casa, dico a qualcuno che ancora non mi conosce o mi conosce poco, che io non prendo l’aereo, il mio interlocutore e tutti coloro che sono lì intorno strabuzzano gli occhi e mi guardano come se stessero osservando un alieno, un matto, un diseredato. Dev’essere una sensazione simile a quella che dicono di provare i vegani. Tutti ti guardano con sguardo compassionevole pensando: poverina! Certo, anche molti di loro hanno paura dell’aereo, ma di certo non rinunciano a vedere il mondo per questo. “Come si può vivere senza volare? Non pensi a tutto quello che ti perdi?” – ti chiedono con una certa costernazione. Proprio come le fasi del dolore sono cinque (negazione, rabbia, patteggiamento, depressione, accettazione), in questi casi il tuo interlocutore affronta, e ci puoi scommettere, tre fasi, assumendo tre diversi ruoli. 

In primis, lo psicanalista: che cosa mi è successo? Cosa può avermi traumatizzata a tal punto da fare una scelta così radicale? E ovviamente una ragione non c’è, ripeto io, è una fobia come un’altra, come la paura dei piccioni. E allora eccolo che subentra il pusher: ma hai mai provato questo tranquillante miracoloso? Questo ti stende. E poi infine subentra il personaggio che preferisco, il razionale, lui che per inspiegabili ragioni se ne va ogni anno a Bali e non è mai stato in Sardegna, che con rassegnazione e paternalismo ti dice: guarda che è il mezzo più sicuro del mondo! E tu dentro di te che pensi: ma davvero credi che io non lo sappia? Di fronte a questa affermazione rimango sempre basita, tra tutti i metodi d’approccio quello razionale mi sembra il più sciocco e folle. Date una laurea, una medaglia, a chi cerca di tranquillizzare noi aerofobici con la frase “è il mezzo più sicuro al mondo”.

I vegani segnalano spesso sui social tutti gli errori che compiono gli onnivori nei loro confronti. Insistono soprattutto sul fatto che provano pena della loro condizione quando loro invece non vivono affatto la loro scelta come una privazione. E chiunque abbia un minimo di empatia non può che capire e concordare. Invece chi non prende gli aerei è praticamente solo nella sua battaglia, capito solo da chi dice di temere l’aereo. Spesso però anche chi ha molta paura, chi lo considera il peggiore tra i mezzi di trasporto, trova la forza di volare, facendo sentire noi, aerofobici senza scampo, ancora più incompresi. 

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Per consolarmi mi ricordo che la storia è piena di persone illustri che avevano il terrore dell’aereo. Negli anni Settanta il «New York Times»  dedicò un intero articolo alla questione, Some of the Best People Are Afraid of Flying, ricordando una sorprendente quantità di celebrità che ammettevano la loro paura di volare. Tra loro c’erano Carly Simon, Glenn Gould, Ray Bradbury, Isaac Asimov, Stanley Kubrick, William F. Buckley, Ronald Reagan e molti altri. Paura di volare l’aveva anche David Bowie, che nel 1973, dopo un glorioso tour in Giappone, decise di attraversare l’Unione Sovietica con la Transiberiana pur di non prendere l’aereo.

Negli ultimi anni, sempre più persone hanno scelto di non volare per ragioni ecologiche. Attivisti, scienziati, scrittori e persino alcuni politici hanno aderito a movimenti che invitano a ridurre drasticamente o eliminare del tutto i voli personali. Volare solo lo stretto necessario. Negli ultimi anni il cosiddetto flight shame e i no-fly pledge hanno raccolto adesioni soprattutto tra persone convinte che la crisi climatica richieda anche rinunce individuali. 

Poi c’è anche chi non ha nessun problema con il volo ma semplicemente non ama viaggiare. Tra i più convinti detrattori del viaggiare possiamo nominare Fernando Pessoa che nel Libro dell’inquietudine borbotta:

“L’idea di viaggiare mi nausea. Ormai ho visto tutto ciò che non avevo mai visto. Ormai ho visto tutto ciò che non ho ancora visto. Il tedio del costantemente nuovo, il tedio di scoprire, sotto la falsa differenza delle cose e delle idee, la perpetua identità del tutto, la somiglianza assoluta fra la moschea, il tempio e la chiesa, l’uguaglianza della capanna al castello, lo stesso corpo strutturale nell’essere un re vestito e un selvaggio nudo, l’eterna concordanza della vita con se stessa, la stagnazione di tutto quello che vivo si sta verificando, solo per il fatto di muoversi. I paesaggi sono ripetizioni”. 

Io sono diversa da tutti loro, solo la paura mi impedisce di volare, ma mi rassicura sapere che esiste una piccola e sparsa confraternita di esseri umani che, per una ragione o per l’altra, guarda un aeroporto e pensa: no grazie, resto qui.

*

Quindi, per ora, mi limito a sognare il Sudamerica, immaginarlo prima di dormire, come una via di fuga, qualcosa che abita il mio futuro. La vita in fondo non è altro che la presa continua di consapevolezza di non appartenerci, di non essere ciò che credevamo, e che il mondo non è quello che credevamo, e la materia non è come credevamo, e che tutto il nostro domandarci, e impegnarci, e vagare alla ricerca di piccole cose che ci definiscono non è che un giro in tondo, intorno alla disperazione di essere umani e solo umani. 

Pensavo che scrivendo un pezzo sulla paura di volare avrei potuto parlare dell’overtourism, riflettere sul nostro egocentrismo, sull’arroganza della nostra specie, sui cambiamenti climatici, sulla perdita di senso delle cose e su molto altro. Che fosse possibile tracciare una linea dietro cui chi non vola potesse osservare chi vola e capire alcune cose, definire delle isole identitarie. Come se volare e non volare fossero due cose molto diverse, capaci di produrre due modi di vivere quasi opposti.

Invece volare e non volare sono la stessa cosa: la paura di vivere troppo poco, la consapevolezza di essere mortali, il timore di non aver visto ancora abbastanza.

Mariachiara Rafaiani

Mariachiara Rafaiani è ricercatrice in letteratura latina e collabora con diverse riviste. A gennaio 2025 è uscita per Tlon la sua nuova raccolta poetica dal titolo L’ultimo mondo.

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